Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 21 n° 334

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by Fidest

Il Dittatore ovvero un libro “fantasma”

Pubblicato da fidest su Mercoledì, 14 Ottobre 2009

Vi sono state, di questo libro, tre edizioni a partire dal 1986 e tutte con i tipi della Fidest, agenzia giornalistica. L’autore è Riccardo Alfonso che trattando il suo libro scrive: “Mi riferisco, nello specifico, agli anni che vanno dal 1948 al 1990. Sono uno spaccato di una realtà italiana con la quale, checché si dica o si pensi, dobbiamo fare i conti. Ciò vale per i contemporanei di allora e per quelli di oggi.  A questi ultimi tocca, semmai, l’impegno di trasformare la cronaca in storia e trarne una spiegazione per i guasti che ci riportiamo in situazioni che hanno, per altro, aspetti che non possono essere valutati in misura più appropriata se non ci caliamo in quell’ottica e la viviamo dal dentro.  Preciso che sono stato costretto a omettere dei nomi per evitare guai giudiziari dato che costoro, pur essendo stati perseguiti per reati gravissimi, per la lentezza della giustizia italiana, con conseguente lunghissima fase dibattimentale nei diversi gradi di giudizio, o sono stati, alla fine, assolti o sono stati dichiarati non perseguibili per decorso dei termini di giudizio e, quindi, l’imputazione è andata in prescrizione. Restano i morti ammazzati. Di uno, in particolare, conservo lucido il ricordo ed è Mino Pecorelli. Mi sembra giusto, tra i tanti misteri italiani che hanno generato l’uccisione di personaggi eccellenti, si parli anche di Pecorelli.  Conosciamo il suo assassino ma non possiamo dire la stessa cosa per il mandante. Rimane il sospetto. Resta un dibattito giudiziario e un’assoluzione, nel secondo grado di giudizio, con formula piena. Sono personalmente rispettoso della giustizia e delle sue sentenze anche perché sono convinto, nella fattispecie, che non sarebbe stato possibile fare altrimenti. Lo ebbi già ad affermare allorché, con grande clamore dei media, si scelse la strada che ci portò alle aule giudiziarie e furono chiamati, sul banco degli imputati, nomi illustri. Sono mancate le prove, di là di ogni legittimo dubbio, che avrebbero potuto inchiodare, alle loro responsabilità, il mandante o gli ideatori. E le colpevolezze nelle aule giudiziarie non si riconoscono sulla base dei “si dice” o da indizi non suffragati da riscontri certi.  In effetti, quanto stava accadendo in Italia, dagli anni cinquanta in poi, non si poteva delegare esclusivamente alla magistratura sia essa inquirente e giudicante e per suo tramite agli investigatori, diciamo istituzionali il carico di un’indagine così complessa e per inquisiti resi praticamente degli “intoccabili”.  Molto di più hanno fatto, proprio perché erano più liberi di muoversi e senza l’assillo dei riscontri obiettivi, delizia e tormento di chi indagava ufficialmente, giornalisti, politici non corrotti, taluni funzionari dello Stato a volte irretiti da com’erano imposte d’autorità talune misure cautelari di natura amministrativa, e che denotavano poco rispetto per le leggi e i loro iter procedurali.  Dobbiamo poi aggiungervi, per dovere di cronaca, quella schiera d’informatori che vanno dalle spie ai doppiogiochisti e ai calunniatori, per vocazione, che lanciavano il sasso e nascondevano la mano, ma in qualche caso ebbero l’opportunità di evidenziare delle verità ben camuffate e a spingere le supposte vittime a fare dei passi falsi. Il fantasma di Yalta pesava un po’ su tutti. Stalin aveva trasformato, nell’immediato dopoguerra, le nazioni occupate militarmente in altrettanti Stati satelliti servendosi di capi di governo di fiducia e indottrinando le popolazioni nel credo comunista.  Ai confini Sud ovest dell’Europa due erano le nazioni che si trovavano nel mezzo del guado: l’Italia e la Grecia. Per entrambi i sovietici non potevano forzare, più del dovuto, la mano ma erano in grado di condizionarne gli assetti politici.  L’occidente non poteva permettersi di perdere questi due nazioni per cui si escogitarono a livello internazionale diversi espedienti. Taluni improntati al rispetto delle regole imposte dal gioco democratico altri agendo nel sottobosco per rispondere colpo dietro colpo alla manovre clandestine dei sovietici tese a sostenere il Partito comunista italiano, nello specifico, e a creare non pochi affanni soprattutto ad un partito di massa come la Democrazia Cristiana che, dopo la guida carismatica di Alcide De Gasperi, si mostrò sempre più debole al suo interno attraversata com’era dalla rivalità e dalle lotte intestine dei suoi “cavalli di razza”.  Alla luce degli eventi che in tali frangenti andavano a maturazione il livello di attenzione degli statunitensi per l’Italia, si trasformò, in talune circostanze, in una sorta di “protettorato” e tutto ciò che poteva, in qualche modo, minare un indiscusso rapporto di fiducia e di dipendenza era colto come un chiaro segnale ostile. Per contro i politici che volevano emergere tra le forze dell’alleanza di centro sinistra che andava dalla Dc al Pri, ai liberali, ai socialdemocratici e agli stessi socialisti, in seconda battuta, dopo che Nenni si sottrasse dall’abbraccio comunista, sapevano che dovevano passare una sorta di esame preliminare di fedeltà all’alleanza occidentale e, nello stesso tempo, avere un sufficiente carisma per calamitare consensi elettorali importanti nei loro collegi elettorali. Ciò spingeva taluni maggiorenti locali, a non farsi eccessivi scrupoli nello stabilire intese elettorali, voti di scambio e alleanze con elementi poco raccomandabili pur di contrastare con successo la “valanga comunista”.  Alla fine questo modo di coltivare rapporti indiscriminati si trasformava in una sorta di do ut des che in certi casi voleva anche dire subire minacce, ricatti e pretese di favori compro-mettenti come ottenere gli appalti di opere pubbliche, l’insabbiamento di alcune inchieste scottanti e persino il depistaggio di indagini volte all’individuazione di elementi mafiosi.  Altri danni vennero dall’assillante richiesta di amici di partito e di sottogoverno locale per chi era in cerca di un impie-go.  Si aggirarono, per favorirli, persino le procedure concorsuali per le assunzioni introducendo le quote per gli invalidi civili che divennero di colpo tanto numerosi da farci dubitare seriamente sulle condizioni di salute dei nostri giovani. E se i posti mancavano, s’inventavano di nuovi tanto che le poste, le ferrovie e persino le grosse imprese private divennero dei serbatoi senza fondo per accogliere una massa spropositata di nuove leve.  Così l’Italia risolse il problema della mancanza dei posti di lavoro con gli “ammortizzatori sociali” facendo bivaccare più a lungo i giovani nelle università, con il servizio militare obbligatorio e con l’introduzione di procedure amministrative macchinose che richiedevano la presenza di maggiori e varie figure professionali, ecc. Un altro problema irrisolto fu quello del Meridione d’Italia, dove si spesero migliaia di miliardi di vecchie lire solo per mettere in piedi un’illusione: la sua industrializzazione. Alla fine questi soldi servirono unicamente per favorire interessi e ricchezze private lasciando il Sud del Paese con le sue povertà e con un livello di crescita economica e imprenditoriale decisamente basso. In questo modo perdemmo la magica occasione offertaci negli anni della ricostruzione post bellica di gettare le basi per imprimere al Paese una svolta radicale e tale da conferirgli un ruolo più competitivo e moderno sullo scacchiere internazionale. Così l’Italia dalla forte tradizione agricola si apriva al mondo industriale. Così i poveri cercarono d’uscire dai loro ricettacoli. Così si combatté la battaglia anticomunista in nome di una fantomatica democrazia. Così si dischiuse la strada dei diritti, dopo aver attraversato quello dei doveri, sino al sacrificio estremo. Così la politica si appropriò della libertà in nome del potere fine a se stesso.” Questi sono accadimenti desunti dalla  cronaca e in parte recepiti dalla storia eppure una mano misteriosa ha voluto far “scomparire” questa testimonianza. Eppure è una delle tante. Forse vi ha percepito un qualcosa che è sfuggito persino all’autore.

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Tra Dio e Cesare

Pubblicato da fidest su Mercoledì, 30 Settembre 2009

Quante volte da ragazzini, da catechisti abbiamo sentito pronunciare Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio  e che si sono state spiegate nel modo più ovvio come la necessità di non confondere le due cose, il sacro ed il profano. Se mettiamo da parte le possibili riflessioni di natura filosofica e teologica e guardiamo il quotidiano ci rendiamo conto che la nostra società non ci permette più distinzioni di questo genere. Pensiamo, ad esempio, a quanto è accaduto nella vicina Spagna, in quella che i manuali definiscono ancora oggi “cattolicissima terra”, dove con una legge si è introdotto il matrimonio tra omosessuali. Ci rendiamo conto, a questo punto, che non esistono, come si credeva un tempo, sfere di competenza esclusiva per il mondo laico e per quello religioso. Esistono interconnessioni di fatto che diventano obsolete disconoscerle o, peggio, si rischia di diventare integralisti e settari se si continua con i distinguo a tutti i costi. Pensiamo ai milioni di cattolici che divorziano, che vivono more  uxorio  che hanno rapporti sessuali liberi e ripetuti con soggetti diversi da etero e da omosessuali, eppure vanno in chiesa ed ascoltano le omelie dei loro pastori e, forse riescono anche a confessarsi e a comunicarsi per buona pace di tutti. Credo, nonostante ciò, che si possa ancora convivere con la moneta di Cesare e con quella di Dio solo se riuscissimo a governare i nostri sentimenti e regolare i nostri comportamenti non tanto per ciò che può essere una moda o una legge dello Stato, quanto una maniera di saper interiorizzare i valori portanti del nostro essere e del nostro divenire ricercando un maggior dialogo dentro di noi, dentro quel mistero che noi troppo spesso vogliamo ignorare perché ci torna comodo, perché ci permette di evaderlo, di sfuggirlo. Un dialogo interiorizzato che può tradursi con il rispetto per noi stessi e che si riverbera anche nei confronti dei nostri simili e più in generale su tutte le cose che ci circondano animate e non. Ed è questa la vera tolleranza e non quella del dire che per essere assolti occorre andare contro la propria natura. Dobbiamo comprendere che possiamo essere diversi dagli altri e, gli altri, trovarlo normale perché la sfera privata non deve compromettere, in alcun caso, quella pubblica. E qui che si fonda la vera essenza delle cose. Diamo quindi a Dio quel che è di Dio come atto di fede, ma Cesare non c’entra, in ogni caso, almeno nel senso che abbiamo voluto dargli e, probabilmente, mai gli è appartenuto. (dal libro di Riccardo Alfonso “le due medicine” edizioni fidest) e che si sono state spiegate nel modo più ovvio come la necessità di non confondere le due cose, il sacro ed il profano. Se mettiamo da parte le possibili riflessioni di natura filosofica e teologica e guardiamo il quotidiano ci rendiamo conto che la nostra società non ci permette più distinzioni di questo genere. Pensiamo, ad esempio, a quanto è accaduto nella vicina Spagna, in quella che i manuali definiscono ancora oggi “cattolicissima terra”, dove con una legge si è introdotto il matrimonio tra omosessuali. Ci rendiamo conto, a questo punto, che non esistono, come si credeva un tempo, sfere di competenza esclusiva per il mondo laico e per quello religioso. Esistono interconnessioni di fatto che diventano obsolete disconoscerle o, peggio, si rischia di diventare integralisti e settari se si continua con i distinguo a tutti i costi. Pensiamo ai milioni di cattolici che divorziano, che vivono more  uxorio  che hanno rapporti sessuali liberi e ripetuti con soggetti diversi da etero e da omosessuali, eppure vanno in chiesa ed ascoltano le omelie dei loro pastori e, forse riescono anche a confessarsi e a comunicarsi per buona pace di tutti. Credo, nonostante ciò, che si possa ancora convivere con la moneta di Cesare e con quella di Dio solo se riuscissimo a governare i nostri sentimenti e regolare i nostri comportamenti non tanto per ciò che può essere una moda o una legge dello Stato, quanto una maniera di saper interiorizzare i valori portanti del nostro essere e del nostro divenire ricercando un maggior dialogo dentro di noi, dentro quel mistero che noi troppo spesso vogliamo ignorare perché ci torna comodo, perché ci permette di evaderlo, di sfuggirlo. Un dialogo interiorizzato che può tradursi con il rispetto per noi stessi e che si riverbera anche nei confronti dei nostri simili e più in generale su tutte le cose che ci circondano animate e non. Ed è questa la vera tolleranza e non quella del dire che per essere assolti occorre andare contro la propria natura. Dobbiamo comprendere che possiamo essere diversi dagli altri e, gli altri, trovarlo normale perché la sfera privata non deve compromettere, in alcun caso, quella pubblica. E qui che si fonda la vera essenza delle cose. Diamo quindi a Dio quel che è di Dio come atto di fede, ma Cesare non c’entra, in ogni caso, almeno nel senso che abbiamo voluto dargli e, probabilmente, mai gli è appartenuto. (dal libro di Riccardo Alfonso “le due medicine” edizioni fidest)

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Quando la cultura non assimila il passato

Pubblicato da fidest su Mercoledì, 30 Settembre 2009

Esiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Ci riferiamo, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordiscono con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di genere. Cosa essi possono sapere della cultura moderna, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici? E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non si identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio ma semmai di eterno. Sono deformazioni che i giovani se le portano nel loro Dna non sapendo più distinguere un evento sportivo sano ad uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca sistematica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che si trasforma in un vicolo cieco al di là del quale non vi sono sbocchi possibili. (dal libro di Riccardo Alfonso “L’evoluzione del pensiero” edizioni fidest)

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A proposito di servizi segreti

Pubblicato da fidest su Mercoledì, 30 Settembre 2009

Da anni siamo passati dalla Gladio alla P2 di Gelli e poi ancora a qualcosa di indistinto e alla fine alla nuova scoperta di un apparato di intelligence che con un eufemismo è stato definito “parallelo” forse perché la parola “deviato” sa di antico o perché troppo forte per il caso specifico. D’altra parte in Italia, come nel resto del mondo, c’è chi non solo resta affascinato dall’idea di potersi considerare un “agente segreto” tipo 007 o anche un abile tessitore di intrighi a “tavolino” o a colpi di dossier più o meno riservati, ma riesce a mettere in piedi un apparato in piena regola con tanto di organici e con accessi “privilegiati” negli archivi secretati. Ricordo che un giorno, passando davanti a Palazzo Braschi, nota sede storica dei servizi segreti italiani, con un amico ci chiedemmo se anche noi, tanto per celia, fossimo stati capaci di fare gli agenti segreti. E la ricetta che ricavammo fu ideata con gli ingredienti e le persone che pensavamo d’avere sottomano: un collega giornalista parlamentare notoriamente una specie di Pico della Mirandola, per la sua capacità di ricordare fatti e fattacci dell’Italia politica di questi ultimi 30 anni e l’abilità di ricavarne collegamenti a dir poco sorprendenti, ma impostati sul filo della  logica tanto da apparire credibili. Un altro dato potevamo ricavarlo dall’archivio di una agenzia stampa, da poco cessata, ma di cui conoscevamo la preziosità delle informazioni archiviate. Un amico al Viminale avrebbe potuto completare il trittico per accedere alle notizie riservate del Ministero degli Interni. In tal modo potevamo avere le carte in regola per mettere a punto dossier anche “piccanti” su taluni personaggi della politica e dell’economia che talvolta il tempo e l’oblio potevano averci fatto dimenticare cosa erano stati e quali rapporti avevano intessuto con altri personaggi i quali, a loro volta, in qualche caso, erano usciti dal giro delle persone che contano perché compromessi. Era un gioco, una simulazione, se vogliamo, ma c’è chi l’ha presa tremendamente sul serio e vi ha intessuto una trama d’artista. La verità, su tutte queste vicende, non è tanto ciò che si scopre che ci preoccupa quanto ciò che resta nell’ombra e lo è stato per anni e temiamo possa continuare per molto tempo ancora. L’intrigo, probabilmente, è nella natura degli esseri umani e si parte dal tradimento dell’amico fino al mettere in piedi una organizzazione eversiva in piena regola e in campo internazionale ve ne sono diverse e talune di esse sono prezzolate e senza scrupoli. Un loro possibile collegamento non è poi tanto lontano dalla fattibilità.  (dal libro di Riccardo Alfonso “Il dittatore” edizioni fidest)

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La difficile arte del vivere

Pubblicato da fidest su Domenica, 27 Settembre 2009

Quanti come il signor Brambilla, il signor Rossi e la moltitudine di altri italiani, di altri cittadini del mondo vivono “prigionieri” del loro tran tran? Alzarsi presto la mattina, fare una frettolosa colazione, portare i bambini a scuola correre in ufficio dopo aver assaggiato l’amaro pasto della circolazione stradale, subito l’onta rossa dei semafori, gli improperi dei pedoni e degli altri automobilisti o motociclisti o ciclisti (anche loro ci si mettono dopo i bonus governativi per l’acquisto della bicicletta)? Ore spese nel traffico ammorbante della città per fare da cornice a un lavoro dove bisogna cambiare faccia, nascondere la stanchezza, sorridere e sorbire la ciofeca del bar aziendale e l’insipido pasto della mensa. Di sera, alla fine si raggiunge casa. I figli studiano o vanno a dormire o si piazzano davanti al computer e maneggiano nervosamente il mouse o altri diabolici e rumorosi marchingegni o si vedono un filmetto nel televisore della loro camera. E gli “sposini” che fanno? Affondano i loro deretani nel soffice cuscino della poltrona e cominciano a navigare tra i programmi in cerca di una evasione. Il loro rapporto giornaliero e frettoloso e spinto all’essenziale se lo sono già fatto tra un boccone e l’altro della cena e tra il vociare dei figli. Tutti i giorni le stesse cose, le stesse pennichelle tra un programma e l’altro televisivo. Gli stessi camminamenti per raggiungere il letto e, prima di spegnere la luce, la solita breve lettura tanto per conciliare il sonno. Ma si dorme sempre poco. La sveglia resta l’inevitabile e inopportuno richiamo per un nuovo giorno. Nemmeno il sabato festivo per il lavoro ci concede una tregua. E’ denso di impegni familiari: pulizie, spesa al supermercato per tutta la settimana, preparazione dei pasti da conservare nel freezer e consumarsi nei giorni successivi, ecc. ecc. Forse la domenica vi potrebbe essere un momento di relax se i figli non avessero impegni sportivi, non vi fosse qualche visita da ricevere o da fare. Un bel giorno, se è fortunato, giunge per il signor Brambilla e il sig.r Rossi il tempo d’andare in pensione. I figli si sono fatti grandi e sono svettati per altri lidi. Sentono un gran vuoto. Hanno quasi nostalgia dei giorni frenetici, dell’odore del gas di scappamento che ammorba le strade cittadine, del collega o della collega pettegola o della ben informata di tutti i retroscena di quella o di quell’altra attrice, dei personaggi dello spettacolo o del collega che ti parla di politica, di economia e del suo volontariato e soprattutto di sport. E i figli? Con i loro problemi scolastici, con l’insegnante quasi sempre antipatica, astiosa, severa e che inevitabilmente ce l’ha con loro. A me no che la figlia non prenda una sbandata per il bel professorino, inevitabile precario, che per un certo tempo sostituisce la “megera” titolare della cattedra. Tutto nella norma. Ci preoccupiamo dei primi amori dei figli, delle sbucciature o delle bocciature o per decantare la bravura del figlio, del suo trenta e lode universitario che lo portano ad una laurea da 110 e lode per poi ad amareggiarsi se finisce con il fare il modesto travet in un impiego da “ripiego” che per necessità di cose diventa stabile. E’ il tempo di guardare con nostalgia proprio le cose che più hanno creato affanni, frustrazioni, amarezze e scontenti. Ma è anche il tempo di chiedersi se è questo un modo per vivere. E poi ci guardiamo attorno: quanti non hanno un lavoro o sono sottoccupati, quanti vivono nell’indigenza? Quanti soffrono e sono costretti a vivere una vita sulla sedia a rotelle e quanti che non hanno nemmeno la possibilità di disporne una? E se guardiamo per un momento quel bimbetto che ci osserva e ci sorride e pensiamo cosa siamo stati noi da quell’età ad oggi non ci viene più la voglia di accarezzarlo, di rispondere al sorriso, di gioire alla vita. Ci resta solo di ripiegarci su noi stessi con tanto di fiele in bocca. (da un racconto di Riccardo Alfonso edizioni Fidest)

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Io, Woody e Allen

Pubblicato da fidest su Venerdì, 18 Settembre 2009

Da oggi al cinema, in Italia, si può assistere all’ultimo film di Woody Allen “Whatever works” (Basta che funzioni). Cogliamo però il momento per dare uno sguardo al recente passato e parlare di un libro, edito da minimum fax nel 2005. Seppur la struttura sia quella dell’intervista, il testo fin da subito appare come uno scambio di riflessioni e commenti sul cinema. E diversamente, a pensarci, non ci si poteva aspettare, visto che chi cura l’opera è un critico e regista svedese di tutto rispetto, quale Stig Björkman, allievo del suo connazionale Ingmar Bergman. Ovviamente il tutto è incentrato sulla carriera di Woody Allen, ma ciò non toglie (anzi!) che lo si possa trovare un’ottima fonte non solo per chi è appassionato dell’artista newyorkese, ma anche per chi ama i film e il cinema, da Fellini al succitato Bergman. La conversazione è ricca di dettagli, dalla tecnica alle scelte del casting, dall’ispirazione creativa agli aspetti di produzione: ne vien fuori una lettura che appassiona a 360°.
Doveroso spendere parole sul volume (poco più di 400 pagine) che si presenta in modo sobrio ed elegante; non manca inoltre la scheda tecnica di ogni film in ordine cronologico fino a “Match Point” (del 2005 appunto). Ricordiamo a tal proposito che l’intervista è stata effettuata grosso modo in due periodi: nel 1993 la prima parte e nel 2004 la seconda. Un ultimo commento va all’idea di minimum fax di aggiungere i “Titoli di coda”, ossia un tributo allo staff della casa editrice presente al momento della stampa del libro. Idea che consideriamo brillante oltre che, in questo caso, del tutto appropriata. Non sarebbe malvagio estendere questa idea, riconoscendo così anche nei libri – come nei film – il lavoro di tutti coloro che ne prendono parte.
Il sito della casa editrice dove si può ordinare il libro è questo.

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Il mistero che ci circonda e le certezze che ci sfuggono

Pubblicato da fidest su Lunedì, 7 Settembre 2009

(Edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Un al di là che non è morte, non è il nulla, ma l’inizio, da una fine. Il resto è strettamente personale. Egli ha guardato dentro la mia vita, è andato oltre il presente e mi ha parlato degli anni che ancora avrei dovuto vivere prima che si compiesse la naturale conclusione. Anni per i quali il mio unico destino era quello dello “osservatore.” Guardare e riferire. Ma a chi? Qui sta il vero aspetto della questione. Il nonno della mia storia infinita ha guardato ed ha riferito ai suoi nipoti e a quelli degli altri nonni, fatti e circostanze ammantate di storie ora piacevoli ed ora mescolate a dosi di fantasia come si conviene, ad esempio, ad un bimbo che deve prendere una purga amara e stomachevole come l’olio di ricino e gli si promette in premio una cioccolata, o un dolce. Il vecchio ha “osservato” ed ha riferito, quindi, a quelle che saranno le future generazioni. Ma vi è anche un altro modo di riferire più spirituale ed intimo. Pensiamo a chi ha commesso un peccato e si confessa o è la sua anima che si confessa con se stessa e gli effetti si evidenziano con il rimorso. Vi sono anche altri due modi d’utilizzare il ruolo dell’osservatore. Nel primo caso è colui che funge da residente in un dato luogo e s’imbatte in un viaggiatore che si rivolge a lui per chiedergli alcune informazioni sul posto dove si trova e quale strada debba percorrere per raggiungere la sua meta. Nel secondo, l’osservatore, da morto, lascia una sorta di “scatola nera” nella quale sono riassunte le notizie più importanti da affidare a chi s’impegna al recupero dell’oggetto. Questo “dialogo” verso un qualcosa che noi non riusciamo a definire razionalmente e che solo in particolari circostanze ne ammettiamo la possibilità, come il caso di Gesù che si rivolse al Padre nell’intento di respingere l’amaro contenuto del calice che gli era stato offerto o di bimbi che si intrattengono con una “misteriosa signora” a Lourdes o a Fatima, non è facile d’accettare. Eppure non vi è secolo, dalle origini dell’essere umano ad oggi, che non si riportano notizie di persone che parlano o incon-trano o sono folgorate da segni evidenti (pensiamo alle stimmate) da “entità” che non appartengono al nostro mondo e che per professione di fede noi definiamo santi, angeli, beati. La stessa mitologia greca ci ha abituato a convivere con divinità che comparivano e scomparivano o cambiavano forma di continuo. Vi sono persino particolari forme di pazzia che lasciano intravedere individui in realtà inesistenti ma che la mente “costruisce” con dovizia di particolari. Possiamo dire, in buona sostanza, che è tanta l’insicurezza che noi abbiamo sulla ragione ultima che ci fa vivere e morire, che spesso confondiamo il reale dal fantastico ed in tal modo corriamo il rischio di cancellare i segni autentici da quelle fasulli e devianti. D’altra parte non è facile accettare quanto di cattivo e di perverso è in noi allorché siamo gli artefici di tanti mali, mentre su un diverso versante la scienza incomincia ad indicarci percorsi di tutt’altra natura come corpi celesti che viaggiano alla velocità della luce o la superano, dove persino dei fenomeni esoterici possono trovare una spiegazione logica ed essere inquadrati in facoltà paranormali di cui taluni soggetti sono dotati sia pure inconsapevolmente. E’ che della vita sappiamo ancora pochissimo e di ciò che ci attende, ammesso che vi sia un dopo, di là della vita ancora meno. Ma l’osservatore non può dubitare che vi sia qualcuno ad attenderci per traghettarci sull’altra sponda e che vi sia qualcuno ad attendere da noi un messaggio più aperto alla fede, alla giustizia e alla solidarietà per permetterci di riscattare le nostre debolezze e a rigenerare quel gesto d’amore che sembra essersi smarrito nella notte dei tempi.

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Nel mare dell’insondabile

Pubblicato da fidest su Lunedì, 7 Settembre 2009

(edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Esistono delle certezze matematiche dalle quali non si può prescindere. E’ il caso degli iperspazi. Essi costituiscono una delle teorie più elevate ed astratte della matematica tanto che al loro apparire furono considerati come semplice fantascienza. Tuttavia, per evitare equivoci, va anche ricordato che la scienza non è in grado di affrontare la totalità del pensiero ma solo delle astrazioni di essa.  Ma in ogni caso tutte le volte che modifica le sue frontiere deve, nello stesso tempo, revisionare i suoi principi e, così facendo, tutto il pensiero dell’uomo nel suo insieme è sottoposto a profonde rettifiche. Ma solo in tale misura le conoscenze si scambiano utili informazioni e si evolvono pur nel rispetto delle singole autonomie. In questa fattispecie il mondo scientifico deve essere considerato come un sistema in perenne evoluzione da cui emergono – per Charles Singer – “degli esemplari di valore e precisamente quegli esemplari che furono così risolutamente respinti dai filosofi materialisti della prece-dente generazione. Per nostra fortuna quel tipo di filosofo che si permetteva di ignorare le grandi conclusioni a cui è arrivata la scienza, sta ora per scomparire.”  Ma ora anche la scienza deve farsi più dialettica per rendere i metodi della filosofia più influenti nel determinare la natura del mutamento. In questa misura occorre riconsiderare il concetto di una radicale separazione tra i singoli mondi mentali degli individui e l’intelletto e la materia.  Ma vi è anche un altro messaggio che non va sottaciuto. Spesso noi riserviamo poco spazio agli uomini d’ingegno che ci sono contemporanei e così facendo disperdiamo un gran patrimonio d’idee e di studi che solo fortunosamente i posteri riescono a raccogliere e a fondare, su di essi, più ardite teorie e attente riflessioni. Sull’argomento penso ci possa bastare un esempio tra i più noti. Mi riferisco a Giambattista Vico. La sua esistenza fu stentata ed avara di soddisfazioni. Il suo impegno culturale sembrava destinato ad un ingiusto anonimato anche dopo la sua morte.  Dobbiamo al Filangieri e al Goethe che, leggendo la sua “Scienza nuova”, intravidero in essa “presentimenti sublimi del buono e del giusto che un giorno regneranno su questa terra.”  Da allora fu un crescendo continuo d’estimatori di “rango”: da Foscolo al Manzoni e sino a Benedetto Croce e dalla Parigi di Michelet alla Germania di Wegel e di Marx. Solo in tal modo l’ignoto ed ignorato Vico si collocò degnamente nel mondo della cultura del suo e di tutti i tempi cominciando ad assumere i connotati di un “genius loci”. Eppure egli era quasi schiacciato da una costellazione di detrattori che lo accusavano di avere una scarsa conoscenza della cultura europea, di polemizzare con Cartesio in modi e tempi sbagliati, di essere, secondo Giuseppe Ferrari, servile con i potenti ed eccessivamente “entusiasta per il cattolicesimo.” Nello stesso tempo non si tollerava il suo italiano involuto e latineggiante, pieno di riguardo per le accademie e la sua povertà di riferimenti. Tale severità di giudizio non era espresso dall’anonimo cronista ma da Pietro Giannone che con il Genovesi erano considerati i maggiori intelletti napoletani del tem-po. Le idee esposte nei “librettini di Vico” erano considerate incomprensibili da questi dioscuri e non degne di “torcersi il cervello” per intenderle. Erano in definitiva la cosa più “scipita e transonica che si potesse leggere.” Sparivano in questo modo, per i suoi critici, la potenza e l’acutezza delle sue intuizioni e concezioni, l’originalità del pensiero, l’ampiezza degli interessi e le folgoranti associazioni di parole e d’idee sia pure in un contesto baroccamente composito e ridondante. Di certo il Vico poteva vestire l’abito del suo tempo esprimendosi con un linguaggio accademico un po’ greve e goffo senza fantasia e senza humour, ma ciò non gli impediva di mettere in mostra il suo talento e le sue felici intuizioni. Oggi, a distanza di circa tre secoli, la fama del Vico invece di appannarsi risplende di rinnovata luce. Per Marx l’affermazione principale del Vico è che solo un mondo può essere davvero conosciuto dall’uomo ed è il mondo della storia, perché è l’uomo a farla, e si conoscono veramente solo le cose che si fanno. Lo stesso dicasi per il mondo delle scienze e della tecnica essendo una sua pura invenzione. La natura, invece, l’uomo la trova, può subirla o modificarla, ma non può conoscerla sino in fondo. “La tecnologia – osserva Marx riandando al pensiero vichiano – svela il comportamento attivo dell’uomo verso la natura, l’immediato processo di produzione dei suoi rapporti sociali vitali e delle idee dell’intelletto che ne scaturiscono.” “Resta oggi – scrive Giuseppe Galasso – lo scandalo di un pensiero che si rivela suscettibile di tante letture, perfino in chiave esistenzialistica, per un’evidente ricchezza di motivi e capacità di sollecitazione, rafforzate da aspetti d’ambiguità e d’oscurità, non per una consuetudine accademica. Rimane la difficoltà di aggregarlo ad una scuola particolare e di farne un idealista o un positivista, un cattolico o uno storicista e via dicendo, perché continuamente riemergono dai suoi scritti implicazioni e inflessioni che vanificano i tentativi d’appropriazione.” E’ questo un altro aspetto che ci richiama alla cultura del domani formata da un pensiero che non ha la pretesa d’essere originale ed esclusivo, ma sa di dover sempre e in ogni caso fare i conti con il suo passato. Esso non si cancella perché ognuno di noi è depositario di quella parte di verità che da sola non riesce a dirci tutto, ma i cui pezzi, sia pure minuti, sono fondamentali per ricostruire l’intero disegno del Creatore.  Sta a noi raccogliere queste microscopiche schegge, con pazienza e costanza, e fare in modo che si ricompongano nella loro primigenia interezza. E Vico ha fatto la sua parte. Resta a noi oggi, detergendo ciò che è appartenuto solo al suo tempo, come un guscio che nasconde un seme, ridarlo alla nuda terra affinché da esso  germogli la pianta del pane della vita e ci permetta di guardare di là dalla vita. (parte undicesima)

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L’extraterrestre che è in noi

Pubblicato da fidest su Domenica, 6 Settembre 2009

(Edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Il nostro corpo cos’è in definitiva? E’ un semplice vestito che noi indossiamo in un dato momento e per determinate circostanze. In questo modo, come una compagnia teatrale prepara il suo spettacolo, noi indossiamo l’abito di circostanza, composto di carne e d’ossa, per recitare la nostra parte ora da guitti, ora da comprimari ora da protagonisti. Possiamo infine immaginare tali entità provenienti non da un solo pianeta, ma da più pianeti e con un grado d’evoluzione scientifica diverso tra loro sebbene superiore, rispetto alla nostra. Da qui possiamo considerare il loro possibile diverso rapporto con i terrestri e con le altre “figure esterne”, che nel frattempo vi domiciliano o stanno per arrivare.  In tale logica prevale quella dell’osservatore inviato in avanscoperta, per sondare il terreno e valutare un possibile approccio. Volendo uscire, a questo punto, da riflessioni puramente metafisiche, per restare ancorati al precetto scientifico corrente che non ci permette digressioni di questo genere non verificabili secondo i canoni della comune ortodossia, prendiamo ad esempio gli universi ipersferici multitemporali. E’, se vogliamo, una configurazione di modelli d’Universo stranamente vicina al disegno dantesco descritto nella “Commedia”. Ciò che, invece, rende inquietante il quadro è dove può collocarsi questa concezione cosmologica e se possiamo assicurare che essa esiste in noi e che non chiuda, invece, il suo ciclo con la nostra morte fisica.   Per Arcidiacono non vi sono dubbi: “… otteniamo così una serie di modelli d’Universo disposti in ordine gerarchico, ognuno di essi contiene i precedenti ed è contenuto nei successivi i quali ci danno le successive approssimazioni del nostro Universo reale.” Per quanto strano possa sembrare queste asserzioni non provengono dal solito canale fantascientifico. Prima di tutto perché Arcidiacono non può passare, in modo semplicistico, come una sorta di scrittore di fantascienza.  Egli è uno studioso che ha seguito la rigorosa trafila degli studi universitari d’eminente specializzazione, presso l’Istituto Nazionale d’Alta Matematica, ed è stato allievo di Luigi Fantappiè.  Egli ha condotto, tra l’altro, delle ricerche sulla “relatività proiettiva” e sulla “magnetoidrodinamica” ed ha insegnato Meccanica Superiore all’Università di Perugia, per oltre un ventennio. Ecco perché mi è congeniale citarlo. Egli non solo è il simbolo di una concezione della fisica contemporanea, ma ci apre la strada ad una diversa visione dell’Universo di cui non sono estranei le menti più aperte ed intuitive del mondo. Ecco perché io credo a quell’uomo che è dinanzi a me e mi dice di venire da un’altra dimensione e mi piace parlarne. Ed anche in questo caso non cerco di mescolare la fantascienza con la realtà, per quanto ostica possa sembrare, o perché lascia storcere il muso agli scettici.  Che ci credano o no la cosa mi lascia indifferente. Quanto scrivo non mi rivolgo a loro. Lo faccio e lo dico, persino, con una malcelata presunzione. Ritengo, infatti, che una parte del sapere scientifico, oggi in auge, appartiene ad un mondo accademico che ha fatto il suo tempo. Essi insistono nell’ortodossia del sistema dominante poiché non hanno l’intelligenza sufficiente per aprire le loro menti alla speculazione. Essi sono obsoleti, vecchi oggetti che certamente non possono nemmeno avere la pretesa di considerarsi pezzi d’antiquariato. E’ un discorso che è estensibile ad altre manifestazioni umane.  Prendiamo ad esempio il rapporto politico, sociale, civile e dei diritti umani. Per questo motivo, nel corso dei miei lavori, io parlo anche di politica e di società, così come d’uomini che hanno, con le loro pietre miliari, segnato il cammino della scienza e fatta la storia del progresso scientifico dei paesi che compongono il mondo o abbassato il loro livello, in nome di un’aberrazione scientifica, sul piano degli sfruttatori e dei prevaricatori. E’ questa la mia verità. Esiste una verità per ogni tempo. Veritas filia temporis. A chi chiedeva a S. Agostino che cos’è la verità egli rispondeva: “Se non me lo chiedono lo so, se me lo chiedono non lo so.” D’altra parte per Vico una verità tutta dispiegata è impossibile per gli umani. Gli occhi del pipistrello e quelli della civetta quando si trovano davanti alla luce, si accecano. Io posso aver messo degli occhiali speciali, ma non posso pretendere che lo stesso lo abbiano coloro che mi leggono. Credermi o non credermi appartiene più alla loro cultura che alla loro istruzione. (parte decima)

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“Io eretico dell’antimafia”

Pubblicato da fidest su Sabato, 5 Settembre 2009

Ho letto il libro di padre Giacomo Ribaudo “Io eretico dell’antimafia” (lettere e decaloghi) edito con i tipi dei “I quaderni CNTN”. Sono 190 pagine di lettere e decaloghi che l’autore ha scelto estrapolandoli dalla sua intensa attività pastorale. E’ parroco alla “Magione”, uno dei quartieri più a rischio malavitoso di Palermo. Uomo di grande carisma e dalla penna facile non si è sottratto alle provocazioni e ha cercato di governarle con la forza della fede e la sua incrollabile fiducia per la gente. E’ stato il “frutto” di una intuizione del cardinale Pappalardo che lo ha chiamato a ricoprire numerosi incarichi e in primis collaborando alla sua segreteria. Ha avuto, in tal modo, l’opportunità di spaziare nel mondo ecclesiastico e laico di una città, come Palermo, dove se non è facile viverci lo è ancora di più dove il degrado genera sfiducia nelle istituzioni e i giovani sono messi duramente alla prova dalle condizioni ambientali in cui sono nati e continuano a vivere. Forse, suo malgrado, padre Ribaudo è diventato parroco di frontiera ma non si è sottratto alla nuova sfida che gli è stata indicata. Per tracciare una stringata sintesi del suo impegno mi richiamo a quanto è stato scritto: “In tutte le sue opere si coglie l’esperienza palpitante della sua vita durante la quale, tra gioie e dolori, ha coltivato sempre, con un unico spirito, due grandi amori, Dio e l’uomo all’interno di due grandi spazi, la Chiesa e il mondo”. Non potendo dilungarmi a lungo, per ragioni di spazio, sul libro di padre Ribaudo, vorrei soffermarmi solo sull’espressione “mondo migliore” che egli ha citato in alcuni suoi scritti, per una riflessione di merito. Mi sono chiesto: “mondo migliore?” Non suppone, forse, che già ci troviamo in buona posizione e puntiamo solo a dargli un tocco di stile? Diciamo, piuttosto, che potrebbe essere una chiave di lettura sulla reale condizione del genere umano combattuto tra la ricchezza di pochi e la miseria di molti. Gli uni non solo non intendono rinunciare alla loro area di benessere ma cercano di ampliarla sempre di più e gli altri rischiano maggiormente d’essere schiacciati da questa invadenza. E tale condizione attraversa, in uguale misura, le città dell’opulenza e le bidonville delle metropoli del terzo mondo. Al cospetto di questo scontro epocale cosa si può invocare se non un “mondo migliore” dove nasca la consapevolezza per chi ha il di più che il gioco non rende la candela al cospetto di una giustizia che si richiama ai grandi valori e ci porta sulla via di Damasco. E’ il convincerci è un atto di fede. E’ “quel mondo migliore” che va alla ricerca di esempi e di insegnamenti, di apostoli e di discepoli. (A.R.)

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