L’era ghedaffiana
Pubblicato da fidest su lunedì, 15 giugno 2009
Su confronti riportiamo uno stralcio del libro di Riccardo Alfonso “Gheddafi profeta incompreso”. Data l’ampiezza degli argomenti trattati abbiamo sdoppiato il lavoro in sette parti. (Prima parte) Quest’anno ricorre il 40° anniversario della rivoluzione libica. Il recente arrivo di Gheddafi a Roma mi offre l’occasione per un approfondimento tematico su una “rivoluzione” che non mi sembra sia stata inquadrata in un contesto storico e ne abbia vista l’evoluzione partendo da tali premesse. Talvolta confondiamo, sia pure in perfetta buona fede, i due momenti che ci attraversano. Mi riferisco a quelli che ci sono proposti ora dalla “cronaca” quotidiana e ora dal giudizio “storico”. Il primo è più emotivo, particolare e settoriale e il secondo più ponderato e riflessivo e inquadrato in un contenuto di più ampie vedute. Solo in questo modo possiamo sgomberare la mente dai luoghi comuni e dai pregiudizi e affermare, ad esempio, che Gheddafi e la sua rivoluzione, per la mia generazione ed anche per quella che mi segue, sono storia e cronaca nello stesso tempo. Ecco perché è necessario capire sino a che punto la storia ha plasmato Gheddafi e la cronaca, a volte, l’ha gettato nella polvere. La svolta significativa avvenne nella notte tra il 31 agosto ed il primo settembre del 1969. Quella notte era piena di stelle. Gheddafi si ritirò a pregare con il capitano Mustafa Kharrubi e con il tenente Mohamed Mogarief. Alle 2,30 scattò “l’operazione Gerusalemme”. L’ora X, tanto attesa, era giunta. Alle quattro del mattino Gheddafi era già nei locali della stazione radio di Bengasi per attendere le notizie sulla rivoluzione dal resto del Paese. Nel frattempo gli alti ufficiali furono arrestati, le caserme e i punti nevralgici occupati. Questo avvenne in poche ore con uno spiegamento minimo di forze e in pratica senza spargimento di sangue. Ben presto, durante la giornata, Gheddafi potrà lanciare dalla rete radio di Bengasi il proclama alla Nazione esordendo con queste parole: “Popolo di Libia, interpretando la tua libera volontà…”. Solo dopo otto giorni l’Occidente conosce l’artefice della rivolta: è Muammar Gheddafi, promosso sul campo, colonnello. Il Movimento degli ufficiali unionisti liberi diventa il Consiglio del Comando della Rivoluzione (C.C.R.) l’organo supremo del Paese. Esso è definito “puro e duro”. Vi fanno parte i maggiori Abdessalam Giallud e Bascir Hawadi, otto capitani: Abu Bakr Yunes, Awad Hamza, El Kueldi Hamidi, Mustafa Kharrubi, Abdel El Huni, Omar Meishi, Muktar El Qirwi, Mohamed Najm e il tenente Mohamed Mogarief. Tutti sono entrati nel 1963 nell’Accademia Militare di Bengasi. Americani e Inglesi, che hanno sul territorio delle basi militari, non interferiscono. Probabilmente tale presa di posizione si deve ai buoni uffici esercitati da due alti ufficiali libici e i loro referenti: per gli Inglesi il colonnello Adam Hawwaz e per gli americani il suo collega Mussa Ahmed. D’altra parte si sapeva bene che Re Idriss era un “cavallo perdente” e alla fine una rivolta lo avrebbe detronizzato. Le ragioni che hanno portato a questo capovolgimento degli assetti interni libici posso sintetizzarli con le stesse parole di Gheddafi, espresse in un’intervista rilasciata ad una rete televisiva egiziana: “L’imperialismo culturale dell’Occidente soffocava lo spirito e s’infiltrava dappertutto, perfino nella scrittura. La società libica era minata dalla corruzione, sottoposta all’arbitrio che gli stranieri potevano esercitare su ognuno dei suoi cittadini che nella maggioranza non guadagnavano neppure il minimo vitale, nonostante le ricchezze favolose del petrolio”. Tra le prime misure adottate dal consiglio della rivoluzione vi fu il raddoppio dei salari minimi, il dimezzamento degli stipendi dei dignitari. Tutti i redditi furono decurtati del 30%. I trasferimenti all’estero dei fondi dei residenti stranieri furono limitati in ragione del 60% del salario percepito. Tutte le banche furono nazionalizzate. Si dà spazio alle leggi islamiche dal divieto dell’uso degli alcolici. Si ritorna all’uso integrale della lingua araba, dalle insegne al neon, in luogo dei caratteri latini. Si passa, quindi, al monolinguismo in vece del trilinguismo: arabo, italiano, inglese. Fin qui sono evidenti i segni di una svolta e i suoi effetti pratici. Questo evento è Importante non perché fu una rivoluzione. D’altra parte se la definissimo, genericamente, in questo modo, non potremmo considerarla che una delle tante. Fu grande per un altro motivo. Essa maturò su una precisa base ideologica. Non era di sinistra. Non era di destra e nemmeno di centro. Essa usciva dai canoni tradizionali perché era portatrice di un nuovo verbo. Il suo ideatore si allacciava al gran filone dei rivoluzionari “puri”. Platone fu per noi un rivoluzionario. Lo fu Gandhi ma non Napoleone, Robespierre e lo stesso Lenin. Gheddafi fece qualcosa di meno convenzionale, secondo l’ortodossia occidentale e orientale. Trasformò l’utopia in una rivoluzione e la rese permanente.