Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 26 n° 95

Manovra e le ragioni che non convincono

Posted by fidest on Friday, 9 December 2011

Italy

Image by CameliaTWU via Flickr

Vorremmo rispondere a quanti in Germania e in Francia vedono di traverso gli accadimenti italiani per dire loro, in primis, che serve a poco sterilizzare l’Italia e pensare, così facendo, di risolvere i problemi che da tempo ci assillano. Prima di tutto perchè è una crisi di proporzioni planetarie. Per sconfiggerla è necessario ricercare al proprio interno le ragioni che l’hanno portata sull’orlo del baratro e non è certo l’Italia o qualsivoglia nazione ad essere la causa o la concausa di quanto accade. L’Italia, indubbiamente, è un anello debole ma è dentro ad una catena la cui debolezza è strutturale e riguarda un po’ tutti sia pure con gradualità diverse.

Incominciamo a prendere atto che l’espansione della crescita industriale e tecnologica ha determinato due grosse ricadute: la riduzione delle risorse e l’eccesso di popolazione. Quest’aspetto si è acuito sia per gli sprechi che abbiamo compiuto ai tempi delle “vacche grasse” e per la nostra “cecità” difronte ad una espansione demografica senza controllo.
L’Italia, nello specifico, già negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, risentì gli eccessi di manodopera e intese risolverli con gli ammortizzatori sociali: assunzioni nel pubblico impiego e nelle imprese pubbliche e persino in quelle private, superiori agli effettivi bisogni aziendali. Altre soluzioni le ricercò ritardando l’accesso al lavoro sia con la ferma militare obbligatoria sia allungando la permanenza dei giovani negli studi universitari. Vi fu, poi, un momento magico con lo sviluppo industriale e del terziario del Nord del paese per cui fu attivato un imponente sistema di immigrazione interna bilanciando in questo modo il disagio dei giovani del Sud che già allora risentivano gli effetti di una disoccupazione molto accentuata. Ma questo escamotage non durò a lungo e provocò dei gravi danni al sistema paese. Prima di tutto perchè fu penalizzato il meridione, bloccandone il suo sviluppo, e con esso la messa a punto di infrastrutture per utilizzare al meglio l’industria del turismo e l’agricoltura ed invece furono costruite quelle che furono chiamate “cattedrali nel deserto” con impianti industriali ad alta tecnologia ma con scarso impiego di manodopera. E non è finita qui. Nell’ultimo ventennio si è aggiunto il “ciclone Cina” e paesi affini che si resero competitivi sul mercato internazionale esportando prodotti a bassissimo costo di produzione per via di una manodopera mal pagata e senza diritti. Ciò spinse il sistema industriale italiano ed anche le altre economie occidentali a correre ai ripari alzando il livello tecnologico delle loro produzioni, riducendo i diritti acquisiti dei lavoratori e contraendo la manodopera. Fu poi adottato un altro stratagemma con il trasferire le produzioni domestiche nei paesi asiatici dove la manodopera costava molto meno e da lì importare in Italia tali manufatti sotto il marchio di fabbrica italiano.
Questo scenario, che si compone di altri aspetti che per brevità espositiva tralascio, ci porta alla realtà odierna e alla consapevolezza che se vogliamo un sistema globale dobbiamo conferire ad esso pari condizioni nel lavoro e nelle logiche produttive. Ma su tutto questo resta il problema di fondo già citato in premessa e che noi oggi non possiamo garantire il lavoro contestualmente a tutti gli abitanti della terra, ma solo ad una parte di essi, diciamo tra il 20 e il 25% e gli altri? In termini crudi diremmo sono eccedentari. E qui si pone la necessità di una pianificazione delle nascite per contemperare due diritti fondamentali e per quanto contraddittori tra loro irrinunciabili: il diritto alla vita e il diritto a vivere. E per diritto a vivere intendiamo che ciascun essere umano deve veder garantita l’assistenza sanitaria, l’alimentazione, l’istruzione, il lavoro, la previdenza e un tetto sotto cui ripararsi. Non possiamo, anzi non dobbiamo più permettere che si debba morire di fame, di malattie e di stenti. Questo per evitare che si ricomponga il concetto di un progresso a due marce dove da una parte vi è la pleble, ovvero il 90% della popolazione mondiale e, dall’altra, i patrizi al 10% e che esista di conseguenza un mondo di sfruttati e di sfruttatori. E oggi l’Italia corre il rischio di diventare un paese sfruttato da sfruttatori d’oltre alpe. E non parliamo di sola Europa. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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