Ci sono anche le farmacie tra le vittime del cosiddetto “credit crunch”, la stretta sul credito bancario che sta mettendo in difficoltà un numero sempre maggiore di aziende. Il fenomeno è stato misurato recentemente dalla Cgia di Mestre, l’Associazione veneta artigiani e piccole imprese: a dicembre l’erogazione di crediti ha subito a livello nazionale una contrazione del 2,2%, cifra confermata pochi giorni dopo dal Bollettino economico della Banca d’Italia (nella foto la sede) che negli ultimi 3 mesi del 2011 calcola un calo dell’1,5% nei prestiti erogati dal sistema bancario. Le cause della stretta vanno cercate nella crisi dello spread: cala il rating italiano e calano (al traino) i rating delle banche nazionali, che riducono i prestiti per non trovarsi nella necessità di contrarne a loro volta a prezzi più elevati. Mosse non soltanto italiane: proprio ieri, la Banca europea degli investimenti (Bei) ha annunciato che taglierà di 11 miliardi il finanziamento 2012 per prestiti, un terzo dei quali finora andavano a piccole e medie imprese italiane. Della congiuntura risente anche Credifarma (la società finanziaria controllata al 66% da Federfarma), che per la prima volta è stata costretta a ricorrere a una cartolarizzazione per reperire risorse. Nulla di che mettere in discussione la solidità dell’istituto, sia chiaro, ma è un segno dei tempi. «Si fa sempre più fatica a trovare liquidità nel circuito interbancario» spiega il presidente di Credifarma, Carlo Ghiani «c’è così poca fiducia sui mercati che le banche sono restìe a prestarsi denaro anche tra loro». Proprio per questo, la raccomandazione che la società rivolge ai titolari è quella di muoversi con cautela ed evitare impegni sul lungo periodo. «La dcr rimane una buona garanzia per ottenere credito» riassume Ghiani «ma se la necessità è quella di trovare prestiti per investimenti sul lungo periodo, noi per primi scoraggiamo». Altro effetto a cascata è la stretta sulle dilazioni di pagamento praticate dai grossisti: «Sempre più spesso» spiega Franco Falorni, commercialista e docente di economia d’impresa alla facoltà di Farmacia di Pisa «i distributori tendono a scendere da 180 a 120 giorni. E’ una differenza che vale mediamente 150mila euro e per molti titolari può diventare un problema. Anche perché il credito bancario diventa sempre più difficile: una volta bastava la parola farmacia per avere un prestito, oggi le banche per prima cosa consultano la centrale rischi e poi chiedono di vedere i bilanci. Temo problemi crescenti per parecchie farmacie» (fonte farmacista33)
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Farmacie: Il Credit crunch allarma i titolari
Pubblicato da fidest su mercoledì, 22 febbraio 2012
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Private equity: crescono gli investimenti in Italia
Pubblicato da fidest su martedì, 14 aprile 2009
In controtendenza rispetto a quanto avviene nel mondo, il 2008 è stato un anno di grande sviluppo per il private equity in Italia I fondi (private equity e venture capital) hanno investito oltre 5,4 miliardi di euro, + 30 per cento rispetto al 2007 ed è aumentato anche il numero di operazioni (372) + 23 per cento rispetto all’anno precedente. L’attività di raccolta è invece diminuita di un quarto, penalizzata soprattutto dalla scarsa liquidità di cui dispongono attualmente gli investitori istituzionali. Alcune caratteristiche proprie del sistema economico italiano, gli hanno infatti permesso di contrastare la crisi: la maggior parte del mercato è da sempre composta dalle transazioni di aziende medio-piccole, ed è proprio il mercato delle PMI che sta sopportando meglio questo momento di così difficile Il cosiddetto “credit crunch” ha costretto gli imprenditori ad aprirsi verso strumenti finanziari alternativi, anche quando questi comportano l’ingresso di nuovi soci nell’azienda.A trainare la crescita del private equity è il Centro Nord. All’interno della macroarea, spicca l’Emilia Romagna, seconda regione, dopo la Lombardia, per numero di operazioni effettuate (46) e terza per ammontare investito (ci precede anche il Lazio). Nello scorso anno i fondi di private equity hanno incanalato nelle imprese emiliano romagnole quasi 1,3 miliardi di euro. Nel quadro generale, il 2008 ha visto una sensibile riduzione del peso degli operatori internazionali nell’attività di raccolta, ma, per contro, sono aumentate le sottoscrizioni provenienti da gruppi industriali (23 per cento) e investitori individuali (22 per cento) che nel 2008 sono risultati i le due principali fonti di capitali Il mercato ha registrato, mediamente, un incremento nell’ammontare del capitale investito per singola operazione, passando da 7 a 9 milioni di euro, al netto delle grandi operazioni * Ad investire sono stati principalmente fondi pan-europei e Sgr, seguiti a distanza da banche e altri operatori nazionali * Per quanto riguarda i settori, le operazioni di private equity, sia in termini di numero, sia in termini di valore, si sono rivolte maggiormente ai prodotti e servizi per l’industria, seguiti dalle attività di media & entertainment * Sono soprattutto le PMI, con un numero di dipendenti inferiore a 250 unità e con un fatturato inferiore a 50 milioni, sulle quali il private equity si concentra maggiormente, con il 71% di operazioni all’attivo. L’orientamento dei fondi verso le PMI si spinge verso un nuovo modello di private equity, nel quale le operazioni si baseranno sempre meno sulla leva finanziaria e molto di più sul lavoro dei gestori dei fondi all’interno delle imprese in cui di è investito, per favorirne la crescita dimensionale e il loro livello d’internazionalizzazione e per renderle più efficienti ed innovative * In molti casi i fondi entreranno nel capitale delle aziende insieme ed in partnership con imprenditori industriali, che porteranno competenze specifiche e nuove professionalità. Gli operatori del settore si dicono fiduciosi nelle opportunità che il 2009 presenterà in termini di operazioni di sviluppo e ristrutturazione delle imprese, anche perché, come dimostrano alcune analisi empiriche, a differenza di molti altri segmenti di mercato finanziario, le migliori performance di strumenti anticiclici come i Fondi di private equity, sono riconducibili alle iniziative nate nei periodi di recessione, come quello che stiamo attualmente vivendo. (Vittorio Anelli e Francesca Furlotti, Luseis da J Buon Giorno Impresa)
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