Come riformare l’indennità parlamentare
Pubblicato da fidest su sabato, 7 gennaio 2012
Un progetto elaborato anni fa dai Centri studi della Fidest prospettava la possibilità di mettere ordine ai costi della politica partendo proprio dalle indennità parlamentari, o meglio ancora dagli oneri indiretti che ne derivavano. Si voleva riconfermare il principio che i rappresentanti del popolo fossero, da una parte, affrancati dall’assillo economico assumendo incarichi di rappresentanza e, dall’altra riconoscere la diversità di trattamento rendendo la stessa indennità, che si voleva loro riconoscere, flessibile in quanto rapportata alla reale perdita di proventi retributivi percetti prima del mandato. In altre parole se l’avvocato, il medico ecc. continuavano a svolgere il loro lavoro durante il mandato parlamentare non si potevano riconoscere analoghe indennità nei confronti di chi aveva smesso di farlo. Valutando in questo modo le posizioni di ciascuno si potevano ottenere risultati più rispondenti alle singole problematiche economiche. Non solo. Al parlamentare il progetto prevedeva, da parte delle rispettive camere, una serie di servizi monetizzabili in prestazioni come mettergli a disposizione un collaboratore retribuito direttamente dal Parlamento e un ufficio, e in aggiunta un rimborso spese a piè di lista per il viaggio e la permanenza a Roma e un buono pasto, ma solo per la durata dei lavori parlamentari. Tutti gli altri servizi erano stabiliti a carico del parlamentare: spese postali, viaggi non previsti dagli impegni istituzionali, ecc. Dalla indennità base stabilita in 5.500 euro mensili dovevano essere detratte per una polizza assicurativa di 1000 euro per il fondo pensione e 500 per l’assistenza sanitaria pubblica. Un rimborso forfettario del massimo di 3000 euro era, invece, stabilito per il parlamentare che rinunciasse, durante il mandato, alla sua attività professionale (avvocato, medico, commercialista, ecc). Tutto questo ci pareva fondamentale per stabilire un rapporto di maggiore trasparenza tra l’eletto e gli elettori e per sancire il principio che il mandato non costituisse un affare. Per lo stesso motivo si aggiungeva il suggerimento di porre mano ad una legge, a somiglianza di quella del parlamento europeo, per i rapporti con le lobby. E il tutto condito con la riduzione del numero dei deputati portandoli a 315 e dei senatori a 135, ma con l’aggiunta di 40 senatori designati dalle regioni. Un altro capitolo del progetto riguardava il numero e le indennità degli eletti nelle amministrazioni locali. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)