Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 21 n° 334

Archivio per la categoria ‘Confronti’

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La deriva democratica dell’Italia

Pubblicato da fidest su Sabato, 28 Novembre 2009

Una delegazione di cittadini italiani residenti in Repubblica Ceca è stata ricevuta stamani in Ambasciata da S.E. Fabio Pigliapoco nel suo studio dell’Ambasciata d’Italia, Nerudova 20, Praga. Nella lettera consegnata all’Ambasciatore, firmata da decine di persone oltre che da associazioni e formazioni politiche quali il Comitato Ceco dell’Anpi, la Federazione della Sinistra, l’Italia dei Valori, si esprime l’allarme per quella che viene definita la deriva democratica in atto nel Paese. I cittadini firmatari denunciano – oltre all’ineguatezza di questo Governo nell’affrontare la grave crisi economica – il continuo tentativo di delegittimazione dei poteri di bilanciamento e Garanzia previsti dalla Costituzione, l’attacco alla liberta’ di stampa e piu’ in generale ai principi sanciti dalla nostra Carta. Nella lettera si ricordano inoltre le manifestazioni del 3 ottobre a salvaguardia della liberta’  di stampa nonche’ del 5 dicembre p.v., e si mette l’accento sulla immediata necessita’ di porre freno alla decadenza culturale ed allo scivolamento del Paese verso un autoritarismo populista.

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Disagio mentale e budget del malato

Pubblicato da fidest su Mercoledì, 25 Novembre 2009

Roma 10 dicembre 2009 ore 16 Palazzo Marini “Sala Conferenze” della Camera dei Deputati Via del Pozzetto, 158 (angolo Piazza San Silvestro) si parlerà, in conferenza stampa, sullo  stato dell’arte del disagio mentale e del budget del malato e per verificare come sta cambiando il paradigma della gestione dell’assistenza sanitaria in Italia. Hanno promosso l’iniziativa“ le Associazioni Amici di Totò” presidente dr. Alberto De Marco,“Cristiani per servire” presidente dr. Franco Previte, Onlus Nardone – Watzlawick presidente Dott.ssa Mariotti Roberta, “Un tetto insieme” presidente dr. Giancarlo Bernabei e l’Agenzia stampa Fidest  Intervengono:  Dr. Franco Previte presidente dell’Associazione “Cristiani per servire”, l’On. Carlo Ciccioli, Vice Presidente della XII Commissione Affari Sociali – Sanità e il Prof. Giorgio Nardone fondatore insieme a Paul Watzlawick del “Centro di Terapia Strategica” di Arezzo,  psicologo e Docente di Tecnica di Psicoterapia Breve presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università di Siena. Testimonial: Prof. Rosanna Cerbo, Docente dell’Università “La Sapienza”, Dr. Domenico Famiglietti Vice Presidente e Responsabile delle Relazioni Esterne dell’Associazione Amici di Totò… a prescindere!  Dott.ssa M. Cristina Nardone, Managing Director del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, Dr.ssa Simona De Antoniis, psicologa, psicoterapeuta, ricercatrice associata al Centro di Terapia Strategica di Arezzo e Titolare del Centro Evoluzioni a Roma Modera: Riccardo Alfonso direttore dell’agenzia stampa Fidest (www.fidest.it)

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L’utopia della pace

Pubblicato da fidest su Mercoledì, 25 Novembre 2009

E’ abbastanza indicativo che la maggior parte dei vocabolari dia come prima definizione del lemma “pace”: «La situazione contraria allo stato di guerra…» (Devoto – Oli); oppure: «Assenza dello stato di guerra» (Gabrielli); oppure: «Non belligeranza» (Diz. Dei sinonimi – Garzanti). Questi dizionari rispecchiano la mentalità comune: c’è pace là dove non c’è guerra. In realtà, l’assenza di guerra non significa pace. Possiamo costatarlo osservando ciò che sta avvenendo nel nostro “pacifico” Paese. Intelligentemente Alessandro Niccoli nel suo dizionario, riporta solo come terza definizione: «Relazioni cordiali tra uno Stato e un altro; periodo in cui non ci sono guerre»; mentre dà come prima definizione: «Condizione di tranquillità di chi non è turbato da passioni o preoccupazioni», e come seconda: «Stato di concordia e armonia tra persone». E questi ultimi significati sono giusti criteri per capire se sussiste la pace. Riguardo al singolo individuo, ad esempio, in Italia non sono in pace, pur non essendo in guerra, le persone che si trovano o sono venute a trovarsi senza lavoro; gli stranieri cui si dà la caccia come se fossero malfattori; non sono in pace le donne vessate dagli uomini. Ed ovviamente neppure i malfattori sono in pace. Riguardo alla nostra società, essa non potrà dirsi in pace fino a che sarà in mano alla mafia, fino a che esisteranno leggi inique, fino a che coloro che governano penseranno al proprio interesse anziché a quello dei cittadini. C’è pace là dove c’è “concordia e armonia tra le persone”. C’è vera pace là dove tutti sono liberi. Tutti. (Renato Pierri Scrittore)

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A proposito di atei e missione papale

Pubblicato da fidest su Lunedì, 23 Novembre 2009

Rosario Amico Roxas leggendo in anticipo il mio editoriale ha così commentato: “condivido consapevolmente la tua forzatura, che tale non è, se non per quanto mi riguarda personalmente.  Valutando questi pochi anni di pontificato di Benedetto XVI e rilevandone le contraddizioni tra il mandato di sovrano assoluto della città del Vaticano e la missione di Vicario di Cristo, considerando come nella solidale convinziomne acritica, risulta essere il vertice ultimo del cattolicesimo cristiano e quindi il massimo interprete del cristianesimo medesimo, penosamente dissentendo dalle troppe innovazioni apportate, che contrastano con lo sviluppo del Magistero sociale della Chiesa e con il verbo autentico di Cristo, mi sono “chiamato fuori” perchè non riesco a credere nel Cristo pubblicizzato da questo pontefice (pubblicizzato, non predicato e meta di testimonianza !); non riesco a credere in un Cristo selettivo che esalta l’europeizzazione della fede, liberista e antesignano dell’economia di mercato, come lo stesso pontefice ha sottolineato nella presentazione a quel mediocre libro di Marcello Pera “Perchè dobbiamo dirci cristiani” (dobbiamo dirci, non essere. così come si chiede di “fare la comunione”, senza capire che l’itinerario porta ad “essere in comunione” con Cristo, nell’umiltà, nella solidarietà, nell’amore, valori che stanno alla base dell’insegnamento del solo Cristo in cui credo). Sarei ateo perchè privo e privato di un Cristo del quale si invoca il simbolo del Suo supplizio  nelle scuole, ma poi lo si scaccia dalla Sua naturale condizione di povero tra i poveri, miserabile tra i miserabili, respinto tra i respinti, per soddisfare gli interessi dei soliti noti che necessitano  della papale approvazione per ingannare quei cattolici restii a pensare con la propria testa. Ma il Cristo che ho descritto è il Cristo delle Beatitudini; è il Cristo laico che è vissuto nel mondo, comprendendo i problemi dell’uomo  (la moltiplicazione dei pani cos’altro è se non il riconoscimento  delle esigenze umane che devono convivere con le aspirazioni al divino), è il Cristo che ha patito la croce, ma si è sublimato nella Resurrezione, facendo risorgere l’uomo nella promessa della vita eterna. Ora siamo ridotti a usare Cristo come portatore di voti e di consensi, che permettono di esercitare il potere, sia laico che confessionale. Per tutto ciò mi sono chiamato fuori, dichiarandomi, per grazia di Dio e nella grazia di Dio, ateo. (Rosario Amico Roxas)

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Professione forense: Corporativismo?

Pubblicato da fidest su Sabato, 21 Novembre 2009

La riforma della professione forense, che ha raccolto i pieni elogi del ministro della Giustizia, l’onorevole avvocato Angiolino Alfano, è a nostro avviso simbolo di degrado civile, sociale ed economico. Sono diversi gli aspetti che meritano di essere stigmatizzati e nei prossimi giorni li concretizzeremo nella proposta di alcuni emendamenti che faremo presentare in Senato. Oggi ci preme sottolineare un aspetto: l’obbligo della presenza di un avvocato nelle procedure di conciliazione. Modifica fortemente sostenuta dall’ordine degli avvocati e che ieri ha visto le critiche da parte dell’Autorita’ garante nelle Comunicazioni (Agcom) perche’ violerebbe alcuni fondamenti comunitari per l’accesso alla giustizia conciliativa. Noi crediamo che gli ordini professionali -tutti- siano la tomba del diritto, del lavoro e dei servizi: corporazioni messe in piedi per elargire privilegi ai membri in accordo coi vari poteri dello Stato e dell’amministrazione, facendoli pagare agli utenti -obbligati- di quei servizi. L’ordine degli avvocati non e’ da meno e, insieme a quello dei giornalisti, e’ la punta di un iceberg. Rendere obbligatorio l’uso dell’avvocato nei procedimenti di conciliazione e’ un triplo danno per il cittadino utente e consumatore: – far costare di piu’ il ricorso alla giustizia per piccole questioni (si pensi alla telefonia, al condominio, al commercio, etc) con, tra l’altro, avvocati che dovrebbero rispettare i minimi tariffari imposti per legge e corporazione; – allontanare i cittadini dal ricorso alla giustizia e favorire quindi le piccole, diffuse e frequenti truffe da parte dei gestori di servizi (telefonia soprattutto); – sopprimere di fatto la molteplicità di servizi di consulenza e assistenza che associazioni e sindacati hanno messo in piedi in questi anni per meglio rendere consapevoli i cittadini dei loro diritti e, di conseguenza, stimolare il legislatore ad intervenire dove necessario. Nel giorno in cui anche il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, critica questa riforma della professione come debilitante del mercato e della concorrenza, l’ordine degli avvocati e il ministro Alfano sembra che dicano “la giustizia e’ cosa nostra!” e non del cittadino. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Riforma dell’Ordinamento Forense

Pubblicato da fidest su Sabato, 21 Novembre 2009

“28 mila Avvocati su 230 mila risultano in età pensionabile: è il dato emerso da una ricerca condotta da Azione Universitaria per la Libertà ( movimento universitario vicino al Pdl). Mandiamo a casa i pensionabili per favorire i giovani,  così Andrea Volpi Capogruppo al CNSU del Centro-Destra- Universitario. “I dati a nostra disposizione – continua Andrea Volpi – ci confermano che gli Avvocati italiani in età pensionabile risultano essere il 12,3 % degli iscritti all’Ordine. Se l’intenzione dei promotori della Riforma è quella di garantire un percorso di qualità e di sfoltire la rosa degli aspiranti avvocati sarebbe utile iniziare da chi per motivi di età non si presenta neanche in aula per difendere i propri clienti. Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) e l’ Organismo Unitario dell’ Avvocatura (OUA) con l’approvazione di tale riforma cercano di portare a casa un risultato utile solamente arafforzare i privilegi e le rendite di casta ed a pregiudicare l’ingresso nel mondo del lavoro degli aspiranti avvocati.” “La vera rivoluzione invece consisterebbe  nell’inserire il tirocinio all’interno del corso di studi e nelle scuole di specializzazione attraverso accordi tra Facoltà e Ordini, non una chiusura netta all’accesso alla professione  che palesa  un meccanismo di autodifesa con la quale la casta intende smaltire l’enorme mole di professionisti del diritto presenti in Italia, vanificando gli sforzi e i sacrifici dei giovani studenti di Giurisprudenza. Una maggior selezione è auspicabile per aumentare il livello di qualità degli Avvocati italiani e certamente utile alla riduzione del numero degli abilitati all’esercizio  della professione, ma non può rappresentare una ghigliottina sulle ambizioni e sul futuro dei giovani universitari” conclude i dirigente di Azione Universitaria.

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Europa rilanci accordo sul clima

Pubblicato da fidest su Giovedì, 19 Novembre 2009

Elisabetta Zamparutti, deputata radicale in Commissione Ambiente, sulle prospettive di Copenaghen ha dichiarato: “Il fatto che stia sfumando il raggiungimento di un nuovo accordo sul clima nel vertice di Copenaghen deve essere l’occasione per l’Europa di un rilancio e di un’assunzione di leadership. Non condivido, quindi, la posizione espressa oggi da Emma Marcegaglia in vista dell’incontro con la Confindustria tedesca per un veto alla rinegoziazione della riduzione delle emissioni di CO2. L’Italia può benissimo sostenere in ambito UE ed in vista di Copenaghen un forte impegno sull’efficienza energetica. Per quanto riguarda le emissioni di CO2, possiamo sostenere la proposta di un livello minimo di tassazione da applicare a famiglie, trasporti e piccole imprese, vale a dire per tutti i soggetti esclusi dal sistema Ets di scambi dei certificati di emissioni di Co2, ma comunque responsabili per metà delle emissioni; e di porre un tempo limite per il raggiungimento di un accordo di ulteriore riduzione CO2 post-Kyoto (quello per ora sfumato), in mancanza del quale l’UE minacci di imporre dazi ecologici sui beni importati dai paesi che non s’impegnano. Tale tassa potrebbe essere accolta dall’Organizzazione Mondiale del Commercio stessa in base al proprio Regolamento, in particolare laddove il gettito fosse vincolato al cofinanziamento di investimenti volti alla riduzione del consumo di risorse ambientali nel Paese produttore del bene tassato.”

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Lo stigma sociale

Pubblicato da fidest su Martedì, 17 Novembre 2009

Esclusione, pregiudizio, discriminazione sono allarmismi difficili da sradicare nel disagio psichico! Non abbiamo bisogno di ipocrisie, ma di soluzioni concrete   Non si può  passivamente “sentire” che “ i valori della legge 180 e 833”( quelle leggi che hanno “chiuso” i manicomi), “ sono veri, validi e vanno verificati nella pratica e che il malato non è un paziente da ospedalizzare” ! Ma sono passati 31 anni, tra chiacchere e bugie, ed il malato è stato lasciato solo!.) Da troppo tempo si sente questo eterno ed inesauribile “ritornello”!…Basta con le inutili parole! Provate a chiedere al cittadino comune, all’uomo che transita per le strade, alla massaia al mercato rionale o nelle botteghe dove ogni giorno devono fare i conti con la vita sempre più cara e con legittime ansie per il futuro anche in tema di sicurezza, cosa ne pensano degli episodi folli che avvengono nelle famiglie e nel quotidiano. Potrebbero rispondere in maniera volgare o non rispondere, perché potrebbero pensare( ma questo è vero!) che le Istituzioni (le “Caste”) sono “qualcosa lontane” dalla vita quotidiana e fatte di burocrazia enfatica, di grondante retorica, che pensano solo ad un subdolo proliferare di parole, di ipocrisie, di organismi, azioni che dimostrano sempre di essere utilizzate a vantaggio delle stesse ed a danno della collettività, senza contare litigiosità vergognose ed infinite. 31 anni or sono la legge Basaglia cambiò radicalmente il concetto e la cura della malattia mentale esaltando, giustamente, la dignità della persona sofferente, ma quelle poche “indicazioni” non sono state concretizzate perché hanno permesso di occuparsi, forse, più del malato e trascurare la malattia. Su questi concetti alcuni affermano che l’Italia è ancora oggi collocata nel panorama internazionale in evidenza per la cura dovuta ai psicolabili senza ricorrere al “manicomio”, ma con servizi territoriali diversificati e che il “paziente” è da ritenersi persona e quindi in diritto di esternare le proprie necessità. Ecco che il cittadino della strada o la massaia ritengono che è giusto riconoscere il sofferente persona e nel diritto di far valere la sua dignità, ma non concepiscono “l’impossibile” sancito da quella legge che questo “malato” possa scegliere di sua volontà, tra altre “rivoluzionarie normative”, “ il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura” ( art. 1/legge n. 180, art. 33/legge n. 833). Il principio basilare del Basaglia era quello di : curare e non segregare il paziente e questo è un ottimo concetto pratico e proficuo, ma non su ipotetiche strategie non bene concretizzate né dal Piano Sanitario Nazionale 2006-2008, né dalle “Linee di indirizzo” del PON (Progetto-Obiettivo Nazionale) del marzo 2008 che l’allora Ministro della Salute nella presentazione evidenziava con convinzione che la presa in carico delle persone sofferenti mentali non spetta solo ai Servizi, ma deve essere attuata anche dalla comunità.(???). E’ necessario l’incontro a più voci, ( nessuno è depositario della verità), che si inseriscono in un rapporto, in un cammino comune, con punti di equilibrio e spazi di dialogo, che vogliono offrire riflessioni e sollevare interrogativi allo scopo di trovare strade nuove da percorrere verso una autentica cooperazione tra iniziative diverse, ma con l’obiettivo del bene comune. Questo incontro deve intendersi come uno spazio di confronto con la realtà del mondo della sofferenza con una prospettiva più ampia, nella consapevolezza che solo attraverso una comprensione libera da pregiudizi, stigma sociale, esclusioni, discriminazioni, luoghi comuni di una epidemia d’inciviltà, di una certa “filosofia” che vuole diffondere, ma non sviluppare proposte operative, serie e valide anche in Europa.. E’ necessaria : umanità, ma chiarezza. Chi ha orecchie da intendere, intenda! (Franco Previte) http://digilander.libero.it/cristianiperservire

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Stallo del Post Kyoto

Pubblicato da fidest su Lunedì, 16 Novembre 2009

Stati Uniti e Cina annunciano l’impossibilità di un accordo sul clima a Copenhagen. Solo un ritardo o un fallimento? Ora spetterebbe all’Unione Europea fare il prossimo passo. Ma servirà anche una decisa mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale. Un commento di Gianni Silvestrini, direttore scientifico di QualEnergia e Kyoto Club.

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Il Crocifisso come tradizione

Pubblicato da fidest su Lunedì, 16 Novembre 2009

Di Rosario Amico Roxas I paladini volontari, schierati con questo Vaticano, ripropongono ossessivamente l’idea di un Crocifisso come motivo dominante di una tradizione, e non si rendono conto di svilire i principi portanti della Fede. Tradizione  che si vorrebbe far risalire e decorrere da quel fatidico giorno nel quale Gesù venne sacrificato, ma così non è. I primi cristiani non avrebbero mai esaltato la croce, perché punizione per gli schiavi e i servi; ne utilizzarono il simbolo solo intorno al VI secolo, ma senza l’immagine di Cristo; chi avrebbe osato crocifiggere Gesù una seconda volta? Intorno all’anno 1.000 cominciano a comparire affreschi che descrivono una croce, con accanto un agnello sacrificale; più avanti di qualche decennio comparirà l’immagine di Gesù, ma non inchiodato nella croce, bensì accanto alla croce, in abiti splendenti, ma non ancora raffiguranti la Resurrezione, vero simbolo del cristianesimo: l’immagine di un vittorioso che aveva sconfitto la morte. Due sono i momenti salienti del mistero cristiano: la croce che si assimila  all’ultima cena e la Resurrezione che si assimila all’Eucarestia  in quella medesima cena che diventerà la prima cena del popolo cristiano. Fu l’ultima cena ebraica di Gesù  e, con l’Eucarestia, la prima cena cristiana. “Fate questo in memoria di me!” fu l’invito rivolto a tutte le genti. Ma la croce presto acquistò un significato mutevole e, spesso, contraddittorio. Il monachesimo esaltò la croce penitente, mentre il Vaticano ne fece il simbolo bellicoso delle crociate, quindi il braccio armato della Fede che in nome di Cristo accendeva i roghi dell’Inquisizione. La persecuzione degli ebrei fu una costante drammatica, che avrà il suo epigono nella “soluzione finale di Hitler”. Gli ebrei vennero indicati  come deicidi e come tali puniti. Ma un malcelato pudore impediva di ricordare che Gesù era ebreo. I pittori asserviti al potere vaticano dipingevano i loro crocifissi con un pudico drappo sui fianchi; volevano rispettare l’immagine di Gesù e risparmiare l’onta dell’ultima umiliazione, o volevano nascondere quel segno della circoncisione che ricordava al mondo l’origine ebraica di Gesù ? Non c’è risposta plausibile, c’è la certezza storica che la croce divenne simbolo di una vendetta postuma che un ebreo avrebbe consumato contro il suo popolo. Ci vorrà Giovanni XXIII per dirimere una plurisecolare controversia e cancellare quella condanna al popolo ebraico. Oggi la medesima croce viene presentata ed esaltata come il fondamento delle radici cristiane, ma limitatamente all’Europa, come se il diritto di amare e credere in Cristo fosse un monopolio di questo occidente, che, pure, si è servito della croce per le più inimmaginabili  crudeltà. In quella croce c’è un uomo, un ebreo, figlio di Dio, che ha voluto, per sua scelta patire i più drammatici momenti che uomo possa subire, ma per esaltarsi nella Resurrezione, esaltando l’uomo e nell’uomo tutti gli uomini, chiamati dall’insegnamento di CristoOra è diventato un suppellettile da scrivere nell’elenco delle dotazioni di un’aula, oppure un elemento antropologico distintivo di una razza, mortificando e rinnegando lo spirito stesso del sacrificio di Cristo, che nell’ultimo anelito di vita perdonò i suoi carnefici “perché non sanno quello che fanno”. (Rosario Amico Roxas)

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