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Quotidiano di informazione – Anno 25 n° 135

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Antidepressivi alias depressivi

Pubblicato da fidest su domenica, 27 maggio 2012

È di questi giorni la notizia che l’uso di alcune tra le più diffuse classi di antidepressivi utilizzati anche in Italia per combattere la depressione può provocare un paradossale aggravamento della depressione stessa e causare vari effetti avversi anche gravi. E’ quello che hanno scoperto i ricercatori della McMaster University – la prestigiosa università canadese fondata a Ontario 130 anni fa – i quali hanno pubblicato i risultati del loro studio sulla rivista scientifica “Frontiers In Evolutionary Psychology”.
La ricerca è stata effettuata paragonando gli effetti dei più moderni e diffusi antidepressivi, gli “inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina” (SSRI) a un gruppo trattato con placebo. I livelli di serotonina alterati dai farmaci possono produrre tutta una vasta gamma di effetti indesiderati: tra questi si va dai più “semplici” problemi digestivi a effetti collaterali più seri come difficoltà nella sfera sessuale, ictus e morte prematura. Diversi tra gli psicofarmaci esaminati nello studio offrono pochi benefici per la maggior parte delle persone affette da depressione da lieve a moderata, mentre offrono un aiuto attivo solo ad alcuni tra i pazienti più gravemente depressi. In alcun casi si sono addirittura riscontrati effetti positivi più marcati con l’uso di un placebo rispetto al farmaco. Gli antidepressivi SSRI interferiscono con l’attività cerebrale, lasciando il paziente vulnerabile a una depressione di “rimbalzo” che spesso si presenta con intensità ancora maggiore rispetto a prima dell’inizio della terapia. A seguito di una sospensione dai farmaci SSRI «dopo un uso prolungato, il cervello compensa la presenza in eccesso del neurotrasmettitore riducendone automaticamente i livelli di produzione – sottolinea il Dott. Paul Andrews, coordinatore della ricerca – e questo cambia il modo in cui i recettori nel cervello rispondono alla serotonina stessa, rendendo alla fine il cervello meno ‘sensibile’ a questa sostanza». Allo stato attuale, i ricercatori ritengono che detti cambiamenti possano essere reversibili, tuttavia diversi studi suggeriscono che gli effetti indesiderati possano permanere fino a due anni, aumentando significativamente il rischio di scompenso psichico. Oltre a ciò, i farmaci SSRI possono interferire con tutti i processi fisici che di norma sono regolati dalla serotonina: per esempio, quantità significative di questa sostanza sono presenti nell’intestino, in quanto essa è utilizzata per controllare la regolarità della digestione, formare coaguli di sangue nei punti di cicatrizzazione e anche regolare la riproduzione e la crescita dell’organismo, e questa è la ragione per la quale queste classi di psicofarmaci possono causare problemi di sviluppo nei minori.
Proprio quello dell’utilizzo di antidepressivi in fascia pediatrica e adolescenziale è il problema che maggiormente preoccupa gli esperti di “Giù le Mani dai Bambini”, la più visibile campagna italiana di farmacovigilanza in età pediatrica e di sensibilizzazione sul tema dell’uso disinvolto di psicofarmaci (www.giuelmanidaibambini.org). Sul punto è intervenuto Luca Poma, giornalista e portavoce nazionale del Comitato: “Da anni, specie da quando l’EMA – l’Agenzia Europea regolatoria per i farmaci – ha autorizzato l’uso degli antidepressivi anche su bambini di soli otto anni, denunciamo i pericoli insiti nell’uso di queste sostanze su organismi e cervelli ancora in via di sviluppo. Molte volte sedicenti esperti hanno sostenuto che ‘non è lo psicofarmaco che fa male, dipende da come lo si usa’: questa ennesima ricerca scientifica, ultima di una serie, prova che non è assolutamente vero. Questi prodotti sono inutili nella maggior parte dei casi, e spesse volte anche dannosi e pericolosi: a quando delle nuove linee guida nell’utilizzo da parte del Ministero della Sanità? Forse è opportuno riflettere una volta per tutte – conclude Poma – sul fatto che gli interessi finanziari delle multinazionali farmaceutiche devono passare necessariamente in secondo piano rispetto al diritto alla salute dei nostri bambini e dei nostri ragazzi”.

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Livelli di Vegf predicono efficacia degli antidepressivi

Pubblicato da fidest su lunedì, 19 dicembre 2011

English: 2D structure of SSRI-class antidepres...

I livelli alti di Vegf, fattore di crescita per lo sviluppo dei vasi sanguigni, predicono una buona risposta alla terapia con antidepressivi inibitori dell’assorbimento della serotonina (Ssri). Il dosaggio si esegue su campione di sangue, e l’esame messo a punto l’equipe di Angelos Halaris dell’università di Lodola, potrebbe diventare un elemento predittivo dell’esito, di per sé incerto e variabile, delle cure contro la depressione. Il test è concettualmente molto semplice: i ricercatori si sono accorti che usando gli antidepressivi più comuni, come gli Ssri, l’85% dei pazienti con alti livelli del fattore di crescita nel sangue risponde ai farmaci; al contrario meno del 10% dei soggetti con bassa concentrazione trae giovamento da questi farmaci. La misura di questo fattore di crescita, dunque, può essere un buon metodo predittivo per capire in anticipo chi ne trarrà giovamento significa fare un passo avanti enorme nella personalizzazione del trattamento di questo disturbo, ricorrendo alla classe di farmaci che sembra più utile per ciascun paziente.

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Aumento uso antidepressivi

Pubblicato da fidest su domenica, 23 ottobre 2011

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Image via Wikipedia

Già nel 2005 la Food & Drug Administration (FDA), l’Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali degli Stati Uniti che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, aveva obbligato i produttori dei principali antidepressivi ad aggiungere sulle etichette un avvertimento ai consumatori sul fatto che gli antidepressivi possono aumentare il rischio di suicidio. A preoccupare l’ente era già all’epoca la circostanza che le vendite di questi farmaci segnavano una parabola ascendente che pareva inarrestabile non solo negli USA ma anche in tutti i paesi sviluppati, compreso l’Italia. L’industria del settore, infatti, segna da tempo cifre con aumenti a due cifre anno dopo anno anche a causa degli investimenti delle stesse imprese farmaceutiche capaci di spendere miliardi ogni anno per pubblicizzarli e stimolarne le vendite. Una catena di incentivazione che fa un pressing asfissiante sui medici ed arriva a milioni di pazienti. Anche perché nel tempo è aumentata anche l’”offerta” di prodotti: ai classici farmaci “triciclici” già in uso dagli anni Sessanta si sono affiancati nel corso dell’ultimo cinquantennio prodotti considerati più selettivi e meno tossici. Il panorama è così variegato che ormai ne esistono di ogni tipo: alcuni agiscono solo sulla serotonina, altri solo sulla noradrenalina, altri ancora su tutti e due i mediatori chimici. Lo sviluppo di tali prodotti farmaceutici fa leva sulle teorie secondo le quali l’ampliamento dei mediatori chimici quali quelli menzionati, possa avviare procedure biologiche tali da causare un progressivo miglioramento della depressione. Il Los Angels Times, di recente ha riportato alcune statistiche a dir poco allarmanti sui numeri e sulla platea delle persone che utilizzano gli antidepressivi. Secondo l’importante quotidiano americano oltre il 10 per cento dei cittadini americani di 12 anni d’età fa uso di tali farmaci.
Le Statistiche del National Center for Health Statistics sono più precise e dimostrano che l’11 per cento degli americani di 12 anni assume tali prodotti, che riguardano, peraltro, le ricette più prescritte dai medici per le persone di età compresa dai 18 ai 44 anni. L’agenzia di stampa Reuters ha riferito che dal 2005 al 2008, sono stati i farmaci più comunemente prescritti per tutte le età. USA Today è arrivato a stimare che l’uso degli antidepressivi è salito alle stelle segnando un + 400 % dal 1988. Gli esperti di igiene mentale hanno sottolineato che i motivi di questo incredibile picco sono da ricercare da una parte nell’economia in difficoltà, dall’altra in campagne mediatiche che riguardano tali prodotti farmaceutici ed infine nei ritardi per le famiglie ad ottenere il rimborso per le terapie di tipo psicologico che spingono i cittadini a soluzioni più rapide quali l’uso di questi tipi di pillole. L’indagine di USA Today ha sottolineato che le donne hanno 2 volte e mezzo in più di probabilità di prendere antidepressivi e la popolazione bianca più di quella di colore. Il Los Angeles Times ha rilevato anche la predisposizione a continuare ad assumere antidepressivi per i soggetti che si erano visti prescrivere tali tipi di farmaci con oltre il 60 per cento dei cittadini che continuavano a farsi prescriverne per due anni o più e il 14 per cento li utilizza per 10 anni o più. Tra le ragioni dell’aumento delle vendite, oltre a quelle già sottolineate, la più significativa sta nel fatto che questi farmaci si utilizzano per curare situazioni che spesso nulla hanno a che fare con la depressione, un’importante e grave malattia psichica che richiede adeguate terapie. Accade troppo spesso che invece vengano trattati con i farmaci anche gli “stati depressivi” che sono tutt’altra cosa. Se qualcuno vive una situazione difficile nella propria vita, per esempio perde un parente o il posto di lavoro, si trova in difficoltà economiche, si vede troncare una relazione d’amore, anziché assumere farmaci dovrebbe primariamente guardare alle proprie risorse interiori, alle proprie energie per superare il momento critico. In alcuni casi è stato dimostrato che l’utilizzo di antidepressivi può addirittura essere negativo, causando a volte, tra l’altro, una riduzione delle nostre capacità di reazione. Va da sé che indipendentemente dall’opinione delle varie correnti scientifiche sulla bontà o meno dell’assunzione di tali prodotti anche in situazioni non patologiche, per Giovanni D’Agata Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” una regola dovrebbe essere il faro guida di tutti i cittadini specie nei momenti di difficoltà della vita: non bisogna fare un uso improprio di antidepressivi ed è necessario affidarci sempre allo specialista psichiatra o psicologo, e non a quanto ci dicono i media non specializzati o i consigli di amici e parenti.

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Commercio antidepressivi inutili

Pubblicato da fidest su giovedì, 2 settembre 2010

“La Food and Drug Administration (FDA), l’Ente Federale USA che governa e regola l’immissione in commercio dei farmaci, sulla base di recentissime verifiche effettuate su più ricerche pubblicate nella letteratura scientifica internazionale, afferma che gli antidepressivi sono solo “marginalmente efficaci” rispetto al placebo (sostanza inerte) e che i risultati sbandierati dalle industrie farmaceutiche sulla loro grande efficacia sono solo notizie artificiosamente gonfiate per vendere più medicinali”. Così L’On. Scilipoti (IdV), con riferimento alla “truffa” a danno dei cittadini sul commercio del 98% degli antidepressivi. Per anni – continua l’On. Scilipoti – i poteri forti dell’establishment universitario, industriale e politico hanno osteggiato il processo di avanzamento delle Medicine non Convenzionali in Italia, affermando che si tratta solo di placebo, liquidando come sottocategoria di cittadini, quel 23% della popolazione che ne fa regolare uso. In questo modo – aggiunge l’On. Domenico Scilipoti – si va contro l’interesse di tutti coloro che vogliono una medicina centrata sulla persona, sostenibile, affidabile, non inquinante, umanistica ancorché scientificamente fondata. Da circa diciotto mesi – conclude l’On. Scilipoti – sono state depositate in Parlamento delle mie proposte di legge sulle Medicine non Convenzionali, ma non sono state mai calendarizzate e non se ne conosce il motivo, visto che le giustificazioni avanzate dal Presidente della XII Commissione Affari Sociali della Camera sono state finora sconsiderate e inutili. Sarebbe opportuno che il lavoro dei Parlamentari venisse espletato e non lasciato nell’oblio come sovente accade per questioni probabilmente legate a conflitti di interesse o di partito”.  http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=54759&idSezione=1

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I disagi causati dallo stress

Pubblicato da fidest su lunedì, 30 novembre 2009

Senso di precarietà e ansia da prestazione sono le due costanti del lavoro oggi in Italia, un Paese dove la vita —nelle grandi città come Roma o Milano— richiede performance sempre maggiori, determinando disagi che portano sempre più spesso le persone a ricorrere a farmaci antidepressivi o —al contrario— psicolettici che nell’ultimo anno hanno registrato una crescita del 12%. E un dato ancora più allarmante è l’incremento del ricorso ai farmaci anche senza prescrizione medica: un fatto preoccupante che —secondo gli ultimi dati elaborati dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche— colloca l’Italia al quarto posto su 35 Stati europei. L’Accademia Internazionale “Stefano Benemeglio” delle Discipline Analogiche (www.ipnosibenemeglio.com) lancia ora l’allarme su questa «cultura dello stress» dilagante nel nostro Paese, frutto di una rincorsa esasperata verso la logica della produttività e del profitto, e si propone di ristabilire una dimensione più umana della persona. «L’intervento farmacologico deve essere evitato quando è possibile ricorrere ad altri metodi» sottolinea Stefano Benemeglio che dopo anni di ricerca sul campo per vincere lo stress propone un metodo —quello dell’«ipnosi dinamica»— basato sulla decodifica automatica di atti comunicativi non verbali privi di significato razionale —quali il segno, il gesto ed altri— ma carichi di significati analogici, cioè emotivi. Il metodo ideato da Stefano Benemeglio si rivela efficace nell’80% dei casi e sta riscontrando un enorme successo nelle Città dove le persone sono maggiormente sottoposte a stress, quali Roma e Milano. A ricorrere all’ipnosi sono infatti circa 300 mila romani e 140 mila milanesi. Di questi i 3/4 hanno sperimentato altri metodi e si sono poi rivolti all’ipnosi, mentre 1/4 di loro si è rivolto direttamente all’ipnosi senza passare attraverso altri metodi.

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