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Quotidiano di informazione – Anno 24 n° 213

Archivio per la categoria ‘Confronti’

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Lettera aperta a Grillo

Pubblicato da fidest su lunedì, 28 maggio 2012

Grillo a distanza di 20 anni dall’outsider Silvio Berlusconi presenta, per il politologo, molte assonanze con quel percorso che riuscì a colmare un vuoto della politica determinato dalla falcidia di “mani pulite”, dall’ottusità dei poteri di allora e dalla mancanza di un progetto politico credibile.
Ma c’è anche chi va più a ritroso nel tempo ed evoca il ruolo svolto dal nuovo settimanale “L’uomo qualunque” fondato da Guglielmo Giannini. Tutto sembra assomigliare a quell’iniziativa: allora vi era la figura di un torchio inserito in una U a simboleggiare la striminzita immagine di un uomo schiacciato da una classe politica che opprime il piccolo borghese. Oggi Grillo nelle sue invettive ha come epicentro una classe politica inefficiente, avida, poco rappresentativa e una leadership mediocre. Lo strumento adottato per cogliere l’attenzione popolare è la satira, in entrambi i casi, anche se Giannini adoperava l’arma della carta stampata e Grillo il web. Giannini con il suo “Uomo qualunque”, lo “abbasso tutti” si confrontò con il voto amministrativo e politico riscuotendo un iniziale grande successo. Grillo sta ripercorrendo la stessa strada e Parma è diventata il suo “cavallo di Troia” capace, come per i greci, d’espugnare i palazzi del potere.
Ma ora che si stanno meglio definendo i contorni bisogna capire chi, a fronte di una debolezza elettorale dei due massimi partiti: il Pdl e il Pd, riesce meglio degli altri a fagocitare il consenso degli astenuti che stanno a guardare alla finestra. E su questo punto sappiamo bene che sia il Pdl sia il Pd nutrono la segreta speranza di recuperare, da questo bacino di potenziali voti, la debacle subita.
In questo frangente il Pdl rispolvera il solito rosario di promesse assicurando gli elettori che intende farlo rinnovandosi al suo interno ma guardandosi bene da appalesarsi, come lo è in effetti, il movimento che è solo in grado di puntare a tutto cambiare per nulla cambiare e la recente proposta del semipresidenzialismo va in questa direzione.
IL Pd è diventato una sorta di “asino di Buridano” che non sapendo scegliere i propri alleati in modo chiaro ed intellegibile finirà solo con il morire di fame e di sete.
Restano la destra “detta estrema” di Francesco Storace e tutto quello sciame di movimenti, a partire dal più consistente che è l’Idv di Di Pietro che si definisce di un centro che guarda a sinistra, e gli altri che si riconoscono con la sinistra anch’essa denominata “estrema” ma poco “accettati” e potrebbero correre il rischio di restare congelati all’opposizione con la Lega di Maroni come lo è stato con il Msi di Almirante.
A questo punto la palla ritorna a Grillo, ma quali possibilità ha di vincere le politiche, e ancora se le vince con chi potrà allearsi? E se stiamo all’esperienza del suo illustre predecessore Giannini il rischio che finisca con l’infrangersi contro gli scogli di una politica sempre più insidiosa è reale e traumatico per gli effetti che produrrebbe.
Resta la nostra proposta di azzerare il voto per il Pd, il Pdl e il Fli e di far convergere i voti sul movimento di Vendola, Di Pietro e Grillo e farli diventare una maggioranza assoluta. Significa che in un sol colpo gli italiani si liberebbero di tutti i leader carismatici che da anni calcano le scene e di riproporsi con nuovi volti e di liberarsi dei giochi e giochetti da mercato delle pulci. E questa, a mio avviso, è la vera rivoluzione democratica che potremmo aspettarci nell’interesse di tutti. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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il Cavaliere non esclude il Quirinale…

Pubblicato da fidest su lunedì, 28 maggio 2012

Mentre la disoccupazione è in aumento. Mentre milioni impoveriscono ogni giorno sempre di più. Mentre il governo studia altre gabelle e si è inventata persino la tassa sui cani, poi smentita dopo l’alzata di scudi popolare. Mentre si abbatte sui detentori di redditi da lavoro o di pensione l’addizionale Irpef, nuove strette per ridurre sempre di più la gratuità dei ticket sanitari, il caro carrello della spesa, gli aumenti a due cifre sui consumi di gas e luce. Mentre l’Imu finirà con dimezzare le tredicesime e per chi è in affitto nuovi rincari, il cavaliere non trova di meglio che presentare il suo leitmotiv con una proposta che si traduce in pratica nella sua autocandidatura alla Presidenza della Repubblica, per spirito di servizio, egli dice, e noi dovremmo credergli. E soggiunge: se il partito me lo chiede sono pronto. Manca solo un particolare: il partito è il suo e lo sta già gestendo come meglio gli aggrada e pare che in proposito sia stato aperto il toto candidature parlamentari per la prossima legislatura.
L’impressione che ne traiamo è che stiamo vivendo nel surreale tra chi spende in una manciata di anni 20 milioni di euro per regalie alle sue “ragazze” che frequentano le sue ville per spettacoli “burlesche” e chi non riesce ad arrivare alla fine del mese con stipendi e pensioni ridotti al lumicino. E ancora che razza di “gnoccoloni” che siamo se continuiamo a votare i soliti politici, i soliti partiti e al massimo ci limitiamo a disertare le urne facendo il loro gioco? E ora la sfida è aperta con questa candidatura di un uomo che non gli sono bastati 20 anni per mettere in ginocchio il paese e vuole persino raschiare il fondo. Si dice: chi si contenta gode ma è godimento davvero da masochisti per questo popolo di poeti ecc. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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Rigore, equità, crescita

Pubblicato da fidest su lunedì, 28 maggio 2012

Molti di noi di certo ricorderanno le parole “Rigore, equità, crescita” espresse da un signore che ha conquistato la nostra fiducia per l’essere serio, riflessivo e con un curriculum professionale dal punto di vista accademico e istituzionale di tutto rispetto. Parole dette in presenza di autorevoli personalità, rilanciate dai media, sublimate nei nostri pensieri.
E il rigore è calato come una clava, nelle mani di un energumeno, sui poveri pensionati in nome dell’equità come se il necessario fosse traducibile in superfluo e tutti hanno accettato nella consapevolezza del momento critico che ci attraversa.
Ma con il passare del tempo la verità delle parole si è tradotta con la menzogna dei fatti. Rigore si, ma per certi e non per altri. Si toglie dalla bocca del povero il pane per lasciare le leccornie nel piatto del benestante. Così abbiamo compreso cosa significa equità per questo signore blasonato.
Tutti noi sappiamo che se si volesse essere equi potremmo ricavare senza molti affanni qualcosa corrispondente ad oltre 200 miliardi di euro dagli sprechi, dalle spese evitabili, dai recuperi di risorse, da un’economia virtuosa capace d’escludere le aree del privilegio senza esercitare vessazioni di alcun genere.
La crescita, a questo punto diventerebbe una naturale conseguenza e non una artificiosa misura costruita sulle sabbie mobili.
La crescita del sistema paese in Italia come nel resto del mondo non è il frutto, sia chiaro, di una invenzione mediatica o di un trucco da prestigiatore, ma si costruisce pietra su pietra attraverso una progettualità legata alla funzionalità e l’operatività dei suoi strumenti. Ovvero attraverso una politica dalle decisioni rapide, una giustizia con procedimenti che portano una sentenza definitiva in tempi brevi, uno sviluppo omogeneo sull’intero territorio sanando le aree depresse, una scuola del sapere prima ancora d’essere una macchina che produce solo titoli, una politica sociale e del lavoro che sappia essere giusta interprete del diritto dei tutti ad un lavoro quale naturale passaggio per un vivere civile e dignitoso, alla salute e al rispetto per chi ha già dato e che ora attende l’adeguato corrispettivo. In difetto di ciò le parole “rigore, equità, crescita” sono diventate una beffa e quel signore che le ha pronunciate ha avuto solo il merito di renderle vuote, prive di significato, amare e false. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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Il senso della vita

Pubblicato da fidest su lunedì, 28 maggio 2012

La mia maggiore preoccupazione non è il modo come si viene al mondo ma come ci vivi. E’ un limite che è stata più volte rilevato dagli uomini di cultura, ma lasciato alla deriva del pensiero creativo umano come se si trattasse di un particolare insignificante. Questo atteggiamento ha impedito un doveroso approfondimento sulla condizione umana di quanti nati sono poi lasciati al loro destino come se l’ineffabilità abbia rappresentato una condizione ineludibile. Persino i credi religiosi, spesso tanto attenti al diritto della natività come valore assoluto, perdono di vista l’essere umano nella sua vita quotidiana e lasciano che milioni di bambini muoiono di fame, di stenti e senza assistenza sanitaria e i loro genitori con essi. E’ stato persino creato quel simulacro della sofferenza come anticamera per una felicità che per realizzarsi occorre attendere la morte degli interessati. Ma alla prova dei fatti ci accorgiamo che è un percorso che tende ad una selezione della specie dove da una parte una maggioranza della popolazione mondiale è relegata alla sofferenza, alla rinuncia, alle privazioni e una piccola parte di essa cattura il necessario e il superfluo senza porsi limiti. Questa doppia marcia è trasversale alle generazioni e ai luoghi se si pensa che la povertà e l’emarginazione diventa ancora più tragica e stridente nelle metropoli dell’opulenza poiché si marcia gomito a gomito tra ciò che si è e ciò che si ha.
Se noi non cerchiamo d’uscire da questa condizione tragica dove chi nasce non sembra aver diritto a vivere, nella maggior parte dei casi, non avremo la possibilità di costruire una società nella quale l’identificazione del bene e del giusto abbia l’accesso che le compete e la saggezza dell’essere umano trovi un riscontro nel cammino che gli è stato assegnato e nel quale possa sentirsi avulso dalla sofferenza e dall’esclusione sociale. Tutti uguali perché uguali siamo per diritto di nascere e di vivere senza sospensione alcuna nella continuità di un diritto che ci appartiene in modo indivisibile. Se non sciogliamo questo nodo gordiano non vi sarà progresso che potrà sottrarci dalla logica dell’homo homini lupus. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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L’amarezza vela il Vaticano

Pubblicato da fidest su lunedì, 28 maggio 2012

angeli e demoni

angeli e demoni (Photo credit: papaitox)

Non avrei voluto essere testimone di questa brutta pagina del cattolicesimo italiano con un Vaticano letteralmente assediato da cronisti avidi di notizie scandalistiche. Se stiamo alle parole del fratello di Emanuela Orlandi al Santo Padre è stato persino impedito di parlare della sorella all’Angelus mentre in piazza San Pietro decine di migliaia di persone con striscioni, fotografie e cori chiedevano che Emanuela non fosse dimenticata così come, dopo 29 anni non l’hanno dimenticata quanti sono giunti numerosi da tutte le parti d’Italia. La polizia ha provato a fermarli, inutilmente. Era una marea. Era una marcia pacifica. Chiedevano un atto di giustizia, di chiarezza per una vicenda tanto tragica quanto oscura nei suoi risvolti.
Il vaticano per il Papa è una Babele. Per noi pesa come un macigno il sospetto che possa esservi dietro ad un rapimento un intrigo internazionale dai risvolti inquietanti e il licenziamento in tronco del presidente dello Ior lo sta a dimostrare. L’altro episodio sulla fuga di notizie e sottrazione di documenti top secret del Papa e del suo entourage sono diventati la classica ciliegina sulla torta,
Per nostra fortuna la fede è un’altra cosa e non si macchia di certo delle debolezze umane anche se si tratta di principi della chiesa.
Con molta probabilità ha ragione Ferrara che sul Foglio ha chiesto un gesto forte di Benedetto XVI per offrire la possibilità ad un papa giovane e profondamente onesto di prendere in mano le redini dell’amministrazione vaticana per fare pulizia della sporcizia che si trova nelle stanze curiali. Può significare dimissioni ma anche un atto di coraggio e di senso di responsabilità per una situazione che sta sfuggendo di mano e per un uomo di una certa età forse è sopra le sue possibilità.
A noi non resta altro che confidare nella provvidenza divina. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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Nuova riforma pensioni

Pubblicato da fidest su domenica, 27 maggio 2012

Roma. Il consigliere comunale di Roma del Pdl Fabrizio Santori mi ha inviato un messaggio informandomi che ha indetto per il 28 maggio alle 16 presso la Sala Protomoteca del Campidoglio una giornata seminariale per trattare il sistema pensionistico anche alla luce del recente decreto “Salva Italia” varato dal governo Monti. Punto focale della discussione, mi pare di capire, sarà il ruolo assegnato agli istituti di patronato e “più in particolare alla luce del fatto che soprattutto l’Inpdap ha radicalmente cambiato le sue funzioni e la sua struttura utilizzando sempre di più il mezzo informatico e telematico e coinvolgendo i patronati nella sua fase di innovazione prevedendo la stampa e la rettifica delle posizioni previdenziali e la trasmissione telematica delle domande di pensione.”
Argomenti di sicuro interesse che, tuttavia, non alleviano il “vulnus” inferto dal Governo con la riforma delle pensioni e il conseguente blocco degli aggiornamenti delle pensioni al costo della vita e il conseguente aumento dell’addizionale irpef dei comuni che di fatto hanno ridotto le rendite di un buon 10% mentre rincara il carrello della spesa per oltre il 4%, le tariffe della luce e del gas per il 15% complessivo e l’Imu di fatto tende a ridurre del 50% le tredicesime dei pensionati e, per chi non ha casa di proprietà, si troverà a pagare un aumento delle locazioni in maniera sensibile.
In questo momento di crisi, per quanto depressi, i pensionati hanno dimostrato di avere un grande senso dello Stato ma quest’ultimo ha dimostrato di non voler ricambiare l’impegno che pure si è assunto solennemente all’atto del suo insediamento indicando le sue linee guida con “rigore, equità e crescita”.
Il segretario dell’Aduc Primo Mastrantoni ha, in proposito, ben reso il concetto scrivendo: “In questo Bel Paese, però, ognuno ha inzuppato il biscotto nel cappuccino delle proprie convenienze. Lo hanno fatto le imprese quando ricevevano contributi che a nulla servivano, lo ha fatto la classe politica che si è attribuita privilegi, lo ha fatto la burocrazia che si è ritagliata ruoli di discrezionalità divenuti vessazioni, lo hanno fatto le categorie professionali, chiusi nella torre corporativa a difesa dei propri interessi. Ognuno ha guardato al proprio “particulare” (come direbbe il Guicciardini), al tornaconto personale, spesso procedendo come un carro armato sui diritti degli altri. Non pensiamo che l’uomo sia buono di natura ma riteniamo che le regole una volta scritte vanno fatte rispettare”.
A questo punto mi pare che i pensionati alla fine si sono ritrovati ad essere “cornuti e mazziati”, come si dice a Napoli, mentre gli altri si trovano alla finestra a godersi lo spettacolo.
La circostanza mi ha spinto, a scrivere a Monti, che conosco bene, affinchè a tutti i detentori di un reddito da lavoro o di pensione almeno si riconoscessero alcune detrazioni fiscali come ad esempio per i figli o i nipoti a carico se disoccupati, per una quota forfettaria sulle spese alimentari, sul fitto delle abitazioni, sulle spese per servizi: idraulici, elettricisti, condominiali, ecc. Gli ho lasciato capire, anche se non ve ne era bisogno, che le pezze giustificative per talune detrazioni avrebbero permesso un controllo incrociato con le dichiarazioni dei redditi di chi avesse prestato dei servizi ai contribuenti. Da mesi attendo che quelle che sono diventate, nel frattempo, quindici lettere abbiano almeno una risposta. Allora mi sono rivolto, cogliendo al volo la nomina di due esponenti del Partito Pensionati di Carlo Fatuzzo (l’on.le Lino Miserotti e il senatore Giacinto Boldrini, eletti nelle liste del Pdl, per essere da essi supportato in qualche modo. Ma dato il silenzio che è seguito, sin ad ora, lascio al giudizio di chi mi legge di trarne le dovute considerazioni.
Ora mi affido a Santori se non altro per farmi capire se il Pdl è il partito che dopo aver predicato bene continui a razzolare male o cerca di rinsavirsi. Non me ne voglia ma sono amareggiato. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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La moneta dei popoli

Pubblicato da fidest su venerdì, 25 maggio 2012

Da oltre due lustri conviviamo con una moneta che abbiamo considerato “unica” per il solo motivo che è comune a diversi paesi europei. Ma il prezzo che abbiamo dovuto pagare è stato, sin dall’inizio, molto caro. Il pedaggio attribuitici doveva servire alla Germania per tacitarla sul nostro debito sovrano già allora spropositato. I governi che si sono succeduti di destra e di sinistra si sono guardati bene dal ricercare una sana politica di contenimento della spesa e di oculata gestione delle entrate, ma hanno continuato a sforare quel buco che oggi è diventato una voragine incontenibile in quanto gli interessi passivi che dobbiamo sborsare sono diventati oltremodo onerosi per via di uno spread, in rapporto ai bond tedeschi di riferimento, che ci porta vicini mediamente al 5% mentre avremmo dovuto toccare non più del 2,5%.
Questa “servitù” monetaria gestita a piene mani dalla Germania ci ha messo in ginocchio in quanto i tedeschi non hanno voluto sapere ragioni e hanno preteso per l’Italia, come per la Grecia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda, una severa linea di rigore e tanto lo è stata che non siamo riusciti a riservare una parte delle nostre pur magre risorse per dare fiato alla crescita foraggiando la ripresa imprenditoriale del paese.
Così l’euro è diventato per molti una “moneta avvelenata” dando ragione a quanti sostengono che “non è una moneta a fare un popolo ma sono i popoli a fare una moneta” e se non riescono questi popoli a crescere insieme e a darsi regole comuni di certo non si può pensare al miracolo industriale ed economico dell’Europa. Restiamo un popolo con una moneta di altri e ci pesa, per giunta, come un macigno. Siamo messi con le spalle al muro? Siamo stati sospinti in un vicolo cieco? Assolutamente si e, a mio avviso, possiamo uscirne non ritornando alla lira ma costruendo un’Europa diversa, più Mediterranea stabilendo un’alleanza con i paesi africani e asiatici che si affacciano nel mare nostrum o vi si trovano nei pressi e allacciando un’intesa con i due colossi del momento: la federazione russa e la Cina. Diventeremmo una forza invincibile avendo dalla nostra le risorse energetiche, i capitali, i mercati e la capacità di competere alla pari con il resto del mondo. Sarebbe una risposta eloquente a quella parte dell’Europa che non riesce a vedere oltre il proprio naso. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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L’occupazione in Italia

Pubblicato da fidest su giovedì, 24 maggio 2012

In questi giorni si sta ampliando il dibattito sull’occupazione in Italia e molti si stupiscono sull’entità del fenomeno e altri attribuiscono all’attuale crisi economica la perdita dei posti di lavoro. In effetti la situazione ha avuto, se non vogliamo andare troppo a ritroso nel tempo, un precedente che forse alcuni dimenticano. Il primo effetto negativo sull’occupazione l’abbiamo avuto negli anni successivi la fine della seconda guerra mondiale. Allora vi era una ragione dettata dalle conseguenze dei danni bellici e dalla distruzione di molti stabilimenti industriali. Poi vi fu il “boom” della ricostruzione, del risveglio imprenditoriale congiunto all’aiuto del piano Marshall. Ciò non di meno fu chiaro che il Paese si trovava nella impossibilità di coprire, per intero, la forza lavoro disponibile tanto che si ricorse ad alcuni stratagemmi. Per prima cosa si continuò ad emigrare o a spostarsi dal Sud al Nord del paese. Per coloro che restarono furono ideati degli ammortizzatori sociali a partire dalla leva militare obbligatoria e dell’allungamento dei corsi universali (fuori corso) che avevano lo scopo preciso di ritardare la domanda di lavoro delle nuove generazioni. Nello stesso tempo si “dilatarono”, artificiosamente, i posti di lavoro nella pubblica amministrazione e persino nelle grandi aziende private come la Fiat. Pensammo in questo modo di esorcizzare la situazione e di perpetuarla nel tempo incoraggiati, come fummo, dalla situazione politica internazionale che aveva generato la guerra fredda tra i due blocchi e l’Italia era sotto attenta osservazione per l’essere il paese occidentale con il più consistente partito comunista e l’Urss non nascondeva di foraggiarlo. Dopo la caduta del Muro di Berlino e il tracollo dell’Urss le cose cambiarono anche per l’Italia sebbene i politici nostrani sembrarono non accorgersene. E la situazione si aggravò per il semplice motivo che la crisi del sistema impose la drastica riduzione dei surplus occupazionale mentre gli ammortizzatori sociali mostrarono i loro limiti vuoi per la fine della ferma obbligatoria vuoi per l’aumento dei giovani in cerca di un lavoro resi meno pazienti d’attendere le lungaggini dei corsi universitari. Solo ora ci rendiamo conto che di là della crisi economica esiste un gap occupazionale che non è mai venuto meno sebbene si sia aggravato in certi periodi in luogo di altri. E oggi siamo nella fase più acuta. Questo significa che se ritorniamo al regime di sviluppo normale dobbiamo, comunque, convivere con non meno di due milioni di disoccupati, se non di più. E’ una forza lavoro eccedentaria che va ad aggiungersi a quella sempre più consistente degli immigrati che oggi sono tollerati, dal punto di vista lavorativo, solo perché costituiscono il nerbo del lavoro in nero con bassi salari e costi sociali minimi. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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Per il partito che non c’è

Pubblicato da fidest su mercoledì, 23 maggio 2012

I satrapi della politica sono in questi giorni generosi nelle loro sentenze sul modo d’intendere la politica e d’interpretarla a beneficio del popolo degli elettori, ma hanno un grosso difetto d’origine: parlano per la continuità del sistema e non per un suo superamento prefigurando un modello diverso d’affrontare il rapporto società civile e la sua rappresentanza istituzionale.
L’opinione pubblica invece è di tutt’altro intendimento anche se venendo meno una proposta credibile potrebbe essere tentata a disertare le urne o a votare come ha fatto in passato tradendo soprattutto lo spirito del nuovo che serpeggia nell’aria.
Ma se dessimo corpo ad un partito che oggi, purtroppo, non è intravedibile dobbiamo dire che esso dovrebbe fondarsi su un programma logicamente condivisibile ma tremendamente rivoluzionario. Un movimento fondato su due diritti complementari tra loro: il diritto alla vita e il diritto a viverla.
Siamo stati sempre molto sensibili all’idea che non vi debbano essere ostacoli di alcun genere per assicurare la natività, ma siamo molto scarsi sull’altro diritto che gli fa da corollario che è quello, a mio avviso altrettanto importante se non di più che è di continuare a vivere. Quel diritto disatteso che fa morire milioni di bambini e le loro madri in tutto il mondo per mancanza di assistenza sanitaria e di fame, quel diritto che latita impedendo a milioni di esseri umani di non avere un lavoro con il quale fondare una famiglia e sottrarsi alla miseria, quel diritto che tollera nazioni che coltivano il razzismo, l’apartheid, l’avidità delle classi privilegiate, quel diritto che garantisce l’istruzione ma non offre sbocchi adeguati nel rispetto della cultura, quel diritto che non permette a tutti d’alimentarsi e d’avere un tetto sotto cui ripararsi. Quel diritto che da un senso allo stesso diritto alla vita che è l’inizio di un percorso che la civiltà, il progresso, la cultura dovrebbero insegnarci a renderci consapevole di una continuità che non si può e non si deve interrompere. Quel partito non c’è e quel che è peggio non è nell’agenda politica non solo dell’Italia ma anche nelle restanti parti del mondo. Quel diritto che ci permette di guardare il futuro con più serenità e senso di giustizia. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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Politica: lezioni amministrative

Pubblicato da fidest su mercoledì, 23 maggio 2012

Deutsch: Prof. Dr. Leoluca Orlando bei der Ver...

Deutsch: Prof. Dr. Leoluca Orlando bei der Verleihung des Humanismus-Preises im Rahmen des Bundeskongresses des DAV 2008 in der alten Aula der Universität Göttingen. (Photo credit: Wikipedia)

Le recenti elezioni amministrative hanno aperto il vaso di pandora dei partiti e da quel contenitore sono uscite tante parole, inutili e fuorvianti. Possiamo dire, se mettiamo da parte tante chiacchiere inutili, che i fatti dimostrano una situazione non del tutto spiegabile razionalmente per via dell’indecisione strisciante che ha provocato un’alta percentuale di astensioni, ma pur sempre indicativa di un malessere profondamente avvertito.
Fatta questa premessa valutiamo le circostanze per i dati che si desumono dal voto di quest’ultima tornata elettorale caratterizzata dai ballottaggi tra i due candidati più rappresentativi.
Il primo che balza evidente è dato dai due risultati più eclatanti di Parma con l’elezione di Federico Pizzarotti del Movimento Grillo cinque stelle e di Palermo con Leoluca Orlando. E se vi aggiungiamo il voto di Verona con il leghista Tosi possiamo dire che l’elettore ha espresso il suo consenso non ad uno schieramento ma all’uomo e al suo “pedigree” di amministratore più che di politico in carriera e dove, come a Palermo vi è stata la candidatura che si identificava con l’uomo del sistema, il favore è venuto dalla convinzione che fosse l’unico capace di restare nell’ambito della qualità e della affidabilità nei confronti di un oppositore inconsistente. E questi dati sono, per altro, conformi al precedente di Milano con Pisapia e di Luigi de Magistris per Napoli. Ma vi è qualcosa di più da considerare. Nel 1993 abbiamo avuto in Berlusconi l’uomo nuovo ed è stato votato perché rappresentava la discontinuità con il vecchio sistema e oggi si vorrebbe ripetere l’exploit con un altro personaggio similare e già circolano i nomi di taluni esponenti dell’industria e della finanza italiana.
Ma la cattiva riuscita di Berlusconi e il prezzo che tutti noi abbiamo dovuto pagare per il suo malgoverno, non incoraggia di certo una candidatura dello stesso genere. Varrebbe solo se si sortisse dall’attuale impeachment dei partiti e dei loro leader che rendono fumoso il quadro politico nostrano e lo arricchiscono solo d’incognite, per fare piazza pulita dei soliti nomi, salvo qualcuno, ovviamente che ha dimostrato di saper uscire dal coro. E’ questo il primo segnale per un rinnovamento sociale, economico e civile che la Nazione attende e poi vi è il programma che dovrebbe fare la differenza tra gli opposti schieramenti e, al tempo stesso, mandare in pensione le logiche di schieramento: destra, centro, sinistra e sfumature varie. Diciamo che in effetti vi sono solo due partiti: quello che privilegia l’avere e che penalizza l’essere e quello che, al contrario, privilegia l‘essere e diffida di chi ha. E’ tempo che si prenda coscienza di questo dualismo e se ne faccia una ragione di vita privata e pubblica in Italia come altrove. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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Il giornalista: apprendista stregone

Pubblicato da fidest su mercoledì, 23 maggio 2012

Ho letto quanto ha scritto Saverio Tommasi “intrufolato per Fanpage.it al Festival del Giornalismo, a Perugia” sulle sue domande sul precariato dei giornalisti e altro.
Quello del giornalista è un mestiere che suscita molte perplessità se non altro perché sembra persino anacronistico pensare che per scrivere, almeno per quanto riguarda la possibilità di farlo sulle testate titolate, occorre avere un “patentino”, anzi di due specie, uno per chi si diletta nel giornalismo occasionalmente e chi lo fa per professione. Il primo è nell’albo dei pubblicisti e l’altro in quello dei professionisti, per l’appunto. E qui la prima contraddizione in quanto, spesso, i pubblicisti fanno lo stesso lavoro dei professionisti ma sono trattati diversamente dagli editori sia sotto il profilo economico sia giuridico.
Ma la situazione si presenta complessa, dal punto di vista della libertà di scrivere essendo il giornalista per lo più un dipendente e, d’altra parte, anche i free lance non sempre possono permettersi di veder pubblicati i loro lavori liberamente.
A questo punto la circostanza sembrerebbe “ingessata” in una logica referenziale che assegna al giornalista iscritto in uno dei due albi professionali l’esclusività di scrivere e a tutti gli altri solo di leggere se non ci fosse oggi il web che ha stravolto questa regola permettendo a chiunque di esprimere la propria opinione, di farla circolare e confrontarla con gli altri navigatori. Ciò significa che pure il giornalista si sente più libero d’esprimersi senza i lacci e laccioli di un editore swe sceglie la via del web.
Azzerata in questo modo la logica e il primato dell’appartenza resta da risolvere un altro problema che è quello del “messaggio” che andando in caduta libera all’attenzione di tutti può inflazionare le notizie, alterarle, mistificarle e renderle vaghe e fuorvianti ed anche provocare un imbarbarimento del linguaggio per l’abuso che si può fare delle parole, storpiandone il significato e quanto altro. In questa fase, di certo, non si può dire solo non importa se non sei giornalista. E’ importante invece che l’elaborato offra un minimo di documentazione a corredo delle opinioni che si esprimono e di farlo in una forma corretta grammaticalmente se non sintatticamente.
Poi vi è l’aspetto economico per chi sceglie di fare a tempo pieno la professione del “comunicatore”. Se si dipende da un editore è ovvio che a pensarci si delega costui ma sul web dove lo notizie sono catturate a titolo gratuito se non si trova un sistema per conciliare la professionalità con l’informazione e lasciarla libera d’esprimersi correremo il rischio che ad organizzare l’informazione e la costruzione delle notizie ci penseranno sempre di più coloro che dispongono di risorse economiche e alla fine sapranno imbrigliare l’intero sistema e la stessa libertà del web in un club esclusivo. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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Il rigetto

Pubblicato da fidest su martedì, 15 maggio 2012

Il capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno.
E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.
Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti.
E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.
E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi componenti. Un tutto condizionato dal dio denaro. Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti.
Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provoca, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che si infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che privilegiano gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, ha raggiunto il suo punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non si invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso www.fidest.it

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Il voto degli italiani

Pubblicato da fidest su martedì, 15 maggio 2012

La riforma delle pensioni con il blocco della perequazione delle stesse al costo della vita è stata un’operazione condotta con freddezza e cinismo dal governo, tranne qualche lacrimuccia di circostanza.
Ciò che ha lasciati sconcertati è stato il fatto che si poteva evitare questa manovra solo se si provvedeva altrimenti. Bastava, ad esempio, disdire l’acquisto degli aerei (4 miliardi di euro), oppure firmare l’accordo con la Svizzera come hanno già fatto Germania e Gran Bretagna e recuperare dei 50 miliardi di euro depositati presso quelle banche almeno 7 miliardi di imposte evase. Oppure indire subito la gara per le reti televisive (altri 2 miliardi di euro). Ed invece si è preferito infierire sui più deboli. Questo avrebbe dovuto indurre almeno i pensionati a non votare il pd. il pdl e il fli e a concentrare i voti su idv e la destra e la sinistra estremi. E con loro avrebbero dovuto fare la stessa cosa i lavoratori dipendenti, i precari, i cassa integrati, i giovani ovvero l’85% degli italiani . Ed invece siamo quasi come prima anche perché l’astensionismo gioca a favore di chi ci ha ridotti in queste condizioni. Se noi vogliamo restare un popolo che nutre una sana passione democratica dovremmo sapere che la nostra arma più efficace è il voto e immaginiamoci partiti come il pdl, il pd e il fli che escono dalle urne con poco più del 10% complessivamente? Non sarebbe questa una mazzata sonora? Una lezione rivoluzionaria? Ed invece sono abituati a suonarcele e noi a dire: grazie, lo faccia ancora. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

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L’Europa afro-asiatica

Pubblicato da fidest su lunedì, 14 maggio 2012

 

PRATICA-DI-MARE (Italian Air Force base). Pres...

PRATICA-DI-MARE (Italian Air Force base). President Putin with Italian Prime Ministers Silvio Berlusconi. Русский: ПРАТИКА-ДИ-МАРЕ (база ВВС Италии). С Председателем Совета министров Италии Сильвио Берлускони. (Photo credit: Wikipedia)

(Parte terza) (Precedenti: “Così va il mondo” e “Il paso doble della politica italiana” visibili su: https://www.google.com/bookmarks/lookup)
Per due secoli ci siamo abbeverati al fonte del marxismo passando dal suo autore al suo interprete Lenin per poi sfociare nell’aberrazione con Stalin e seguito da un momento di instabilità culturale e fino a trasformarsi ai nostri giorni in qualcosa di diverso che ha fatto dire ad alcuni osservatori che “il comunismo ha cessato d’essere una ideologia al servizio del popolo per diventare uno strumento per la conquista e la tenuta del potere di pochi eletti.”
Questa chiave di lettura spiega meglio di un lungo discorso la ragione per la quale l’Italia è servita a Putin come un piede di porco per scardinare l’unione europea e del prezioso ruolo svolto, in questo frangente, dall’amico Berlusconi. La Grecia non era sufficiente per un cambiamento del sistema guida europeo anche perché poteva essere facilmente fagocitata dalla Germania e senza molti affanni. Occorreva qualcosa di più e di meglio ed eccoci con l’Italia e la sua capacità di trascinamento sia nei confronti della Spagna e del Portogallo sia degli stessi paesi africani che si affacciano sul mediterraneo e di quelli asiatici e che vi sono a ridosso.
Si va avanti con prudenza e cercando di scoprire le carte un poco alla volta e lasciando sul percorso qualche diversivo tanto per confondere le idee degli avversari. Ma non sfugge agli osservatori più attenti il finale di questa trama tessuta dalla Russia con molta determinazione e che è stata messa a punto proprio alla caduta del muro di Berlino e che suona oggi come una rivalsa di una mossa che si è voluta rendere in apparenza perdente per meglio prepararsi alla rivincita.
Ma qual è l’obiettivo finale? E’ quello della messa in liquidazione dell’Unione europea attraverso un sistematico svuotamento della coalizione. Si incomincia con la Grecia e si continua con l’Italia, la Spagna, il Portogallo e probabilmente la stessa Francia. Un nucleo forte sostenuto dalla Russia, dalla Cina e dai paesi arabi. L’obiettivo è quello di isolare gli Stati Uniti, di far perdere la sua influenza nell’area e di dar vita ad una nuova moneta capace di mandare in pensione non solo l’euro ma anche il dollaro. La forza di questa coalizione è indubbiamente enorme e le sue risorse energetiche sono praticamente illimitate. Costituiscono il motore e il carburante dello sviluppo industriale ed economico mondiale. D’altra parte già l’Argentina, non sottostando al diktat del fondo monetario internazionale, ha mostrato la necessità di reinterpretare in modo diverso il liberismo di stampo occidentale e che oggi tenta di strangolare le economie più deboli per trasformarle in terreni di conquista e di sudditanza economica alias politica.
Tutto questo, per quanto ci riguarda come italiani, spiega non tanto il successo iniziale di Berlusconi quanto la sua tenuta sulla scena politica del Paese negli anni a seguire e la “debolezza” mostrata nei suoi confronti da avversari che avrebbero potuto schiacciarlo agevolmente. E ancora oggi per quanto travolto da scandali, da accuse infamanti, da sospetti collusivi con personaggi in odore di mafia, si parla di lui del futuro salvatore della Patria, di un Presidente della repubblica in pectore o nella peggiore dei casi con l’andata al Colle del fido Gianni Letta. Questo perché avendo sposato la causa di Putin lo pone dalla parte del vincente. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)

 

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Il paso doble della politica italiana

Pubblicato da fidest su lunedì, 14 maggio 2012

(parte seconda) precedente: “Così va il mondo”. Mentre l’Unione Sovietica stava vivendo il suo momento più critico passando dal leader sovietico Michail Gorbačëv, con la sua glasnost e la perestroika, ovvero le sue riforme che avrebbero dovuto segnare il cambiamento, ad un fallito colpo di stato nel 1991 e alla sua dichiarata indipendenza come Federazione Nazionale Russa il 13 novembre dello stesso anno, insieme alle altre ex repubbliche sovietiche dopo che il Soviet Supremo aveva decretato lo scioglimento dell’Urss, l’Italia rimase sola con i suoi problemi e con i partiti in dissoluzione. Mancava una guida certa e i comunisti italiani si resero conto che la loro scalata al potere, da decenni sognata, li avrebbe costretti a convivere con un Paese ai limiti della ingovernabilità se non si permetteva la ricostruzione di una classe politica capace di assicurare al sistema l’alternativa al potere. Così fu aperto il cantiere della politica e misurato sul campo, con il voto elettorale, la possibile capacità di tenuta del sistema bipolare. Si arrivò in questo modo ad una governabilità “assistita” nella quale il sogno Moro-Berlinguer di un compromesso storico riaffiorò e si infranse, questa volta, per la litigiosità delle sinistre estreme ancora fortemente ideologizzate su una posizione che per altri era già antistorica e arcaica. Così finì con il prevalere una guida diversa e si ebbe l’era berlusconiana sia pure con qualche ritorno di fiamma (governi Prodi).
Ma il destino dell’Italia s’incrociò, ad un certo punto, con quello della federazione Russa. Accadde alcuni anni dopo il collasso dell’Unione Sovietica nel 1992 e i suoi tentativi di mantenere l’influenza globale nonostante le sue difficoltà economiche e la svolta nell’operare le necessarie riforme per adeguare il paese al superamento della propria antiquata struttura industriale. Questo processo di transizione da un’economia di tipo comunista ad una capitalista non fu indolore anche sotto l’aspetto della sua leadership politica ed istituzionale. In questo contesto non dobbiamo dimenticare che la Russia restava e resta un paese molto sviluppato nei settori chimico,petrolchimico, militare e meccanico, aeromobile e spaziale e se il suo gap nel settore alimentare si fece sentire, costringendola ad importare grandi quantità alimentari, resta, comunque, tra i maggiori produttori al mondo di cereali e tra i mercati ittici più abbondanti.
Da qui partì la rimonta della Russia e la liberalizzazione e stabilizzazione della sua economia secondo un modello occidentale ma con in stile russo e con essa il nuovo processo politico e di leadership del Paese con una nuova costituzione e una “presidenza” forte. Ma la fase che fu in grado di avviare il processo di stabilizzazione della Russia avvenne dopo la crisi finanziaria del 1998. Si susseguirono i primi ministri Evgenij Maksimovič Primakov Sergej Stepašin e per finire si arrivò a Vladimir Putin. Questi era uomo dell’apparato, già direttore dei servizi segreti (Fsb ex Kgb) sconosciuto ai più ma capace di ricucire l’unità del paese, nel tenere a bada gli stati più recalcitranti della Federazione russa e nel tessere una solida trama di amicizie e alleanze che se in apparenza innocue, come quella con Silvio Berlusconi, si rivelarono ai più attenti osservatori come un progetto capace di riallacciarsi alla visione che era stata abbozzata in quel lontano 1989 in un appartato ufficio di una torre del Cremlino.
Putin seppe accrescere notevolmente il suo prestigio internazionale e la sua economia riportando la Russia al rango di potenza globale. E’ stato il primo passo per far acquistare credibilità al ruolo di un paese guida per una nuova svolta negli equilibri internazionali del potere stabilendo nuove alleanze e nel tentare di sfaldare quelle esistenti per incrinare sempre di più il predominio capitalistico degli U.S.A. e dei suoi alleati, ovunque essi si trovassero.
E l’Unione Europea non era certo gradita alla Russia di Putin e ancor più osteggiata oggi in presenza di una Germania che tende ad assumere la guida economica e politica della comunità sotto il tallone di una moneta unica che, elargita con il contagocce, non fa altro che deprimere le stesse economie degli altri paesi a vantaggio della propria.
Ed ecco far capolino il nuovo ordine mondiale dove l’Italia dovrà assumere il doble paso dell’alleato che rompe e si apre verso i nuovi scenari geopolitici. (segue) (Riccardo Alfonso www.fidest.it il precedente articolo è visibile su: https://www.google.com/bookmarks/lookup)

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