L’era ghedaffiana
Pubblicato da fidest su Venerdì, 26 Giugno 2009
(Sesta parte) Ma procedo con ordine. Prima di tutto cerco di capire la dimensione culturale prodotta da questo vasto movimento d’opinione. Mi chiedo il perché sia uscito dai ristretti confini di una nazione e si è espanso un po’ ovunque. Mi sembra, in proposito, più confacente cogliere nelle parole espresse dal Sen. Giulio Andreotti, in una sua breve nota di presentazione del lavoro condotto da Abdelsalam Salh‘Arafa titolato “Le organizzazioni regionali arabe africane e islamiche” (Istituto per l’Oriente C. A. Ballino), il senso che intendo dare al mio lavoro. “Innanzi tutto – precisa Andreotti – credo che sia sempre più necessario per noi italiani, ma non solo per noi, conoscere non superficialmente il mondo islamico e specificamente l’arabo, anche nelle strutture collettive inter statali che ne coltivano le tradizioni e curano le convergenze. E’ inoltre più che evidente quanto questo sia utile per alimentare correnti di reciproca comprensione nell’area mediterranea e nel rapporto euro-africano, di cui avvertiamo l’indispensabilità e l’urgenza.” Questo sforzo è imposto dalla “crescente tendenza alla generalizzazione.” Essa sta creando un “clima di demonizzazione che dall’estremismo fondamentalista può scivolare in un atteggiamento di condanna dell’universo musulmano, con l’ag-gravante di veder confuso il contrasto socio-economico mondiale Nord-Sud con l’antitesi Cristianesimo-Islam.” Devo anche annotare, a questo punto, il “calo” della popolarità di Gheddafi nel mondo arabo in quest’ultimo decennio. Altre figure gli hanno rubato la scena, hanno cercato, e a volte con successo, di strappare un applauso in nome di una causa che vuole andare oltre il contingente e votarsi alla lotta per un primato, al tempo stesso, religioso e laico. Tutto ciò cosa significa? La risposta più ovvia, in specie per un occidentale, è che abbiamo aperto il classico vaso di Pandora e liberato le passioni in luogo della ragione, abbiamo messo da parte la dialettica per l’esercizio della forza e della violenza. In effetti si è trattato di altro. Noi oggi, tutti noi, stiamo pagando il debito lasciato dai nostri padri. Un peso, a volte, intollerabile. Abbiamo creato dei mostri per combattere quelli che ritenevamo i nostri nemici e ora si stanno rivolgendo ai loro creatori con la stessa famelica crudeltà. Mostri come il colonialismo, il post-colonialismo, i governi fantoccio, la corruzione, il consumismo, i facili arricchimenti, il potere elargito sulla punta delle baionette, il fanatismo e l’integralismo religioso. Abbiamo perso di vista la vera ragione che può condurci sulla strada giusta, quella maestra, quella dei valori consolidati, quella che può garantirci un futuro, quella che può riscattarci dalle miserie e dalle emarginazioni. In quel tempo l’idea del grande documento verde dei diritti dell’uomo nell’era delle masse fermentava nella sua mente e nel suo cuore, era oggetto di profonde e serene discussioni e dibattiti nelle menti degli intellettuali, professori universitari e membri dei congressi e dei comitati popolari.