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Posts Tagged ‘diabete’

Diabete e infarto

Posted by fidest on Friday, 15 August 2014

ospedale ortona1Bergamo, Farmaci di ultima generazione e tempismo: sono queste le armi che cardiologi e diabetologi mettono in campo per contrastare le complicazioni cardiache nei pazienti diabetici. Un binomio frequente e pericoloso: circa il 60% dei pazienti affetti da diabete mellito sviluppa patologie cardiovascolari e il 30% dei pazienti che presentano una sindrome coronarica acuta è affetto anche da diabete.
Il diabete infatti causa una disfunzione piastrinica che aumenta il rischio trombotico, cioè il rischio che si formino dei grumi di sangue. Coaguli che però si possono prevenire con un’appropriata terapia farmacologica antiaggregante, in particolare con ultimi ritrovati come prasugrel o ticagrelor, che in studi recenti si sono dimostrati più efficaci di quelli di prima generazione nel ridurre il rischio trombotico nei pazienti diabetici con sindrome coronarica acuta.Se una coronaria risulta ostruita, occorre intervenire precocemente. Se preferire la cardiochirurgia e quindi il bypass o l’approccio percutaneo dell’angioplastica va valutato da un team interdisciplinare (il cosiddetto Heart Team), non solo in base alla severità del problema cardiaco, ma anche allo stato clinico del paziente e al rischio chirurgico.Lo afferma uno studio pubblicato sul numero di giugno del Giornale Italiano di Cardiologia. Si tratta del primo protocollo multidisciplinare a carattere operativo che spiega come gestire il paziente diabetico colpito da sindrome coronarica acuta. Tre gli specialisti del Papa Giovanni coinvolti: la cardiologa Roberta Rossini, ideatrice e coordinatrice del lavoro, il cardiologo interventista Giuseppe Musumeci, responsabile della sezione lombarda della Società Italiana di Cardiologia Invasiva (GISE), e Roberto Trevisan, direttore dell’Unità di Malattie endocrine e diabetologia dell’azienda ospedaliera bergamasca.Alla pubblicazione seguirà nei prossimi mesi l’attivazione di un Registro Osservazionale in Lombardia, che servirà a capire quanto e come i medici lombardi riusciranno ad applicare concretamente le linee guida e quali miglioramenti sarà possibile raggiungere nel trattamento dei pazienti.“Questo protocollo multidisciplinare, condiviso da cardiologi e diabetologi, affronta per la prima volta problematiche cliniche concrete che non hanno ancora risposte chiare dalla letteratura – spiega Roberta Rossini -. Fornisce raccomandazioni precise sia ai diabetologi che ai cardiologi, dalla fase acuta fino alla dimissione del paziente e al raggiungimento di un adeguato controllo glicemico. E’ un problema di enorme portata se si pensa che nel mondo sono 382 milioni le persone affette da diabete, destinate a diventare quasi 600 milioni tra vent’anni, cioè uno su 10. Solo in Italia i malati sono già 3 milioni cioè il 5% della popolazione ”.Gli specialisti bergamaschi hanno lavorato con altri 8 esperti identificati dalle sezioni lombarde dell’Associazione Nazionale Medici e Cardiologi Ospedalieri (AMNCO), del GISE, la Società Italiana di Cardiologia Invasiva (GISE), della Società Italiana di Diabetologia (SID) e dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD) per sviluppare un lavoro tanto prezioso quanto atteso dalla comunità scientifica italiana e non solo.Il documento suggerisce anche come trattare l’iperglicemia, che va curata perché valori di glucosio nel sangue superiori a 180mg/dl peggiorano il danno miocardico.Si tratta del secondo protocollo operativo multidisciplinare, destinato a dare risposte a temi complessi e ancora poco chiari della medicina moderna, che segue un primo lavoro redatto dagli specialisti bergamaschi, pubblicato per la prima volta sul numero di luglio di due anni fa del Giornale Italiano di Cardiologia e dedicato alla gestione della terapia antiaggregante in caso di intervento chirurgico . Il lavoro ha riscosso importanti riconoscimenti da parte della comunità scientifica internazionale, tanto da trovare spazio anche su Eurointervention, rivista ufficiale della Società Europea di Cardiologia Interventistica, e da essere tradotto in un’applicazione per dispositivi mobili. Si tratta dell’app ‘Stent &Surgery’ che fornisce in modo semplice e intuitivo ai medici indicazioni precise sul dosaggio ottimale della terapia antiaggregante da mantenere nel periodo perioperatorio nei pazienti cardiopatici portatori di stent che devono sottoporsi a un intervento chirurgico.

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La cura del diabete con le staminali

Posted by fidest on Wednesday, 23 October 2013

A scheme of the generation of induced pluripot...

A scheme of the generation of induced pluripotent stern (iPS) cells. (1)Isolate and culture donor cells. (2)Transfect stern cell-associated genes into the cells by viral vectors. Red cells indicate the cells expressing the exogenous genes. (3)Harvest and culture the cells according to ES cell culture, using mitotically inactivated feeder cells (lightgray). (4)A small subset of the transfected cells become iPS cells and generate ES-like colonies. (Photo credit: Wikipedia)

L’idea di curare il diabete, sostituendo il pezzo difettoso, la funzione d’organo mancante, con un trapianto di pancreas o di isole pancreatiche, risale a diversi decenni fa. Ma gli ostacoli a questo tipo di terapia sono molti e riguardano principalmente la scarsità dei donatori e il sistema immunitario del ricevente che, se non tenuto a bada, finisce col distruggere le cellule trapiantate.Non è semplice trovare donatori e quindi bisogna trovare altri fonti di beta cellule. Un tentativo è quello di ‘fabbricarne’ di nuove. I metodi potenziali per ottenere questo risultato in vivo sono sostanzialmente due: sfruttare le cellule staminali/progenitrici normalmente presenti nel pancreas per farle rigenerare (metodo assai controverso) oppure realizzare una ‘trans-differenziazione’ di cellule diverse dalle beta-cellule (es. dei fibroblasti). I metodi ex vivo (cioè al di fuori del corpo del paziente) prevedono invece di espandere, cioè di far moltiplicare le cellule del donatore o di differenziare delle cellule staminali pluripotenti. “Grazie alle nuove tecnologie e agli avanzamenti della ricerca – afferma Shimon Efrat, del Dipartimento di genetica Umana dell’Università di Tel Aviv e uno dei massimi esperti mondiali in terapia con cellule staminali applicata al diabete – oggi siamo in grado di espandere in maniera importante le cellule beta pancreatiche prelevate da un donatore, al punto che dalle cellule estratte da un solo pancreas siamo in grado di produrne una quantità sufficiente per migliaia di potenziali riceventi. Ma le cose non sono così facili come potrebbe sembrare: un conto è infatti riuscire ad avere un grande numero di cellule, un altro è quello di mantenerne intatta la loro capacità di produrre insulina, che è quanto serve per trattare la persona con diabete. In teoria oggi è anche possibile ‘fabbricare’ cellule beta pancreatiche anche a partire da un fibroblasto o da cellule cutanee ma la via ancora altamente sperimentale. Per produrre un grande numero di cellule beta a partire da un piccolo gruppo di isole pancreatiche è necessario prima manipolarle per farle regredire ad uno stadio simile a quello embrionario, andando cioè ad ottenere le cosiddette ‘induced pluripotent stem cells’ (iPS); in questo stadio, è abbastanza facile fare espandere le cellule, cioè ottenerne un gran numero. Successivamente, mettendole a contatto con delle miscele di cosiddetti ‘fattori solubili’ è possibile far tornare adulte queste iPS, riportandole a “maturazione” cioè facendo riacquisire loro le caratteristiche di beta cellule adulte in grado di produrre insulina.Queste cellule ridifferenziate per ora sono state utilizzate solo in esperimenti sugli animali, ma i risultati sono molto promettenti. Nel topo ad esempio, sono in grado di correggere l’iperglicemia. Per quanto riguarda l’uomo, siamo ancora fermi agli esperimenti in vitro che tuttavia hanno dimostrato la possibilità di fare regredire ad uno stadio di ‘pluripotenza’ le beta cellule umane. In altre parole le iPS derivate dalle beta-cellule (BiPS) potrebbero un giorno rappresentare un’importantissima fonte di cellule staminali pluripotenti dalle quali ricavare cellule beta pancreatiche per trapianti. E nel frattempo, gli scienziati fanno pratica di ‘trans-differenziazione’, partendo da un fibroblasto per arrivare a cellule beta pancreatiche, per applicazioni che si avvicinano sempre più ad esperimenti di stretto interesse per la pratica clinica. Si è riusciti ad esempio, isolando fibroblasti da pazienti con diabete di tipo 2 a transdifferenziarli in cellule beta-pancreatiche con le caratteristiche del paziente con diabete di tipo 2. Queste cellule, coltivate in laboratorio possono essere utilizzate dall’industria farmaceutica per fare esperimenti con nuovi farmaci anti-diabetici su un modello ‘in vitro’, mai utilizzato prima assimilabile ad una persona con diabete ‘in provetta’. Uno scenario da fantascienza, molto più vicino di quanto si pensi. “Le ricerche presentate dal Prof. Efrat – commenta il professor Stefano Del Prato, Presidente della Società Italiana d Diabetologia – rappresentato un fronte avanzato della ricerca che apre nuove speranze per la cura del diabete. Certo, la strada è ancora lunga ma lo sforzo dell’intera comunità scientifica diabetologica, va seguita passo passo perché è solo dalla ricerca e dal suo sostegno che può venire a risposta che molte persone con diabete attendono”.

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Nelle insuline ‘con il cervello’il futuro della cura del diabete?

Posted by fidest on Wednesday, 23 October 2013

L’insulina è uno dei capisaldi della terapia del diabete. Lo è da quando è stata scoperta e introdotta in terapia negli anni ’20 e lo resta ancora oggi, anche se nella versione ‘terzo millennio’ l’insulina (o meglio i diversi tipi di insuline utilizzate ogni giorno da milioni di pazienti in tutto il mondo) ha subito modifiche radicali rispetto all’ antenata. “Nonostante i grandi progressi fatti in questo campo però – ammette il professor Stefano Del Prato, presidente della Società Italiana di Diabetologia – l’insulina ha ancora il grosso limite di dover essere somministrata attraverso iniezioni sottocutanee e in maniera un poco ‘cieca’, nel senso che non si sa quanta glicemia ci sia in giro. Quello che il nostro organismo invece riesce a fare con un incredibile grado di precisione è di produrre insulina in quantità sufficiente per controllare la glicemia, senza farla scendere troppo (cioè senza provocare crisi ipoglicemiche) e senza farla salire eccessivamente”. Per cercare di imitare il più possibile la perfezione del funzionamento del nostro organismo, si stanno studiando varie soluzioni: dal trapianto di isole pancreatiche, al pancreas artificiale. Ma si sta profilando all’orizzonte anche una terza via.“Si tratta di una prospettiva molto affascinante, anche se ancora puramente sperimentale – commenta Del Prato – quella della cosiddetta ‘insulina intelligente’. In pratica si tratta di un’insulina ‘inglobata’, racchiusa in sostanze particolari, dei polimeri che hanno la capacità di ‘sentire’ la glicemia. Quando la glicemia si alza, i polimeri si aprono e fanno uscire l’insulina, mentre se invece la glicemia scende troppo, i polimeri lo ‘avvertono’ e si richiudono impendendo così la fuoriuscita dell’insulina e la sua entrata in circolo. Di questa insulina ‘intelligente’, sono allo studio anche delle versioni ‘per bocca’. Il vantaggio dal punto di vista terapeutico è quello di avere un’insulina che garantisca il controllo della glicemia, riducendo il rischio dell’ipoglicemia, evento non solo spiacevole per il paziente ma anche potenzialmente pericolosa.Lo stato della ricerca. La ricerca sulle insuline intelligenti è per ora arrivata agli studi sugli animali da esperimento – precisa Marco G. Baroni, professore associato di endocrinologia all’Università di Roma ‘La Sapienza’ – che hanno dato risultati molto promettenti. La durata d’azione di queste insuline sperimentali va dalle 12 ore fino a 300 giorni”. Al momento le ricerche sono condotte da gruppi scientifici indipendenti, come l’MIT di Boston nel Massachusetts e gruppi di ricerca cinesi; a questi studi sono interessate anche alcune industrie ma lo stato di queste ricerche è avvolto dal più impenetrabile segreto. Le prime ricerche sulle insuline intelligenti risalgono al 2006, ma è solo negli ultimi tre anni che si sono raggiunti risultati molto promettenti. Le insuline intelligenti di ultima generazione sfruttano le nanotecnologie e la glucosio-ossidasi, l’enzima utilizzato anche sulle strisce reattive per la lettura della glicemia da sangue capillare (quello che si ottiene con la puntura del dito). L’enzima ‘sensore di glicemia’ quando riconosce valori troppo alti, induce una modificazione del pH del sistema che fa allargare le maglie del polimero che ingloba l’insulina, permettendo all’ormone di uscire dal ‘guscio’ e di entrare in circolo dove esercita la sua azione e riporta alla norma i valori di glicemia. L’opposto accade in presenza di ipoglicemia: le maglie del guscio si stringono e l’insulina non entra in circolo. Per ora, almeno nell’animale, il sistema ha dimostrato di funzionare. Anche per molti giorni”.

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Diabete. Rischio di fallimento per le casse del SSN italiano

Posted by fidest on Wednesday, 23 October 2013

Italiano: Diagramma prevalenza diabete e obesi...

Italiano: Diagramma prevalenza diabete e obesità negli USA. Creazione personale. (Photo credit: Wikipedia)

Il diabete non si vede e non si sente, almeno non prima di rivelarsi attraverso le sue complicanze. Ma intanto sono 250 milioni le persone nel mondo e l’8,6% della popolazione europea affette da questa condizione, che non risparmia neppure i bambini. Solo nel nostro Paese sono più di 200 le persone che ogno giorno si ammalano di diabete. Questa presenza ‘silenziosa’ ma ‘minacciosa, rappresenta la prima causa di ictus e di infarto oltre a causare complicanze a livello di occhio, rene e nervi e “assorbe il 10-15% dell’intero budget sanitario – ricorda la dottoressa Paola Pisanti, Presidente della Commissione Nazionale Diabete del Ministero della Salute. l’Italia – ricorda sempre Pisanti – detiene però il ‘primato’ per essersi dotata per prima, nel mondo, di una legge ‘visionaria’ e ancora molto attuale come la 115/87 interamente dedicata al diabete. A questa, qualche mese, si è aggiunto anche il ‘Piano Nazionale Diabete’, in ottemperanza a quanto richiesto dalla Comunità Europea”. Il ‘Piano Nazionale Diabete’ tricolore è stato formalmente approvato all’unanimità in Conferenza Stato-Regioni alla fine dello scorso anno ma, finora, è stato di fatto recepito solo da 9 Regioni, peraltro con le differenze e le disparità che caratterizzano la nostra sanità regionalizzata. Tanto per fare un esempio, la regione Marche sta di fatto smantellando la rete dei centri diabetologici, trasferendo tutta l’assistenza di questa condizione sulla medicina generale. “E’ paradossale – commenta il professor Stefano Del Prato, Presidente della Società Italiana d Diabetologia – che mentre da un lato, finalmente si sia giunti a un Piano Nazionale del Diabete, dall’altro si insista su una regionalizzazione che tuttora fonte di disparità di trattamento tra cittadini italiani. Questo processo è contrario ai principi enunciati dal Piano che tra il suo decalogo elenca proprio la riduzione delle disparità e la valorizzazione della rete specialistica che così fortemente ha caratterizzato la diabetologia italiana. Se è ragionevole che i centri ‘glicemologici’ non abbiano più ragione di esistere, sarebbe altrettanto ragionevole operare una razionalizzazione della specialistica diabetologica potenziando in modo adeguato i centri di secondo e terzo livello”.Ma al di fuori dell’Italia, qual è la migliore assistenza per un persona con diabete? “In Gran Bretagna – afferma deciso Simon Griffin, professore di Medicina Generale all’Università di Cambridge – è quella basata sui medici di famiglia ma appoggiata a centri specialistici di riferimento. I migliori risultati infatti sono stati ottenuti laddove esiste una collaborazione tra medici di famiglia consentendo il passaggio del paziente ad un’assistenza di secondo livello, cioè a quella specialistica, in qualsiasi momento in caso di necessità”. Il processo passa anche attraverso il monitoraggio di una serie di parametri in tempo reale e questo grazie al fatto che i medici di medicina generale (MMG) immettono i dati relativi ai loro pazienti nei loro computer dotato di un software, grazie al quale possono essere estratti in un attimo a livello centralizzato. La partecipazione dei medici di famiglia a questo progetto è stato scuramente favorito dall’incentivo economico che deriva dall’immissione dei dati nel sistema. Oggi i medici di famiglia lavorano molto meglio di quanto prevedesse il Governo, ma questo sistema è risultato alla fine molto più costoso delle aspettative”.Ma potrebbe un sistema come questo funzionare in Italia? Nel nostro Paese sono ormai numerosi gli esempi di gestione integrata tra medicina generale e medicina specialistica. Un esempio è quello portato dal vicepresidente della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG) Ovidio Brignoli. “Utilizzando un sistema di monitoraggio elettronico simile a quello illustrato da Griffin – elucida Brignoli – è stato possibile allargare l’assistenza a un numero maggiore di persone con diabete, ma ancor più è stato possibile coinvolgere sempre più medici di famiglia nel processo di gestione e ottenere tangibili miglioramenti, tra l’altro senza dovere ricorrere a incentivi economici. Questa azione rappresenta comunque il risultato della interazione e collaborazione tra medico di medicina generale e diabetologo. Con lo specialista condividiamo le linee d’azione e lo specialista partecipa ai nostri audit e processi di verifica”. “L’integrazione è parte essenziale del Piano Nazionale del Diabete – ricorda il professor Del Prato – che nasce nella logica di porre al centro dell’azione sanitaria la persona con diabete cui corrisponde, a seconda delle necessità e complessità clinica, la disponibilità di specifiche competenze. In quest’ottica è necessario rafforzare la figura specialistica del diabetologo come referente culturale di un processo di condivisione e verifica continua. Il diabetologo non è un esperto di “glicemia”. Piuttosto è il gestore all’interno di un processo complesso e coordinato della complessità ed evolutività della patologia diabetica. Il diabete costa molto, troppo. Ma questo costo è dovuto per oltre a metà ai ricoveri ospedalieri per le complicanze della malattia. Solo un’accurata integrazione delle cure potrà garantire la necessaria assistenza a un numero così ampio di persone con diabete, assistenza fondamentale per ridurre il rischio di complicanze.

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Diabete bambini

Posted by fidest on Tuesday, 22 October 2013

Fig. 2 The pancreas. 1. pancreatic head. 4. pa...

 

Confortanti notizie al Congresso Mondiale di Endocrinologia Pediatrica che si è svolto a Milano a settembre: il sistema di infusione ad ansa chiusa con rilevatore wireless di glicemia noto con il termine di ‘pancreas artificiale’ ha mostrato la sua efficacia e sicurezza anche nella popolazione pediatrica così come riportato da uno studio di Moshe Phillip et al pubblicato sul New England Journal of Medicine (1) e discusso al meeting.Lo studio collegato al Progetto DREAM (Diabetes Wireless Artificial Pancreas Consortium) ha evidenziato un risultato estremamente promettente, specialmente perché la notte è il momento di maggior rischio per le crisi ipoglicemiche che possono verificarsi e non vengono identificate. Questo nuovo approccio permette di controllare gli episodi di ipoglicemia notturna e permetterà in futuro, grazie all’utilizzo h24 liberare i bambini diabetici dalla terapia con iniezioni.“Il 75% dei casi di convulsioni notturne sono legate al calo di zuccheri durante la notte a questa causa è attribuito il 6% dei decessi tra i diabetici al di sotto dei 40 anni. Lo studio ha preso in considerazione 56 bambini e ragazzi con una storia di malattia di almeno 1 anno, in diversi campi per diabetici allo scopo di verificare anche la possibilità di utilizzare un dispositivo tecnologicamente raffinato anche in contesto extraospedaliero e di ‘real-life’” spiega il Professor Francesco Chiarelli, Direttore della Clinica Pediatrica dell’Università di Chieti e Presidente della Società Europea di Endocrinologia Pediatrica (ESPE) “In Italia la diffusione del sistema di infusione ad ansa chiusa potrebbe rappresentare per i 12mila piccoli pazienti affetti di diabete di tipo 1 la svolta terapeutica e un netto miglioramento nella qualità di vita e il 90% dei genitori intervistati nell’ambito della ricerca ha dichiarato che si sentirebbe più sicuro applicando questo sistema durante la notte”.“In Italia l’epidemiologia del diabete di tipo 1 presenta un quadro che vede il trend in netta crescita: i casi infatti sono aumentati di dieci volte negli ultimi 30 anni rispetto alle tre volte dei casi negli adulti” spiega Chiarelli “Peculiare anche la distribuzione regionale, con il picco in Sardegna (35-40 casi ogni 100mila bambini per anno), a cui seguono Liguria e Lombardia (con 10-15 casi ogni 100mila bambini per anno) mentre le altre Regioni tra cui Campania, Abruzzo e Molise si assestano su una media di 6 casi ogni 100mila bambini per anno. In Europa invece il primato negativo è della Finlandia con una media di 60-80 casi ogni 100mila bambini per anno.Una patologia complessa che solo se ben controllata permette una vita normale. “E’ necessario un alto livello di collaborazione da parte della famiglia e del bambino dato che il ‘gold standard’ di terapia prevede comunque misurazioni costanti e 4 infusioni di insulina al giorno. C’è da dire che in Italia il SSN garantisce una assistenza di buon livello e che una una indagine europea pubblicata su Diabetes Care ci ha messi davanti alla Gran Bretagna per qualità delle cure. L’obiettivo in termini di ricerca è però quello di affrancare i bambini dal disagio delle infusioni quotidiane. Siamo sulla buona strada: esistono già pompe da infusione che possono essere impostate per un rilascio programmato di insulina. Il dispositivo viene applicato all’altezza dell’addome con un accesso sottocutaneo. Ma negli ultimi anni il sistema si è evoluto affiancando all’infusore un sensore capace di rilevare il livello di glucosio nel sangue in maniera automatica, comunicarlo wireless alla pompa ad ansa chiusa che a quel punto rilascia o blocca l’insulina a seconda delle reali necessità dell’organismo. Come dimostrato dallo studio di Phillip, questo sistema che funziona alla stregua di un ‘pancreas artificiale’ è particolarmente prezioso durante la notte quando un eventuale evento di ipoglicemia non è riconosciuto e, nei bambini sino a 3-4 anni può provocare anche danni in quanto il cervello non può rimanere per troppo tempo senza zuccheri, i suoi nutrienti fondamentali. Il Progetto DREAM quindi si è posto l’obiettivo di verificare l’efficacia e la sicurezza del dispositivo in un campione (n.56: 31 maschi e 25 femmine) di ragazzi tra i 10 e i 18 anni reclutati nei campi diabete di 3 paesi: Israele, Germania e Slovenia.
Ecco i risultati: Il sistema ad ansa chiusa che associa una pompa ad infusione ad un sensore per la rilevazione del glucosio opera grazie ad un algoritmo computerizzato che in caso di necessità ordina all’infusore il rilascio della giusta quantità di insulina necessaria in quel momento.Allo stesso gruppo in modo randomizzato un giorno è stata somministrata la terapia con microinfusore tradizionale e un altro giorno quella con ‘pancreas artificiale’. La notte in cui era usato il PA si è verificato un significativo decremento degli episodi di ipoglicemia (livelli inferiori a 63 mg per dl e il periodo in cui il livello di glicemia raggiungeva valori inferiori a 60 mg/dl (con P=0.003 a favore del dispositivo con sensore di rilevazione rispetto a P=0.02).
“L’analisi del secondo end point ha mostrato un miglioramento significativo nel controllo della glicemia e le dosi totali di insulina durante la notte sono state maggiori per rispondere all’iperglicemia” spiega l’endocrinologo pediatra “Il pancreas artificiale non ha permesso che la glicemia salisse oltre 180 mg/dl contro i 28 minuti in cui si è verificata nel gruppo di controllo. Allo stesso modo la notte in cui era attivo il PA la glicemia è stata alta solo per 146 minuti nel gruppo con sensore contro i 233 minuti nel gruppo di controllo”. NEJM 368;9 824-833 Moshe Philip. et al – Nocturnal Glucose Control with an artificial pancreas at a diabetes camp

 

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Pianeta diabete

Posted by fidest on Sunday, 20 October 2013

Riccione. Prende il via a Riccione la VI° edizione di ‘Panorama Diabete’, una ‘quattro giorni’ che è entrata ormai nella tradizione delle attività congressuali della Società Italiana di diabetologia (SID) che si alterna con il congresso nazionale, più orientato agli aspetti clinici. Al convegno parteciperanno poco meno di un migliaio di diabetologi, che avranno l’occasione di confrontarsi sulle tematiche più attuali nel campo della terapia e delle complicanze del diabete, oltre che di alcuni aspetti legati alle problematiche inerenti l’organizzazione sanitaria.“Il Convegno – come illustra il professor Stefano Del Prato, Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) – è anche l’occasione per la riunione dei gruppi di studio della SID. Ci sono aspetti del programma che mi piace sottolineare, che riguardano novità salienti nel campo della terapia: è previsto un meeting sul diabete di tipo 1 – condizione gravata dal fatto di richiedere la somministrazione di dosi multiple di insulina con più di una dose al giorno e la misurazione frequente della glicemia mediante una puntura del dito – e uno sulle nuove tecnologie, dove c’è una grande speranza, sia nel campo medico ma soprattutto tra le persone con diabete, puntata alle soluzioni più definitive e anche più sicure che permettano un’ulteriore miglioramento della qualità di vita. Si discuterà dello sviluppo di nuove cellule in grado di produrre insulina, a partire dalle cellule staminali, e si cercherà di capire come sfruttare quello che già avviene in natura – cioè prolungare quella che è nota come la ‘luna di miele’ del soggetto che ha una nuova diagnosi di diabete di tipo 1 e che molto frequentemente va incontro, dopo un iniziale trattamento, ad una specie di remissione – e si discuterà di come e se è possibile prolungare questa ‘luna di miele’ ed evitare così al soggetto di dover ricorrere alla terapia insulinica.Altro tema al centro del dibattito la possibile ipotesi del ripristino delle isole pancreatiche e delle soluzioni migliori per farle sopravvivere, in modo tale da garantire la loro funzione di produzione dell’insulina ed evitare in questo modo il ricorso alle iniezioni di insulina. E infine l’ipotesi di soluzioni tecnologiche tipo ‘pancreas artificiale’, un’apparecchiatura che sia in grado di misurare costantemente la glicemia ed erogare l’insulina in quantità tale da mantenere la ‘normoglicemia’. Un altro punto molto interessante del convegno è la discussione sulla sicurezza dei nuovi farmaci – in particolare delle incretine – sui dubbi relativi alla sicurezza fugati anche dalla recente presa di posizione dell’EMA. Le terapie basate sulle incretine sono efficaci, sicure, non danno rischio di ipoglicemie e non determinano un aumento del peso. Per tutte queste caratteristiche dovrebbero idealmente trovare una collocazione in una fase precoce della malattia, anziché essere usate tardivamente e solo su poche categorie di pazienti come vorrebbe la revisione prescrittiva approntata dall’AIFA. Il congresso cercherà di mettere in evidenza gli aspetti a favore e contrari sulla sicurezza delle incretine, un argomento seguito attentamente dai partecipanti.Non si parlerà solo di temi legati alla terapia e alla diagnosi, ma anche di alcune tematiche ‘particolari’: c’è un simposio dedicato ai problemi della ‘donna e il diabete’, che per sua caratteristica è fisiologicamente diversa: va incontro alla gravidanza – condizione iperglicemizzante – e alla menopausa, che comporta una revisione del profilo endocrino e quindi del rischio di diabete, alla propensione ad alcune complicanze.Fra i vari argomenti uno in particolare, estremamente attuale, merita di essere evidenziato: quello della pubblicità ingannevole in diabetologia. Si può leggere ovunque – navigando su internet alla ricerca di novità e soluzioni, come fa la gran parte della popolazione italiana – trovando suggerimenti e consigli pochi dei quali sono validati, e questa condizione di falsa e ingannevole pubblicità può portare a situazioni critiche che già stiamo vivendo in altri settori (non diabetologici) come per la ‘terapia stamina’, con tutte le polemiche e i problemi in atto. Abbiamo bisogno di far arrivare alle tante persone affette da diabete informazioni sicure, certe e che non facciano crescere speranze illusorie, perché è importante sapere che la malattia diabetica è una patologia che può avere delle complicanze ma che può essere gestita in modo intelligente: è oggetto di grande studio e spero si sia in grado di portare presto a ‘grandi’ soluzioni. ma saranno proprio gli esperti del settore i primi a renderle pubbliche, e con discussioni proprio in ambito scientifico diabetologico come è, appunto, Panorama Diabete”.Maria Rita Montebelli, Andrea Sermonti)

 

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Diabete: impatto sociale

Posted by fidest on Wednesday, 25 September 2013

prof. Stefano Del PratoBarcellona. Il diabete preoccupa: 371 milioni di persone sono colpite dalla malattia nel mondo; oltre 3 milioni in Italia. “Per l’ISTAT siamo giunti a 3,3 milioni, senza considerare 1 milione di persone che nel nostro Paese ha il diabete non diagnosticato”, dice Salvatore Caputo, diabetologo, Presidente di Diabete Italia, l’organizzazione che raggruppa le società scientifiche diabetologiche e della medicina generale, le associazioni di volontariato e degli operatori sanitari in diabetologia. In Italia, circa 27.000 persone fra i 20 e i 79 anni muoiono ogni anno a causa del diabete: un decesso ogni 20 minuti. Oltre a ridurre l’aspettativa di vita di 5-10 anni, il diabete è responsabile di complicanze serie ed invalidanti: ogni 7 minuti una persona con diabete ha un attacco cardiaco, ogni 26 minuti una va in insufficienza renale, ogni 30 minuti una ha un ictus, ogni 1,5 ore una subisce un’amputazione, ogni 3 ore una entra in dialisi.Il diabete non preoccupa solo per gli aspetti sanitari. In Italia, il diabete assorbe risorse del Servizio sanitario nazionale per 9,2 miliardi di euro l’anno, con una proiezione di 12 miliardi al 2020. “Non dimenticando che pesano sulla comunità, nel complesso, anche i costi derivanti da perdita di produttività, pensionamento precoce, disabilità permanente della persona con diabete”, spiega Carlo B. Giorda, Presidente Fondazione AMD (Associazione medici Diabetologi). Secondo il Rapporto 2013 “Facts and figures about diabetes in Italy”, che analizza l’andamento dei principali indicatori della malattia regione per regione, redatto sotto l’egida dell’Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, i costi diretti del diabete continuano ad essere attribuibili in misura preponderante ai ricoveri ospedalieri, che rappresentano circa il 57% dei costi complessivi, mentre i costi legati ai farmaci rappresentano meno del 7% della spesa pro-capite, stimata mediamente in circa 3.000 euro.A incidere in maniera importante su questi costi è una componente della malattia spesso sottostimata: l’ipoglicemia. Una proiezione elaborata sulla base di uno studio condotto dal Consorzio Mario Negri Sud e dalla regione Puglia, sui costi delle ipoglicemie nel periodo 2003-2010, ci dice come in questi 8 anni l’ipoglicemia sia stata responsabile di 128.000 ricoveri ospedalieri in Italia, per episodi gravi o cadute, incidenti e altre conseguenze del repentino abbassamento della glicemia. “Il che ha comportato una spesa per il servizio sanitario stimata ben oltre i 400 milioni di euro. Una cifra considerevole, comunque sottostimata, perché non tiene conto di tutti i casi di accessi al pronto soccorso che non sfociano in un ricovero”, commenta Giorda. Mediamente, infatti, secondo lo stesso studio, è di 2.326 euro il costo di ogni singolo ricovero causato da un episodio grave di ipoglicemia e di 3.489 euro il costo se l’ipoglicemia causa conseguenze gravi quali eventi cardiovascolari o cadute con fratture.Per valutare l’incidenza degli episodi di ipoglicemia severa e sintomatica nelle persone con diabete di tipo 1 e 2, l’impatto sulla qualità di vita e sui costi diretti e indiretti, AMD, in collaborazione con il Consorzio Mario Negri Sud, e il contributo di Novo Nordisk, ha programmato lo studio Hypos-1, un’indagine approfondita condotta dai Servizi di diabetologia, i cui risultati preliminari sono stati illustrati da Giorda. “Nel diabete di tipo 1, una persona su due sperimenta un’ipoglicemia severa l’anno, mentre le ipoglicemie sintomatiche sono estremamente frequenti; mentre nel diabete di tipo 2, una persona su dieci ha un’ipoglicemia severa l’anno e tre su quattro almeno un’ipoglicemia sintomatica”, dice Giorda. “Inoltre, Hypos-1 conferma che le ipoglicemie comportano un evidente impatto negativo sulla qualità di vita, sul benessere fisico, psicologico, sul peso della malattia e soprattutto sulla paura dell’ipoglicemia; non solo: determinano un grosso dispendio di risorse economiche, sia in termini di accesso ai servizi che di perdita di produttività”, aggiunge.“Il verificarsi di episodi di ipoglicemia ha un impatto negativo su molti aspetti della vita quotidiana, quali attività lavorativa, vita sociale, guida, pratica sportiva, tempo libero, sonno. Diversi studi hanno documentato che le persone che hanno avuto esperienza di ipoglicemie, specie se gravi, tendono a diminuire l’adesione alla terapia e agli stili di vita raccomandati, riportando una peggiore qualità di vita e maggiori preoccupazioni legate alla malattia” dice Edoardo Mannucci, Direttore Agenzia Diabetologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Firenze.“Le ipoglicemie sono il principale effetto collaterale del trattamento con insulina, ma oggi l’incidenza di ipoglicemie sintomatiche e notturne è diminuita grazie all’introduzione di insuline innovative, ciononostante le ipoglicemie continuano a rappresentare una barriera all’ottimizzazione della terapia insulinica – continua Mannucci. Le caratteristiche della formulazione di un’insulina ideale dovrebbero essere quelle di rilasciare una concentrazione di insulina costante, stabile, priva di picchi e continua per almeno 24 ore, con rischio ridotto di ipoglicemia. L’insulina degludec è un innovativo analogo basale dell’insulina caratterizzato da durata d’azione superiore alle 24 ore e con un effetto metabolico distribuito uniformemente nel corso della giornata. La sua ridotta variabilità di assorbimento assicura un profilo glicemico più stabile con un’importante riduzione del rischio di ipoglicemia. A parità di riduzione di emoglobina glicata, nel programma di sviluppo clinico BEGIN®, degludec, rispetto ad altre insuline, era associato ad un minore tasso di ipoglicemia notturna sia nel diabete tipo 1 (-25%) sia nel tipo 2 (-17%). La disponibilità di questa nuova insulina, che all’occorrenza permette anche flessibilità nell’orario di somministrazione da un giorno all’altro, potrebbe rappresentare un passo in avanti per la terapia insulinica”, conclude Mannucci.(prof. stefano del prato)

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Scoperta la genesi del diabete

Posted by fidest on Monday, 22 July 2013

È stato fatto dall’équipe di ricerca condotta dal professor Saverio Cinti un altro importante passo verso la conoscenza della patogenesi del diabete, che affligge 350 milioni di persone nel mondo, 33 milioni in Europa, uccide un europeo ogni due minuti e costa circa il 15% del costo sanitario globale. Già nel 2005 il gruppo di lavoro aveva scoperto che l’infiammazione che caratterizza il tessuto adiposo, implicata nella patogenesi del diabete di tipo 2, è dovuta alla morte degli adipociti obesi. Del 2008, poi, è la scoperta che gli adipociti viscerali sono più fragili e quindi più propensi alla morte di quelli del sottocutaneo, offrendo così una possibile spiegazione al fatto che l’accumulo di grasso viscerale (più frequente nel sesso maschile) è più pericoloso per le conseguenze metaboliche di quello sottocutaneo (più frequente nel sesso femminile).Ora, il più recente, importante step consiste nel riconoscimento del meccanismo che porta alla morte gli adipociti obesi. Si tratta di un tipo particolare di morte che può essere indotta da diversi fattori patogeni, interni o esterni alle cellule. Questo tipo di morte cellulare si chiama piroptosi (perché è associata a una vivace reazione da parte dell’organismo che spesso implica la presenza di febbre). Infatti a differenza dell’apoptosi, modalità più nota di morte cellulare programmata, la piroptosi evoca una risposta infiammatoria indotta dall’attivazione di una reazione molecolare cellulare (inflammosoma) che implica l’attivazione di un enzima specifico (caspasi 1). La caspasi 1 a sua volta attiva e promuove la secrezione di citochine infiammatorie, quali IL1beta e IL 18. Queste possono provocare danni che vanno dalla interferenza funzionale con il recettore insulinico (provocando il diabete tipo 2), alla possibilità di attivazione di meccanismi di auto immunità e, forse, anche di stimolo alla degenerazione neoplastica. Il diabete di tipo 2 è la più diffusa complicanza dell’obesità (circa l’ 85% dei pazienti con diabete di tipo 2 sono obesi) ed è noto che i soggetti obesi hanno una maggiore propensione (circa 2-3 volte rispetti a soggetti magri) al carcinoma dell’esofago, della mammella e del colon.Questi dati aprono nuove prospettive per la prevenzione e il trattamento di queste malattie, come per esempio l’uso di antiinfiammatori specifici. Inoltre, il riscontro di cristalli di colesterolo, che di per sé può attivare il meccanismo dell’inflammosoma che porta alla piroptosi, negli adipociti obesi e stressati potrebbe indicare che aspetti dietetici particolari (a esempio con grassi o altri componenti che favoriscano la cristallizzazione del colesterolo) potrebbero essere più predisponenti di altri per l’infiammazione del tessuto adiposo degli obesi e le conseguenti gravi complicanze legate all’obesità.Le tappe che porterebbero alla morte per piroptosi della cellula adiposa obesa, suggerite dai risultati del lavoro, potrebbero essere le seguenti:
1-Rigonfiamento della cellula adiposa per il bilancio energetico positivo (accumulo di energia)
2-Relativa carenza di ossigeno per allontanamento fisico dai vasi capillari e modificazioni della matrice extracellulare
3-Sofferenza cellulare (stress) evidenziata 1) a livello strutturale da alterazione di organuli cellulari, accumulo di glicogeno e calcio, comparsa di cristalli di colesterolo; 2) a livello biochimico da accumulo di radicali liberi e comparsa di molecole markers di stress cellulare.
4-Produzione di molecole che attirano i macrofagi (MCP1)
5-Attivazione del meccanismo molecolare che porta alla piroptosi (inflammasoma) con comparsa negli adipociti di molecole markers di tale processo (caspasi 1, ASC, IL 1beta, IL 18)
6-Morte della cellula adiposa con produzione di voluminosi detriti (in primis, le grandi gocciole lipidiche)
7-Formazione di caratteristiche reazioni isto-patologiche (crown-like-structures, CLS) deputate al riassorbimento dei detriti: i macrofagi circondano i detriti e li riassorbono
8-La difficoltosa eliminazione dei detriti degli adipociti implica nel tessuto adiposo obeso una cronica permanenza dei macrofagi delle CLS con continua e sostenuta produzione di citochine, che si sommano a quelle prodotte dalle cellule adipose stressate e che determinano resistenza periferica all’insulina e diabete di tipo 2. Lo stato flogistico cronico del tessuto adiposo infiammato, infine, rappresenta un milieu favorente la degenerazione neoplastica dei tessuti epiteliali concomitanti (es.: mammella e colon).

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Diabete: Italia U.S.A. strategia comune

Posted by fidest on Monday, 22 July 2013

Washington, Studiare non solo le basi genetiche, ma soprattutto i determinanti geografici e sociali, e in particolare le loro interazioni, all’origine della pandemia del diabete di tipo 2: questi gli obiettivi di un ambizioso progetto di ricerca sviluppato da Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation, in collaborazione con Università di Roma Tor Vergata e Università di Ginevra, che sarà presentato oggi all’Ambasciata italiana di Washington DC, USA, nell’ambito delle manifestazioni celebrative dell’Anno della cultura italiana negli Stati Uniti. “Siamo orgogliosi di avere collaborato all’organizzazione di questo evento, nella convinzione che tale progetto di ricerca potrà contribuire alla prevenzione e alla cura del diabete”, ha sottolineato l’Ambasciatore Claudio Bisogniero. “Nel contesto del 2013: Anno della Cultura Italiana negli USA, iniziative come questa mettono in evidenza – ha aggiunto l’Ambasciatore – l’importante valore aggiunto offerto dall’Italia nei campi della medicina, dell’alta tecnologia, e della scienza”.Oltre 24 milioni di persone con diabete negli USA, 4 milioni in Italia: nei due Paesi risiede il 7,5% di tutte le persone con diabete del mondo – Supera i 370 milioni la conta delle persone con diabete sulla Terra; i sistemi sanitari hanno speso 471 miliardi di dollari per curarlo nel 2012 – Da Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation, Università di Roma Tor Vergata e Università di Ginevra il via a un innovativo progetto di ricerca in geomedicina.“Il progetto di ricerca applica le conoscenze e la pratica della geomedicina, una nuova disciplina che indaga i rapporti e le implicazioni dell’ambiente, in senso lato, con la genesi delle malattie”, spiega Francesco Dotta, Segretario generale della IBDO Foundation e Direttore della UOC di Diabetologia del Policlinico Le Scotte di Siena. “E’ un progetto innovativo, che studierà il fenomeno in un’area pilota, la Regione Basilicata, che con il 6,9 per cento della popolazione colpito da diabete è una delle regioni Italiane in cui più si sta diffondendo la malattia.” “La nostra ricerca vuole appunto approfondirne il perché”, precisa. Dotta aggiunge che l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è particolarmente interessata a questo progetto e sta valutando di applicarne i principi di indagine in altre aree del mondo.Si tratta di uno dei molti esempi di collaborazione internazionale nella ricerca medica che parte dal nostro Paese, ed è proprio di questo che si discuterà nel convegno “Quality of care and quality of cure in diabetes – Scientific, social, economic and policy approach” organizzato dall’Ambasciata d’Italia. “D’altronde, la scuola diabetologica italiana e quella statunitense sono unanimemente riconosciute come particolarmente avanzate – prosegue Dotta – e non è un caso che autorevoli diabetologi ed esperti di politica sanitaria italiani si riuniscano oggi a Washington con gli omologhi colleghi americani per discutere come studiare, ma soprattutto affrontare in spirito di piena collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico un problema di sanità pubblica che diventa ogni giorno più drammatico.”Secondo i dati della International Diabetes Federation (IDF), sono 371 milioni le persone con diabete nel mondo, il 5 per cento della popolazione terrestre: di queste oltre 24 milioni risiedono negli USA e 4 in Italia, nel complesso il 7,5 per cento di tutte le persone con diabete nel mondo. Inoltre, nel 2012 il diabete ha assorbito risorse per 471 miliardi di dollari.“Tra le manifestazioni organizzate per celebrare l’Anno della cultura italiana negli USA – dichiara Renato Lauro, Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata e Presidente della IBDO Foundation – assume particolare importanza l’evento organizzato dalla nostra Ambasciata a Washington”. “Il tema scelto, infatti, è di particolare rilevanza poiché il diabete costituisce una sfida per i sistemi sanitari a livello mondiale sotto l’aspetto sociale, economico, non solo strettamente sanitario”. “Al convegno oltre agli illustri esperti americani parteciperanno per l’Italia i massimi esperti dell’Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation, il think-tank nato per iniziativa dell’Università Tor Vergata cui hanno aderito centri di ricerca nazionali ed internazionali, società scientifiche e numerose Istituzioni”.(Sandro Lomonaco)

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Diabete: ventilate modifiche di rimborsabilità in senso restrittivo delle terapie incretiniche

Posted by fidest on Tuesday, 28 May 2013

La Società Italiana di Diabetologia (SID), l’Associazione Medici Diabetologi (AMD) e Diabete Italia, in rappresentanza delle Associazioni delle Persone con diabete, prendono atto con sollievo e soddisfazione dell’interesse mostrato dalle Istituzioni in merito alla questione da loro illustrata con la lettera aperta indirizzata al Ministro della Salute, On. Beatrice Lorenzin, e al Direttore Generale dell’AIFA, professor Luca Pani, circa le ventilate modifiche di rimborsabilità in senso restrittivo delle terapie incretiniche. Tale interesse istituzionale si è concretizzato con l’interrogazione parlamentare depositata il 21 maggio in Commissione Igiene e Sanità del Senato dalla Vicepresidente della Commissione XII del Senato, Sen. Maria Rizzotti.
SID, AMD e Diabete Italia confermano la loro piena, indipendente ed incondizionata disponibilità a collaborare con AIFA per la definizione delle più appropriate indicazioni sulla rimborsabilità delle terapie innovative per il diabete, sottolineando che le stesse debbano essere ispirate, seppure nella sostenibilità economica, dalle linee guida nazionali ed internazionali, nonché dal diritto dei cittadini italiani con diabete di poter usufruire dei trattamenti innovativi, così come avviene per gli altri cittadini europei.Ribadiscono dunque la richiesta di un confronto aperto e costruttivo con AIFA, da concretizzarsi con l’apertura di un tavolo di discussione, in merito al processo di revisione della rimborsabilità delle terapie basate sulle incretine, fondato su solide basi cliniche e scientifiche.Sottolineano infine come questa richiesta delle società scientifiche e delle rappresentanze delle persone con diabete sia esclusivamente motivata da considerazioni di carattere scientifico e preoccupazioni di tipo clinico, oltre che dalla volontà di tutelare la salute e la qualità della vita delle persone con diabete che vivono in Italia, non certamente da interessi commerciali. (Dr. Carlo Giorda Presidente Associazione Medici Diabetologi)

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Diabete: risposta europea

Posted by fidest on Tuesday, 8 May 2012

Milano, “Agire oggi, per cambiare il domani” è non solo uno slogan ma, in estrema sintesi, il messaggio che emerge dalla Copenhagen Roadmap, il documento elaborato al recente European Diabetes Leadership Forum, promosso il 25 e 26 aprile nella capitale danese dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dall’Associazione Danese per il Diabete, con il Patronato della Presidenza Danese del Consiglio dell’Unione Europea e il contributo non condizionato di Novo Nordisk. Nella sua stesura definitiva la Copenhagen Roadmap sarà pubblicata il prossimo 4 giugno, ma le sue linee principali sono state anticipate oggi a Milano, nel corso di un incontro organizzato dall’Italian Diabetes Barometer Observatory. “Prevenzione, diagnosi precoce e miglioramento delle cure e dell’assistenza sono i tre capisaldi sui quali si basa la strategia individuata dai partecipanti – medici, rappresentanti delle associazioni pazienti, politici, Istituzioni europee e dei Paesi membri della UE – a questo importante summit continentale per affrontare la sfida che il diabete pone all’Europa”, dice Marco Comaschi, diabetologo, membro della Commissione ministeriale per il piano nazionale diabete. Che di vera e propria sfida si tratti, lo dimostrano alcuni semplici numeri. Secondo l’International Diabetes Federation (IDF) sono 35 milioni le persone con diabete in Europa (oltre 3 milioni in Italia) oggi. È colpito dalla malattia il 5,8% della popolazione continentale.
“Uno dei dati più preoccupanti, tuttavia, è il numero di persone che si trovano in condizione di ridotta tolleranza al glucosio (IGT, impaired glucose tolerance)”, aggiunge Antonio Nicolucci, Coordinatore Data Analysis Board dell’Italian Barometer Diabetes Observatory. “La ridotta tolleranza al glucosio è una sorta di stato di pre-diabete, un importante fattore di rischio che presuppone un’evoluzione verso la malattia, ma che fortunatamente è ancora reversibile; è possibile tornare indietro modificando il proprio stile di vita”, spiega Comaschi. “Sempre secondo l’IDF – prosegue Nicolucci – 42 milioni di persone, la popolazione di uno stato come la Polonia, soffrono di IGT e questo numero cresce di circa 350.000 unità l’anno. Inoltre, l’Europa invecchia: nel 2002 i maschi europei avevano un’aspettativa di vita di 80,9 anni e le donne di 84,5, nel 2008 questi valori sono saliti rispettivamente a 82,2 e 85,7 e crescono costantemente. Ciò significa che il diabete peserà sempre di più sui sistemi sanitari.”
Oltre alla prevenzione, la diagnosi precoce è altrettanto fondamentale. “La diagnosi tempestiva e l’intervento rapido con le cure più adeguate evitano l’insorgere di gravi complicazioni collegate al diabete, innanzitutto quelle cardiovascolari. La Copenhagen Roadmap sollecita un chiaro orientamento delle cure primarie verso una medicina di iniziativa, che permetta attraverso lo screening delle categorie a rischio l’identificazione precoce delle persone con diabete”, conclude Comaschi. Infine, la cura e l’assistenza: “Le persone con diabete meglio controllate vivono meglio e consumano meno risorse del sistema sanitario”, dice ancora Nicolucci. “Lo sviluppo di un sistema che veda la persona con diabete al centro, e che provveda a creare un modello di cura che integri e metta in rete le diverse figure del medico specialista e di famiglia, che identifichi indicatori di processo e di risultato e che misuri e valuti le performance e la qualità dell’assistenza prestata, è stato fortemente sollecitato e rappresenta una forte raccomandazione della Copenhagen Roadmap”, sottolinea la Sen. Emanuela Baio, Presidente comitato nazionale per la difesa dei diritti della persona con diabete. “Devo confessare che sentire descrivere come aspirazione europea un modello che in Italia è già largamente applicato mi ha fatto abbastanza piacere”, conclude.

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Dapagliflozin efficace nel diabete 2 non ben controllato

Posted by fidest on Thursday, 19 April 2012

Dapagliflozin, inibitore selettivo del cotrasportatore di sodio-glucosio di tipo 2, migliora il controllo glicemico, stabilizza il dosaggio di insulina e riduce il peso senza incrementare il numero di episodi maggiori ipoglicemici nei soggetti con diabete tipo 2 non adeguatamente controllato. Sono le conclusioni di un gruppo di studio sul nuovo farmaco che – sotto il coordinamento di John P. H. Wilding dell’Ospedale universitario Aintree di Liverpool (UK) – ha voluto valutare l’efficacia e la sicurezza del principio in soggetti diabetici non controllati nonostante il trattamento insulinico con o senza impiego aggiuntivo di antidiabetici orali. A tale scopo sono stati coinvolti, in 126 centri europei e nordamericani, 800 pazienti in terapia con almeno 30 Ui di insulina e non utilizzatori di antidiabetici orali o utilizzatori fino a un massimo di 2 farmaci di tale classe. I pazienti sono stati randomizzati in 4 gruppi a ricevere un placebo oppure dapagliflozin unum/die per 48 settimane alle dosi di 2,5, 5, o 10 mg. Dopo 24 settimane, l’emoglobina glicosilata media (outcome primario) era scesa dello 0,79%-0,96% nel gruppo dapagliflozin rispetto allo 0,39% con il placebo. Il dosaggio insulinico giornaliero è diminuito di 0,63-1,95 Ui con il farmaco mentre è aumentato di 5,65 Ui dopo il placebo. Anche il peso corporeo si è ridotto con dapagliflozin di 0,92-1,61 kg mentre è aumentato di 0,43 kg nel gruppo placebo. Questi effetti si sono mantenuti nelle successive 24 settimane. Rispetto ai pazienti del gruppo placebo, quelli trattati con dapagliflozin, raggruppando i vari dosaggi, hanno evidenziato complessivamente un tasso più elevato di episodi ipoglicemici (56,6% vs 51,8%), eventi indicativi di infezioni genitali (9,0% vs 2,5%) e di infezioni delle vie urinarie (9,7% vs 5,1%). Ann Intern Med, 2012; 156(6):405-15 (fonte farmacista33)

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Diabete, gli ftalati raddoppiano il rischio

Posted by fidest on Monday, 16 April 2012

L’esposizione a sostanze contenute nella plastica e nei cosmetici, gli ftalati (i plastificanti più comuni al mondo) avrebbe raddoppiato il rischio di ammalarsi di diabete. Lo dimostra una ricerca condotta da Monica Lind dell’università di Uppsala e pubblicata sulla rivista Diabetes Care. Quello svedese non è il primo studio in cui si lega il diabete, che oggi è diffuso a livelli epidemici nel mondo, all’esposizione a sostanze chimiche: per esempio il rischio diabete sale se si è esposti a inquinanti o rganici persistenti (Pop) come i Pcb (policlorurati) e le diossine. Il gruppo della Lind ha coinvolto oltre 1000 persone di 70 anni nella ricerca e visto che le persone con livelli di ftalati nel sangue anche di poco elevati hanno un rischio di ammalarsi di diabete che è doppio rispetto a coloro che hanno invece pochi ftalati nel sangue. Anche tenuto conto di tutti i fattori di rischio tipici del diabete, come sovrappeso, sedentarietà e troppi grassi nel sangue, l’associazione tra diabete e ftalati resta. Poiché gli ftalati sono molto usati, secondo gli autori questo studio, benché preliminare, è importante e andrebbe esteso a un campione maggiore di persone. Diabetes Care, April 12 2012 (fonte farmacista33)

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Diabete: il modello italiano di cura

Posted by fidest on Saturday, 7 April 2012

E’ durato 4 anni lo studio delle persone con diabete residenti a Torino: dal 1 gennaio 2003 al 31 dicembre 2006. 31.104 persone maggiori di 20 anni (pari al 3,5% della popolazione del capoluogo piemontese) sono state puntualmente seguite, valutate, registrate per tutto il periodo dell’indagine da un team di ricercatori composto da diabetologi, epidemiologi della regione Piemonte e del Dipartimento di salute pubblica dell’Università di Torino, guidato da Carlo B. Giorda, Direttore della Struttura complessa diabete e malattie metaboliche della ASL Torino 5, oggi Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD).
Tanto lavoro ha dato i suoi frutti, e quali frutti! “Con uno sforzo importante, che ha impegnato molte risorse, ma nel suo genere unico al mondo, siamo riusciti a dimostrare che il modello di assistenza italiano, quando seguito secondo le sue proprie linee organizzative precise, salva la vita delle persone con diabete: si riduce la mortalità per disturbi cardiovascolari, la mortalità in assoluto, come diciamo noi tecnici ‘per tutte le cause’, si riduce persino la mortalità per tumore”, spiega Giorda.
“La persona con diabete, seguita, oltre che dal proprio medico di famiglia, dal Centro diabetologico di riferimento, applicando tutte le procedure di esame, cura e assistenza previste dalla linee guida, e quindi visitato periodicamente, vive più a lungo. Per quanto riguarda il perché, ipotizzerei due ragioni principali: primo, il richiamo periodico, nella cura del diabete, ma più in generale in tutte le malattie croniche, ricorda la propria condizione di malattia e aumenta la qualità della cura; secondo, un controllo così stretto sicuramente incide sullo stile di vita, ecco perché diminuisce la mortalità in assoluto, e probabilmente, grazie alla stretta sorveglianza, permette di rilevare con anticipo altre malattie, come ad esempio un tumore, e quindi anche in questo caso la sopravvivenza migliora”, dice ancora.
I risultati dello studio “The Impact of Adherence to Screening Guidelines and of Diabetes Clinics Referral on Morbidity and Mortality in Diabetes” sono stati pubblicati oggi su PLoS ONE, la rivista online della Public Library of Science.
In estrema sintesi, i torinesi con diabete che, oltre che in carico al proprio medico di famiglia, erano seguiti anche dal centro diabetologico, secondo i più corretti principi, mostravano un rischio relativo di mortalità per tutte le cause e di mortalità cardiovascolare ridotti di oltre il 40% rispetto a chi veniva seguito solo dal medico di famiglia (RR 1.72 [95% CI 1.57– 1.89] per tutte le cause; RR 1.74 [95% CI 1.50– 2.01] cardiovascolare) e di mortalità da tumore ridotto di circa il 26% (RR 1.35 [95% CI 1.14– 1.61]).
Lo stesso fenomeno si riscontrava con il rischio di infarto del miocardio e di ictus, maggiore del 30% nel gruppo seguito dal solo medico di famiglia, sino al rischio di amputazione degli arti inferiori che raddoppiava in questi ultimi (RR 2.03 [95% CI 1.26– 3.28]). L’intero studio è consultabile al link: http://dx.plos.org/10.1371/journal.pone.0033839.

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Diabete di tipo 2: effetti positivi delle incretine sulla riduzione delle gravi complicanze della malattia

Posted by fidest on Thursday, 15 March 2012

English: Skeletal diagram of C-peptide.

Image via Wikipedia

Il Diabete Mellito di tipo 2 (DMt2) è una delle sfide più ardue per tutti i sistemi sanitari del pianeta, a causa della continua e inesorabile crescita della sua prevalenza, dipendente soprattutto dalla diffusione dell’obesità e dall’invecchiamento della popolazione. Si stima che entro il 2030, nei Paesi industrializzati, il DMt2 possa diventare la quarta causa di morte; tra le persone affette da diabete, infatti, le patologie cardiovascolari sono da due a quattro volte più frequenti rispetto ai soggetti non diabetici di pari sesso ed età. Secondo i dati riportati nell’annuario ISTAT del 2010, in Italia è diabetico il 4,9% della popolazione (5,2% delle donne e 4,5% degli uomini), pari a circa 2.960.000 persone. Alla base del diabete di tipo 2 vi sono, principalmente, una ridotta ed alterata produzione di insulina e la resistenza agli effetti biologici della stessa: è stato dimostrato che un controllo glicemico ottimale riduce le complicanze croniche di tale patologia. Fino a poco tempo fa, la terapia farmacologica del diabete tipo 2 era basata in via quasi esclusiva sulla metformina, sui secretagoghi (sulfoniluree e glinidi), sui glitazoni (oggi solo pioglitazone) e sull’insulina. Di recente, si è diffusa una nuova classe di farmaci, le cosiddette incretine, che comprendono gli agonisti del recettore del Gastrointestinal

Like Peptide (GLP-1) (ARGLP-1, exenatide e liraglutide) e le glipitne (inibitori della dipeptil-peptidasi 4 -DPP4).
Il corretto impiego di questa nuova classe di farmaci per il diabete e la relativa appropriatezza prescrittiva sono stati oggetto di discussione durante l’evento “Diabete tipo 2 ed innovazione terapeutica: le incretine”, organizzato oggi in Senato, presso la sala Caduti di Nassiriya, dall’ Associazione parlamentare per la tutela e la promozione del diritto alla prevenzione e dall’Italian Barometer Diabetes Observatory, al quale ha preso parte il Direttore Generale di AIFA prof. Pani.
Per il senatore Antonio Tomassini e la Senatrice Emanuela Baio, firmatari di una mozione parlamentare sul tema, bisogna che a livello nazionale e Regionale venga garantita da parte di AIFA, la piena disponibilità dei farmaci incretinici e l’accesso ai farmaci innovativi in linea con quanto avviene a livello di altri paesi Europei, per garantire a tutti i pazienti diabetici di tipo 2 che ne hanno bisogno una corretta gestione della terapia e una gestione precoce della malattia, con gli effetti positivi sulla riduzione delle gravi complicanze del diabete.
La preoccupazione di fondo da parte delle Società Scientifiche di diabetologia, che hanno redatto un position statement sulle incretine, è che l’imposizione di un tetto di spesa a tali farmaci innovativi da parte di AIFA, rischia di non garantire per tutti i pazienti che già ne traggono beneficio il mantenimento della terapia, e di ostacolarne o negarne l’utilizzo per altri potenziali pazienti che a giudizio del diabetologo dovrebbero farne uso. Secondo il Prof. Gabriele Riccardi, Presidente della Società Italiana di Diabetologia, “la terapia incretinica rappresenta una importante innovazione nel trattamento del diabete di tipo 2 portando innegabili vantaggi soprattutto ai pazienti con complicanze cardiovascolari, particolarmente frequenti nelle persone anziane, oppure a chi ha problemi di obesità”. Nel suo intervento di apertura il Prof. Riccardi ha sottolineato come le incretine “sono farmaci di grande maneggevolezza ed efficacia che possono portare addirittura ad una riduzione della spesa per la cura del diabete se si considera che sono proprio le complicanze e, la conseguente ospedalizzazione che ne può derivare, ad incrementare i costi per questa malattia. Le ipoglicemie rappresentano una frequente causa di ricovero specie nelle persone anziane e i farmaci incretinici riducono drasticamente il rischio di ipoglicemie e di conseguenza anche gli interventi sanitari, inclusa l’ospedalizzazione, che sono necessari per trattarle”. Il Dottor Carlo Giorda, Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi ha sottolineato “l’importanza dell’uso mirato dei farmaci incretinici, strumenti di terapia ormai indispensabili per una cura moderna e tempestiva del diabete – facendo notare nel contempo come – in Italia la prescrizione di questi farmaci è pari ad un ottavo di quella degli altri paesi Europei”. Il dottor. Giorda ha spiegato inoltre “come sarebbe semplice e immediato monitorare l’utilizzo dei farmaci incretinici attraverso le reti, già esistenti, di cartelle cliniche elettroniche della diabetologia e della medicina generale, garantendo così, in tempo reale, un efficace controllo dell’appropriatezza d’uso”. Per i presidenti delle due Società Scientifiche, in definitiva la terapia incretinica può offrire un buon rapporto costo/efficacia se impiegata in categorie specifiche di pazienti con diabete mellito di tipo 2. In questi soggetti è possibile calcolare come l’aumento di spesa iniziale possa fornire un risparmio economico a lungo termine grazie alla riduzione dei costi assistenziali diretti e di ricovero. Per ottenere tali risparmi, tuttavia, è indispensabile garantire la prescrivibilità degli ARGLP-1 e delle gliptine ai pazienti nei quali i benefici terapeutici, inclusa la documentata riduzione delle complicanze acute e croniche, giustifichino l’incremento dei costi farmaceutici. L’attuale tetto di spesa non è in grado di garantire la prescrivibilità al paziente fragile, che svolge professioni a rischio, con fattori predittivi di rischio di grave ipoglicemia, in quello con intolleranza alla metformina. A tal fine SID e AMD si rendono immediatamente disponibili a collaborare all’elaborazione di linee guida condivise sull’uso di questi farmaci che prevedano indicazioni precise al loro uso (anche mediante un’apposita nota AIFA alla prescrivibilità di questi farmaci) costituire un osservatorio sull’appropriatezza prescrittiva, verificare gli outcomes della terapia. In questa prospettiva un valore aggiunto avrebbe la promozione delle cartelle cliniche informatizzate già in uso presso Medici di Medicina Generale e Diabetologia Specialistica, con la possibilità di scambio dati per la verifica dell’appropriatezza prescrittiva e degli outcomes della terapia. Il Dott. Carlo Tomino, Direttore Ufficio Sperimentazione e Ricerca di AIFA, ha presentato i dati del monitoraggio AIFA su questi classi di farmaci. Il prof. Lorenzo Mantovani, Presidente Comitato Scientifico “Fondazione Charta”, nel suo intervento ha spiegato: “E’ assodato che la terapia con le diverse incretine, quando usate in modo appropriato, contribuisce in modo efficace e costo efficace alla gestione di un paziente complesso come il soggetto diabetico. Questo ruolo è stato riconosciuto anche dalle agenzie di technology assessment che adottano i criteri severi nel giudizio dei nuovi farmaci, vale a dire lo Scottish Medicine Consortium (SMC) ed il NICE. Nonostante la letteratura scientifica italiana mostri rapporti di costo efficacia simili a quelli stimati da NICE ed SMC per Inghilterra Scozia e Galles, tuttavia l’uso di questi farmaci in Italia rimane a tutt’oggi decisamente più limitato di quanto sia in altri paesi, incluso il Regno Unito.” In conclusione il Prof. Renato Lauro, Presidente dell’Italian Barometer Diabetes Observatory, ha evidenziato come sia necessario oggi affrontare globalmente gli aspetti pandemici dei diabetici, puntando sulla prevenzione, diagnosi e trattamento precoce e che certamente l’utilizzo di nuove classi di farmaci quali le incretine, servono in tal senso a portare un reale contributo nella terapia del diabete tipo 2. (Stefano Sermonti)

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