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Quotidiano di informazione – Anno 26 n° 320

Posts Tagged ‘diabete’

Diabete: emergenza nelle città

Posted by fidest on Saturday, 8 November 2014

diabete_21-300x224Vivono in città oltre 2 persone con diabete su 3. Secondo i dati dell’International Diabetes Federation (IDF), nel mondo sono 246 milioni (65%), coloro che hanno la malattia e abitano nei centri urbani, rispetto ai 136 milioni delle aree rurali. E il numero è destinato a crescere. Nel 2035 si stima che raggiungeranno il 70% le persone con diabete nelle città: 347 milioni rispetto ai 147 milioni che abiteranno fuori dai grandi centri abitati. Pare quindi che le città siano “catalizzatrici” per il diabete: chi si sposta in città ha infatti maggior probabilità di sviluppare la malattia rispetto a chi rimane fuori dai grandi centri. E questo è un dato preoccupante soprattutto se si considera il fatto che, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la maggior parte della popolazione vive oggi nelle aree urbane, e le proiezioni stimano un progressivo aumento dei residenti nelle città.“La maggior ricchezza, e di conseguenza i maggiori consumi alimentari, uniti a una vita più sedentaria – si stima che 4 italiani su 10 siano completamente inattivi e solo 1 su 4 pratichi qualche sport, secondo quanto rilevato recentemente dal Censis – sono alcune delle possibili spiegazioni a questo fenomeno” dice Salvatore Caputo, Presidente Diabete Italia, l’organizzazione che raccoglie le società scientifiche e le associazioni di volontariato delle persone con diabete. “È come se la città ‘alimentasse’ il diabete, in maniera lenta ma continua, ed è per questo motivo che proprio dalle città e dallo stile associato alla vita cittadina bisogna partire per concentrare gli sforzi volti ad arginare la pandemia diabete, sempre più gravosa per il nostro sistema sanitario. Questo vuol dire soprattutto fare ‘prevenzione’. L’80% delle malattie croniche, tra cui il diabete, può essere prevenuto seguendo corretti stili di vita” aggiunge.La crescita del diabete nei grandi centri urbani non è necessariamente inarrestabile. La collaborazione tra professionisti della salute, esperti del mondo delle attività motorie e sportive, amministratori, urbanisti, il mondo scientifico, le associazioni di pazienti e gli stessi cittadini può trasformare le nostre città e renderle luoghi più adatti, a prova di diabete.In Italia sono già in atto interventi in questa direzione. Da due anni è in corso il progetto Città per Camminare e della Salute, iniziativa patrocinata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, dal Ministero della Salute, dal Senato della Repubblica e dal CONI, ideata dalla Scuola del Cammino fitwalking Italia, e studiata per offrire opportunità concrete per promuovere attività motoria e stili di vita salutari, fattori alla base della prevenzione del diabete.”Non è necessario essere un atleta professionista – spiega Maurizio Damilano, campione olimpico di marcia a Mosca ’80 e attuale presidente della ‘Scuola del cammino’ – per essere in salute va benissimo spostarsi a piedi, utilizzare con più regolarità il cammino, ancor meglio se a passo veloce. Per questo abbiamo ideato il ‘Passaporto’ che offre agli abitanti della penisola una proposta e soluzioni per muoversi, praticamente a costo zero, in centri urbani a misura d’uomo. Sono stati individuati oltre 30 percorsi in tutta Italia ideali per camminare in Città, adatti ad una pratica motoria semplice, ma efficace dal punto di vista della prevenzione salutistica. In questo modo si preserva e potenzia la propria salute e nel contempo si possono apprezzare le bellezze culturali e naturali delle nostre città”.L’Italia rappresenta in questo contesto un forte riferimento proprio in virtù del progetto della Scuola del Cammino fitwalking Italia che con il suo “passaporto” ha per prima individuato nel binomio cammino e città uno strumento estremamente efficace per combattere le malattie metaboliche dando ai cittadini e agli amministratori uno strumento tanto semplice quanto estremamente efficace.“Il diabete comporta non solo un costo sociale importante, ma ha anche un rilevante impatto economico sulle risorse del Sistema sanitario. Purtroppo è una malattia cronica in continua crescita e la prevenzione, soprattutto quella definita primaria, che agisce modificando stili di vita e alimentari scorretti, è l’arma più efficace per affrontarlo”, commenta Maria Luigia Mottes, membro del Comitato di coordinamento di Diabete Italia.Da questi presupposti nasce Cities Changing Diabetes, un ambizioso programma volto a far fronte alla sfida che il diabete pone nei grandi centri abitati. Partito da Città del Messico questa primavera, approdato in Europa, a Copenhagen, lo scorso ottobre, farà prossimamente tappa a Houston negli USA. Il progetto è destinato a coinvolgere attivamente le autorità municipali delle principali metropoli mondiali, Italia inclusa, nell’analisi delle ragioni alla base della crescita della malattia e nell’individuazione di specifici interventi volti a contrastarne l’avanzata.“È parte del progetto Changing Diabetes®, sostenuto da Novo Nordisk, un progetto internazionale che risponde alle richieste di cambiamento espresse in tutto il mondo dalle persone con diabete: un cambiamento nel modo in cui il diabete viene affrontato e curato e di come viene percepito dalle istituzioni e dall’opinione pubblica”, spiega Federico Serra, Direttore Government Affairs & External Relations di Novo Nordisk in Italia. “Changing Diabetes è partito all’inizio del secolo con l’obiettivo di sensibilizzare i decisori politici e i Governi nei confronti della malattia diabetica, successivamente si è evoluto verso iniziative volte a informare l’opinione pubblica a conoscerla, oggi entra in una nuova fase: l’intervento. Cities Changing Diabetes ha come obiettivo proprio quello di agire per affrontare il diabete dove colpisce maggiormente, nelle città” conclude.

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Diabete e distress

Posted by fidest on Thursday, 18 September 2014

diabete_21-300x224Il diabete non comporta solo il rischio di gravi complicanze a cuore, reni, occhi, quando non tenuto adeguatamente sotto controllo, ma può avere anche un importante impatto psico-sociale sulle persone che ne soffrono e sui loro familiari. “Questo è uno dei tanti aspetti emersi dallo studio internazionale DAWN2™ (Diabetes Attitudes Wishes and Needs), l’indagine più ampia mai svolta, con lo scopo di fotografare e interpretare il mondo del diabete dal punto di vista della persona, del familiare e del medico, per evidenziare in particolare l’impatto della malattia sulla vita di tutti i giorni”, spiega Antonio Nicolucci, Responsabile Dipartimento farmacologia clinica ed epidemiologia della Fondazione Mario Negri Sud, centro scelto per elaborare e analizzare i dati dello studio raccolti nei vari Paesi. Lo studio DAWN2™, realizzato da International Diabetes Federation (IDF), International Society for Pediatric and Adolescent Diabetes (ISPAD), International Alliance of Patients’ Organization (IAPO) e Steno Diabetes Center, con il contributo non condizionato di Novo Nordisk, ha coinvolto, infatti, oltre 15.000 tra persone con diabete, familiari e operatori sanitari (medici, infermieri, dietisti), intervistati in 17 Paesi di 4 continenti.“Nel nostro Paese – dice Nicolucci – emerge una situazione particolare. Una persona con diabete su 2 dichiara che la malattia causa un elevato ‘distress’. Possiamo definire il distress come il peso psicologico che la persona con diabete percepisce nel dover gestire la propria malattia cronica e nel dover affrontare il futuro. Questo dato è significativamente maggiore della media europea, che si attesta intorno al 40%. Se a questo dato ne associamo un secondo, legato a come la persona con diabete giudichi quanto la cura, il dover assumere continuativamente farmaci per tutta la vita, compresse o ancor peggio insulina per via iniettiva, interferisca negativamente con i propri progetti di vita e la quotidianità, emerge un chiaro quadro di disagio.” Se tutto ciò non bastasse, Nicolucci aggiunge un carico: “relativamente alla cura, il 60% delle persone con diabete dichiara di temere il rischio di ipoglicemia, con tutto il corredo di problematiche connesse, dall’impatto negativo su attività lavorativa, vita sociale, guida, pratica sportiva, tempo libero, sonno, sino alla tendenza emersa da diversi studi che hanno documentato come chi abbia avuto esperienza di ipoglicemia, specie se grave, tenda a diminuire l’adesione alla terapia e agli stili di vita raccomandati, riportando, in un perverso circolo vizioso, peggiore qualità di vita e maggiori preoccupazioni legate alla malattia”. E ciò risulta vero e confermato anche dalle dichiarazioni dei familiari che, a loro volta, si dicono, per il 64% preoccupati per il rischio di ipoglicemia cui può andare incontro il proprio congiunto.Quanto la modalità di cura della malattia e la paura dell’ipoglicemia abbiano un pesante impatto sull’equilibrio della persona con diabete è ben conosciuto. “È noto come un buon controllo metabolico sia in grado di prevenire lo sviluppo e la progressione delle complicanze croniche del diabete: retinopatia, nefropatia, neuropatia, malattia cardiovascolare”, dice Simona Frontoni, Responsabile UO Diabetologia Ospedale Fatebenefratelli, Isola Tiberina, Roma. “Tuttavia, fino ad oggi, il prezzo da pagare per ottenere e mantenere valori di emoglobina glicata considerati ottimali, nelle diverse categorie di persone con diabete, è stato molto elevato. In primo luogo, per il pericolo di ipoglicemia che, oltre a rappresentare un fattore di rischio per mortalità e morbilità cardiovascolare, ha un impatto devastante sulla qualità di vita della persona. Poi, per la terapia insulinica, necessaria al raggiungimento di questo controllo ottimale, che ad oggi necessita di schemi estremamente rigidi, con una mancanza di flessibilità che impatta anch’essa pesantemente sulla qualità di vita del paziente”, prosegue.Questi problemi dovrebbero essere superati dalle nuove insuline, come l’insulina degludec, analogo dell’insulina caratterizzato da durata d’azione superiore alle 24 ore e con un effetto metabolico distribuito uniformemente nel corso della giornata, la cui ridotta variabilità di assorbimento assicura un profilo glicemico più stabile con un’importante riduzione del rischio di ipoglicemia. “L’insulina degludec permette di superare le criticità sin qui esposte, in virtù delle sue caratteristiche innovative. Infatti, gli studi a nostra disposizione dimostrano che, a parità di controllo glicemico, l’insulina degludec determina un numero di ipoglicemie significativamente inferiore, rispetto all’insulina glargine. Questo aspetto è di particolare interesse, perché riguarda anche le ipoglicemie notturne, che rappresentano uno dei timori più avvertiti dalla persona con diabete trattata con insulina. Inoltre, le caratteristiche cinetiche di questa insulina consentono una grande flessibilità nei tempi di somministrazione, tale che il paziente può ‘modulare’ la distanza tra una somministrazione e l’altra, quando necessario nella vita di tutti giorni”, conclude Frontoni.“Lo studio DAWN2™ è il primo studio di queste dimensioni che ponga particolare attenzione agli aspetti psico-sociali della gestione del diabete, coinvolgendo non solo le persone con la malattia, ma tutti coloro che hanno a che fare con il diabete, familiari per primi”, sostiene Salvatore Caputo, Presidente di Diabete Italia. “Il Progetto di indagine DAWN™, iniziato diversi anni fa con il primo studio DAWN™, ha sicuramente contribuito a modificare il modo in cui noi medici guardiamo alla malattia diabetica: non solo la cura della glicemia, ma la necessità di presa in carico della persona che, proprio per quanto emerge da questi dati, ha bisogno non solo di farmaci, ma di essere compresa, aiutata ed educata a convivere con il diabete. E tutto ciò si riverbera anche nelle politiche che vengono messe in atto nel nostro Paese nel quale, prima con la legge 115 del 1987, successivamente con il Piano nazionale per la malattia diabetica del 2013, si vuole porre la persona con diabete al centro del sistema”.

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Diabete e anziani

Posted by fidest on Wednesday, 17 September 2014

viennaVienna,.Cresce il numero degli anziani con diabete. Oggi, infatti, nel nostro paese su 3 milioni di persone colpite da diabete di tipo 2, due terzi hanno un’età superiore ai 65 anni, con il 25% over 75. Il dato, destinato ad aumentare in vista del progressivo invecchiamento della popolazione, fa riflettere e deve porre l’attenzione sulla cura e l’assistenza dell’anziano con diabete, ma soprattutto sulla prevenzione delle complicanze strettamente correlate alla malattia. “Come diabetologi ne siamo ben consci”, dice Antonio Ceriello, Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD), l’organizzazione cui fanno riferimento i medici diabetologi operanti nei centri del Servizio sanitario nazionale. “Nel 2012, infatti, partendo dal database Annali AMD, che raccoglie oltre 500.000 cartelle cliniche di persone con diabete, assistite in quasi la metà dei circa 650 centri diabetologici nazionali, abbiamo pubblicato il primo Rapporto ‘Anziani con diabete’, che forniva un’importante, e forse unica, fotografia sull’assistenza riservata a questa particolare categoria. Oggi, siamo in grado di presentare, al 50° Congresso della European Association for the Study of Diabetes (EASD), l’analisi dell’evoluzione della qualità dell’assistenza prestata negli otto anni dal 2004 al 2011.”“La nostra indagine si è concentrata sulla particolare categoria degli ultrasettancinquenni, oltre 145.000 persone i cui dati sono registrati nel database Annali AMD, perché queste persone con diabete hanno un maggior tasso di mortalità, maggiori disabilità e malattie associate, quindi richiedono particolari competenze ed un approccio personalizzato alla cura”, racconta Riccardo Candido, diabetologo presso il distretto 3 di Trieste e componente dei gruppi AMD dedicati alla terapia personalizzata e all’anziano. Candido spiega, inoltre, che dal rapporto emerge con chiarezza come l’attenzione e la cura prestata agli anziani con diabete è migliorata di molto nel corso degli ultimi anni. “Ciò è dimostrato, in primo luogo, dal miglioramento dello score Q, l’indice ideato da AMD in collaborazione con la Fondazione Mario Negri Sud, e validato internazionalmente, che valuta l’efficienza delle cure e dell’assistenza prestate, e conseguentemente l’efficacia nel prevenire le complicanze tipiche del diabete, dall’infarto, all’ictus, ai disturbi della vascolarizzazione, alla mortalità. Tra il 2004 e il 2011 è quasi raddoppiata, dal 19,2% al 35,7%, la percentuale di over 75 con score Q superiore a 25. Si consideri che questa è la soglia che identifica la qualità delle cure attese; un valore superiore a 25 indica una situazione migliore dello standard; tra 25 e 15 aumenta del 20% il rischio di complicanze, mentre sotto 15, il rischio cresce all’80%” aggiunge Candido.Il risultato è frutto di numerose variabili: “è cresciuta l’attenzione alla valutazione non solo del grado di controllo della glicemia, ma anche della pressione arteriosa, dei livelli di colesterolo e trigliceridi, della microalbuminuria, indice di danno ai reni. Di pari passo sono migliorati i risultati clinici: si è assistito a una maggior personalizzazione dell’obiettivo glicemico e a una marcata riduzione (-21,5%) del numero di anziani con controllo della glicemia scadente; è cresciuta del 29,8% la quota di anziani con valori di pressione arteriosa inferiori a 150/90 mmHg e ben dell’80,3% quella delle persone con colesterolo LDL inferiore a 100 mg/dl”, dice ancora Candido.E’ infine migliorata l’appropriatezza terapeutica: è in costante riduzione, infatti, la quota di anziani con diabete in cura con sulfaniluree, farmaci ad elevato rischio di ipoglicemia. “Va notato, tuttavia come l’utilizzo di questa classe di farmaci sia ancora elevato e non del tutto appropriato e al contrario sia bassa la percentuale di pazienti curati con le incretine, in particolare gli inibitori del DPP4 meglio indicati per la gestione dell’anziano con diabete”, conclude Candido.

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Diabete e infarto

Posted by fidest on Friday, 15 August 2014

ospedale ortona1Bergamo, Farmaci di ultima generazione e tempismo: sono queste le armi che cardiologi e diabetologi mettono in campo per contrastare le complicazioni cardiache nei pazienti diabetici. Un binomio frequente e pericoloso: circa il 60% dei pazienti affetti da diabete mellito sviluppa patologie cardiovascolari e il 30% dei pazienti che presentano una sindrome coronarica acuta è affetto anche da diabete.
Il diabete infatti causa una disfunzione piastrinica che aumenta il rischio trombotico, cioè il rischio che si formino dei grumi di sangue. Coaguli che però si possono prevenire con un’appropriata terapia farmacologica antiaggregante, in particolare con ultimi ritrovati come prasugrel o ticagrelor, che in studi recenti si sono dimostrati più efficaci di quelli di prima generazione nel ridurre il rischio trombotico nei pazienti diabetici con sindrome coronarica acuta.Se una coronaria risulta ostruita, occorre intervenire precocemente. Se preferire la cardiochirurgia e quindi il bypass o l’approccio percutaneo dell’angioplastica va valutato da un team interdisciplinare (il cosiddetto Heart Team), non solo in base alla severità del problema cardiaco, ma anche allo stato clinico del paziente e al rischio chirurgico.Lo afferma uno studio pubblicato sul numero di giugno del Giornale Italiano di Cardiologia. Si tratta del primo protocollo multidisciplinare a carattere operativo che spiega come gestire il paziente diabetico colpito da sindrome coronarica acuta. Tre gli specialisti del Papa Giovanni coinvolti: la cardiologa Roberta Rossini, ideatrice e coordinatrice del lavoro, il cardiologo interventista Giuseppe Musumeci, responsabile della sezione lombarda della Società Italiana di Cardiologia Invasiva (GISE), e Roberto Trevisan, direttore dell’Unità di Malattie endocrine e diabetologia dell’azienda ospedaliera bergamasca.Alla pubblicazione seguirà nei prossimi mesi l’attivazione di un Registro Osservazionale in Lombardia, che servirà a capire quanto e come i medici lombardi riusciranno ad applicare concretamente le linee guida e quali miglioramenti sarà possibile raggiungere nel trattamento dei pazienti.“Questo protocollo multidisciplinare, condiviso da cardiologi e diabetologi, affronta per la prima volta problematiche cliniche concrete che non hanno ancora risposte chiare dalla letteratura – spiega Roberta Rossini -. Fornisce raccomandazioni precise sia ai diabetologi che ai cardiologi, dalla fase acuta fino alla dimissione del paziente e al raggiungimento di un adeguato controllo glicemico. E’ un problema di enorme portata se si pensa che nel mondo sono 382 milioni le persone affette da diabete, destinate a diventare quasi 600 milioni tra vent’anni, cioè uno su 10. Solo in Italia i malati sono già 3 milioni cioè il 5% della popolazione ”.Gli specialisti bergamaschi hanno lavorato con altri 8 esperti identificati dalle sezioni lombarde dell’Associazione Nazionale Medici e Cardiologi Ospedalieri (AMNCO), del GISE, la Società Italiana di Cardiologia Invasiva (GISE), della Società Italiana di Diabetologia (SID) e dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD) per sviluppare un lavoro tanto prezioso quanto atteso dalla comunità scientifica italiana e non solo.Il documento suggerisce anche come trattare l’iperglicemia, che va curata perché valori di glucosio nel sangue superiori a 180mg/dl peggiorano il danno miocardico.Si tratta del secondo protocollo operativo multidisciplinare, destinato a dare risposte a temi complessi e ancora poco chiari della medicina moderna, che segue un primo lavoro redatto dagli specialisti bergamaschi, pubblicato per la prima volta sul numero di luglio di due anni fa del Giornale Italiano di Cardiologia e dedicato alla gestione della terapia antiaggregante in caso di intervento chirurgico . Il lavoro ha riscosso importanti riconoscimenti da parte della comunità scientifica internazionale, tanto da trovare spazio anche su Eurointervention, rivista ufficiale della Società Europea di Cardiologia Interventistica, e da essere tradotto in un’applicazione per dispositivi mobili. Si tratta dell’app ‘Stent &Surgery’ che fornisce in modo semplice e intuitivo ai medici indicazioni precise sul dosaggio ottimale della terapia antiaggregante da mantenere nel periodo perioperatorio nei pazienti cardiopatici portatori di stent che devono sottoporsi a un intervento chirurgico.

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La cura del diabete con le staminali

Posted by fidest on Wednesday, 23 October 2013

A scheme of the generation of induced pluripot...

A scheme of the generation of induced pluripotent stern (iPS) cells. (1)Isolate and culture donor cells. (2)Transfect stern cell-associated genes into the cells by viral vectors. Red cells indicate the cells expressing the exogenous genes. (3)Harvest and culture the cells according to ES cell culture, using mitotically inactivated feeder cells (lightgray). (4)A small subset of the transfected cells become iPS cells and generate ES-like colonies. (Photo credit: Wikipedia)

L’idea di curare il diabete, sostituendo il pezzo difettoso, la funzione d’organo mancante, con un trapianto di pancreas o di isole pancreatiche, risale a diversi decenni fa. Ma gli ostacoli a questo tipo di terapia sono molti e riguardano principalmente la scarsità dei donatori e il sistema immunitario del ricevente che, se non tenuto a bada, finisce col distruggere le cellule trapiantate.Non è semplice trovare donatori e quindi bisogna trovare altri fonti di beta cellule. Un tentativo è quello di ‘fabbricarne’ di nuove. I metodi potenziali per ottenere questo risultato in vivo sono sostanzialmente due: sfruttare le cellule staminali/progenitrici normalmente presenti nel pancreas per farle rigenerare (metodo assai controverso) oppure realizzare una ‘trans-differenziazione’ di cellule diverse dalle beta-cellule (es. dei fibroblasti). I metodi ex vivo (cioè al di fuori del corpo del paziente) prevedono invece di espandere, cioè di far moltiplicare le cellule del donatore o di differenziare delle cellule staminali pluripotenti. “Grazie alle nuove tecnologie e agli avanzamenti della ricerca – afferma Shimon Efrat, del Dipartimento di genetica Umana dell’Università di Tel Aviv e uno dei massimi esperti mondiali in terapia con cellule staminali applicata al diabete – oggi siamo in grado di espandere in maniera importante le cellule beta pancreatiche prelevate da un donatore, al punto che dalle cellule estratte da un solo pancreas siamo in grado di produrne una quantità sufficiente per migliaia di potenziali riceventi. Ma le cose non sono così facili come potrebbe sembrare: un conto è infatti riuscire ad avere un grande numero di cellule, un altro è quello di mantenerne intatta la loro capacità di produrre insulina, che è quanto serve per trattare la persona con diabete. In teoria oggi è anche possibile ‘fabbricare’ cellule beta pancreatiche anche a partire da un fibroblasto o da cellule cutanee ma la via ancora altamente sperimentale. Per produrre un grande numero di cellule beta a partire da un piccolo gruppo di isole pancreatiche è necessario prima manipolarle per farle regredire ad uno stadio simile a quello embrionario, andando cioè ad ottenere le cosiddette ‘induced pluripotent stem cells’ (iPS); in questo stadio, è abbastanza facile fare espandere le cellule, cioè ottenerne un gran numero. Successivamente, mettendole a contatto con delle miscele di cosiddetti ‘fattori solubili’ è possibile far tornare adulte queste iPS, riportandole a “maturazione” cioè facendo riacquisire loro le caratteristiche di beta cellule adulte in grado di produrre insulina.Queste cellule ridifferenziate per ora sono state utilizzate solo in esperimenti sugli animali, ma i risultati sono molto promettenti. Nel topo ad esempio, sono in grado di correggere l’iperglicemia. Per quanto riguarda l’uomo, siamo ancora fermi agli esperimenti in vitro che tuttavia hanno dimostrato la possibilità di fare regredire ad uno stadio di ‘pluripotenza’ le beta cellule umane. In altre parole le iPS derivate dalle beta-cellule (BiPS) potrebbero un giorno rappresentare un’importantissima fonte di cellule staminali pluripotenti dalle quali ricavare cellule beta pancreatiche per trapianti. E nel frattempo, gli scienziati fanno pratica di ‘trans-differenziazione’, partendo da un fibroblasto per arrivare a cellule beta pancreatiche, per applicazioni che si avvicinano sempre più ad esperimenti di stretto interesse per la pratica clinica. Si è riusciti ad esempio, isolando fibroblasti da pazienti con diabete di tipo 2 a transdifferenziarli in cellule beta-pancreatiche con le caratteristiche del paziente con diabete di tipo 2. Queste cellule, coltivate in laboratorio possono essere utilizzate dall’industria farmaceutica per fare esperimenti con nuovi farmaci anti-diabetici su un modello ‘in vitro’, mai utilizzato prima assimilabile ad una persona con diabete ‘in provetta’. Uno scenario da fantascienza, molto più vicino di quanto si pensi. “Le ricerche presentate dal Prof. Efrat – commenta il professor Stefano Del Prato, Presidente della Società Italiana d Diabetologia – rappresentato un fronte avanzato della ricerca che apre nuove speranze per la cura del diabete. Certo, la strada è ancora lunga ma lo sforzo dell’intera comunità scientifica diabetologica, va seguita passo passo perché è solo dalla ricerca e dal suo sostegno che può venire a risposta che molte persone con diabete attendono”.

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Nelle insuline ‘con il cervello’il futuro della cura del diabete?

Posted by fidest on Wednesday, 23 October 2013

L’insulina è uno dei capisaldi della terapia del diabete. Lo è da quando è stata scoperta e introdotta in terapia negli anni ’20 e lo resta ancora oggi, anche se nella versione ‘terzo millennio’ l’insulina (o meglio i diversi tipi di insuline utilizzate ogni giorno da milioni di pazienti in tutto il mondo) ha subito modifiche radicali rispetto all’ antenata. “Nonostante i grandi progressi fatti in questo campo però – ammette il professor Stefano Del Prato, presidente della Società Italiana di Diabetologia – l’insulina ha ancora il grosso limite di dover essere somministrata attraverso iniezioni sottocutanee e in maniera un poco ‘cieca’, nel senso che non si sa quanta glicemia ci sia in giro. Quello che il nostro organismo invece riesce a fare con un incredibile grado di precisione è di produrre insulina in quantità sufficiente per controllare la glicemia, senza farla scendere troppo (cioè senza provocare crisi ipoglicemiche) e senza farla salire eccessivamente”. Per cercare di imitare il più possibile la perfezione del funzionamento del nostro organismo, si stanno studiando varie soluzioni: dal trapianto di isole pancreatiche, al pancreas artificiale. Ma si sta profilando all’orizzonte anche una terza via.“Si tratta di una prospettiva molto affascinante, anche se ancora puramente sperimentale – commenta Del Prato – quella della cosiddetta ‘insulina intelligente’. In pratica si tratta di un’insulina ‘inglobata’, racchiusa in sostanze particolari, dei polimeri che hanno la capacità di ‘sentire’ la glicemia. Quando la glicemia si alza, i polimeri si aprono e fanno uscire l’insulina, mentre se invece la glicemia scende troppo, i polimeri lo ‘avvertono’ e si richiudono impendendo così la fuoriuscita dell’insulina e la sua entrata in circolo. Di questa insulina ‘intelligente’, sono allo studio anche delle versioni ‘per bocca’. Il vantaggio dal punto di vista terapeutico è quello di avere un’insulina che garantisca il controllo della glicemia, riducendo il rischio dell’ipoglicemia, evento non solo spiacevole per il paziente ma anche potenzialmente pericolosa.Lo stato della ricerca. La ricerca sulle insuline intelligenti è per ora arrivata agli studi sugli animali da esperimento – precisa Marco G. Baroni, professore associato di endocrinologia all’Università di Roma ‘La Sapienza’ – che hanno dato risultati molto promettenti. La durata d’azione di queste insuline sperimentali va dalle 12 ore fino a 300 giorni”. Al momento le ricerche sono condotte da gruppi scientifici indipendenti, come l’MIT di Boston nel Massachusetts e gruppi di ricerca cinesi; a questi studi sono interessate anche alcune industrie ma lo stato di queste ricerche è avvolto dal più impenetrabile segreto. Le prime ricerche sulle insuline intelligenti risalgono al 2006, ma è solo negli ultimi tre anni che si sono raggiunti risultati molto promettenti. Le insuline intelligenti di ultima generazione sfruttano le nanotecnologie e la glucosio-ossidasi, l’enzima utilizzato anche sulle strisce reattive per la lettura della glicemia da sangue capillare (quello che si ottiene con la puntura del dito). L’enzima ‘sensore di glicemia’ quando riconosce valori troppo alti, induce una modificazione del pH del sistema che fa allargare le maglie del polimero che ingloba l’insulina, permettendo all’ormone di uscire dal ‘guscio’ e di entrare in circolo dove esercita la sua azione e riporta alla norma i valori di glicemia. L’opposto accade in presenza di ipoglicemia: le maglie del guscio si stringono e l’insulina non entra in circolo. Per ora, almeno nell’animale, il sistema ha dimostrato di funzionare. Anche per molti giorni”.

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Diabete. Rischio di fallimento per le casse del SSN italiano

Posted by fidest on Wednesday, 23 October 2013

Italiano: Diagramma prevalenza diabete e obesi...

Italiano: Diagramma prevalenza diabete e obesità negli USA. Creazione personale. (Photo credit: Wikipedia)

Il diabete non si vede e non si sente, almeno non prima di rivelarsi attraverso le sue complicanze. Ma intanto sono 250 milioni le persone nel mondo e l’8,6% della popolazione europea affette da questa condizione, che non risparmia neppure i bambini. Solo nel nostro Paese sono più di 200 le persone che ogno giorno si ammalano di diabete. Questa presenza ‘silenziosa’ ma ‘minacciosa, rappresenta la prima causa di ictus e di infarto oltre a causare complicanze a livello di occhio, rene e nervi e “assorbe il 10-15% dell’intero budget sanitario – ricorda la dottoressa Paola Pisanti, Presidente della Commissione Nazionale Diabete del Ministero della Salute. l’Italia – ricorda sempre Pisanti – detiene però il ‘primato’ per essersi dotata per prima, nel mondo, di una legge ‘visionaria’ e ancora molto attuale come la 115/87 interamente dedicata al diabete. A questa, qualche mese, si è aggiunto anche il ‘Piano Nazionale Diabete’, in ottemperanza a quanto richiesto dalla Comunità Europea”. Il ‘Piano Nazionale Diabete’ tricolore è stato formalmente approvato all’unanimità in Conferenza Stato-Regioni alla fine dello scorso anno ma, finora, è stato di fatto recepito solo da 9 Regioni, peraltro con le differenze e le disparità che caratterizzano la nostra sanità regionalizzata. Tanto per fare un esempio, la regione Marche sta di fatto smantellando la rete dei centri diabetologici, trasferendo tutta l’assistenza di questa condizione sulla medicina generale. “E’ paradossale – commenta il professor Stefano Del Prato, Presidente della Società Italiana d Diabetologia – che mentre da un lato, finalmente si sia giunti a un Piano Nazionale del Diabete, dall’altro si insista su una regionalizzazione che tuttora fonte di disparità di trattamento tra cittadini italiani. Questo processo è contrario ai principi enunciati dal Piano che tra il suo decalogo elenca proprio la riduzione delle disparità e la valorizzazione della rete specialistica che così fortemente ha caratterizzato la diabetologia italiana. Se è ragionevole che i centri ‘glicemologici’ non abbiano più ragione di esistere, sarebbe altrettanto ragionevole operare una razionalizzazione della specialistica diabetologica potenziando in modo adeguato i centri di secondo e terzo livello”.Ma al di fuori dell’Italia, qual è la migliore assistenza per un persona con diabete? “In Gran Bretagna – afferma deciso Simon Griffin, professore di Medicina Generale all’Università di Cambridge – è quella basata sui medici di famiglia ma appoggiata a centri specialistici di riferimento. I migliori risultati infatti sono stati ottenuti laddove esiste una collaborazione tra medici di famiglia consentendo il passaggio del paziente ad un’assistenza di secondo livello, cioè a quella specialistica, in qualsiasi momento in caso di necessità”. Il processo passa anche attraverso il monitoraggio di una serie di parametri in tempo reale e questo grazie al fatto che i medici di medicina generale (MMG) immettono i dati relativi ai loro pazienti nei loro computer dotato di un software, grazie al quale possono essere estratti in un attimo a livello centralizzato. La partecipazione dei medici di famiglia a questo progetto è stato scuramente favorito dall’incentivo economico che deriva dall’immissione dei dati nel sistema. Oggi i medici di famiglia lavorano molto meglio di quanto prevedesse il Governo, ma questo sistema è risultato alla fine molto più costoso delle aspettative”.Ma potrebbe un sistema come questo funzionare in Italia? Nel nostro Paese sono ormai numerosi gli esempi di gestione integrata tra medicina generale e medicina specialistica. Un esempio è quello portato dal vicepresidente della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG) Ovidio Brignoli. “Utilizzando un sistema di monitoraggio elettronico simile a quello illustrato da Griffin – elucida Brignoli – è stato possibile allargare l’assistenza a un numero maggiore di persone con diabete, ma ancor più è stato possibile coinvolgere sempre più medici di famiglia nel processo di gestione e ottenere tangibili miglioramenti, tra l’altro senza dovere ricorrere a incentivi economici. Questa azione rappresenta comunque il risultato della interazione e collaborazione tra medico di medicina generale e diabetologo. Con lo specialista condividiamo le linee d’azione e lo specialista partecipa ai nostri audit e processi di verifica”. “L’integrazione è parte essenziale del Piano Nazionale del Diabete – ricorda il professor Del Prato – che nasce nella logica di porre al centro dell’azione sanitaria la persona con diabete cui corrisponde, a seconda delle necessità e complessità clinica, la disponibilità di specifiche competenze. In quest’ottica è necessario rafforzare la figura specialistica del diabetologo come referente culturale di un processo di condivisione e verifica continua. Il diabetologo non è un esperto di “glicemia”. Piuttosto è il gestore all’interno di un processo complesso e coordinato della complessità ed evolutività della patologia diabetica. Il diabete costa molto, troppo. Ma questo costo è dovuto per oltre a metà ai ricoveri ospedalieri per le complicanze della malattia. Solo un’accurata integrazione delle cure potrà garantire la necessaria assistenza a un numero così ampio di persone con diabete, assistenza fondamentale per ridurre il rischio di complicanze.

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Diabete bambini

Posted by fidest on Tuesday, 22 October 2013

Fig. 2 The pancreas. 1. pancreatic head. 4. pa...

 

Confortanti notizie al Congresso Mondiale di Endocrinologia Pediatrica che si è svolto a Milano a settembre: il sistema di infusione ad ansa chiusa con rilevatore wireless di glicemia noto con il termine di ‘pancreas artificiale’ ha mostrato la sua efficacia e sicurezza anche nella popolazione pediatrica così come riportato da uno studio di Moshe Phillip et al pubblicato sul New England Journal of Medicine (1) e discusso al meeting.Lo studio collegato al Progetto DREAM (Diabetes Wireless Artificial Pancreas Consortium) ha evidenziato un risultato estremamente promettente, specialmente perché la notte è il momento di maggior rischio per le crisi ipoglicemiche che possono verificarsi e non vengono identificate. Questo nuovo approccio permette di controllare gli episodi di ipoglicemia notturna e permetterà in futuro, grazie all’utilizzo h24 liberare i bambini diabetici dalla terapia con iniezioni.“Il 75% dei casi di convulsioni notturne sono legate al calo di zuccheri durante la notte a questa causa è attribuito il 6% dei decessi tra i diabetici al di sotto dei 40 anni. Lo studio ha preso in considerazione 56 bambini e ragazzi con una storia di malattia di almeno 1 anno, in diversi campi per diabetici allo scopo di verificare anche la possibilità di utilizzare un dispositivo tecnologicamente raffinato anche in contesto extraospedaliero e di ‘real-life’” spiega il Professor Francesco Chiarelli, Direttore della Clinica Pediatrica dell’Università di Chieti e Presidente della Società Europea di Endocrinologia Pediatrica (ESPE) “In Italia la diffusione del sistema di infusione ad ansa chiusa potrebbe rappresentare per i 12mila piccoli pazienti affetti di diabete di tipo 1 la svolta terapeutica e un netto miglioramento nella qualità di vita e il 90% dei genitori intervistati nell’ambito della ricerca ha dichiarato che si sentirebbe più sicuro applicando questo sistema durante la notte”.“In Italia l’epidemiologia del diabete di tipo 1 presenta un quadro che vede il trend in netta crescita: i casi infatti sono aumentati di dieci volte negli ultimi 30 anni rispetto alle tre volte dei casi negli adulti” spiega Chiarelli “Peculiare anche la distribuzione regionale, con il picco in Sardegna (35-40 casi ogni 100mila bambini per anno), a cui seguono Liguria e Lombardia (con 10-15 casi ogni 100mila bambini per anno) mentre le altre Regioni tra cui Campania, Abruzzo e Molise si assestano su una media di 6 casi ogni 100mila bambini per anno. In Europa invece il primato negativo è della Finlandia con una media di 60-80 casi ogni 100mila bambini per anno.Una patologia complessa che solo se ben controllata permette una vita normale. “E’ necessario un alto livello di collaborazione da parte della famiglia e del bambino dato che il ‘gold standard’ di terapia prevede comunque misurazioni costanti e 4 infusioni di insulina al giorno. C’è da dire che in Italia il SSN garantisce una assistenza di buon livello e che una una indagine europea pubblicata su Diabetes Care ci ha messi davanti alla Gran Bretagna per qualità delle cure. L’obiettivo in termini di ricerca è però quello di affrancare i bambini dal disagio delle infusioni quotidiane. Siamo sulla buona strada: esistono già pompe da infusione che possono essere impostate per un rilascio programmato di insulina. Il dispositivo viene applicato all’altezza dell’addome con un accesso sottocutaneo. Ma negli ultimi anni il sistema si è evoluto affiancando all’infusore un sensore capace di rilevare il livello di glucosio nel sangue in maniera automatica, comunicarlo wireless alla pompa ad ansa chiusa che a quel punto rilascia o blocca l’insulina a seconda delle reali necessità dell’organismo. Come dimostrato dallo studio di Phillip, questo sistema che funziona alla stregua di un ‘pancreas artificiale’ è particolarmente prezioso durante la notte quando un eventuale evento di ipoglicemia non è riconosciuto e, nei bambini sino a 3-4 anni può provocare anche danni in quanto il cervello non può rimanere per troppo tempo senza zuccheri, i suoi nutrienti fondamentali. Il Progetto DREAM quindi si è posto l’obiettivo di verificare l’efficacia e la sicurezza del dispositivo in un campione (n.56: 31 maschi e 25 femmine) di ragazzi tra i 10 e i 18 anni reclutati nei campi diabete di 3 paesi: Israele, Germania e Slovenia.
Ecco i risultati: Il sistema ad ansa chiusa che associa una pompa ad infusione ad un sensore per la rilevazione del glucosio opera grazie ad un algoritmo computerizzato che in caso di necessità ordina all’infusore il rilascio della giusta quantità di insulina necessaria in quel momento.Allo stesso gruppo in modo randomizzato un giorno è stata somministrata la terapia con microinfusore tradizionale e un altro giorno quella con ‘pancreas artificiale’. La notte in cui era usato il PA si è verificato un significativo decremento degli episodi di ipoglicemia (livelli inferiori a 63 mg per dl e il periodo in cui il livello di glicemia raggiungeva valori inferiori a 60 mg/dl (con P=0.003 a favore del dispositivo con sensore di rilevazione rispetto a P=0.02).
“L’analisi del secondo end point ha mostrato un miglioramento significativo nel controllo della glicemia e le dosi totali di insulina durante la notte sono state maggiori per rispondere all’iperglicemia” spiega l’endocrinologo pediatra “Il pancreas artificiale non ha permesso che la glicemia salisse oltre 180 mg/dl contro i 28 minuti in cui si è verificata nel gruppo di controllo. Allo stesso modo la notte in cui era attivo il PA la glicemia è stata alta solo per 146 minuti nel gruppo con sensore contro i 233 minuti nel gruppo di controllo”. NEJM 368;9 824-833 Moshe Philip. et al – Nocturnal Glucose Control with an artificial pancreas at a diabetes camp

 

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Pianeta diabete

Posted by fidest on Sunday, 20 October 2013

Riccione. Prende il via a Riccione la VI° edizione di ‘Panorama Diabete’, una ‘quattro giorni’ che è entrata ormai nella tradizione delle attività congressuali della Società Italiana di diabetologia (SID) che si alterna con il congresso nazionale, più orientato agli aspetti clinici. Al convegno parteciperanno poco meno di un migliaio di diabetologi, che avranno l’occasione di confrontarsi sulle tematiche più attuali nel campo della terapia e delle complicanze del diabete, oltre che di alcuni aspetti legati alle problematiche inerenti l’organizzazione sanitaria.“Il Convegno – come illustra il professor Stefano Del Prato, Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) – è anche l’occasione per la riunione dei gruppi di studio della SID. Ci sono aspetti del programma che mi piace sottolineare, che riguardano novità salienti nel campo della terapia: è previsto un meeting sul diabete di tipo 1 – condizione gravata dal fatto di richiedere la somministrazione di dosi multiple di insulina con più di una dose al giorno e la misurazione frequente della glicemia mediante una puntura del dito – e uno sulle nuove tecnologie, dove c’è una grande speranza, sia nel campo medico ma soprattutto tra le persone con diabete, puntata alle soluzioni più definitive e anche più sicure che permettano un’ulteriore miglioramento della qualità di vita. Si discuterà dello sviluppo di nuove cellule in grado di produrre insulina, a partire dalle cellule staminali, e si cercherà di capire come sfruttare quello che già avviene in natura – cioè prolungare quella che è nota come la ‘luna di miele’ del soggetto che ha una nuova diagnosi di diabete di tipo 1 e che molto frequentemente va incontro, dopo un iniziale trattamento, ad una specie di remissione – e si discuterà di come e se è possibile prolungare questa ‘luna di miele’ ed evitare così al soggetto di dover ricorrere alla terapia insulinica.Altro tema al centro del dibattito la possibile ipotesi del ripristino delle isole pancreatiche e delle soluzioni migliori per farle sopravvivere, in modo tale da garantire la loro funzione di produzione dell’insulina ed evitare in questo modo il ricorso alle iniezioni di insulina. E infine l’ipotesi di soluzioni tecnologiche tipo ‘pancreas artificiale’, un’apparecchiatura che sia in grado di misurare costantemente la glicemia ed erogare l’insulina in quantità tale da mantenere la ‘normoglicemia’. Un altro punto molto interessante del convegno è la discussione sulla sicurezza dei nuovi farmaci – in particolare delle incretine – sui dubbi relativi alla sicurezza fugati anche dalla recente presa di posizione dell’EMA. Le terapie basate sulle incretine sono efficaci, sicure, non danno rischio di ipoglicemie e non determinano un aumento del peso. Per tutte queste caratteristiche dovrebbero idealmente trovare una collocazione in una fase precoce della malattia, anziché essere usate tardivamente e solo su poche categorie di pazienti come vorrebbe la revisione prescrittiva approntata dall’AIFA. Il congresso cercherà di mettere in evidenza gli aspetti a favore e contrari sulla sicurezza delle incretine, un argomento seguito attentamente dai partecipanti.Non si parlerà solo di temi legati alla terapia e alla diagnosi, ma anche di alcune tematiche ‘particolari’: c’è un simposio dedicato ai problemi della ‘donna e il diabete’, che per sua caratteristica è fisiologicamente diversa: va incontro alla gravidanza – condizione iperglicemizzante – e alla menopausa, che comporta una revisione del profilo endocrino e quindi del rischio di diabete, alla propensione ad alcune complicanze.Fra i vari argomenti uno in particolare, estremamente attuale, merita di essere evidenziato: quello della pubblicità ingannevole in diabetologia. Si può leggere ovunque – navigando su internet alla ricerca di novità e soluzioni, come fa la gran parte della popolazione italiana – trovando suggerimenti e consigli pochi dei quali sono validati, e questa condizione di falsa e ingannevole pubblicità può portare a situazioni critiche che già stiamo vivendo in altri settori (non diabetologici) come per la ‘terapia stamina’, con tutte le polemiche e i problemi in atto. Abbiamo bisogno di far arrivare alle tante persone affette da diabete informazioni sicure, certe e che non facciano crescere speranze illusorie, perché è importante sapere che la malattia diabetica è una patologia che può avere delle complicanze ma che può essere gestita in modo intelligente: è oggetto di grande studio e spero si sia in grado di portare presto a ‘grandi’ soluzioni. ma saranno proprio gli esperti del settore i primi a renderle pubbliche, e con discussioni proprio in ambito scientifico diabetologico come è, appunto, Panorama Diabete”.Maria Rita Montebelli, Andrea Sermonti)

 

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Diabete: impatto sociale

Posted by fidest on Wednesday, 25 September 2013

prof. Stefano Del PratoBarcellona. Il diabete preoccupa: 371 milioni di persone sono colpite dalla malattia nel mondo; oltre 3 milioni in Italia. “Per l’ISTAT siamo giunti a 3,3 milioni, senza considerare 1 milione di persone che nel nostro Paese ha il diabete non diagnosticato”, dice Salvatore Caputo, diabetologo, Presidente di Diabete Italia, l’organizzazione che raggruppa le società scientifiche diabetologiche e della medicina generale, le associazioni di volontariato e degli operatori sanitari in diabetologia. In Italia, circa 27.000 persone fra i 20 e i 79 anni muoiono ogni anno a causa del diabete: un decesso ogni 20 minuti. Oltre a ridurre l’aspettativa di vita di 5-10 anni, il diabete è responsabile di complicanze serie ed invalidanti: ogni 7 minuti una persona con diabete ha un attacco cardiaco, ogni 26 minuti una va in insufficienza renale, ogni 30 minuti una ha un ictus, ogni 1,5 ore una subisce un’amputazione, ogni 3 ore una entra in dialisi.Il diabete non preoccupa solo per gli aspetti sanitari. In Italia, il diabete assorbe risorse del Servizio sanitario nazionale per 9,2 miliardi di euro l’anno, con una proiezione di 12 miliardi al 2020. “Non dimenticando che pesano sulla comunità, nel complesso, anche i costi derivanti da perdita di produttività, pensionamento precoce, disabilità permanente della persona con diabete”, spiega Carlo B. Giorda, Presidente Fondazione AMD (Associazione medici Diabetologi). Secondo il Rapporto 2013 “Facts and figures about diabetes in Italy”, che analizza l’andamento dei principali indicatori della malattia regione per regione, redatto sotto l’egida dell’Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, i costi diretti del diabete continuano ad essere attribuibili in misura preponderante ai ricoveri ospedalieri, che rappresentano circa il 57% dei costi complessivi, mentre i costi legati ai farmaci rappresentano meno del 7% della spesa pro-capite, stimata mediamente in circa 3.000 euro.A incidere in maniera importante su questi costi è una componente della malattia spesso sottostimata: l’ipoglicemia. Una proiezione elaborata sulla base di uno studio condotto dal Consorzio Mario Negri Sud e dalla regione Puglia, sui costi delle ipoglicemie nel periodo 2003-2010, ci dice come in questi 8 anni l’ipoglicemia sia stata responsabile di 128.000 ricoveri ospedalieri in Italia, per episodi gravi o cadute, incidenti e altre conseguenze del repentino abbassamento della glicemia. “Il che ha comportato una spesa per il servizio sanitario stimata ben oltre i 400 milioni di euro. Una cifra considerevole, comunque sottostimata, perché non tiene conto di tutti i casi di accessi al pronto soccorso che non sfociano in un ricovero”, commenta Giorda. Mediamente, infatti, secondo lo stesso studio, è di 2.326 euro il costo di ogni singolo ricovero causato da un episodio grave di ipoglicemia e di 3.489 euro il costo se l’ipoglicemia causa conseguenze gravi quali eventi cardiovascolari o cadute con fratture.Per valutare l’incidenza degli episodi di ipoglicemia severa e sintomatica nelle persone con diabete di tipo 1 e 2, l’impatto sulla qualità di vita e sui costi diretti e indiretti, AMD, in collaborazione con il Consorzio Mario Negri Sud, e il contributo di Novo Nordisk, ha programmato lo studio Hypos-1, un’indagine approfondita condotta dai Servizi di diabetologia, i cui risultati preliminari sono stati illustrati da Giorda. “Nel diabete di tipo 1, una persona su due sperimenta un’ipoglicemia severa l’anno, mentre le ipoglicemie sintomatiche sono estremamente frequenti; mentre nel diabete di tipo 2, una persona su dieci ha un’ipoglicemia severa l’anno e tre su quattro almeno un’ipoglicemia sintomatica”, dice Giorda. “Inoltre, Hypos-1 conferma che le ipoglicemie comportano un evidente impatto negativo sulla qualità di vita, sul benessere fisico, psicologico, sul peso della malattia e soprattutto sulla paura dell’ipoglicemia; non solo: determinano un grosso dispendio di risorse economiche, sia in termini di accesso ai servizi che di perdita di produttività”, aggiunge.“Il verificarsi di episodi di ipoglicemia ha un impatto negativo su molti aspetti della vita quotidiana, quali attività lavorativa, vita sociale, guida, pratica sportiva, tempo libero, sonno. Diversi studi hanno documentato che le persone che hanno avuto esperienza di ipoglicemie, specie se gravi, tendono a diminuire l’adesione alla terapia e agli stili di vita raccomandati, riportando una peggiore qualità di vita e maggiori preoccupazioni legate alla malattia” dice Edoardo Mannucci, Direttore Agenzia Diabetologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Firenze.“Le ipoglicemie sono il principale effetto collaterale del trattamento con insulina, ma oggi l’incidenza di ipoglicemie sintomatiche e notturne è diminuita grazie all’introduzione di insuline innovative, ciononostante le ipoglicemie continuano a rappresentare una barriera all’ottimizzazione della terapia insulinica – continua Mannucci. Le caratteristiche della formulazione di un’insulina ideale dovrebbero essere quelle di rilasciare una concentrazione di insulina costante, stabile, priva di picchi e continua per almeno 24 ore, con rischio ridotto di ipoglicemia. L’insulina degludec è un innovativo analogo basale dell’insulina caratterizzato da durata d’azione superiore alle 24 ore e con un effetto metabolico distribuito uniformemente nel corso della giornata. La sua ridotta variabilità di assorbimento assicura un profilo glicemico più stabile con un’importante riduzione del rischio di ipoglicemia. A parità di riduzione di emoglobina glicata, nel programma di sviluppo clinico BEGIN®, degludec, rispetto ad altre insuline, era associato ad un minore tasso di ipoglicemia notturna sia nel diabete tipo 1 (-25%) sia nel tipo 2 (-17%). La disponibilità di questa nuova insulina, che all’occorrenza permette anche flessibilità nell’orario di somministrazione da un giorno all’altro, potrebbe rappresentare un passo in avanti per la terapia insulinica”, conclude Mannucci.(prof. stefano del prato)

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Scoperta la genesi del diabete

Posted by fidest on Monday, 22 July 2013

È stato fatto dall’équipe di ricerca condotta dal professor Saverio Cinti un altro importante passo verso la conoscenza della patogenesi del diabete, che affligge 350 milioni di persone nel mondo, 33 milioni in Europa, uccide un europeo ogni due minuti e costa circa il 15% del costo sanitario globale. Già nel 2005 il gruppo di lavoro aveva scoperto che l’infiammazione che caratterizza il tessuto adiposo, implicata nella patogenesi del diabete di tipo 2, è dovuta alla morte degli adipociti obesi. Del 2008, poi, è la scoperta che gli adipociti viscerali sono più fragili e quindi più propensi alla morte di quelli del sottocutaneo, offrendo così una possibile spiegazione al fatto che l’accumulo di grasso viscerale (più frequente nel sesso maschile) è più pericoloso per le conseguenze metaboliche di quello sottocutaneo (più frequente nel sesso femminile).Ora, il più recente, importante step consiste nel riconoscimento del meccanismo che porta alla morte gli adipociti obesi. Si tratta di un tipo particolare di morte che può essere indotta da diversi fattori patogeni, interni o esterni alle cellule. Questo tipo di morte cellulare si chiama piroptosi (perché è associata a una vivace reazione da parte dell’organismo che spesso implica la presenza di febbre). Infatti a differenza dell’apoptosi, modalità più nota di morte cellulare programmata, la piroptosi evoca una risposta infiammatoria indotta dall’attivazione di una reazione molecolare cellulare (inflammosoma) che implica l’attivazione di un enzima specifico (caspasi 1). La caspasi 1 a sua volta attiva e promuove la secrezione di citochine infiammatorie, quali IL1beta e IL 18. Queste possono provocare danni che vanno dalla interferenza funzionale con il recettore insulinico (provocando il diabete tipo 2), alla possibilità di attivazione di meccanismi di auto immunità e, forse, anche di stimolo alla degenerazione neoplastica. Il diabete di tipo 2 è la più diffusa complicanza dell’obesità (circa l’ 85% dei pazienti con diabete di tipo 2 sono obesi) ed è noto che i soggetti obesi hanno una maggiore propensione (circa 2-3 volte rispetti a soggetti magri) al carcinoma dell’esofago, della mammella e del colon.Questi dati aprono nuove prospettive per la prevenzione e il trattamento di queste malattie, come per esempio l’uso di antiinfiammatori specifici. Inoltre, il riscontro di cristalli di colesterolo, che di per sé può attivare il meccanismo dell’inflammosoma che porta alla piroptosi, negli adipociti obesi e stressati potrebbe indicare che aspetti dietetici particolari (a esempio con grassi o altri componenti che favoriscano la cristallizzazione del colesterolo) potrebbero essere più predisponenti di altri per l’infiammazione del tessuto adiposo degli obesi e le conseguenti gravi complicanze legate all’obesità.Le tappe che porterebbero alla morte per piroptosi della cellula adiposa obesa, suggerite dai risultati del lavoro, potrebbero essere le seguenti:
1-Rigonfiamento della cellula adiposa per il bilancio energetico positivo (accumulo di energia)
2-Relativa carenza di ossigeno per allontanamento fisico dai vasi capillari e modificazioni della matrice extracellulare
3-Sofferenza cellulare (stress) evidenziata 1) a livello strutturale da alterazione di organuli cellulari, accumulo di glicogeno e calcio, comparsa di cristalli di colesterolo; 2) a livello biochimico da accumulo di radicali liberi e comparsa di molecole markers di stress cellulare.
4-Produzione di molecole che attirano i macrofagi (MCP1)
5-Attivazione del meccanismo molecolare che porta alla piroptosi (inflammasoma) con comparsa negli adipociti di molecole markers di tale processo (caspasi 1, ASC, IL 1beta, IL 18)
6-Morte della cellula adiposa con produzione di voluminosi detriti (in primis, le grandi gocciole lipidiche)
7-Formazione di caratteristiche reazioni isto-patologiche (crown-like-structures, CLS) deputate al riassorbimento dei detriti: i macrofagi circondano i detriti e li riassorbono
8-La difficoltosa eliminazione dei detriti degli adipociti implica nel tessuto adiposo obeso una cronica permanenza dei macrofagi delle CLS con continua e sostenuta produzione di citochine, che si sommano a quelle prodotte dalle cellule adipose stressate e che determinano resistenza periferica all’insulina e diabete di tipo 2. Lo stato flogistico cronico del tessuto adiposo infiammato, infine, rappresenta un milieu favorente la degenerazione neoplastica dei tessuti epiteliali concomitanti (es.: mammella e colon).

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Diabete: Italia U.S.A. strategia comune

Posted by fidest on Monday, 22 July 2013

Washington, Studiare non solo le basi genetiche, ma soprattutto i determinanti geografici e sociali, e in particolare le loro interazioni, all’origine della pandemia del diabete di tipo 2: questi gli obiettivi di un ambizioso progetto di ricerca sviluppato da Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation, in collaborazione con Università di Roma Tor Vergata e Università di Ginevra, che sarà presentato oggi all’Ambasciata italiana di Washington DC, USA, nell’ambito delle manifestazioni celebrative dell’Anno della cultura italiana negli Stati Uniti. “Siamo orgogliosi di avere collaborato all’organizzazione di questo evento, nella convinzione che tale progetto di ricerca potrà contribuire alla prevenzione e alla cura del diabete”, ha sottolineato l’Ambasciatore Claudio Bisogniero. “Nel contesto del 2013: Anno della Cultura Italiana negli USA, iniziative come questa mettono in evidenza – ha aggiunto l’Ambasciatore – l’importante valore aggiunto offerto dall’Italia nei campi della medicina, dell’alta tecnologia, e della scienza”.Oltre 24 milioni di persone con diabete negli USA, 4 milioni in Italia: nei due Paesi risiede il 7,5% di tutte le persone con diabete del mondo – Supera i 370 milioni la conta delle persone con diabete sulla Terra; i sistemi sanitari hanno speso 471 miliardi di dollari per curarlo nel 2012 – Da Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation, Università di Roma Tor Vergata e Università di Ginevra il via a un innovativo progetto di ricerca in geomedicina.“Il progetto di ricerca applica le conoscenze e la pratica della geomedicina, una nuova disciplina che indaga i rapporti e le implicazioni dell’ambiente, in senso lato, con la genesi delle malattie”, spiega Francesco Dotta, Segretario generale della IBDO Foundation e Direttore della UOC di Diabetologia del Policlinico Le Scotte di Siena. “E’ un progetto innovativo, che studierà il fenomeno in un’area pilota, la Regione Basilicata, che con il 6,9 per cento della popolazione colpito da diabete è una delle regioni Italiane in cui più si sta diffondendo la malattia.” “La nostra ricerca vuole appunto approfondirne il perché”, precisa. Dotta aggiunge che l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è particolarmente interessata a questo progetto e sta valutando di applicarne i principi di indagine in altre aree del mondo.Si tratta di uno dei molti esempi di collaborazione internazionale nella ricerca medica che parte dal nostro Paese, ed è proprio di questo che si discuterà nel convegno “Quality of care and quality of cure in diabetes – Scientific, social, economic and policy approach” organizzato dall’Ambasciata d’Italia. “D’altronde, la scuola diabetologica italiana e quella statunitense sono unanimemente riconosciute come particolarmente avanzate – prosegue Dotta – e non è un caso che autorevoli diabetologi ed esperti di politica sanitaria italiani si riuniscano oggi a Washington con gli omologhi colleghi americani per discutere come studiare, ma soprattutto affrontare in spirito di piena collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico un problema di sanità pubblica che diventa ogni giorno più drammatico.”Secondo i dati della International Diabetes Federation (IDF), sono 371 milioni le persone con diabete nel mondo, il 5 per cento della popolazione terrestre: di queste oltre 24 milioni risiedono negli USA e 4 in Italia, nel complesso il 7,5 per cento di tutte le persone con diabete nel mondo. Inoltre, nel 2012 il diabete ha assorbito risorse per 471 miliardi di dollari.“Tra le manifestazioni organizzate per celebrare l’Anno della cultura italiana negli USA – dichiara Renato Lauro, Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata e Presidente della IBDO Foundation – assume particolare importanza l’evento organizzato dalla nostra Ambasciata a Washington”. “Il tema scelto, infatti, è di particolare rilevanza poiché il diabete costituisce una sfida per i sistemi sanitari a livello mondiale sotto l’aspetto sociale, economico, non solo strettamente sanitario”. “Al convegno oltre agli illustri esperti americani parteciperanno per l’Italia i massimi esperti dell’Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation, il think-tank nato per iniziativa dell’Università Tor Vergata cui hanno aderito centri di ricerca nazionali ed internazionali, società scientifiche e numerose Istituzioni”.(Sandro Lomonaco)

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Diabete: ventilate modifiche di rimborsabilità in senso restrittivo delle terapie incretiniche

Posted by fidest on Tuesday, 28 May 2013

La Società Italiana di Diabetologia (SID), l’Associazione Medici Diabetologi (AMD) e Diabete Italia, in rappresentanza delle Associazioni delle Persone con diabete, prendono atto con sollievo e soddisfazione dell’interesse mostrato dalle Istituzioni in merito alla questione da loro illustrata con la lettera aperta indirizzata al Ministro della Salute, On. Beatrice Lorenzin, e al Direttore Generale dell’AIFA, professor Luca Pani, circa le ventilate modifiche di rimborsabilità in senso restrittivo delle terapie incretiniche. Tale interesse istituzionale si è concretizzato con l’interrogazione parlamentare depositata il 21 maggio in Commissione Igiene e Sanità del Senato dalla Vicepresidente della Commissione XII del Senato, Sen. Maria Rizzotti.
SID, AMD e Diabete Italia confermano la loro piena, indipendente ed incondizionata disponibilità a collaborare con AIFA per la definizione delle più appropriate indicazioni sulla rimborsabilità delle terapie innovative per il diabete, sottolineando che le stesse debbano essere ispirate, seppure nella sostenibilità economica, dalle linee guida nazionali ed internazionali, nonché dal diritto dei cittadini italiani con diabete di poter usufruire dei trattamenti innovativi, così come avviene per gli altri cittadini europei.Ribadiscono dunque la richiesta di un confronto aperto e costruttivo con AIFA, da concretizzarsi con l’apertura di un tavolo di discussione, in merito al processo di revisione della rimborsabilità delle terapie basate sulle incretine, fondato su solide basi cliniche e scientifiche.Sottolineano infine come questa richiesta delle società scientifiche e delle rappresentanze delle persone con diabete sia esclusivamente motivata da considerazioni di carattere scientifico e preoccupazioni di tipo clinico, oltre che dalla volontà di tutelare la salute e la qualità della vita delle persone con diabete che vivono in Italia, non certamente da interessi commerciali. (Dr. Carlo Giorda Presidente Associazione Medici Diabetologi)

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Diabete: risposta europea

Posted by fidest on Tuesday, 8 May 2012

Milano, “Agire oggi, per cambiare il domani” è non solo uno slogan ma, in estrema sintesi, il messaggio che emerge dalla Copenhagen Roadmap, il documento elaborato al recente European Diabetes Leadership Forum, promosso il 25 e 26 aprile nella capitale danese dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dall’Associazione Danese per il Diabete, con il Patronato della Presidenza Danese del Consiglio dell’Unione Europea e il contributo non condizionato di Novo Nordisk. Nella sua stesura definitiva la Copenhagen Roadmap sarà pubblicata il prossimo 4 giugno, ma le sue linee principali sono state anticipate oggi a Milano, nel corso di un incontro organizzato dall’Italian Diabetes Barometer Observatory. “Prevenzione, diagnosi precoce e miglioramento delle cure e dell’assistenza sono i tre capisaldi sui quali si basa la strategia individuata dai partecipanti – medici, rappresentanti delle associazioni pazienti, politici, Istituzioni europee e dei Paesi membri della UE – a questo importante summit continentale per affrontare la sfida che il diabete pone all’Europa”, dice Marco Comaschi, diabetologo, membro della Commissione ministeriale per il piano nazionale diabete. Che di vera e propria sfida si tratti, lo dimostrano alcuni semplici numeri. Secondo l’International Diabetes Federation (IDF) sono 35 milioni le persone con diabete in Europa (oltre 3 milioni in Italia) oggi. È colpito dalla malattia il 5,8% della popolazione continentale.
“Uno dei dati più preoccupanti, tuttavia, è il numero di persone che si trovano in condizione di ridotta tolleranza al glucosio (IGT, impaired glucose tolerance)”, aggiunge Antonio Nicolucci, Coordinatore Data Analysis Board dell’Italian Barometer Diabetes Observatory. “La ridotta tolleranza al glucosio è una sorta di stato di pre-diabete, un importante fattore di rischio che presuppone un’evoluzione verso la malattia, ma che fortunatamente è ancora reversibile; è possibile tornare indietro modificando il proprio stile di vita”, spiega Comaschi. “Sempre secondo l’IDF – prosegue Nicolucci – 42 milioni di persone, la popolazione di uno stato come la Polonia, soffrono di IGT e questo numero cresce di circa 350.000 unità l’anno. Inoltre, l’Europa invecchia: nel 2002 i maschi europei avevano un’aspettativa di vita di 80,9 anni e le donne di 84,5, nel 2008 questi valori sono saliti rispettivamente a 82,2 e 85,7 e crescono costantemente. Ciò significa che il diabete peserà sempre di più sui sistemi sanitari.”
Oltre alla prevenzione, la diagnosi precoce è altrettanto fondamentale. “La diagnosi tempestiva e l’intervento rapido con le cure più adeguate evitano l’insorgere di gravi complicazioni collegate al diabete, innanzitutto quelle cardiovascolari. La Copenhagen Roadmap sollecita un chiaro orientamento delle cure primarie verso una medicina di iniziativa, che permetta attraverso lo screening delle categorie a rischio l’identificazione precoce delle persone con diabete”, conclude Comaschi. Infine, la cura e l’assistenza: “Le persone con diabete meglio controllate vivono meglio e consumano meno risorse del sistema sanitario”, dice ancora Nicolucci. “Lo sviluppo di un sistema che veda la persona con diabete al centro, e che provveda a creare un modello di cura che integri e metta in rete le diverse figure del medico specialista e di famiglia, che identifichi indicatori di processo e di risultato e che misuri e valuti le performance e la qualità dell’assistenza prestata, è stato fortemente sollecitato e rappresenta una forte raccomandazione della Copenhagen Roadmap”, sottolinea la Sen. Emanuela Baio, Presidente comitato nazionale per la difesa dei diritti della persona con diabete. “Devo confessare che sentire descrivere come aspirazione europea un modello che in Italia è già largamente applicato mi ha fatto abbastanza piacere”, conclude.

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Dapagliflozin efficace nel diabete 2 non ben controllato

Posted by fidest on Thursday, 19 April 2012

Dapagliflozin, inibitore selettivo del cotrasportatore di sodio-glucosio di tipo 2, migliora il controllo glicemico, stabilizza il dosaggio di insulina e riduce il peso senza incrementare il numero di episodi maggiori ipoglicemici nei soggetti con diabete tipo 2 non adeguatamente controllato. Sono le conclusioni di un gruppo di studio sul nuovo farmaco che – sotto il coordinamento di John P. H. Wilding dell’Ospedale universitario Aintree di Liverpool (UK) – ha voluto valutare l’efficacia e la sicurezza del principio in soggetti diabetici non controllati nonostante il trattamento insulinico con o senza impiego aggiuntivo di antidiabetici orali. A tale scopo sono stati coinvolti, in 126 centri europei e nordamericani, 800 pazienti in terapia con almeno 30 Ui di insulina e non utilizzatori di antidiabetici orali o utilizzatori fino a un massimo di 2 farmaci di tale classe. I pazienti sono stati randomizzati in 4 gruppi a ricevere un placebo oppure dapagliflozin unum/die per 48 settimane alle dosi di 2,5, 5, o 10 mg. Dopo 24 settimane, l’emoglobina glicosilata media (outcome primario) era scesa dello 0,79%-0,96% nel gruppo dapagliflozin rispetto allo 0,39% con il placebo. Il dosaggio insulinico giornaliero è diminuito di 0,63-1,95 Ui con il farmaco mentre è aumentato di 5,65 Ui dopo il placebo. Anche il peso corporeo si è ridotto con dapagliflozin di 0,92-1,61 kg mentre è aumentato di 0,43 kg nel gruppo placebo. Questi effetti si sono mantenuti nelle successive 24 settimane. Rispetto ai pazienti del gruppo placebo, quelli trattati con dapagliflozin, raggruppando i vari dosaggi, hanno evidenziato complessivamente un tasso più elevato di episodi ipoglicemici (56,6% vs 51,8%), eventi indicativi di infezioni genitali (9,0% vs 2,5%) e di infezioni delle vie urinarie (9,7% vs 5,1%). Ann Intern Med, 2012; 156(6):405-15 (fonte farmacista33)

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