Il Parlamento europeo chiederà alla Commissione europea di varare nuove misure per colmare il divario retributivo tra i generi, comprese sanzioni più severe per i datori di lavoro. Il progetto di risoluzione, che sarà votato giovedì, evidenzia che il divario retributivo medio nell’Unione è del 16,4%, e che in alcuni stati membri è addirittura aumentato.
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Welfare – Environment
Divario retributivo tra i generi
Pubblicato da fidest su domenica, 27 maggio 2012
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Ripristinare fondo non autosufficienza
Pubblicato da fidest su domenica, 27 maggio 2012
Roma. Regione Lazio. “Si tratta di un investimento importante, in un settore fin troppo penalizzato da parte del governo nazionale. Un primo passo, ma ancora insufficiente. Al governo chiediamo di ripristinare il fondo nazionale per la non autosufficienza, azzerato lo scorso anno e mai più rifinanziato”. Lo dichiara in una nota l’assessore alle Politiche sociali e Famiglia della Regione Lazio, Aldo Forte, sul programma regionale di interventi sulla Sla da 9 milioni di euro approvato dalla Giunta Polverini, che dà attuazione alle risorse messe a disposizione dal Ministero del Welfare. “Con il programma regionale di interventi sulla Sla – spiega Forte – finalmente realizziamo anche nel Lazio un sistema di presa in carico globale, incentrato sui bisogni della persona e dei suoi familiari. Investiamo i nove milioni sull’assistenza domiciliare, sulla formazione di nuovi operatori specializzati e sull’informazione alle famiglie. Anche per una malattia invalidante come la Sla, infatti, l’ambiente familiare è quello ideale dove ricevere assistenza. L’obiettivo è quello di migliorare l’integrazione socio-sanitaria per garantire la continuità assistenziale tra ospedale e territorio e, soprattutto, ampliare la libertà di scelta della persona rispetto all’alternativa del ricovero. Per questo – conclude Forte – doteremo le famiglie di specifici assegni di cura con i quali potranno acquistare, sulla base di un Piano di assistenza individuale redatto da operatori sociali e Asl, le prestazioni assistenziali necessarie”.
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Una garanzia per i giovani
Pubblicato da fidest su domenica, 27 maggio 2012
Nel 2010, il Parlamento aveva proposto a Commissione e Consiglio di creare una “garanzia europea per i giovani”, sulla base di progetti già esistenti in alcuni Stati membri come l’Austria, per offrire ai giovani il diritto a un lavoro, un apprendistato o una combinazione dei due, dopo 4 mesi di disoccupazione.Nella risoluzione, i deputati si compiacciono della decisione della Commissione di dare seguito alla loro proposta e di presentare al Consiglio un piano sulle garanzie per i giovani entro la fine del 2012. L’Aula chiede pertanto ai governi nazionali di adottare la proposta entro la fine del 2012.
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Maggiori finanziamenti UE per combattere la disoccupazione giovanile
Pubblicato da fidest su domenica, 27 maggio 2012
Un “piano europeo d’investimenti” per creare nuova occupazione, ridistribuzione dei fondi strutturali e introduzione di una “garanzia europea per i giovani”, che offra loro la possibilità di un lavoro o un apprendistato dopo quattro mesi di disoccupazione, sono alcune delle proposte contenute in una risoluzione sulla disoccupazione giovanile in Europa adottata giovedì.All’inizio del 2011, la disoccupazione media nell’UE era pari al 10%, mentre quella giovanile era al 22,1%, rispetto al 14,7% del 2008. La risoluzione, redatta dal presidente della commissione affari sociali Pervenche Berès (S&D, FR), sottolinea che esistono forti differenze all’interno dell’Unione: si passa dal 10% di alcuni Stati membri, al 50% di quelli maggiormente colpiti dalla crisi.
Un piano europeo d’investimenti per creare lavoro
Nel testo adottato, i deputati appoggiano l’iniziativa “Opportunità per i giovani” presentata dalla Commissione, ma esprimono forti dubbi che “la portata delle azioni proposte sia proporzionata alla gravità dell’attuale crisi occupazionale sperimentata dai giovani in numerosi Stati membri”.Pertanto, i deputati propongono di lanciare un “piano europeo d’investimenti” per creare occupazione per i giovani.
Ridistribuire i fondi strutturali
Il 30 gennaio 2012, durante un Consiglio europeo, il presidente della Commissione Barroso ha annunciato che 82 miliardi di euro in fondi strutturali, sul totale di 347 per il periodo 2007-2013, non sono stati ancora distribuiti e potrebbero quindi essere riassegnati.I deputati chiedono alla Commissione di utilizzare una parte sostanziale di tali fondi per programmi occupazionali per giovani e di considerare la possibilità di aumentare la percentuale di sostegno comunitario per i progetti co-finanziati con i governi nazionali dei paesi con una disoccupazione giovanile più alta: Italia, Lituania, Lettonia, Slovacchia, Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda.
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Gli onorevoli piemontesi sulla questione “esodati”
Pubblicato da fidest su sabato, 26 maggio 2012
Torino Lunedì 28 maggio 2012, alle ore 11.30, nella sala Consiglieri di Palazzo Cisterna (via Maria Vittoria 12, Torino) la III Commissione consiliare (Politiche del lavoro), presieduta da Giuseppe Sammartano e la VI (Attività economiche e produttive), guidata da Raffaele Petrarulo, hanno convocato una riunione congiunta dedicata all’analisi delle misure da adottare sul tema esodati. All’incontro parteciperanno senatori e parlamentari piemontesi, l’assessore provinciale al lavoro Carlo Chiama, le organizzazioni sindacali e il Comitato degli esodati. L’iniziativa fa seguito a un incontro che il 9 maggio le due Commissioni congiunte hanno avuto con il Comitato esodati e le OOSS per approfondire quali sono le problematiche insorte, a seguito della riforma delle pensioni, per quei lavoratori che hanno lasciato in passato il posto di lavoro previo accordo con l’azienda
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Istat: troppe disuguaglianze, soprattutto per cronici e anziani
Pubblicato da fidest su venerdì, 25 maggio 2012
Nel 2010 il Servizio sanitario nazionale ha speso 111.168 milioni di euro, pari a 1.833 euro pro capite, mentre a livello regionale si osserva uno scarto di circa 500 euro pro capite tra la provincia autonoma di Bolzano, che spende mediamente 2.191 euro per ogni residente, e la Sicilia, che ne spende 1.690. Questo uno dei risultati emersi dal dalla XX edizione del Rapporto Annuale Istat 2012 sulla situazione del Paese, che per la sanità disegna un quadro caratterizzato da una forte disomogeneità. Secondo il rapporto, «il Patto della salute 2010-2012 aveva stabilito, come parametri di riferimento, una quota pari al 5% delle risorse complessive da destinare all’assistenza collettiva in ambiente di vita e di lavoro, una pari al 51% all’assistenza distrettuale e il restante 44% per l’assistenza ospedaliera. Rispetto a questa ripartizione delle risorse, solo Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana presentano una distribuzione della spesa sanitaria molto prossima ai parametri di riferimento, mentre per le altre regioni le risorse risultano ancora troppo spostate verso l’assistenza ospedaliera (soprattutto Lazio, Abruzzo e Sicilia)». I principali squilibri tra regioni, continua l’Istat, «si osservano, in particolare, per i servizi preposti alla presa in carico di pazienti cronici e alla gestione della post acuzie, in larga misura rivolti agli anziani ed ai disabili». In particolare, a eccezione di Abruzzo e Basilicata, tutte le regioni meridionali presentano valori sotto il target previsto: in particolare in Puglia e Sicilia gli anziani seguiti con forme di assistenza domiciliare integrata sono la metà rispetto all’obiettivo fissato. Mentre per quanto riguarda il settore ospedaliero gli indicatori regionali di dotazione strutturale risultano più omogenei: «quasi tutte le regioni mostrano valori dell’indicatore prossimi ai livelli fissati, con l’eccezione di Liguria, Molise e Sardegna che presentano in regime ordinario e in regime di day hospital oltre 40 posti letto ospedalieri ogni 10 mila residenti». Ma passando alla qualità dell’assistenza, Piemonte, Valle d’Aosta, Trento, Veneto, Emilia Romagna e Toscana sono le regioni che presentano i più elevati livelli in tutte le dimensioni. All’opposto si collocano la Campania e la Sicilia, con bassi livelli di qualità in tutte le dimensioni.(fonte doctornews33)
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Dolore in ospedale
Pubblicato da fidest su giovedì, 24 maggio 2012
Il dolore colpisce il 37,5% dei pazienti ricoverati nei reparti di medicina interna della nostra Penisola: una sofferenza che, in più di 7 casi su 10, non è legata a una forma tumorale. Per gestire il problema in maniera appropriata, è essenziale una corretta formazione degli addetti ai lavori ma occorre anche sviluppare una maggiore collaborazione tra specialisti al letto del malato e, soprattutto, una nuova cultura assistenziale nei medici, che nella pratica clinica devono applicare realmente quanto la Legge 38 ha stabilito. Questi sono solo alcuni degli interessanti spunti di riflessione emersi dal recente studio DOMINO – “DOlore in Medicina Interna NO”, realizzato da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, con un contributo di ricerca non condizionato di Mundipharma.
L’indagine ha coinvolto 26 Unità Operative di Medicina Interna in tutta Italia, tra gennaio 2011 e marzo 2012, con un duplice obiettivo: da un lato, descrivere le caratteristiche del dolore nei pazienti ricoverati in quei reparti, analizzandone le modalità di gestione (dalla rilevazione in cartella clinica, alla misura della sua intensità, fino ai trattamenti effettuati); dall’altro, migliorare l’approccio terapeutico attraverso uno specifico intervento formativo.
Alla fase 1 dello studio, che prevedeva l’analisi di 2.600 cartelle cliniche (100 per ciascun centro), sono seguite una fase 2, nel corso della quale è stato realizzato uno specifico programma educazionale standardizzato, e una fase 3, che ha valutato gli effetti della formazione attraverso l’esame di 2.600 nuove cartelle cliniche. Secondo i risultati della ricerca, la sintomatologia dolorosa compare nelle cartelle cliniche di quasi 4 pazienti su 10: solo nel 23,8% dei casi, tuttavia, è di origine oncologica; per il 75,7% si tratta di un dolore di natura non neoplastica, dovuto in particolare a problematiche a carico dell’apparato muscolo-scheletrico (55%). Grazie all’intervento formativo attuato da Fadoi, l’attitudine a misurare l’intensità del dolore è cresciuta del 62%, passando dal 47,8% iniziale al 77,4% della terza fase dell’indagine. Questo significativo miglioramento nella rilevazione e registrazione del dolore, tuttavia, è seguito da progressi più “timidi” e contenuti nel suo trattamento e nell’appropriatezza terapeutica. Se analizziamo i dati più nello specifico, osservando in quanti centri sia aumentata l’attenzione al dolore in seguito al programma educazionale, notiamo che nel 46,2% dei reparti coinvolti il numero di cartelle cliniche con citazione del sintomo dolore e il numero di pazienti sottoposti a cure analgesiche è rimasto quasi invariato o, addirittura, è diminuito. Inoltre, se i trattamenti antalgici durante il ricovero sono cresciuti del 14,5% e il ricorso agli oppioidi forti è salito del 16%, è anche vero che l’impiego di FANS, inibitori della COX-2 e paracetamolo ha avuto un incremento pari al 27,6%, nonostante i noti danni gastrointestinali che molti di questi farmaci possono causare, se usati per lungo tempo. Un ulteriore aspetto evidenziato dalla ricerca Fadoi riguarda la necessità di un maggior coinvolgimento degli specialisti algologi nei reparti ospedalieri di Medicina Interna. Lo studio DOMINO ha rilevato che il numero di consulenze richieste al terapista del dolore o al palliativista sono passate dal 5,3% della prima fase al 5,7% della fase finale della survey, con una crescita pari all’8%. “Una reale integrazione delle competenze tra le diverse figure professionali – conclude Filippini – è il passo fondamentale per poter assicurare l’interdisciplinarietà delle cure e garantire davvero ai pazienti il diritto a non soffrire, come auspicato dalla nuova normativa”.
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L’occupazione in Italia
Pubblicato da fidest su giovedì, 24 maggio 2012
In questi giorni si sta ampliando il dibattito sull’occupazione in Italia e molti si stupiscono sull’entità del fenomeno e altri attribuiscono all’attuale crisi economica la perdita dei posti di lavoro. In effetti la situazione ha avuto, se non vogliamo andare troppo a ritroso nel tempo, un precedente che forse alcuni dimenticano. Il primo effetto negativo sull’occupazione l’abbiamo avuto negli anni successivi la fine della seconda guerra mondiale. Allora vi era una ragione dettata dalle conseguenze dei danni bellici e dalla distruzione di molti stabilimenti industriali. Poi vi fu il “boom” della ricostruzione, del risveglio imprenditoriale congiunto all’aiuto del piano Marshall. Ciò non di meno fu chiaro che il Paese si trovava nella impossibilità di coprire, per intero, la forza lavoro disponibile tanto che si ricorse ad alcuni stratagemmi. Per prima cosa si continuò ad emigrare o a spostarsi dal Sud al Nord del paese. Per coloro che restarono furono ideati degli ammortizzatori sociali a partire dalla leva militare obbligatoria e dell’allungamento dei corsi universali (fuori corso) che avevano lo scopo preciso di ritardare la domanda di lavoro delle nuove generazioni. Nello stesso tempo si “dilatarono”, artificiosamente, i posti di lavoro nella pubblica amministrazione e persino nelle grandi aziende private come la Fiat. Pensammo in questo modo di esorcizzare la situazione e di perpetuarla nel tempo incoraggiati, come fummo, dalla situazione politica internazionale che aveva generato la guerra fredda tra i due blocchi e l’Italia era sotto attenta osservazione per l’essere il paese occidentale con il più consistente partito comunista e l’Urss non nascondeva di foraggiarlo. Dopo la caduta del Muro di Berlino e il tracollo dell’Urss le cose cambiarono anche per l’Italia sebbene i politici nostrani sembrarono non accorgersene. E la situazione si aggravò per il semplice motivo che la crisi del sistema impose la drastica riduzione dei surplus occupazionale mentre gli ammortizzatori sociali mostrarono i loro limiti vuoi per la fine della ferma obbligatoria vuoi per l’aumento dei giovani in cerca di un lavoro resi meno pazienti d’attendere le lungaggini dei corsi universitari. Solo ora ci rendiamo conto che di là della crisi economica esiste un gap occupazionale che non è mai venuto meno sebbene si sia aggravato in certi periodi in luogo di altri. E oggi siamo nella fase più acuta. Questo significa che se ritorniamo al regime di sviluppo normale dobbiamo, comunque, convivere con non meno di due milioni di disoccupati, se non di più. E’ una forza lavoro eccedentaria che va ad aggiungersi a quella sempre più consistente degli immigrati che oggi sono tollerati, dal punto di vista lavorativo, solo perché costituiscono il nerbo del lavoro in nero con bassi salari e costi sociali minimi. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)
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Piano contro malattie reumatiche
Pubblicato da fidest su martedì, 22 maggio 2012
Ventitre milioni di giornate di lavoro perse ogni anno e quasi 2 miliardi di euro di mancata produttività: sono i costi che derivano dalla scarsa attenzione alle malattie reumatiche. L’allarme è lanciato dall’Associazione Nazionale Malati Reumatici (ANMAR) e dal Coordinamento Nazionale Malati Cronici (CnaMC), che insieme a CittadinanzAttiva e a numerose altre associazioni di pazienti a livello regionale chiedono che venga realizzato un piano specifico per affrontare queste patologie fortemente invalidanti. “Il nostro appello – spiega la dott.ssa Gabriella Voltan, presidente di ANMAR – è rivolto al Ministro della Salute, prof. Renato Balduzzi, e alla Conferenza Stato-Regioni, perché siano inseriti ‘progetti obiettivo’ specifici nel Piano Sanitario Nazionale 2012. In particolare, deve essere garantita l’equità di accesso alle cure e ai farmaci biologici e va istituito un registro per queste malattie. È prioritario inoltre l’obiettivo della diagnosi precoce implementando la rete assistenziale, per migliorare la qualità di vita di queste persone e razionalizzare l’impatto sulle risorse dei sistemi sanitari regionali. È indispensabile che il Governo e le Regioni adottino quanto prima le misure necessarie per affrontare la situazione di questi malati, altrimenti il sistema sanitario non sarà in grado, già nel prossimo futuro, di garantire la dovuta assistenza ai cittadini”. Una proposta concreta è quella rilanciata alla Commissione Salute della Conferenza delle Regioni dalla Sicilia, dove l’Assessorato della Salute sta lavorando per istituire una rete delle patologie reumatiche. L’iniziativa è stata presentata anche al recente convegno nazionale dei reumatologi a Venezia, dopo un lavoro annuale di incontri con cittadini e operatori. La sensibilità della Regione Sicilia ha rinforzato l’attenzione delle Istituzioni su un problema che le associazioni dei malati e il mondo scientifico denunciano da anni.Più di cinque milioni di italiani, cioè quasi un decimo della popolazione (con predilezione per le donne in misura oltre 3 volte superiore agli uomini), soffrono di malattie reumatiche e, di questi, oltre 700 mila sono colpiti da forme croniche infiammatorie. I costi dell’assistenza socio-sanitaria rappresentano una seria minaccia per l’economia complessiva del nostro Paese. La spesa per le patologie reumatiche croniche supera i 4 miliardi di euro l’anno: quasi la metà – 1 miliardo e 739 milioni – è rappresentata dalla perdita di produttività per circa 287 mila lavoratori malati. Nelle parole dei pazienti si legge l’importanza della diagnosi precoce e il rammarico per non essere stati curati subito, nella fase iniziale della malattia. “Sono sempre stata sana e la mia passione erano le scalate in montagna – afferma Giovanna -. Ho iniziato ad avvertire i primi disturbi legati alla malattia all’età di 26 anni. I sintomi, più accentuati dopo la prima gravidanza, sono stati trascurati dai medici. Finalmente ho ricevuto la diagnosi nel 1983, dopo la nascita del mio secondo figlio. Se la diagnosi fosse stata precoce, avrei avuto la possibilità di una terapia adeguata che mi avrebbe consentito di continuare a lavorare senza pesare sull’economia sociale ed avrei avuto una migliore qualità di vita. Sono una pensionata con un’invalidità anticipata da allora”. La scarsa qualità di vita nella testimonianza di un uomo di 69 anni. “Ho avuto i primi sintomi all’età di 23 anni – spiega il paziente, colpito da spondilite anchilosante -, la forma acuta si è scatenata a 27 e la patologia mi è stata diagnosticata dopo accertamenti radiologici nel 1971. La malattia mi ha costretto a ritirarmi dal lavoro che svolgevo alla Fiat perché non potevo stare in piedi per lungo tempo. Giornalmente sono costretto ad assumere antinfiammatori a causa della rigidità della colonna che si è bloccata quasi totalmente comprese le vertebre cervicali. Non vivo bene la mia patologia, mi sono incurvato e abbassato in altezza di oltre 6 cm. Se fossi stato curato meglio, la mia vita sarebbe stata diversa”. Un altro paziente è riuscito a recuperare una buona qualità di vita, grazie a terapie efficaci. “Sono malato di spondilite anchilosante da circa 18 anni – spiega il paziente che oggi ha 35 anni -. Una mattina estiva del 1997 mi sveglio con un leggero fastidio alle anche, avevo 20 anni, ero iscritto all’università al secondo anno ed ero un atleta talentuoso con davanti un futuro radioso di grandi risultati. Dopo circa un mese non camminavo più. Ero passato troppo velocemente dall’allenarmi tutti i giorni allo strisciare in casa appoggiandomi ai mobili. Come nella maggior parte dei casi la difficoltà iniziale fu individuare la malattia. Sono stato curato per ernia al disco, sciatalgia, qualcuno ha creduto che io fossi pazzo, ho fatto mesoterapia, magnetoterapia, fisioterapia e tante altre cose i cui nomi terminano con ‘-terapia’, tutto senza risultati. Dopo circa un anno la geniale intuizione di mio zio, che da bravo pediatra è abituato a lavorare con pazienti che non gli sanno spiegare i sintomi, mi ha indirizzato sulla strada giusta: la reumatologia. Gli anni successivi furono un susseguirsi di miglioramenti e ricadute, senza mai avvicinarmi a quella condizione di ‘normalità’ che ormai mi sembrava lontana e antica. Nell’aprile del 2004 il Prof. V. mi propone un nuovo tipo di cura, in parte ancora sperimentale, un farmaco cosiddetto ‘biologico’, vale a dire basato su un principio attivo, creato in laboratorio. Mi mette al corrente dei possibili effetti collaterali e concordiamo insieme la data della prima infusione. Pochi giorni dopo mi reco al policlinico di Napoli carico di speranze e di dolori, per l’inizio della terapia. La mattina seguente, a tutt’oggi la più bella della mia vita, mi alzo dal letto con una facilità che mi sembrava perduta per sempre. Ripeto l’infusione dopo due settimane, poi dopo quattro e infine dopo sei. A settembre ricomincio a correre. Oggi svolgo il mio lavoro di ingegnere, mi alleno tutti i giorni e corro, salto, lancio più di quanto non facessi prima della malattia. I dolori sono spariti del tutto, anche grazie alla forma fisica ritrovata, e mi ricordo della spondilite solo ogni quattordici settimane quando mi reco all’ospedale per l’infusione di vita”.
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Arriva la feromone-seduction
Pubblicato da fidest su venerdì, 18 maggio 2012
E’ stato messo a punto da un noto psicologo e psicoterapeuta il Dott Gilberto Di Benedetto , e un team di esperti di biochimica un potentissimo metodo seduttivo denominato “feromoneseduction”che coniuga l’uso dei feromoni ( veicolati con una crema per Il corpo),e la conoscenza delle piu’ sofisticate tecniche di comunicazione non verbale. Feromone (dal greco antico φέρω phero “portare” e ὁρμή orme “eccitamento”) è il nome dato a sostanze bio-chimiche che sono emesse dagli organismi viventi a basse concentrazioni con la funzione di segnali. Generano comportamenti e reazioni fisiologico-comportamentale in altri individui della stessa specie che vengono a contatto con esse. Un esempio sono i feromoni sessuali che vengono scambiati per contatto o per stimolo olfattivo e che provocano interesse sessuale in un altro individuo.Lo rende noto un gruppo di psicologi del CSTI (Centro studi tecniche ipnotiche), che grazie allo sviluppo delle neuroscienze e per mezzo delle metodiche di neuroimmagine, come tomografia a emissione di positroni (PET), risonanza magnetica funzionale (fMRI) e registrazione di potenziali evocati, hanno finalmente dimostrato con dati “oggettivi” alla mano le rivoluzionarie teorie dello psicologo Stefano Benemeglio, teorie che sono alla base della psicologia analogica. La Psicologia Analogica, che studia tutto ciò che non è logico nell’essere umano e di conseguenza inconscio, può aiutarvi a capire queste dinamiche. Gilberto Di Benedetto (Presidente del CSTI) in una nota afferma che: è proprio l’inconscio a gestire il nostro comportamento e i nostri coinvolgimenti in base alle sue esigenze. Queste esigenze si sono strutturate emotivamente nel periodo infantile/adolescenziale. Questo vuol dire che in quel periodo della vostra vita, nella relazione con i vostri genitori, avete vissuto un conflitto con entrambi. La vostra vita di relazione deve quindi svolgersi in Triade: Voi l’oggetto del desiderio e l’antagonista. E’ nei primi anni di vita che si forma la struttura psicologica dell’individuo, in base al rapporto vissuto con i genitori. I conflitti vissuti nella relazione con la madre, il padre o tra i genitori stessi, ne determinano la personalità, il comportamento e la predisposizione a determinati turbamenti. Quali saranno i bisogni affettivi dell’individuo e che tipo di personalità avrà la persona che lo farà innamorare, sarà trasgressiva o istituzionale, sono conseguenze dell’evoluzione infantile, formatasi attraverso un difficile percorso tra conflitti e turbamenti. La personalità e le sue esigenze inconsce sono state decodificate dalla Psicologia Analogica, in quanto vengono espresse dall’essere umano con il linguaggio emotivo dei simbolismi comunicazionali: la Comunicazione Analogica non Verbale Simbolica. Il Simbolismo è la comunicazione espressiva del gesto, del segno, della parola e del comportamento. Si identifica nelle forme geometriche asta,cerchi,triangolo, e condensa i simboli paterni, materni ed egocentrici che governano l’individuo. Il simbolismo è espressione comunicativa diretta dell’inconscio. La Psicologia Analogica è riuscita a tradurre questo linguaggio attraverso l’interpretazione dell’Analogia (segni o comportamenti inconsapevoli che esprimono e rimandano indirettamente a conflitti analoghi vissuti nel passato), ricavando precise e preziose informazioni sulla complicata struttura psicologica dell’individuo.
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Aids, sì Fda a pillola preventiva. In Italia si apre il dibattito
Pubblicato da fidest su martedì, 15 maggio 2012
Fa discutere il sì espresso da un panel di esperti statunitensi in rappresentanza dell’Fda sull’utilizzo della prima pillola in grado di prevenire l’infezione da Hiv in soggetti sani. Il farmaco, in realtà due principi attivi tenofovir ed emtricitabina combinati assieme in un’unica compressa, è già in uso come trattamento per l’Hiv, ma non per la prevenzione e secondo le nuove indicazioni statunitensi sarebbe destinata a soggetti sani ad alto rischio, come omosessuali o partner di persone sieropositive. Secondo lo studio internazionale condotto in sei paesi e i cui risultati sono stati pubblicati nel 2010 sulla rivista The New England Journal of Medicine, l’utilizzo del farmaco a fini preventivi ha, infatti, dimostrato un minore rischio del 44-73% di contrarre l’infezione. «Penso» ha detto alla Bbc Robert Grant, del Gladstone Institutes of Virology and Immunology di San Francisco «che siamo nell’era che vedrà la fine dell’epidemia mondiale di Aids». Più cauti gli esperti italiani e se Stefano Vella, direttore del Dipartimento del farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), parla «di un’arma di prevenzione in più per le categorie altamente a rischio che non può essereconsiderata una soluzione», Mauro Moroni, vicepresidente di Anlaids sottolinea come «il profilattico possa svolgere la stessa azione preventiva sulle categorie a rischio, senza possibili effetti collaterali e senza costi enormi per l’Ssn e per i pazienti». Oggi negli Usa il trattamento con il farmaco costa da 11mila a 14 mila dollari l’anno, un costo da considerare, se il farmaco anche in Europa avesse un’indicazione di questo tipo, con il rischio che fondi siano distolti da opzioni terapeutiche che presentano una maggiore convenienza in termini di rapporto costi-benefici. Altri timori riguardano la possibilità che si sviluppino varianti del virus Hiv resistenti al farmaco «L’uso preventivo a vita di questo farmaco» secondo l’immunologo Ferdinando Aiuti «potrebbe portare a problemi di tossicità cumulativa, a un’inevitabile insorgenza di resistenze e quindi successiva inefficacia del farmaco stesso nei confronti del virus Hiv».(Marco Malagutti – fonte doctornews33)
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Immigrant Citizens Survey
Pubblicato da fidest su domenica, 13 maggio 2012
La Fondation Roi Baudoin (Belgium) ha condotto una indagine sui cittadini immigrati: rilevazione dei bisogni, valutazione delle politiche, miglioramento delle capacità. Per raccogliere le percezioni dell’opinione pubblica e dei migranti e sviluppare una più completa comprensione dei processi di integrazione
Il progetto ha lo scopo di rendere la voce dei cittadini di paesi terzi legalmente residenti ampia e sufficientemente rappresentativa a livello Europeo affinché i loro bisogni, contributi, aspirazioni, e opinioni possano aiutare gli attori della politica a migliorare le capacità di integrazione. L’”Indagine Sui Cittadini Immigrati” chiede agli immigrati per prima cosa di valutare i loro bisogni e il loro contributo nella vita di tutti i giorni e poi di valutare come questi bisogni sono o potrebbero essere soddisfatti da interventi pubblici. La popolazione oggetto di questa indagine include adulti (dai 15 anni) cittadini di paesi terzi che risiedono legalmente nel paese da almeno un anno. Lo schema dell’indagine valuta bisogni e rilevanza politica, efficienza, ed efficacia in molte aree di integrazione: il mercato del lavoro e il riconoscimento delle competenze e dei titoli di studio; la vita famigliare; la sicurezza della residenza; l’accesso ai servizi generali (es. assistenza sanitaria, casa); istruzione; partecipazione civica; accesso alla cittadinanza; e l’antidiscriminazione. Tali temi sono delineati in modo da essere comparabili con i sondaggi generali già esistenti a livello europeo per permettere confronti tra i cittadini dei paesi terzi e il resto della popolazione.
L’indagine è stata condotta in 7 Paesi europei. In Italia la rilevazione si è svolta nelle città di Milano e Napoli, per un totale di 800 interviste, nel periodo ottobre-dicembre 2011
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Volontari per combattere le ulcere
Pubblicato da fidest su sabato, 12 maggio 2012
Corato (Ba) Rappresentano uno dei maggiori problemi nel mondo occidentale. Secondo l’Osservatorio permanente della sanità, ne soffrono circa due milioni di italiani, ma quasi certamente il dato è sottostimato. Stiamo parlando delle ulcere cutanee croniche che non tendono a guarire spontaneamente per cause varie e che sono nella maggioranza dei casi dovute ad altre malattie, in particolare diabete, malattie vascolari e a tutte quelle disfunzioni che costringono il paziente a letto. Le forme più comuni sono l’ulcera venosa (la più frequente sia a livello mondale sia nazionale, di cui soffrono prevalentemente donne intorno ai 40 anni), da piede diabetico, da decubito, arteriosa-mista, reumatologica, neoplastica.
“Le ulcere cutanee rappresentano una vera e propria piaga sociale e la cura rappresenta una delle prestazioni sanitarie più costose in assoluto” dichiara la dott. Angela Garrubba, responsabile dell’ambulatorio di Vulnologia e Geriatria del Presidio Ospedaliero Umberto I di Corato. “Nel nostro Paese ogni anno vengono spesi 1500 milioni di euro, il 2% del budget annuo della Sanità. Il 36% dei pazienti grava sull’economia familiare con costi da 100 a 300 euro al mese”. Quindi per affrontare questa patologia, che ha assunto un’importanza crescente, è nata a Corato l’Associazione Volontari Ulcera Cutanea (AVUC).
“L’associazione vuole essere un punto di incontro e di riferimento per i malati e per quanti ogni giorno si impegnano e affrontano la difficile problematica delle ulcere” spiega la dott. Garrubba. “L’obiettivo è la messa a punto delle conoscenze in tema di ricerca, terapia e prevenzione, mettendo sempre al centro il malato, con la consapevolezza delle difficoltà nell’affrontare questa patologia cutanea, spesso sottostimata e sottovalutata. Nel mio ambulatorio, in un anno, sono arrivati oltre 1000 pazienti, una cifra enorme legata anche al fatto che al Sud mancano centri d’eccellenza per gestire la cura”.
“Con l’appoggio dell’associazione AVUC e dell’Asl stiamo attivando dei corsi di formazione per gli operatori sanitari, per le famiglie e per chi assiste i malati, con l’intento di fornire un’informazione scientifica adeguata, assistenza e favorire il reinserimento sociale” aggiunge la dottoressa. Poter effettuare un trattamento adeguato delle ulcere rappresenta ancora una sorta di sfida per i professionisti del settore.
Ma quanto è importante dare voce a questo tipo di malati? “È fondamentale. A volte neanche il paziente si rende conto della gravità e delle conseguenze di questa patologia, che deve acquisire una sua ‘dignità di malattia’. La realtà pugliese è ancora indietro sulle normative se paragonata a regioni come il Piemonte, la Lombardia e il Veneto che hanno adottato misure a favore del paziente. La conoscenza è alla base della guarigione, questo è il motto dell’associazione, senza dimenticare che intorno a un’ulcera non c’è solo una ferita ma anche una persona”.(Chiara Merli)
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Prudential Reveals Two in Five 2012 Retirees Want to Stay in Work
Pubblicato da fidest su giovedì, 10 maggio 2012
London, (PRNewswire) Prudential has revealed that two in five (40 per cent) people planning to retire this year would be happy to work past 65 if they had the chance. Prudential’s Class of 2012 study, which looks at the finances and expectations of those planning to retire this year, shows that 48 per cent of men and 32 per cent of women would be happy to continue working past the standard retirement age. The main motivation for more than two thirds (68 per cent) of this year’s retirees who want to stay in the workforce past 65, is a desire to remain physically healthy and mentally active, while 39 per cent do not like the idea of retiring and just staying at home. More than half (54 per cent) claim that they enjoy working. However, despite wanting to stay in work, only 13 per would choose to continue to work full-time with their current employer. Nearly half (49 per cent) of those retirees who want to work past 65 years old would prefer to work part-time, either with their current employer or in a new role, in order to strike a better work life balance. More than one in 10 (11 per cent) of entrepreneurial retirees would consider starting their own business after the age of 65 or earn money from a hobby in order to keep working. Five per cent would work as charity volunteers. Recent ONS figures show that average retirement ages are rising, with men now retiring at an average age of 64.6, compared with 63.8 in 2004, and women working until 62.3 years compared with 61.2 previously.
Vince Smith-Hughes, retirement expert at Prudential, said: “There is a new retirement reality taking shape across the UK, with thousands of people actively choosing to work past the traditional retirement age.”The fact that so many of this year’s retirees would keep working on a part-time basis is a strong indication that, for many, working is as much about staying young at heart as it is about funding retirement.”Gradual retirement is an increasing trend among pensioners, whether this means remaining in the same job on a flexible basis or even setting up their own business. Those retiring at 65 will face an average of nineteen years in retirement which makes the financial and social benefits of working for longer an even bigger draw for a new generation of industrious retirees.” Around the country, those planning to retire this year from the East of England were the most keen to stay part of the workforce with 54 per cent saying that they would choose to work past 65 if they had the option. Half (49 per cent) of Londoners and 45 per cent of people in the South East would also like to continue to work. However, just 29 per cent of Scots planning on retiring this year would be happy to work past 65 if given the choice, along with 30 per cent of retirees in Wales and in Yorkshire and Humberside, and only 21 per cent of those in the North East.
‘Prudential’ is a trading name of The Prudential Assurance Company Limited, which is registered in England and Wales. This name is also used by other companies within the Prudential Group, which between them provide a range of financial services including retirement planning, life assurance, and advice on pensions.
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