Editoriale Fidest. Il decadimento dei costumi in Italia come altrove ha assunto un andazzo di tale portata che si è inclini a credere che possano fare carriera in politica, come per le altre professioni di alto rango nel pubblico e nel privato, solo chi dimostra d’avere qualcosa da nascondere tra i suoi vizi capitali. Qui non parliamo di peccatucci da “berlina” come ci ricorda il Giusti nella sua poesia, ma di cose di un certo spessore. Andare a prostitute? E’ un peccatuccio. Diventa qualcosa d’altro se si frequentano le transessuali. Si è omosessuali? E’ nella norma. Non lo è se si è pederasti. Si frequentano i mafiosi? Poco importa. E’ tutt’altra cosa essere un mandante, e così via. Tutto questo è stato ben impacchettato nella logica consumistica dei nostri tempi, dove le parole valgono se sono false, vuote, retoriche, che non nascono dal cuore. Un tempo il politico si recava ai comizi in provincia in treno o a bordo di una vecchia auto prestata da un amico per l’occasione. Oggi quello che vale, e lo laurea all’attenzione degli elettori, è la cromatura della sua auto fuori serie, possibilmente blindata e con scorta. La politica, in questo modo, è diventata non più servizio, non più votata alla castità dei costumi e nella semplicità d’animo e di propositi, ma è un marchingegno sempre più sofisticato e legato a interessi compositi. Gli elettori, in questo modo si trasformano da persone a numeri e come tali sono contati. E questa “massa informe” può accontentarsi di un messaggio in cui identificarsi istintivamente. Vivere, in tal modo, all’ombra di chi è in cima, significa sperare di poter beneficiare della sua luce riflessa. In questa chiave di lettura si punisce chi si fa sorprendere con le mani nella marmellata, perché si può aspirare e mantenere un posto privilegiato solo se gli scheletri restano una nota confidenziale tra il peccatore e il suo “confessore”. E’ alla base del ricatto. Così è accaduto a una storia balzata agli onori della cronaca politica di recente. Finchè la parte in causa teneva celato il suo segreto, mentre chi pensava di poterlo ricattare al momento giusto, fingendo, nel frattempo, di non saperlo, tutto filava liscio. Ma se vi fosse stato un terzo incomodo a rompere le uova nel paniere, scoprendo il mistero, il ricatto finiva e di conseguenza l’interesse del ricattatore. Ma, a questo punto, andavano anche protetti gli altri “segreti” se la sorgente del male proveniva dalla stessa fonte per cui era necessario tacitare senza mezzi termini la fonte di un siffatto chiacchierio. Ed eccoti qui la ragione di altri delitti. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)
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Editorials
Cercasi candidato con scheletro nell’armadio
Pubblicato da fidest su Giovedì, 26 Novembre 2009
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Dalla parte di chi parla ma resta inascoltato
Pubblicato da fidest su Martedì, 24 Novembre 2009
Editoriale fidest. Sono tra quelli che imputano al Pd la sua incapacità di proporsi seriamente come alternativa credibile all’attuale maggioranza parlamentare e di governo. La prova lampante l’abbiamo avuta nella storia di questi ultimi quindici anni. Per ben tre volte il centro sinistra, sia pure con diverse sigle e uomini politici, è riuscito ad avere l’opportunità di governare e tutte le volte è finito, come dicono in Sicilia “a schifio”. Non ci ha azzeccato con i leader che ha proposto, Non ci ha azzeccato con il suo programma restando impelagato dai veti incrociati dei suoi alleati. Non ci ha azzeccato oggi, come ieri, perchè si è limitato a fare una opposizione ideologica e incomprensibile ai suoi stessi sostenitori. Se vuole cambiare realmente deve farlo con una sorta di rivoluzione “copernicana” mandando in pensione i suoi leader a partire da D’Alema. Questi con la sua candidatura europea ha toccato il fondo lasciandosi sponsorizzare da Berlusconi e lasciando l’impressione che tra i due ci fosse un inciucio. Voi dirigenti del Pd mi dirette che è tutto falso e io vi credo ma se andiamo in giro a chiederlo agli italiani il sospetto rimane. Il Pd oggi è un partito al 22% e trova, per giunta, serie difficoltà a coalizzarsi con altri movimenti mentre c’è chi vi scava intorno un solco sempre più profondo e oggi a farlo è Francesco Rutelli ma non è il solo. Voi dirigenti del Pd dovete imparare a fare delle scelte con la società civile proponendo e non lasciandovi trascinare dalle proposte altrui e dando alla fine l’idea che siete bravi solo a dire di no. Non ci giriamo tanto intorno. Berlusconi è il frutto maturo dei vostri errori, della vostra incapacità di decidere e prendersela con lui è un errore. L’impressione che ne traggo è che gli italiani sono rassegnati così come lo erano al tempo del fascismo. E’ questo popolo di rassegnati che dovete scuotere perchè siamo in una democrazia e gli strumenti li abbiamo ancora per alzare la testa e procedere con quella credibilità che tutti vorrebbero ma che a voi manca e che temo non ne avete la consapevolezza. E se così fosse sarebbe “il peggio dei peggio” e alla fine più di qualcuno dello stesso Pd potrebbe dire: “meno male che c’è Berlusconi” perché diventa il capro espiatorio ideale per distrarre gli elettori dalle vostre manchevolezze. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)
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Movimentosud dei diritti
Pubblicato da fidest su Lunedì, 23 Novembre 2009
Editoriale fidest. E’ nella mente di molti, è nella penna di tanti la voglia di una idea nazione più coesa, solidale e rispettosa delle diversità che una società composita possa esprimere sia nei suoi ceti sociali sia nelle sue identità geografiche. In questo senso abbiamo recepito un messaggio che proviene dai tanti e dai diversi ambiti culturali della nostra società e che si richiamano a quelle tradizioni, tuttora così fortemente radicate nella cultura meridionale. E’ questo che alcuni promotori hanno deciso di sintetizzare con il termine “Movimentosud dei diritti”. Ci dicono: “partiamo dal sud ma andiamo ovunque. Siamo partiti là, dove si avverte con più forza e determinazione la voglia di un cambiamento.” E ancora: “Sono le energie vive, produttive e legali presenti nella nostra società che per troppo tempo e troppo spesso sono rimaste inascoltate o deluse da una Politica distratta o assente nei confronti delle vere necessità di quella parte sana e silenziosa della società meridionale che non ha mai chiesto, però ha sempre contribuito al bene comune. Questa maggioranza silenziosa, ha il diritto di vedersi finalmente rappresentata in un progetto nuovo, che nasce dal basso, tra la gente ed ascoltando la gente, i suoi veri bisogni e le sue legittime aspettative. Il movimentosud dei diritti, questo si prefigge, ascoltare con umiltà tutti quelli che sono rimasti per anni ascoltati prima delle elezioni e puntualmente dimenticati dopo. Ognuno che parteciperà potrà essere protagonista finalmente e non spettatore!” Siamo quindi per una società del cambiamento, perché i tempi sono maturi, le attese si fanno grandi, perché la storia lo impone. Un richiamo, in questo senso, è venuto dallo stesso Franco Nobili. Nell’ultimo suo intervento all’Istituto Sturzo che presiedeva, esprimeva la sua preoccupazione con parole gravi e pacate: auspicava “che in un domani nemmeno troppo lontano ci fossero meno poveri, ma anche meno ricchi. C’è bisogno – diceva in maniera ferma Franco – di un riequilibrio della ricchezza. Per delle soluzioni future, non solo economiche, ma anche politiche, bisogna sollevare i giovani dal loro disinteresse verso la politica. Ormai non esistono più le vecchie scuole di partito ed i ragazzi non si preoccupano più della politica”. Aveva scritto, insieme ad altri, un libro sul modo di essere nonno, rivelando una passione per la famiglia e per gli affetti quotidiani, che sovrastava ed influenzava una vita laboriosissima ed impegnatissima. Diceva: “Si è maggiormente disposti a comprendere, più aperti alle meraviglie di vedere crescere nella libertà una nuova generazione”. E ci invitava alla speranza di inventarsi un mondo migliore per i nostri nipoti. Così una grande persona ha investito tutta la vita per salvare il fuoco di una bella stagione, perché ,diceva,”il futuro ha un cuore di nonno”. E noi aggiungiamo:Non nascondiamoci la testa sotto la sabbia. E’ tempo d’alzarla e far sentire forte la nostra voce.(per ulteriori informazioni scrivere a: girolamofoti@yahoo.it ) (Riccardo Alfonso www.fidest.it)
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La lettera di un ateo al Papa
Pubblicato da fidest su Lunedì, 23 Novembre 2009
Editoriale fidest. Rosario Amico Roxas Ateo, per grazia di Dio, come si firma, ci ha indirizzato per conoscenza una lettera che ha scritto al Santo Padre. Si coglie con tutta evidenza, in questa missiva, l’amarezza di un uomo che individua la forte contraddizione tra una Chiesa che per definizione si professa in difesa dei bisognosi, degli emarginati e di condanna per chi non rende onore alla propria fede, pur dichiarandosi cattolico, e l’altra sua faccia nella quale è incline a tollerare chi marcia contro tali principi servendosi del suo potere politico e istituzionale. Credo che non sia necessario essere un ateo o un appartenente a un’altra professione di fede per rendersi conto del “doppio binario” che mi dicono sia costretta la diplomazia vaticana e la Conferenza episcopale per mantenere il difficile equilibrio tra le ragioni della fede e quelle della diplomazia dello stato del Vaticano. Nella lunga storia della chiesa di Roma abbiamo avuto dei grandi e santi papa, dei corrotti e corruttori, dei guerrieri e dei pavidi, ma tutte le volte è stato possibile digerire l’alimento più indigesto in nome di una fede che riesce a guardare oltre l’orizzonte della propria vita e a ritrovare un motivo per riconciliarsi osservando le altre facce che ne sono l’espressione più genuina come quella del missionario, del francescano scalzo, del tabernacolo che è in noi e vive di luce propria. Certo è più difficile fare un tale distinguo per chi si professa ateo, pur considerandolo, non un “senza Dio” ma di uno che “cerca Dio”. E’ quel Dio di cui noi tutti siamo convinti alberghi nel regno della giustizia, perché nega le sopraffazioni, della bontà, perché perdona, ma non credo possa essere annoverato tra gli ipocriti e i falsi profeti. E l’ipocrisia e la cattiveria dell’uomo è tanta da spaventarci perché difendiamo la vita sul nascere ma non la sosteniamo nel suo percorso se tolleriamo che oltre un miliardo di persone soffre la fame e ogni anno milioni di bambini e donne e anziani di tutto il mondo muoiono di fame e per carenza di assistenza sanitaria e di farmaci. Dicono che mancano le risorse per sostenere tutta la popolazione della terra, ma allora mi chiedo queste stesse risorse di certo non scarseggiano per costruire armi di distruzione di massa sempre più sofisticate, per armare milioni di esseri umani per guerre di distruzione e per immani genocidi, per permettere l’esistenza di grandi ricchezze concentrate in poche persone e frutto di barbarico sfruttamento dei propri simili. Forse è proprio quel Dio che non riusciamo a vedere, come nostro creatore, se poi permette che tanti frutti bacati vadano in giro ad ammorbare l’aria che noi tutti respiriamo. E non venite a dirci che vuole metterci alla prova. E’ un concetto temporale che non si addice a chi non ha limiti di tempo e di spazio. E allora senza scomodare l’ateismo diciamo semplicemente che la nuova sfida per la Chiesa di Roma e per tutte le altre si rinnova perché ritorna il tempo delle catacombe, delle lotte di civiltà e di giustizia, perché l’uomo non debba più soffrire per mano del suo simile, perché si ritrovi con gli stessi diritti e doveri e la Chiesa sappia dire e fare ciò che va detto e fatto senza mai abbassare la guardia, costi quel che costi. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)
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Il caso Cosentino
Pubblicato da fidest su Giovedì, 19 Novembre 2009
Editoriale Fidest. L’avvocato Nicola Cosentino, per quanto ci è dato di sapere, già mesi fa ebbe a subire una mozione di sfiducia nei suoi confronti, ma l’aula a larga maggioranza la respinse. Oggi si ripete e, questa volta, l’unico partito, l’Idv, che l’ha presentata, si ritrova solo. Questo significa che sarà respinta dalla Camera dei deputati la richiesta della magistratura di autorizzazione a procedere nei suoi confronti in aggiunta al fatto che continuerà a fare il sottosegretario come se nulla fosse. Dobbiamo meravigliarcene? Assolutamente no. E’ nella norma. Se si insiste finiamo con il trasformare quest’uomo politico in una vittima e noi non lo vogliamo in tale veste. La verità è che dovremmo fare una seria riflessione sul nostro sistema giudiziario che ha il suo tallone d’Achille nella eccessiva lungaggine del suo iter procedurale. Cosa intendiamo dire con ciò? E’ che un po’ tutti di là delle proteste formali trovano conveniente lasciare che la magistratura languisca perchè esiste un interesse trasversale nel quale i carcerati e i “grandi inquisiti” possono sperare nei condoni, nelle prescrizioni e nelle amnistie. E se ritorniamo per un momento al caso Cosentino, ma potrebbe essere di molti altri politici e non, possiamo, nella peggiore delle ipotesi, prefigurare il seguente scenario: un rinvio a giudizio da parte dell’organo inquirente per la celebrazione di un processo che tra rinvii di varia natura potrebbe concludersi tra tre o quattro anni. Ma non è tutto. Se l’imputato è condannato continuerà a non accadere nulla in quanto c’è l’appello ovvero almeno altri tre o quattro anni e alla fine c’è la prescrizione. E allora perché, ci chiediamo, tanta fatica per inquisirlo e arrestarlo? Se le cose vanno in questo modo non dobbiamo prendercela con chi fa il suo dovere ma con il sistema che produce tali anomalie ridicolizzando il ruolo della giustizia e alla giustizia nel subire questa umiliazione. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)
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Tu lo dici, l’altro lo dice…
Pubblicato da fidest su Lunedì, 16 Novembre 2009
Editoriale fidest. E io smentisco. Non so se l’opinione pubblica abbia recepito il nuovo “stile” della comunicazione politica che da qualche mese si diletta a propagare notizie “inventate” o vagamente attinenti alla realtà per poi far intervenire la parte interessata per una smentita. E tutto questo accade mentre l’informazione è a caccia di “sensazioni” per anticipare gli eventi, per incuriosire i lettori, per fare della dietrologia l’arte del futuro. Ma il rischio è dietro l’angolo. Il lettore può alla fine farsi una errata considerazione dell’informazione che sposa troppo in fretta una notizia, come se si trattasse di un osso dato in pasto ad un lupo famelico e che l’addenta con avidità e cerca di tenersela per sé prima degli altri e in competizione con gli altri. Lo abbiamo notato con più evidenza in una recente trasmissione dove è stato chiesto al presidente della Camera di confermare una certa dichiarazione del Presidente del consiglio e di rimando egli risponde: “ma chi ha detto che il Presidente si sia espresso in questo modo?” E nell’intonazione della risposta si poteva intuire anche tutto il resto: “dovete smetterla voi giornalisti ad inventarvi notizie prive di fondamento.” In effetti, uno dei soliti portavoce del presidente del Consiglio aveva lasciato intendere che il presidente avesse dichiarato qualcosa del genere e data l’autorevolezza della fonte si poteva anche credere che fosse vero. Con questo andazzo la disinformazione s’insinua nel taccuino del cronista e finisce con rendergli e rendere ai suoi lettori una informazione ambigua. Così alla fine gli amori mercenari di un Presidente sono una verità e una falsità al tempo stesso e se andiamo con lo stesso passo tutta la politica diventa una messa in scena mostruosa. Non si conoscono più i confini tra il vero e il falso tanto che se stiamo ad una delle ultime notizie su un presunto complotto internazionale per uccidere il premier italiano c’è bastata qualche ora per ricevere le smentite di turno. E allora? La verità è che stiamo cercando di mettere il bavaglio all’informazione affondandola nella inattendibilità. Così anche le notizie certe finiscono nel grande calderone delle inaffidabilità rendendo un pessimo servizio non tanto e non solo all’informazione quanto alla vita stessa della nostra cultura democratica e dei valori che esprime. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)
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Bersani: la vittoria di Pirro
Pubblicato da fidest su Mercoledì, 11 Novembre 2009
Editoriale fidest. L’on.le Bersani ha vinto la corsa per la segreteria del Pd, ma è stata una vittoria di Pirro. Ora gli tocca contare i pezzi che sta perdendo per aver ristabilito il vecchio criterio partitico intorno alla logica trasformista di quello che fu il Partito comunista in Italia che iniziò il suo mutamento di pelle, ma solo formale, a partire dagli anni novanta. Pensò in questo modo di salvarsi dal crollo di una ideologia che, con il muro di Berlino, segnò il suo definitivo de profundis. Pensò di avere ragione d’esistere almeno in Italia dove un altro muro, ma questa volta di segno opposto, era crollato: la leadership democristiana e quella dei suoi alleati sotto le picconate dei magistrati di “mani pulite”. Ancora una volta non si comprese l’umore degli italiani e, se vogliamo, i loro pregiudizi sul partito comunista e la loro diffidenza per una svolta fin troppo opportunistica e per giunta tardiva. Questa vacatio la colse Silvio Berlusconi ereditando l’elettorato che si sentiva ancora anticomunista e gli permise di vincere le elezioni. E le vinse, di nuovo, dopo una sconfitta “fortunosa” proprio perché il trasformismo della dirigenza in odore di “comunismo” non era riuscita a far perdere le sue tracce. Si attribuì il calo dei consensi all’abbraccio “mortale” con la sinistra radicale, ma il male, elettoralmente parlando, non era tutto lì. Era nel fatto che nel Pd non poteva esserci spazio per farvi entrare l’altro partito “La Margherita” se non si superavano le vecchie logiche spartitorie e una leadership fortemente compromessa con il suo passato. Oggi, che ci troviamo con il post berlusconismo, ancora una volta gli ex-comunisti del Pd non hanno capito la lezione e dovranno mettere in conto defezioni e la crescita esponenziale di un forte partito di centro che non si fa venire il torcicollo guardando ora a destra e ora sinistra. Lo ha capito Fini e molti altri come lui che credono più ad un elettorato moderato e dove alle tute blu si passa a quelle bianche, ma soprattutto alla grande voglia di uomini con una visione diversa della politica e per la quale se non vi è più posto per il berlusconismo lo è ancora meno per D’Alema e i suoi amici. Se sapessero almeno staccare la corrente al momento giusto senza far andare in cortocircuito l’intero sistema politico italiano. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)
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Un altro partito nell’area militare?
Pubblicato da fidest su Lunedì, 2 Novembre 2009
Editoriale fidest. Il primo partito, com’è noto, è stato quello costituito da Luca Marco Comellini e dall’avv. Giorgio Carta, alcuni mesi fa, denominato “Partito per la tutela dei diritti dei militari” (PDM). L’iniziativa non ci apparve chiara tanto che sentimmo il bisogno di contattare i promotori e di farci spiegare il perché avevano pensato a un movimento politico partendo dalle caserme. Apprendemmo che non si trattava di un vero e proprio partito, ma di un movimento di opinione per mettere in luce i bisogni e le attese di un settore che la politica sembra intenzionata a trascurare. La formula scelta era legata a fattori contingenti poiché in ambito militare non si possono costituire associazioni o sindacati mentre non si fa riferimento alla presenza di eventuali partiti. Non ne fummo del tutto convinti poiché siamo stati da sempre contrari alle logiche che tendono a moltiplicare la presenza di partiti e meno che mai per quelli, sia pure in perfetta buona fede, che intendono rappresentare talune categorie sociali come i pensionati, i disoccupati, le casalinghe, ecc. anche se in qualche caso, e in particolari circostanze, ne abbiamo riconosciuta la necessità. Per i militari, nello specifico, la nostra critica non è andata di certo ai promotori del Pdm ma a quella classe politica che invece di portare a soluzione i problemi esistenti in ambito militare, consentendone la mediazione a una rappresentanza sindacale, hanno costretto gli interessati a cercarsi sbocchi alternativi. Poi è successo qualcosa d’inspiegabile allorché qualche mese fa siamo venuti a sapere che l’avv. Giorgio Carta ha lasciato l’incarico di presidente del Pdm. Ora Girolamo Foti ideatore e conduttore di MoviMiles Movimento Culturale Etico Solidale per i Militari e Civili ha annunciato che ha offerto il suo contributo all’Avvocato Giorgio Carta per la nascita di un partito politico diverso, ma tale da porsi come soggetto forte che stipula accordi con quelle forze politiche che si impegnano a sottoscrivere il suo programma. Questo “potenziale partito” ha già un nome: PSD (Partito degli operatori della sicurezza e della difesa) Ed è lo stesso Foti a spiegarci che “nasce in omaggio alle figure principali per la sopravivenza della democrazia ,della sicurezza, della difesa e della legalità che sono gli operatori della sicurezza e della difesa, spesso umiliati e mortificati dai tagli adottati dall’attuale governo e anche da quelli precedenti, con conseguenze gravi per tutti i cittadini, aumentando il rischio di omicidi, racket, estorsioni, rapine,terrorismo (fenomeno che è presente proprio in casa nostra). Il braccio operativo del Psd sarà lo stesso MoviMiles “per iniziare un grande progetto partecipativo, chiedendo ai propri sostenitori di trasformarci in un grosso laboratorio di idee e per interfacciarsi con la società civile e per formarne un tutt’uno”. Progetto indubbiamente ambizioso e che denota un salto di qualità rispetto al Pdm di Comellini-Carta che si limitava ad un ruolo più settoriale. (Riccardo Alfonso www.fidest.it )
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Rutelli rimescola le carte al Pd
Pubblicato da fidest su Lunedì, 2 Novembre 2009
Editoriale Fidest La candidatura Bersani sponsorizzata dall’establishment del partito rischia di essere pagata a caro prezzo per la stessa sopravvivenza di un partito nato da due anime tanto diverse ma unite per necessità e non certo per convinzione. Se gli scenari per il prossimo futuro si confermano per quanto ci è dato da vedere oggi dovremmo recitare il de profundis sia al Pd sia al Pdl. Entrambi devono affrontare una crisi di identità e di omogeneizzazione della linea politica che farà loro perdere pezzi importanti del loro apparato dirigente e, conseguentemente, di iscritti. La mossa è venuta da Fini che ha aperto a Casini e, quest’ultimo, si è accordato con Rutelli e i suoi amici, ivi compreso Montezemolo. Ciò vuole anche dire che siamo già al dopo berlusconismo e, come osserva argutamente il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, significa anche la fine del Pdl. Due partiti, quindi, che stanno andando alla deriva anche se hanno avuto due modi diversi per affermare le loro leadership: Berlusconi con il voto elettorale e Bersani con quello dei suoi fan. Milioni da una parte e milioni dall’altra che tradotti in carta moneta possono rischiare di diventare carta straccia in men che non si dica. La svalutazione in politica corre più veloce di quella delle banconote. Del resto anche la storia ci insegna che nulla è immutabile e che persino i plebisciti popolari subiscono gli umori ondivaghi dei popoli che li esercitano. Berlusconi, a sua volta, è stato messo all’angolo sia per i suoi guai giudiziari che sembrano senza fine, sia dai venti di fronda dei suoi stessi amici, sia dalla situazione interna che è sempre più incalzante alla ricerca di riforme che lo costringono a dare uno stop a quella sua arte sopraffina di sciorinare a più riprese promesse che sa bene di non poter mantenere ma che intanto hanno il vantaggio di dargli più respiro. E’ un cambiamento che s’impone e le premesse ci sono tutte. (Riccardo Alfonso www.fidest.it)
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