Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 26 n° 95

Posts Tagged ‘dittatore’

In Italia ci vuole un “dittatore”

Posted by fidest on Sunday, 18 December 2011

Image of former PM of Italy, Giulio Andreotti

Image via Wikipedia

Scrivevo nel mio libro “Il dittatore”, alcuni anni fa, che questa figura, nell’antica Roma era rappresentata dallo stato di un magistrato che assumeva la pienezza dei poteri civili e militari. Successivamente, nel risorgimento italiano, tale parola si collegò al capo democratico al quale si attribuivano, sia pure per un breve periodo, tutti i poteri per facilitare il passaggio da un vecchio regime al nuovo fondato sulla libertà, l’indipendenza e l’unità. Dunque nell’accezione da me indicata niente lascia prefigurare un personaggio avvolto dal mito della violenza e della sopraffazione, ma, semmai, un uomo saggio, carismatico e rispettato da tutti che si caricava di un onere pubblico nell’interesse comune. Cercai, subito dopo, d’essere confortato da qualche esempio ricorrendo ai due nomi più vicini al mio tempo: Benito Mussolini e Giulio Andreotti. Entrambi ebbero il conforto elettorale, ma non si somigliarono di certo dal punto di vista dell’azione politica. Mussolini, infatti, trasbordò nel potere assoluto negando il valore della libertà e della democrazia mentre Andreotti restò nel sistema, lo assecondò e ne subì i rigori. Ciò, non di meno, esercitò un potere quasi autoritario ma con discrezione, praticamente in punta di piedi. E ora siamo all’ultimo in ordine di tempo: Silvio Berlusconi. Personaggio controverso, catapultato in politica più per necessità, per sostenere le sue aziende, che per convinzione. A questo punto possiamo meglio definire l’identikit di tutti e tre. L’ascesa al potere del primo fa favorita dal timore che il virus del comunismo potesse diffondersi in Italia minando gli interessi del mondo industriale vigente. Il secondo doveva fungere da garante per tutelare la tenuta dell’Italia nell’area occidentale dovendo competere con il più forte partito comunista al di qua della cortina di ferro. Questo spiega la necessità di stabilire buoni rapporti anche con i mafiosi pur di trovare anticomunisti sia convinti sia prezzolati. E Silvio Berlusconi? Anche lui fu favorito dai timori di una certa classe sociale timorosa che partiti troppo inclinati a sinistra potessero alterare gli equilibri di potere nazionali che dovevano, tra l’altro, essere gestiti in famiglia e lontani dagli occhi indiscreti delle luci della ribalta. Tutto ciò ha avuto un prezzo. Lo Stato si è indebitato inventandosi lavori inesistenti e che chiamiamo ammortizzatori sociali e che oggi, questi eccessi compresi i finanziamenti alle imprese a fondo perduto, vengono fatalmente al pettine con un debito pubblico da capogiro. Così mentre Andreotti doveva fungere da nume tutelare per evitare la presa del potere dalla valanga comunista, a Berlusconi è toccato il compito di addormentare le coscienze e a relegarle all’immobilismo. Ora ci vorrebbe un altro dittatore, ma di tutt’altra pasta, diciamo in chiave risorgimentale, carismatico e fondamentalmente democratico e consapevole che il suo compito è di breve durata e la mission quella di traghettare il paese verso le riforme strutturali e un nuovo rapporto di convivenza civile tra le diverse corporazioni che oggi tiranneggiano il paese e lo paralizzano con i loro veti incrociati. Ma questo “dittatore”, sia chiaro, non è Monti, non può esserlo. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Non disturbare il dittatore mentre massacra

Posted by fidest on Wednesday, 23 February 2011

“Tutti dovrebbero rallegrarsi della nuova amicizia tra Italia e Libia sancita dal Trattato di Bengasi: e’ stata chiusa una ferita ed e’ iniziata una vita nuova”. Indovinate di chi sono queste parole? Ma del nostro premier Silvio Berlusconi, naturalmente. Era il 30 agosto e i due cenavano allegramente insieme. Berlusconi cantò anche una canzone… Oggi, invece, Gheddafi massacra il suo stesso popolo e fino a pochi giorni fa Berlusconi non voleva ‘disturbarlo’. ‘Disturbarlo’, proprio così’. Come quando non si chiama un amico che sta riposando perché ha fatto tardi la sera…Lo sdegno della comunità internazionale, le parole del presidente della Repubblica e le  pressioni delle opposizioni, hanno costretto anche Berlusconi ed il governo italiano a condannare il dittatore libico. D’altronde, come si fa a condannare un amico? Il feroce Gheddafi, infatti, è qualcosa di più di un capo di stato estero con cui l’Italia ha rapporti diplomatici. E’ l’inventore del Bunga Bunga (così dice Ruby Rubacuori, la nipote di Mubarak), un maestro di vita, altro che dittatore…Ed è anche un modello politico perché da quarant’anni tiene in pungo il suo paese. La rivolta in Libia è la cartina al tornasole della nostra inconsistenza sul palcoscenico internazionale. Abbiamo accolto Gheddafi come fosse il più grande statista del mondo, gli abbiamo concesso di accamparsi nel centro di Roma e di fare i suoi show offensivi senza fiatare, anzi…, ma soprattutto gli abbiamo dato un mare di soldi, cinque miliardi di dollari, per la firma deltrattato Italia Libia, e ci siamo fatti garanti della Libia presso l’Unione Europea ed abbiamo taciuto sulla drammatica situazione dei diritti umani in Libia. Errori su errori. I flussi migratori verso l’Italia non si sono fermati, ma proseguono ad ondate e ieri, addirittura, il dittatore di Tripoli nel suo folle discorso ha accusato l’Italia di armare i rivoltosi. Diciamoci la verità, il governo Berlusconi ha fatto precipitare il prestigio ed il peso internazionale dell’Italia. Non contiamo più nulla, neanche nello scacchiere mediterraneo, dove, fino a qualche anno fa, eravamo fondamentali. (Massimo Donadi parlamentare Udv)

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Libro: “Gheddafi 40 anni di storia libica”

Posted by fidest on Sunday, 20 February 2011

Nota editoriale. Abbiamo inteso aprire una nuova pagina titolata “Pubblicazioni Fidest” nell’intento di divulgare i nostri lavori di approfondimento che sono stati approntati nel corso degli anni e aggiornati correlandoli all’attualità. Il primo testo che pubblichiamo è Gheddafi 40 anni di storia libica”. Parla di una rivoluzione e dell’avvento al potere di un militare l’allora tenente Muammar Gheddafi. In quella circostanza furono i militari ad andare al potere deponendo un dittatore e corrotto politico e i suoi dignitari.Non a caso in Egitto la politica è ora gestita dai militari e in Tunisia non sembra diverso lo scenario. L’intento è di portare un contributo all’informazione e alla conoscenza di una società che è stata per secoli a noi vicina ma anche attraversata da contrasti e conflitti per predomini territoriali e lotte religiose. L’autore, Riccardo Alfonso, non ha nascosto le sue simpatie per questo “rivoluzionario” ante litteram per i fini che si era proposto e per il modello politico che intendeva instaurare nel suo paese. Da qualche anno, purtroppo, gli scenari sono cambiati e lo stesso Gheddafi sembra aver mutato pelle esponendosi ad un severo giudizio critico da parte degli stessi suoi sostenitori. D’altra parte la Libia nel XX secolo ha convissuto con la storia d’Italia, nella sua avventura colonialista, con tante luci e ombre che tale occupazione ha comportato e le vittime che ha generato e di questo vi è traccia nel testo dell’autore.Precedenti: qui

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Il lupo perde il pelo ma non il vizio

Posted by fidest on Tuesday, 1 February 2011

Si può dire, per chi è avanti nell’età, che siamo nati con l’idea colonialista e”imperatoriale” con i fasti e i nefasti della nostra avventura militare in Abissinia e in Albania e stiamo lasciando ai nostri nipoti e pronipoti l’idea che si possa ancora parlare di colonialismo, sia pure sotto mentite spoglie. Lo abbiamo fatto con la prima rivoluzione popolare Nord Africana in Libia, dove a un dittatore è subentrato un altro mentre le cancellerie occidentali venivano tranquillizzate asserendo che il tenente Gheddafi, promosso sul campo colonnello, non era da meno del dittatore e corrotto che lo aveva preceduto. Si sbagliavano ma fu un errore isolato, almeno nel primo periodo. La logica, tuttavia, resta e oggi lo è più che mai per via della vacatio del post-imperialismo sovietico dettato dalla caduta del muro di Berlino. Ma con una variante molto importante e “raffinata”. Si preferiscono le dittature di comodo in modo che ad esporsi non sono più gli eserciti “stranieri” e i “vicerè ma quelli locali e al servizio di un padrone, nelle vesti del corrotto, ma che sia un autoctono. Così gli affari si continuano a fare, e molto lucrosi, poiché si basano sulle debolezze umane e la sete di potere. E’ questa la “democrazia” che l’occidente offre agli occhi dei popoli sottomessi ad una dittatura e vi aggiunge l’ipocrisia della protesta per i mancati diritti civili ma si guarda bene dall’essere conseguente con atti di coerenza politica e diplomatica. Ora i fatti della Tunisia e dell’Egitto dovrebbero sorprenderci se non conoscessimo la realtà, la sofferenza, la frustrazione e l’umiliazione di quanti sono stati ridotti a sudditi sottomessi e senza diritti. Ma non dobbiamo credere che la frenesia del potere, del profitto, dell’avidità, delle logiche del potere non continuino a prendere il sopravvento e che dopo i due dittatori altri ne vengano per rinnovare la tradizione post-colonianista. Occorre spezzare questa spirale perversa e per farlo è necessario dotarsi dei giusti antidodi che sono una base culturale più sensibile ai bisogni e ai diritti,, più aperta al dialogo e al rispetto dei più deboli. Finché nel mondo vige la regola del profitto spinto sino alle estreme conseguenze e che guarda l’uomo come una merce di scambio per spremerlo e poi buttarlo via come se fosse uno straccio, non avremo mai la civiltà del progresso, l’autentico riguardo per chi ci cammina accanto di là del vestito che indossa e del colore della pelle. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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