A proporla è stato il sindacalista Marcello Pacifico: il fallimento della privatizzazione dei contratti e delle norme applicate al pubblico impiego è un dato incontrovertibile. A 20 anni esatti dall’avvio di questo processo di privazione, occorre oggi chiedere all’Europa di venire in soccorso dei nostri lavoratori dello Stato, approntando una commissione ‘super partes’ che si occupi della realizzazione di un documento condiviso di cui beneficerebbero tutti i cittadini. Anche d’Europa.Approvare al più presto una carta europea, frutto del lavoro svolto da una commissione ‘super partes’, che sia in grado di garantire la mission universale e le regole dei dipendenti pubblici dell’Europa a 27: la proposta è stata fatta oggi a Roma da Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir alle alte professionalità, direttivi e quadri PA, a conclusione del convegno Confedir-Unadis “Venti anni dalla privatizzazione del pubblico impiego: la dirigenza dello Stato tra riforma, controriforma e prospettive future”.Il sindacalista ha ricordato che negli ultimi due decenni l’azione combinata di norme e leggi volute dai vari Governi, per mere ragioni di finanza pubblica, in particolare i decreti legislativi 29/1993, 165/01 e 150/09, hanno spostato i contratti di circa 3 milioni e mezzo di dipendenti e dirigenti pubblici verso modalità sempre più di tipo privatistico. Influendo negativamente su più ambiti: dalla “stretta” sulle pensioni a quella che riguarda il trattamento di fine servizio, dal merito legato alle perfomance alla razionalizzazione esasperata delle spese, dai licenziamenti alla mobilità intercompartimentale coatta, sino alla cancellazione del 13% dei posti in un solo anno, al perdurante blocco dei contratti, alla mancata stabilizzazione e all’appiattimento delle carriere.Alla luce di questo andamento a senso unico, Pacifico ha quindi pubblicamente posto ai presenti al convegno due domande: “Perché si è voluto privatizzare il settore pubblico? E perché l’Europa non interviene?”. Il sindacalista ha quindi detto che l’intervento di un documento “di portata sovranazionale appare al momento l’unica strada percorribile per contrastare quella ‘controriforma’ in atto voluta dei decisori politici italiani. Una deriva che ha reso sempre più instabili gli impegni assunti negli anni dai Governi con le parti sociali, sotto la scure dei mercati, fino a penalizzare ingiustificatamente e discriminativamente i lavoratori assunti nel pubblico rispetto al comparto privato”.Secondo il sindacato, dunque, la realizzazione di un documento di stampo europeo, ancora di più in questa situazione di incertezza governativa nazionale, rimane al momento l’unica strada percorribile per arrestare la deriva di norme e contratti che negli ultimi anni si sono abbattuti contro i lavoratori statali italiani. “La sua attuazione, accompagnata da un serio piano di investimenti, sia sul versante dell’istruzione sia su quello della cultura, questo sì correttamente mutuato dai privati, porterebbe finalmente – ha concluso Pacifico – ad una corretta gestione dell’apparato pubblico. Della cui maggiore funzionalità godrebbero tutti i cittadini italiani e di tutta Europa”.
Archivio per la categoria ‘Welfare’
Welfare – Environment
Confedir-Anief: una carta europea per rilanciare i diritti di 3,5 milioni di dipendenti pubblici
Pubblicato da fidest su sabato, 13 aprile 2013
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New Report – Child Poverty in rich countries
Pubblicato da fidest su mercoledì, 10 aprile 2013
A timely study on child well-being in rich countries, launched today by UNICEF’s Office of Research, finds that the Netherlands and four Nordic countries – Finland, Iceland, Norway and Sweden – again sit at the top of a child well-being table; whilst four southern European countries – Greece, Italy, Portugal and Spain – are placed in the bottom half of the table.Report Card 11, from UNICEF’s Office of Research examines the state of children across the industrialized world. As debates continue to generate strongly opposed views on the pros and cons of austerity measures and social spending cuts, Report Card 11 charts the achievements of 29 of the world’s advanced economies in ensuring the well-being of their children during the first decade of this century. This international comparison, says the report, proves that child poverty in these countries is not inevitable, but policy susceptible – and that some countries are doing much better than others at protecting their most vulnerable children. [See attached key findings document]Report Card 11: Child well-being in rich countries measures development according to five dimensions of children’s lives – material well-being, health and safety, education, behaviour and risks, and housing and environment.The study does not find a strong relationship between per capita GDP and overall child well-being. For instance, Slovenia ranks higher than Canada, the Czech Republic higher than Austria, and Portugal higher than the United States.The report also finds that countries of Central and Eastern Europe are beginning to close the gap with more established industrial economies.Despite setbacks in some countries on specific indicators, the overall story of the 2000s is one of steady improvement in various fields of child well-being in the industrialized world. Every country for which data are available saw reductions in infant mortality and ‘low family affluence’, while the rate of further education enrolment increased.However, given the continued absence of up-to-date internationally comparative data on children’s lives (most data in the report is from 2010, the latest comparative information available), Report Card 11 reflects the outcome of government decisions in the period mostly before the crisis. The report states that the three years of economic hardship since then do not bode well for the present or near future.Nonetheless, for the most part, these data track long-term trends and reflect the results of long-term investments in children’s lives. Average levels of school achievement, or immunization rates, or the prevalence of risk behaviours, for example, are not likely to be significantly changed in the short term by the recessions of the last three years. And, when looking at the ‘behaviours and risks’ dimension of child well-being, there is good news across the board. For instance: among 11-15 year-olds in the 29 countries under review: only eight per cent say they smoke cigarettes at least once a week; just 15 per cent report having been drunk at least twice in their life; 99 per cent of girls do not get pregnant whilst still a teenager; and about two-thirds are neither bullied nor involved in fighting. However, exercise levels are low, with the United States and Ireland the only countries in which more than 25% of children report exercising for at least an hour a day.Report Card 11 also includes the views of the children themselves on their own life satisfaction. These findings – reflected in the children’s life satisfaction league table – are broadly in line with the data-based measurement of child well-being, with some notable exceptions: children in Estonia, Greece and Spain gave their countries a much higher ranking, while Germany, Luxembourg and Poland rank lower.To launch Report Card 11, UNICEF is organizing an event in Dublin on 10 and 11 April in association with the Irish Presidency of the Council of the European Union and in collaboration with Eurochild and the European Anti-Poverty Network. The event will build on the momentum generated by the adoption of the EC Recommendation ‘Investing in children: breaking the cycle of disadvantage’
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Fondi europei per 3.6 milioni di euro per ex-lavoratori di Agile S.r.l.
Pubblicato da fidest su giovedì, 28 marzo 2013
La commissione per i bilanci del Parlamento europeo ha approvato martedì finanziamenti per un valore di €3.689.000 dal Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) per sostenere il reinserimento nel mondo del lavoro di 856 ex dipendenti della ditta italiana di servizi informatici Agile S.r.l.. L’azienda è fallita nel 2010 a causa di una forte flessione della domanda.
Agile Srl, una società informatica presente in 12 delle 20 regioni italiane, era nel processo di cambiare la sua strategia commerciale quando la crisi ha colpito il settore e tagliato l’azienda fuori sia dalla domanda sia dal credito. L’azienda, che era in procinto di terminare l’offerta di servizi di call center a livello locale per lanciare una un’offerta integrata di servizi IT a livello multi regionale, si è trovata con pesanti perdite e, infine, in una situazione d’insolvenza. Di conseguenza, Agile ha dovuto ridurre il personale di 1.257 persone: fra questi 856 avranno il sostegno finanziario del FEG.
I fondi del FEG possono essere utilizzati per misure di reinserimento nel mondo del lavoro, come l’orientamento professionale, le indennità, per la ricerca, la formazione professionale e l’aggiornamento delle competenze, I contributi a lanciare un business, e i contributi per un cambio di residenza o per gli spostamenti. L’Italia aveva chiesto già nel dicembre 2011 il finanziamento del FEG, ma la valutazione finale della domanda da parte della Commissione europea è stata approvata solo a ottobre 2012. Per I deputati della commissione bilanci, la procedura è stata troppo lenta.
La proposta è stata approvata con 30 voti a favore e 2 contrari. Sarà necessaria l’approvazione della plenaria, prevista durante la sessione di aprile a Strasburgo, e del Consiglio, affinché I fondi possano essere erogati.
Il FEG prevede aiuti per i lavoratori che si sono trovati in esubero a causa di cambiamenti strutturali nei flussi commerciali mondiali. Questa è la prima domanda FEG a essere approvata nel quadro del bilancio 2013.
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U.S.A.: Congress Passes Bipartisan Protection for Native Women—VAWA
Pubblicato da fidest su venerdì, 1 marzo 2013
(Helena, Mont.) – Native women advocates in the United States are praising lawmakers for passage of an inclusive, bipartisan Violence Against Women Reauthorization Act that would afford protection to all women and victims of domestic violence. The bipartisan bill, S. 47, passed by the Senate in February 2013 and now by the House, 286 to 138, includes critical provisions to restore and strengthen tribal authority to protect Native women from violence in Indian country. The hard-fought passage comes over 500 days after VAWA expired and the legislation stalled during the 112th Session of Congress.Once signed into law, the bill will restore concurrent criminal jurisdiction to tribal governments over non-Indians having ties to the tribe and who commit domestic violence and dating violence against Native women in Indian country or violate protection orders. Non-Indian offenders commit vast majority of the violent crimes against Native women. “In many cases, these non-Indian perpetrators make a deliberate choice to live on our reservations, whether in connection with marriage to a tribal member or to avoid accountability for violent crimes committed against Native women,” said Terri Henry, Eastern Band of Cherokee Indians Tribal Councilwoman- Paint Town Community and Co-Chair of the National Congress of American Indians’ Task Force on Violence Against Native Women. Current United States law creates a criminal jurisdiction gap for tribal governments over non-Indians , and the federal and state officials which have authority to prosecute these crimes are failing to do so at alarmingly high rates. “This bill would strengthen the ability of tribal governments to protect Native women locally from domestic and dating violence,” Henry added. The long overdue reauthorization of VAWA comes at a critical time. “One in three Native women will be raped in her lifetime, and six in ten will be physically assaulted,” said Lucy Simpson, Executive Director of the National Indigenous Women’s Resource Center, Inc. Simpson added that, “even worse, on some reservations, the murder rate for Native women is ten times the national average.” “Native women have endured violence since colonization, and their blood continues to be shed due to the unjust and unacceptable jurisdictional loopholes in United States law,” said Juana Majel, 1st Vice President of the National Congress of American Indians and Co-Chair of its Task Force on Violence Against Native Women. “We are pleased that Congress has finally stepped up to address the unchecked violence against Native women by freeing the hands of Indian nations–the most appropriate entities–to protect Native women in their own communities from rapists and batters,” she added. The Indian Law Resource Center, the National Congress for American Indians’ Task Force on Violence Against Women, Clan Star, Inc., and the National Indigenous Women’s Resource Center have been working diligently both domestically and in the international arena to restore safety to Native women and to protect their most basic human right, the right to be free of violence.
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Il rapporto tra l’occupato e il pensionato
Pubblicato da fidest su mercoledì, 27 febbraio 2013
Questo rapporto è andato decrescendo a svantaggio dell’occupato e, secondo le previsioni, toccherà il raddoppio per il 2016: due pensionati per un occupato in seguito a due eventi concomitanti:
a) Prolungamento della vita
b) Minori possibilità lavorative che gene-rano disoccupazione, sottooccupazione, part-time, lavoro nero, mancati aggiornamenti tecnologici, professioni che scompaiono e altre che non si diffon-dono con la stessa velocità, ecc.)
L’argomento è di grande attualità in questi giorni poiché l’attuale Governo è tendenzialmente portato a colpire il sistema previdenziale, unita-mente a quello assistenziale per far quadrare i conti pubblici in dissesto. I motivi sono senza dubbio seri e noi tutti ben li conosciamo, ma ritengo anche che ben altre vie sono percorribili per porvi riparo.
Penso, ad esempio, ad un miglior funzionamento della macchina pubblica i cui sprechi non sono venuti meno nonostante che da anni si parla di rigore e di sana amministrazione e ad una pianificazione delle risorse e ad un loro più efficace utilizzo. Da queste mancate soluzioni è venuta meno una lotta più serrata e soprattutto più efficace alle evasioni e ai malgoverni locali e centrali degli Enti e delle istituzioni pubbliche e private. In effetti un tentativo fu fatto, ma, nel corso d’opera, fu viziata dal tentativo non tanto di far funzionare la pubblica amministrazione quanto di scardinare il suo ruolo privatizzando i profitti e lasciando alla mano pub-blica i servizi in perdita. Stiamo, in altri termini, pagando il prezzo di una politica economica fondata sui privilegi di pochi e sui sacrifici di tanti. Certo, il governo è in grave difficoltà anche per le mancate scelte del passato però, a questo punto, non può pretendere di mettere mano ai tagli là dove la gente non può difendersi. Resta la solita tecnica dei Governi di destra dominati dalla logica dei potentati dove si diventa deboli con i più forti e forti con i deboli, mentre il centro-sinistra una volta al governo ha dato prova d’incapacità decisionale per i veti incrociati al suo interno. Ora le pensioni stanno diventando il vero banco di prova di questa protervia governativa di scaricare sui più deboli ed esposti gli errori che dal passato al presente mostrano la loro lunga ombra che ha tutti i requisiti per protendersi minacciosa sul nostro futuro proprio perché nessun governo ha cercato di porvi riparo con una iniziativa che affronti la questione nella sua globalità. Oggi, dalle poche notizie che filtrano, sappiamo che per l’ennesima volta resta la logica di sempre ovvero quella di operare tagli alla cieca pur di non mettere mano a una seria riforma del sistema. Ritengo, invece, che sia giunto il momento di dare una risposta ferma poiché la misura è colma e il peso è insopportabile. Il rovescio della medaglia è inquie-tante. Se si vuole, infatti, la “morte civile” di milioni di pensionati va detto chiaramente e non si instilli in essi il “lento veleno” dei sacrifici economici che portano i poveri alla infelice condizione di indigenti e di disperati drogati da un eccesso d’informazione che confonde e non educa la gente a capire e ad assumere consapevolmente le sue scelte. D’altra parte è inutile che c’illudiamo, oltre ogni ragionevole misura. I nostri giovani non troveranno con facilità dei posti di lavoro perché sono venuti meno i ben noti “ammortizzatori sociali” offerti dalla mano pubblica con impieghi facili, anche se scarsamente remunerati, e dalla presenza d’imprese private che private avevano solo il nome in quanto venivano foraggiate dallo Stato per interessi clientelari e di consorterie politiche. E d’imprese senza “mercato” in Italia ve ne sono ancora tante e quel che è peggio continuano ad essere sostenute pur sapendo che non hanno un avvenire. D’altra parte dobbiamo riconoscere il fallimento della vecchia previdenza statalista proprio perché si riduce la forza lavoro, aumenta la disoccupazione e la vita si allunga con un pensionato più longevo. La logica vorrebbe che, di pari passo, si procedesse con l’allungamento dell’età lavorativa portando da 35 a 40 anni i contributi massimi e nello stesso tempo si offrisse ai “pensionati”, ancora “efficienti” fisicamente ed intel-lettualmente, l’opportunità di ricoprire posti e servizi in “part-time” per un recupero “economico” derivante dall’erosione della pensione dal “caro vita” e con un prelievo ad hoc da tali lavori che andasse a beneficio di coloro che non sono più in grado di essere “riciclati” in attività lavorative. Nello stesso tempo potrebbe essere consentito ai giovani una “pensione integrativa” da pianificare con i contributi volontari versati agli istituti previdenziali apposita-mente autorizzati dallo Stato. Diciamo pure che queste “proposte” dovevano essere messe in cantiere già una decina di anni fa per trovarci oggi nella condizione di trarne un qualche beneficio. Applicarlo ora diventa complesso per due ordini di motivi: Prima di tutto giacché il “buco” dello Stato continua a essere, nonostante gli annunciati ripianamenti, sempre più vistoso. Basta pensare ai debiti accumulati dalle amministrazioni locali. In secondo luogo ci troveremo con un incremento forse insopportabile della disoccupazione sia per le possibili riconversioni industriali che per la mancan-za di strutture adeguate per aggiornamenti profes-sionali, per il recupero del gap dell’istruzione tradi-zionale chiaramente inefficiente ad affrontare il nuovo e il diverso che si profila nel mondo econo-mico occidentale e per la mancata “industrializ-zazione” di vaste aree del nostro Paese. E dire che per il meridione abbiamo speso, dal dopo guerra ad oggi, ben mille miliardi di euro tradotti al valore attuale per ritrovarci al punto di partenza. In definitiva per far rientrare nei binari della normalità l’azienda Italia, dovremmo continuare a “licenziare” i dipendenti pubblici eredi di organici gonfiati per motivi politici, riconvertire numerose produzioni e provocare un calo dell’occupazione nell’industria e nei servizi. Nel frattempo continueremo con le ben note inefficienze con un’impresa pubblica al solito inefficace e sprecona, dove mancano i magistrati ma abbondano i maestri, dove crescono i medici ma mancano i paramedici, dove sono carenti i posti letto ma vengono chiusi i piccoli ospedali e così via.
Se questo è l’andazzo dobbiamo seria-mente ripensare a tutta la filiera generazionale che ci porta dalla nascita all’ultimo passo e capire come vanno riscritti i vari passaggi pur tenendo fermi i principi consolidati nei suoi valori fondanti e nella volontà di un’equa ridistribuzione delle risorse. Da qui parte il progetto messo a punto dai Centri studi della Fidest e che ha mostrato la sua validità incassando numerosi consensi ma ha trovato anche una larga fetta della classe politica, e dai media che la fiancheggia, delle chiusure pregiudiziali legate più alla logica della dipendenza ai poteri forti, alle lobby e ai comitati d’affari che non a quella del senso dello Stato e di una corretta giustizia distributiva delle proprie risorse. (Riccardo Alfonso)
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Catena alimentare e selezione della specie
Pubblicato da fidest su venerdì, 18 gennaio 2013
L’informazione sulla fame del mondo e delle condizioni di estrema povertà di tanto in tanto conquistano l’attenzione dei media e l’occasione permette a tutti noi di riandare ad un tema che è, e resta centrale, nella realtà quotidiana e dovrebbe indurci ad interventi più decisi e duraturi. Non è, purtroppo, così. La questione la suddividerei in due parti. La prima riguarda il contingente e le misure adottabili devono essere fondate sulla necessità di programmi alimentari che consentano di stimolare le popolazioni interessate a produrre in proprio con l’ausilio di tecnologie ad hoc. La seconda riguarda le ragioni della nostra esistenza e la capacità di sostentamento che ci permette di utilizzare le risorse in rapporto alla loro effettiva disponibilità. In altre parole la popolazione mondiale che si avvia sui set-te miliardi è eccessiva. Dobbiamo contenerla se non ridurla. Vi ostano pregiudizi di ogni genere, ovvia-mente. Eppure dobbiamo arrivarci. La natura ci insegna con la logica della “catena alimentare” e l’ecosistema si tutelano con la selezione naturale delle varie specie. Chi è, invece, al vertice di questa catena ha, da una parte, il vantaggio di non subire decimazioni da soggetti più forti e aggressivi, ma dall’altra subentra il rischio di un eccesso di pre-senze che finiscono con l’alterare l’equilibrio delle altre categorie e, in ultima analisi, di far collassare l’intero sistema. E’ di questi giorni la notizia, ad esempio, dell’aumento dei consumi dei prodotti ittici e il pericolo che essi possano provocare danni irre-versibili con la loro estinzione. Ma vi è anche un altro e più insidioso pericolo. Riguarda la selezione della specie. I più dotati, già oggi, si sentono una sorta di “casta privilegiata” e sanno concentrare a loro uso e consumo le grandi risorse della natura a svantaggio degli altri. Se tutto ciò diventasse “siste-ma” avremmo su sei miliardi di abitanti ben 4-5 miliardi di “paria” e restarvi, senza soluzione di continuità, contro i restanti che potrebbero assorbire quasi in toto le risorse energetiche ed alimentari esistenti. Se ponessimo quest’aspetto tra gli argo-menti di riflessione e di studio e senza caricarlo da condizionamenti di natura religiosa e di “sufficienza accademica”, forse riusciremmo a comprendere meglio ciò che siamo e ciò che possiamo essere nel presente e nel futuro se vogliamo offrire una conti-nuità genetica al nostro essere e divenire sulla terra o altrove. In alternativa resta solo l’homo homini lupus. (Riccardo Alfonso)
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I deputati spingono i ministri UE ad adottare la Garanzia per i giovani
Pubblicato da fidest su venerdì, 18 gennaio 2013
Il sistema della “Garanzia per i giovani”, disegnato affinché nessun giovane nell’UE rimanga senza un lavoro, un percorso d’istruzione o un tirocinio per più di quattro mesi, ha ricevuto il forte sostegno del Parlamento mercoledì. I deputati hanno votato una risoluzione che invita i ministri del lavoro dell’UE a trovare un accordo – entro febbraio – su una raccomandazione del Consiglio che preveda l’introduzione di questo sistema in tutti gli Stati membri.”Non cerchiamo di forzare la creazione di posti di lavoro, ma di mettere in moto degli strumenti che diano ai giovani una possibilità ed evitino di perdere una generazione”, ha detto la presidente della commissione occupazione Prevenche Berès (S&D, FR), nel dibattito di lunedì.L’obiettivo dei sistemi di “garanzia per i giovani”, si legge nella risoluzione, è assicurare a tutti i cittadini legalmente residenti nell’UE sotto i 25 anni di età e ai neolaureati under-30 una buona offerta di lavoro, un nuovo percorso di studi o un periodo di apprendistato entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione.La risoluzione è stata adottata con 546 voti a favore, 96 contrari e 28 astensioni.Il Parlamento ha già richiesto due volte l’adozione di questi sistemi e sostiene fermamente la proposta della Commissione europea per una raccomandazione del Consiglio per introdurre questi sistemi in tutti gli Stati membri.
I sistemi di garanzia per i giovani, sostengono i deputati, dovrebbero poter accedere ai finanziamenti europei, in particolare al Fondo sociale europeo (FSE), su cui si dovrebbe quindi concentrare il 25% dei fondi strutturali dell’UE.
Il Parlamento richiede inoltre alla Commissione di aiutare quegli Stati membri in difficoltà economiche, affinché tutti possano adottare la garanzia.
La disoccupazione giovanile nell’UE ha raggiunto una media del 23,7% nel novembre 2012. In Italia, il tasso dello stesso mese era del 37,1%, mentre in Paesi come la Grecia e la Spagna supera il 50%.
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Church in Mali urges international help as crisis unfolds
Pubblicato da fidest su venerdì, 18 gennaio 2013
The president of Caritas Mali, Archbishop Jean Zerbo of Bamako, has asked for a humanitarian corridor to be opened in his war-torn country. He also appealed to the global Caritas network and the international community to help those affected by the conflict currently being fought. French and African troops are trying to prevent Islamic rebels who have taken control of northern Mali from advancing further. Archbishop Jean Zerbo of Bamako said, “A new period of suffering is beginning for the people of Mali. We would welcome support so that we can help the increasing number of displaced and refugees.” Reports say up to 400,000 people have fled their homes either to southern Mali or to neighbouring countries since the rebels began advancing from the north last year. Some 18 million people lived through a severe food crisis in the region last year. It is feared that influxes of refugees will deplete low food supplies in some countries.“People will increasingly need food, drinking water, hygiene kits, anti-malarials and other items to cover their basic needs as the situation worsens. Here we’re in the cold season, and it is also damp. This makes the humanitarian situation even more complicated,” says Archbishop Zerbo. Caritas Mali continues to work with Catholic Relief Services (a US member of the Caritas network) on development projects in unaffected areas and has been monitoring the situation. Insecurity means that it is extremely difficult for humanitarian agencies to operate. The Caritas office in Mopti has been closed for the past week because of intensive fighting in the surrounding area.French airstrikes started in the north of Mali a week ago. A ground offensive has now begun with the help of African troops. The UN says that at least 30,000 people have abandoned their homes over the past few days. A small percentage have gone to Niger, Burkina Faso and Mauritania. Ninety percent of those fleeing are women.
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“Caregivers”: nel mondo ci sono 52 milioni di colf e badanti
Pubblicato da fidest su venerdì, 11 gennaio 2013
Sono 52,6 milioni i lavoratori domestici, come colf e badanti, stimati in tutto il mondo, per l’83% donne. Lo dice uno studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro in un rapporto pubblicato oggi a Ginevra. Oltre la metà non è protetto da alcun limite alla durata dell’orario di lavoro settimanale secondo la legislazione nazionale e circa il 45% non ha diritto a periodi di riposo settimanale. Inoltre, poco più della metà dei lavoratori domestici ha diritto a uno stipendio minimo equivalente a quello degli altri lavoratori. E tra le donne, oltre un terzo non ha protezione della maternità. Tra il 1995 e il 2010 i lavoratori domestici nel mondo sono aumentati di 19 milioni. Il lavoro domestico rappresenta il 7,5% dell’occupazione femminile dipendente nel mondo.
Le ore lavorate superano la media di 66 ore a settimana in Malaysia e si situano tra 60 e 65 ore in Qatar, Namibia, Tanzania e Arabia Saudita. Gli orari dei lavoratori domestici sono tra i più lunghi ed i più imprevedibili di tutte le categorie di lavoratori”, viene sottolineato.
Sulla base delle statistiche ufficiali di 117 paesi e territori, il rapporto dell’Ilo giunge alla nuova stima di 52,6 milioni di lavoratori domestici in tutto il mondo nel 2010. Il dato è in aumento appunto di 19 milioni di persone dal 1995, quando erano 33,2 milioni, afferma l’Ilo sottolineando che si tratta di “stime prudenti che probabilmente sottostimano la reale portata del lavoro domestico”. Dai dati sono inoltre esclusi i lavoratori domestici sotto i 15 anni (circa 7,4 milioni secondo una stima del 2008).
Il rapporto indica, quindi, che solo il 10% dei lavoratori domestici (5,3 milioni) è disciplinato dalla normativa generale del lavoro al pari di altri lavoratori mentre più di un quarto (29,9% o circa 15,7 milioni) è completamente escluso dal campo di applicazione delle leggi nazionali del lavoro. Tra questi due estremi, esistono regimi intermedi.
Diversi Paesi dell’America latina e dei Caraibi, dell’Africa e del mondo industrializzato hanno esteso ai lavoratori domestici le protezioni minime previste per altri lavoratori, ma molto resta da fare, soprattutto in Medio Oriente e in Asia.
In Italia su un totale un totale di 651.911, 133.431 sono italiani (uomini e donne, le donne costituiscono però la stragrande maggioranza). L’Inps attesta che dal 2008 ad oggi colf e badanti di nazionalità italiana sono aumentate del 20%. Nel 2° trimestre 2012, secondo l’Istat, le occupate italiane nel Sud sono cresciute di 61 mila unità, di cui 50 mila con marito rimasto senza lavoro. Molte sono disposte anche a recarsi a svolgere questi lavori all’estero, dove c’è mercato. Senza contare il sommerso che, secondo Eures, la rete europea dei servizi per l’impiego, in questo settore, rappresenterebbe 6 lavoratori su 10.
Per Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, sono questi i dati sorprendenti che la crisi economica fa emergere: delle vere e proprie inversioni di tendenza nel mercato del lavoro. Il mercato dei “caregivers”, i servizi alla persona, non conosce crisi e sempre più esponenti del gentil sesso, ma anche uomini, ne approfittano, disposti anche a cambiare città e, perfino, Nazione. Con la crisi molti gli italiani pronti a fare le valigie e a vivere in famiglia anche all’estero pur di lavorare anche perchè oltreconfine il personale domestico qualificato proveniente dal nostro Paese è sempre più richiesto.
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Adiconsum, allarme per decrescita dell’assistenza sanitaria
Pubblicato da fidest su mercoledì, 21 novembre 2012
Trenta per cento in meno della Germania, 23% in meno della Francia e 16% in meno del Regno Unito: questa, secondo un’indagine Adiconsum, la differenza tra la spesa italiana e quella dei principali stati europei per l’assistenza ai cittadini. Come evidenziano i dati percentuali riportati, si assiste quindi a un decrescere dell’assistenza sanitaria da parte dello Stato (con un divario di circa 10 punti superiore rispetto a 10 anni fa) e a un conseguente aumento delle spese da parte dei cittadini. Una situazione preoccupante, destinata ad aggravarsi ancora, a causa della politica economica nazionale, e in particolare d el piano di rientro dei Servizi Sanitari Regionali, che potrebbero provocare, secondo i rappresentanti Adiconsum, la diminuzione della qualità del servizio e del numero di prestazioni erogate. Se si aggiunge che dall’ “VIII Rapporto Sanità” del CEIS – Università di Roma Tor Vergata, emerge che, con i nuovi ticket, 42.000 famiglie passano “a rischio di povertà” per pagare le spese mediche e che il Censis ha parlato di “sanità negata” per 9 milioni di italiani, il quadro si fa ancora più chiaro. A tal proposito, Pietro Giordano, segretario generale dell’Adiconsum (Associazione difesa consumatori e ambiente), sottolinea come, in questo periodo, «il privato low cost avanzi, risultando più efficiente e competitivo in termini di costi», ma non sempre di qualità, mentre «una inesorabile transizione alla sanità privata tradizionale comporti costi elevati a svantaggio delle famiglie e delle categorie debol i». Sempre secondo Giordano, per realizzare un welfare sociale che integri il SSN, diventerebbe indispensabile quindi , tra le altre soluzioni, «favorire la creazione e l’implementazione di forme integrative mutualistiche».(fonte doctornews)
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Mortalità infantile
Pubblicato da fidest su mercoledì, 10 ottobre 2012
Ancora oggi 6,9 milioni di bambini muoiono prima di compiere i 5 anni, per malattie prevenibili e curabili, come la malaria, la diarrea o la polmonite. 51 ogni 1.000 nuovi nati, 1 ogni 5 secondi. Il 99% delle morti avviene nei paesi in via di sviluppo (1) . Più di 1 bambino su 3 muore a causa della malnutrizione (2) .
A differenza di altri indicatori sulla condizione dell’infanzia che hanno fatto registrare dei progressi negli ultimi anni, soprattutto in relazione al numero totale delle morti infantili, il tasso di bambini malnutriti nei paesi in via di sviluppo è cresciuto dell’1,2% (3). Circa 200 milioni di bambini sotto i 5 anni nel mondo soffrono di qualche forma di malnutrizione (4) . Si stima che nel mondo 171 milioni di bambini soffrono di malnutrizione cronica (5) , di questi 60 milioni vivono in Africa. La fame rimane al primo posto nella lista dei rischi mondiali per la salute e tra le più importanti cause di mortalità infantile, nonostante negli ultimi cinquant’anni la produzione agricola nel mondo sia raddoppiata (7) . 1/3 della produzione mondiale di cibo viene infatti perduta o sprecata ogni anno, pari a 1,3 miliardi di tonnellate: il “paradosso” della scarsità nell’abbondanza, che testimonia un profondo disequilibrio tra le economie del mondo e l’accesso alle risorse. In Europa finiscono tra i rifiuti 89 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, cioè un quantitativo di cibo pari a 89 volte quello destinato agli aiuti internazionali. Nella sola Italia, le perdite e gli sprechi di cibo lungo tutta la filiera ammontano a 17 milioni di tonnellate, pari ad un valore di 11 miliardi di euro: lo 0,7% del Pil, mentre il valore economico medio per famiglia del cibo che si perde in fase di consumo è tra i 350 (8) e i 454 euro all’anno (9). Queste alcune delle evidenze del rapporto “WITH-OUT. Fame e sprechi: il paradosso della scarsità nell’abbondanza” di Save the Children. Il rapporto si colloca nell’ambito delle attività di sensibilizzazione legate alla promozione della campagna Every One, che l’Organizzazione ha lanciato nel 2009 e che si propone di raggiungere con interventi di salute e nutrizione milioni di bambini e donne in età riproduttiva nei paesi più poveri del mondo, per sconfiggere la mortalità infantile. Solo nello scorso anno, il 2011, attraverso il suoi progetti, l’Organizzazione internazionale ha raggiunto oltre 50 milioni di persone. Il cibo che non sazia: malnutrizione, perdite e sprechi nella filiera alimentare (10)
Il tasso di malnutrizione cronica a livello globale è passato dal 40% registrato nel 1990 al 27% del 2010: in valori assoluti significa una riduzione da 253 milioni a 171 milioni di bambini malnutriti in tutto il mondo, per un decremento medio annuo dello 0,65%. Se parliamo di Africa, però, la malnutrizione cronica si è ridotta in media solo del 2% in 20 anni e, in seguito alla crescita demografica, nello stesso intervallo di tempo, il numero di bambini malnutriti è aumentato di 15 milioni, raggiungendo la quota totale di 60 milioni (11) . In generale l’80% dei bambini gravemente malnutriti nel mondo si concentra in 20 paesi. La maggior parte di essi sono anche i paesi con un alto tasso di mortalità infantile. Sierra Leone, Somalia e Mali sono i paesi con il più alto tasso di mortalità sotto i 5 anni: rispettivamente185 ogni 1.000 nati viti, 180 e 176. In questi tre paesi sono morti complessivamente 234mila bambini nel corso del 2011. “In Africa, dove si concentra ormai la metà delle morti infantili (12), i bambini sono molto esposti all’insicurezza alimentare causata dall’instabilità socio-politica e dalle crisi ambientali degli ultimi anni. In particolare, i paesi del Corno d’Africa e del Sahel sono stati colpiti da una grave siccità che ha fortemente limitato i raccolti, provocando un aumento della dipendenza dagli aiuti alimentari. L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dei carburanti, inoltre, potrebbe ampliare la crisi coinvolgendo anche altre aree del mondo e peggiorando ulteriormente i tassi di malnutrizione in queste aree”, sottolinea Claudio Tesauro, Presidente di Save the Children Italia. “Nei paesi in via di sviluppo, dove le famiglia spendono già tra il 50% e l’80% del loro reddito in cibo, la costante crescita dei prezzi, erode il potere di acquisto delle famiglie e costituisce una seria minaccia per la vita di centinaia di migliaia di bambini. Se non si inverte questa tendenza, tra quindici anni il numero di bambini malnutriti potrebbe arrivare a 450 milioni, con effetti molto gravi sulla mortalità infantile”, afferma Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. In questi paesi, ad esempio, i cereali costituiscono una parte fondamentale delle dieta alimentare. Dal 2010 al 2011, la produzione cerealicola del continente africano è diminuita del 3,9%, con dei picchi nell’Africa occidentale (-9,8%) e quella orientale (-8%), teatri di grandi crisi alimentari negli ultimi anni. Più nello specifico, in Somalia e in Mali, la produzione di cereali tra il 2010 e il 2011 è diminuita rispettivamente del 13% e del 10%. In Somalia l’andamento della produzione di cereali è in calo dal 2000 (13) . A questi decrementi si sommano le perdite e gli sprechi alimentari, che costituiscono poi il vero discrimine tra paesi poveri e paesi ricchi. La quantità di cibo che viene persa nei paesi in via di sviluppo e in quelli industrializzati è quasi uguale: rispettivamente 630 e 670 milioni di tonnellate (14) , ciò che varia è la fase della filiera produttiva in cui questo avviene. Nei paesi più poveri, in particolare nelle aree del mondo con tassi di malnutrizione elevati e ad alto rischio di insicurezza alimentare, la perdita di cibo si concentra nelle fasi del raccolto e della prima trasformazione a causa sia dei fattori climatici e ambientali, sia delle tecniche di preparazione dei terreni, di semina, di coltivazione e di conservazione dei cibi. Al contrario, nei paesi industrializzati, emerge preponderante il fenomeno nella fase di consumo. Tradotto in cifre, mentre in Europa e nell’America settentrionale gli sprechi al consumo ammontano a 95-115 kg all’anno procapite, nell’Asia Meridionale e nell’Africa Subsahariana solo a 6-11 kg a persona, rispettivamente il 12% del cibo disponibile (al netto delle perdite) contro il 2%. “Il risultato finale della nostra analisi è che nei paesi sviluppati la quantità di cibo disponibile e a cui il consumatore finale ha accesso è quasi il doppio rispetto ai paesi in via di sviluppo e una grossa parte di esso viene sprecato. Ma anche nei paesi in via di sviluppo molte risorse alimentari potrebbero essere recuperate. Ad esempio, si stima che il valore economico del grano perso nella fase di post-raccolto nell’Africa Subsahariana è di 4 miliardi di dollari e potrebbe nutrire per un anno 48 milioni di persone, l’80% di tutti i bambini malnutriti in Africa”, continua Neri.Il valore economico degli sprechi mondiali è stimato in mille miliardi di dollari l’anno, così distribuiti: il 68%, pari a 680 miliardi di dollari nei paesi industrializzati, e il 32% pari a 320 miliardi di dollari nei paesi in via di sviluppo (15) . Un ulteriore paradosso è che in Europa finiscono tra i rifiuti 89 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, cioè un quantitativo di cibo pari a 89 volte quello destinato agli aiuti alimentari internazionali, che a livello mondiale nel 2010 sono stati pari a 5,7 tonnellate (di cui 1 milione da parte dei paesi dell’Unione Europea (16) ). Nella sola Italia, le perdite e gli sprechi di cibo lungo tutta la filiera ammontano a 17 milioni di tonnellate, pari ad un valore di 11 miliardi di euro: lo 0,7% del Pil. E non accade di meglio negli Stati Uniti dove finisce nella pattumiera il 30% del cibo destinato al consumo, l’equivalente di 48,3 miliardi di dollari. Ogni famiglia americana in media spreca 4,4 dollari al giorno, 1.600 dollari all’anno (17).Nonostante la crisi economica costringa i nostri connazionali ad una maggiore oculatezza negli sprechi, in Italia il valore economico medio per famiglia del cibo che si perde in fase di consumo è tra i 350 e i 454 euro all’anno. Quest’ultima somma corrisponde a quanto sarebbe necessario per garantire il trattamento d’emergenza per la cura di 5 bambini gravemente malnutriti.Save the Children, nella propria battaglia contro la mortalità infantile, ritiene che per sconfiggere la malnutrizione siano necessarie risorse mirate, ma anche adottare un approccio multilivello, volto a diminuire le perdite del cibo, garantire la stabilità di accesso allo stesso cibo, nonché a promuovere attività capaci di accrescere la produzione locale e generare reddito valorizzando la capacità produttiva delle comunità autoctone. Inoltre è necessario promuovere sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, interventi di sensibilizzazione ed educazione a corrette abitudini alimentari, volti nei primi ad evitare gli sprechi e favorire una corretta alimentazione, nei secondi ad insegnare alle comunità locali a fornire ai bambini alimenti che garantiscano loro il giusto apporto di tutti i micronutrienti, a partire dal latte materno, ma anche attraverso alimenti che sono più facilmente coltivabili in quelle zone.
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Stranieri a Nord-Est
Pubblicato da fidest su lunedì, 18 giugno 2012
Gli stranieri rappresentano una risorsa per il territorio del NordEst: le quasi 100mila imprese condotte da stranieri producono il 6,4% del Pil del territorio, specie nel settore delle costruzioni dove il peso dell’attività immigrata è del 18,4%. Nel NordEst si contano complessivamente 581mila occupati (l’11,6% del totale degli occupati) e 70mila disoccupati (il 28,1% del totale dei disoccupati), evidenziando tassi di disoccupazione del 10,7%, più elevati in Friuli V.G. (13,7%) e in Emilia Romagna (11,2%). I dipendenti stranieri hanno una retribuzione mensile inferiore di 255 € rispetto ai colleghi italiani e oltre il 40% delle famiglie straniere vive al di sotto della soglia di povertà.
Questi alcuni dei risultati raccolti nel Rapporto Annuale sull’Economia dell’Immigrazione realizzato dalla Fondazione Leone Moressa e patrocinato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e dal Ministero degli Affari Esteri, che è stato presentato domenica 17 Giugno 2012 a Padova presso la Sala Nassirya in Piazza dei Signori alle ore 9.30 nel convegno dal titolo “Gli stranieri: quale valore economico per la società?”,convegno organizzato dall’Associazione Ascan e dal Comune di Padova in occasione della sesta edizione di “Tradizione Senegalese” che si terrà per l’intera giornata di domenica in Piazza della Frutta a Padova
Il Valore Aggiunto prodotto dalle imprese condotte da stranieri. Nel NordEst le quasi 100mila imprese condotte da imprenditori stranieri concorrono alla produzione del 6,4% del Pil complessivo dell’area, per un ammontare di 19 miliardi di €. In Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Veneto la percentuale si stabilizza, rispettivamente, attorno al 6,7%, 6,6% e 6,4%, mentre per il Trentino Alto Adige la cifra di riduce al 5%. Il maggior contributo alla formazione del valore aggiunto è ascrivibile alle imprese che operano nel comparto delle costruzioni, dove le imprese straniere producono il 18,4% della produzione totale del settore, seguito dal commercio (9,6%), dalla manifattura e dai servizi alle persone (7,4%). L’edilizia rimane il comparto prevalente per tutte le regioni nel NordEst.
Gli imprenditori stranieri e le imprese condotte da stranieri. Il NordEst annovera complessivamente 93.402 imprenditori di origine straniera (il 9,6% del totale) e 99.545 imprese per le quali la partecipazione e la proprietà è detenuta in prevalenza da soggetti stranieri (l’8,3% del totale). In questo Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia mostrano incidenze più elevate delle altre regioni dell’area nordestina, anche se il Veneto registra valori comunque superiori alla media nazionale.
Il mercato del lavoro. Dal 2008 al 2011 si è assistito nel NordEst ad un aumento del tasso di disoccupazione straniero di 2,5 punti percentuali passando dall’8,5% al 10,7% e raggiungendo 70mila immigrati senza lavoro. Questo significa che nel triennio considerato un nuovo disoccupato su quattro a NordEst ha origini straniere. In Friuli Venezia Giulia e in Emilia Romagna si osservano tassi di disoccupazione straniera più elevati (rispettivamente 13,7% e 11,2%) rispetto a Veneto e Trentino Alto Adige (rispettivamente 9,9% e 9,3%). Dal punto di vista dell’occupazione si contano comunque quasi 600mila lavoratori di origine straniera, pari all’11,6% del totale: in questo caso l’Emilia Romagna e il Veneto mostrano incidenze superiori (12,6% e 11,8%).
Retribuzioni, redditi e Irpef pagata. Un dipendente straniero che lavora nel NordEst guadagna al mese una cifra netta di poco superiore ai 1.000€, 255€ in meno rispetto ai colleghi italiani. Retribuzioni superiori si percepiscono in Friuli Venezia Giulia dove i differenziali salariali con gli italiani si fanno più contenuti. Al fisco nel 2009 i contribuenti nati all’estero hanno dichiarato una cifra di oltre 4,6 miliardi di € in Veneto e di 4,2miliardi di € in Emilia Romagna con redditi procapite che in queste due regioni ammontano, rispettivamente, a 12.881 € e 12.162 €. Di Irpef gli stranieri pagano a testa tra i 2.330 € dell’Emilia Romagna a 2.970 € del Friuli Venezia Giulia.
Livelli di povertà. Il 42,2% delle famiglie straniere vive al di sotto della soglia di povertà contro il 12,6% delle famiglie italiane. Il reddito percepito permette di risparmiare una cifra molto bassa che supera di poco i 600 euro annui. Le entrate provengono per l’84,3% da lavoro dipendente e di queste oltre un quarto viene destinato al pagamento dell’affitto, dal momento che appena il 13,8% delle famiglie è proprietaria dell’abitazione di residenza. Una realtà spesso non adeguatamente presa in considerazione. “Questo rapporto fornisce un contributo importante e “accende i riflettori” su quella maggioranza silenziosa di immigrati che contribuisce in modo rilevante al buon funzionamento del paese, della sua economia e dei suoi servizi”, ha sottolineato José Angel Oropeza, Direttore dell’Ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’OIM. “Senza di loro l’intero sistema economico italiano andrebbe incontro a gravi difficoltà: una realtà frequentemente trascurata dai mezzi di informazione, e di conseguenza spesso anche ignorata da parte dell’opinione pubblica. Una realtà ancora più presente nel NordEst, dove la presenza di immigrati lavoratori è particolarmente alta e dove i livelli di integrazione sono tra i più elevati del paese”
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Kenya: rafforzata la presenza nel complesso di Dadaab
Pubblicato da fidest su lunedì, 28 maggio 2012
English: Women and children waiting to enter Dadaab camp in Kenya. One of thousands of refugee families who have recently arrived from Somalia fleeing the drought and conflict. (Photo credit: Wikipedia)
Ieri è stato inaugurato il nuovo ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) in Kenya nord-orientale, nell’ambito dell’impegno dell’Agenzia a garantire continuità ai fondamentali servizi di assistenza per le oltre 460.000 persone che vivono nel complesso di campi per rifugiati di Dadaab. Quello di Dadaab è il più grande insediamento di rifugiati al mondo e si estende su un’area di oltre 50 chilometri quadrati. Il nuovo ufficio UNHCR, inaugurato alla presenza delle autorità keniane, si chiama Alinjugur e si trova nel distretto di Fafi, a circa 80 chilometri dal confine con la Somalia e a circa 20 dalla base principale dell’Agenzia a Dadaab. Da ieri quindi Alinjugur ospita staff dell’UNHCR, di altre agenzie e di organizzazioni non governative. I team di operatori che fanno base a Alinjugur copriranno i siti di Hagadera e Kambioos che accolgono circa 150.000 rifugiati somali. L’ufficio di Alinjugur consentirà all’Agenzia di essere più vicina alle comunità di rifugiati e quindi di fornire migliori servizi ai rifugiati e alle comunità locali che li accolgono. L’apertura dell’ufficio è il risultato dei colloqui e della collaborazione con le autorità keniane mirati a decongestionare i campi e ad accrescere la presenza sul terreno dell’UNHCR e delle altre organizzazioni umanitarie. Inoltre è in atto una stretta collaborazione con la comunità d’accoglienza, al fine di favorire la positiva coesistenza con i rifugiati. L’UNHCR è fiducioso che i nuovi sviluppi consentiranno all’Agenzia di estendere lo spazio umanitario e facilitare le operazioni di assistenza.
Negli ultimi 6 mesi la sicurezza ha costituito a Dadaab una vera e propria sfida, costringendo l’Agenzia a ridimensionare le proprie operazioni sul terreno. Col perdurare di minacce quali sequestri, dirottamenti di veicoli, ordigni esplosivi improvvisati e scorrerie, la situazione resta complessa e tesa.
Da due decenni il complesso di Dadaab fornisce protezione, alloggio e assistenza umanitaria ai rifugiati somali, spesso in circostanze difficili e complesse. Tra queste il cronico sovraffollamento, il rischio di malattie e le inondazioni stagionali.
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