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Quotidiano di informazione – Anno 25 n° 135

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Ridurre gli sprechi e rilanciare l’economia

Pubblicato da fidest su sabato, 26 maggio 2012

Brussels

Brussels (Photo credit: williamsdb)

Bruxelles, Parlamento europeo.Ottimizzare l’uso efficiente e il recupero delle risorse naturali renderà l’economia dell’UE più competitiva e rispettosa dell’ambiente, secondo una risoluzione che sarà
messa ai voti giovedì. I deputati richiederanno norme più severe in materia di gestione dei rifiuti e l’abolizione delle sovvenzioni dannose per l’ambiente. Mentre i leader europei si riuniranno mercoledì per discutere di crescita, i deputati affermeranno che si sta sprecando un grande potenziale economico. In risposta al rincaro dei prezzi dei beni di consumo, i deputati proporranno d’introdurre, gradualmente, un divieto generale dello smaltimento dei rifiuti nelle discariche e abolire l’incenerimento dei rifiuti riciclabili
entro il 2020. Inoltre, l’UE dovrebbe orientare i suoi finanziamenti a favore delle attività di
riciclaggio.
Nel progetto di risoluzione, i deputati sostengono il passaggio dalle tasse sul lavoro a una
tassazione ambientale e ritengono che le sovvenzioni che danneggiano l’ambiente o incentivano l’uso inefficiente delle risorse rinnovabili dovrebbero essere gradualmente abolite entro il 2020. I deputati aggiungono che l’UE dovrebbe accordarsi sull’utilizzo d’indicatori comuni entro il 2013 per fare un passo in avanti verso un impiego più efficiente delle risorse.

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L’economia, la democrazia, i diritti

Pubblicato da fidest su mercoledì, 16 maggio 2012

The Rashtrapati Bhawan which is the residence ...

The Rashtrapati Bhawan which is the residence of the President Of India. (Photo credit: Wikipedia)

Roma venerdì 25 maggio alle ore 17 nella Sala conferenze del Senato della Repubblica in via Santa Chiara 4a con il prof. Elmar Altvater (economista, già docente della Libera Università di Berlino). Il prof. Altvater affronterà in un’ottica globale la questione del rapporto tra economia, democrazia e diritti avendo le problematiche ambientali come punto centrale di riferimento. Con il suo intervento il professore proverà a formulare delle proposte di politiche di uscita dalla crisi e di cambiamento dell’attuale struttura economica.
Si ricorda che l’iniziativa è parte del XVII Corso di Formazione e Perfezionamento sul Diritto dei Popoli “Crisi e diritti: quali prospettive?” organizzato dalla Sezione Internazionale della Fondazione Basso. Il Corso terminerà il 15 giugno con la lectio magistralis dell’economista indiana Jayati Ghosh (editorialista del Guardian e docente di economia, Università Jawaharlal Nehru di New Delhi).

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Dove va l’economia…e l’energia?

Pubblicato da fidest su venerdì, 30 marzo 2012

L’ultima nota di “Popolo Sovrano” formulava un quesito elementare: dobbiamo salvare l’art. 18 oppure salvare i posti di lavoro? La questione ha sollevato un mare di commenti, a favore e contro. Ai tanti a cui non abbiamo avuto il tempo di rispondere, destiniamo queste ulteriori riflessioni, chiarendo che l’art. 18 della legge 300/1970 non è direttamente responsabile dell’introduzione della soglia dei 15 dipendenti, addebitabile invece alla legge 11/5/1990, n.108.
1) da piccole e medie imprese, alzando la soglia dei 15 dipendenti se scende sulla Terra il solito marziano che nulla sa di art. 18, di Fornero, di Monti e CGIL, e indaga sulle ragioni della montante disoccupazione italiana, prima o poi si imbatte in un dato eclatante: il 95% , ossia pressocchè la totalità, delle imprese italiane, ha meno di 16 dipendenti. Non è necessario essere marziani per scoprire che questo numero-blocco è tutt’altro che accidentale, ma figlio della legge italiana. Anche un infante avanzerebbe la proposta di mettere mano a questa soglia, lasciare mano libera agli imprenditori, per licenziare, da una parte, ma, per assumere, dall’altra, timori e problemi. Ci chiediamo: perchè mai il Governo Monti-Fornero non pensa semplicemente di alzare la soglia dei non reintegrabili (con risarcimento monetario) dall’attuale numero di 15. Si potrebbe fare la prova per un quinquennio e “vedere l’effetto che fà”.
2) pagare di più chi rnuncia alla sicurezza della illicenziabilitàla contrattazione privata, per Costituzione, è e dovrebbe essere libera, mentre da decenni si impone agli assunti il cappello sindacale, con evidente atteggiamento – questo sì – anticostituzionale. In base a questa osservazione la vera rivoluzione del Governo Monti potrebbe essere costituita dall’obbligo, per tutti i dipendenti, al momento dell’assunzione, di optare per l’accettazione o il rifiuto della tutela dell’art. 18. A ciascuna opzione dovrebbe ovviamente corrispondere un trattamento economico differenziato, almeno il 10 o il 20% di differenza. Insomma, andremmo a dare sostanza alla recente polemica del Primo Ministro sul posto fisso, ossia sicuro, chiarendo quello che allora non fu chiarito. Il posto fisso è un valore economico e come tale va contrattato. E da sprovveduti dell’economia trattare allo stesso modo quelli che non rischiano il posto di lavoro e quelli che lo rischiano. In sostanza, chi sceglie la licenziabilità, dovrebbe essere adeguatamente retribuito per questo rischio rispetto a chi opta per l’illicenziabilità. Si potrebbe pensare ad una assicurazione che l’azienda paga per chi accetta la licenziabilità. In questo modo si verrebbe a chiarire il sempre sottaciuto concetto del costo della sicurezza del posto di lavoro. Solo una subcultura sindacale ignorante e peggio dispregiativa nei confronti del principio ineluttabile del costo (non c’è nulla che non abbia un costo), ha potuto portare avanti per decenni la teoria della gratuità della sicurezza del posto di lavoro. Rcordiamo non a caso che un disastro immane il sindacato l’ha commesso facendo perdere decine di migliaia di posti di lavoro, quelli di portinai. Avendo inserito nei contratti collettivi che la casa data in uso gratuito al portiere non aveva praticamente peso nella valutazione della retribuzione, quei miopi sindacati hanno ottenuto il risultato che tutti i condomìni si sono affittati la casa, molti camcellando definitivamente il posto di lavoro del portinaio, molti riducendolo nell’orario.
3) manomissione dell’art. 18? del tutto costituzionale ai molti (stranamente) che hanno opposto alla nostra alternativa l’obiezione della impraticabilità costituzionale di una manomissione dell’art. 18, chiariamo che già in occasione del referendum per l’abolizione dell’articolo 18, promosso dal Partito radicale e celebrato nel 2000, la Corte costituzionale si è espresso a favoe della compatibilità costituzionale del referendum, ammettendo quindi come del tutto costituzionale la sua ipotetica abolizione. Nella pletora di altre leggi, incluso il Codice civile, non mancano comunque articoli che si occupano della illicenziabilità e della reintegrabilità del lavoratore licenziato.
4) livellamento inevitabile. riguardo alle scorpacciate di “libertà”, “dignità”, “democrazia”, le litania che tanto piacciono ai quacquaracquà sempre pronti ad intervenire alla radio o in tv sul tema del lavoro, vorrei ricordare che con il crollo dell’URSS è scattata la cosiddetta globalizzazione. E’ come se gli stati, prima in qualche modo isolati ciscuno in un blocco, siano stati messi in comunicazioe tra loro. E’ il principio dei vasi comunicanti che stabilisce una regola inovviabile: chi stava peggio andrà a migliorare, chi stava meglio andrà a peggiorare. E’ una legge della fisica che nessun marchingengo potrà eludere. Al più ritardare. Non si tratta di essere pessimisti o ottimisti, ma semplicemente realisti. Se in Slovenia, appena più in là di Trieste, un ingegnere guadagna 300 euro/mese, fino a quando si potrà sostentere la discriminazione per cui al di qua, a qualche kilometro di distanza, un pari ingegnere deve guadagnane 7 volte tanto? e se in Polonia una dottoressa che lavora in un ospedale pubblico guadagna 600 euro mese, come giudicherà quelli che con la stesa cifra in Italia denunciano di morire di fame? Il tema è complesso, lo sappiamo, ma i fatti o fatti.
5) bolletta energetica e fusione fredda: Rubbia parli
l’Italia paga ad altri stati una bolletta energetica di oltre 60 miliardi di euro/anno, ossia 120 mila miliardi di lire. Un dissanguamento immane. E non spenderli più ci farebbe un gran comodo, di questi tempi. Ecco perchè chiediamo al prof. Rubbia di dirci che fine ha fatto il rapporto che anni or sono gli era stato consegnato dai tre ricercatori a cui lui, allora presidente dell’ENEA, aveva commissionato una ricerca sulla fusione nucleare a bassa energia (volgarmente detta fusione fredda). Quel rapporto aveva dato esiti positivi. Come mai tutto è scomparso nel nulla? (Fausto Carratù – Associazione popolo sovrano)

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Non c’è rilancio dell’economia senza l’agricoltura e il turismo

Pubblicato da fidest su giovedì, 22 marzo 2012

San Pietro Avellana (IS), 2009, Cammina Molise...

San Pietro Avellana (IS), 2009, Cammina Molise edizione 2009, II tappa. (Photo credit: Fiore S. Barbato)

È questo il messaggio lanciato dall’Agriturist nel corso di una conferenza stampa che c’è stata l’altro ieri a Roma presso la sede della Confagricoltura. Un messaggio che vale ancor più per il nostro Molise e che ben volentieri ci premuriamo di diffondere dando eco all’iniziativa dell’Associazione presieduta da Vittoria Brancaccio, imprenditrice in quella terra incantevole che apre ai due golfi di Napoli e di Salerno. I dati ISTAT del gennaio 2012 danno un agriturismo in crescita nel 2010 di fronte all’anno precedente di 954 unità operative in Italia, pari al 5%. Il Mezzogiorno e il Nord (5,5%) superano nettamente il Centro Italia fermo al 4,1%.
La Puglia (+26,6%), con 75 unità in più di fronte al dato del 2009, è la Regione che registra la migliore performance, seguita dalla Calabria (+21,6%), Lazio (+18,2%.). Resta ferma la Campania alle sue 849 strutture, l’Abruzzo ne perde 27 (-4,1%), due la Valle d’Aosta (-3,8%), con le restanti regioni in positivo. Il numero maggiore di attività si registra in Trentino-Alto Adige (+147 di cui ben 127 nella sola provincia di Bolzano che con 3.339 unità è seconda solo alla Toscana dove gli agriturismi superano le quattro mila unità), a seguire, al terzo posto, la Lombardia (1327), poi il Veneto (1305), l’Umbria (1153), l’Emilia – Romagna (1008), il Piemonte (1005) con tutte le altre al disotto delle mille unità.Il Molise con 94 unità (+5% di fronte al 2009) rappresenta meno dello 0,05% delle 19.973 agriturismi aperti nel nostro Paese e, nel quadro complessivo, è davanti solo alla Valle d’Aosta che registra solo 51 agriturismi aperti al 2010. Poca cosa di fronte alla terzultima, la Basilicata, che ne ha 228 e della quartultima, la Puglia, che con 357 unità supera di poco la Provincia di Trento (349).Poca cosa, dicevamo, per una regione censita come i più agricoli e quei coni più alto tasso di ruralità che è la ragione prima di chi sceglie l’agriturismo. Se è vero, come ha detto ieri il presidente dell’Agriturist, Vittoria Brancaccio, alla presentazione della “Guida 2012” di quest’ Associazione emerita di Confagricoltura, che l’Agriturismo è una risorsa importante per il rilancio del turismo in Italia, questo discorso vale tanto più per il Molise e per le altre regioni del Centro e del Mezzogiorno. Certo l’accanimento fiscale del Governo Monti con l’IMU sui fabbricati rurali non aiuta questo processo che rischia così di essere bloccato se non il governo non procede per un ridimensionamento di questa imposta. “Il rischio è – come sottolineava ieri Vittoria Brancaccio – che con un aumento anche di quattro volte e con il facile abbattimento delle case fatiscenti che saranno gravate della imposta vengono meno le prospettive di recupero di questo prezioso patrimonio paesaggistico, con il turismo che perderà irreversibilmente concrete opportunità di sviluppo”. “Senza parlare poi – ha continuato il presidente dell’Agriturist – delle imprese che rischiano la chiusura lasciando campo aperto alle speculazioni, con conseguenze dirompenti per l’agricoltura e il territorio”.Un ragionamento che non fa una piega, anzi pesa ancor più nel momento in cui si registra un risultato positivo dell’agriturismo nel 2011 nonostante la stagnazione del turismo in generale, con gli italiani che restano a casa (-16) e gli stranieri che arrivano (+5,3%) spendendo più del passato. La verità è quella che noi predichiamo da qualche tempo, che non c’è alcuna possibilità di rilancio dell’economia o di pensare, come si divertono a fare in tanti, alla crescita ed allo sviluppo senza l’agricoltura ed il turismo, in un paese che ha il primato in Europa e nel mondo delle eccellenze dop e igp, del biologico e della biodiversità e dei beni culturali. (pasquale di lena)

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Roma capitale: manovra di bilancio 2012

Pubblicato da fidest su lunedì, 19 marzo 2012

La Giunta di Roma Capitale presieduta dal sindaco, Gianni Alemanno, ha approvato, su proposta dell’assessore al Bilancio e allo Sviluppo economico, Carmine Lamanda, la manovra di bilancio 2012 e le relative deliberazioni propedeutiche che delineano, tra l’altro, il percorso di riorganizzazione del Gruppo Roma Capitale. I numeri della manovra di parte corrente: le maggiori esigenze da coprire Le ultime manovre varate dal Governo hanno determinato pesanti effetti sul bilancio di Roma Capitale. Complessivamente è emersa la necessità di reperire 730 milioni di euro per compensare sia i minori trasferimenti da parte dello Stato e della Regione per un importo complessivo di 478 milioni di euro sia la correzione degli utili per l’anticipo di dividendi già affluiti nello scorso esercizio dalle società partecipate (30 milioni di euro). Incidono negativamente anche le minori valorizzazioni delle contravvenzioni (70 milioni), maggiori spese per oneri finanziari per opere pubbliche (37,3 milioni), minori entrate di varia natura (14,7 milioni) e ulteriori maggiori esigenze della spesa corrente (107 milioni). Tra queste ultime sono compresi 7 milioni per le agevolazioni Tia, 27 milioni di risorse compensative al sociale, 15 milioni per il sostegno dell’occupazione e l’imprenditorialità giovanile, 10 milioni per la manutenzione del verde. Il meccanismo di copertura: determinazione dell’aliquota IMU e nessun incremento addizionale Irpef Considerato che l’IMU ad aliquota base determina maggiori introiti e minori trasferimenti solo a vantaggio dello Stato, le maggiori esigenze sopra indicate sono state affrontate nel modo seguente. L’aliquota IMU è stata fissata al 5 per mille per quanto riguarda le prime case e al 10,6 per mille sulle seconde case e gli altri tipi di fabbricati; complessivamente il gettito dell’addizionale IMU per Roma Capitale sarà pari a 656 milioni di euro. Si è privilegiato l’IMU come leva del riequilibrio dei conti proprio per i contenuti di maggiore equità connessi con il carattere patrimoniale dell’imposta, evitando ogni ulteriore aumento dell’addizionale comunale Irpef. Hanno concorso all’equilibrio di bilancio altre risorse e, in particolare, i tagli ai contratti di servizio ed ad altre spese (39,2 milioni di euro), i risparmi fiscali derivanti dalla costituzione della holding (20 milioni di euro) e ulteriori maggiori entrate per 14,7 milioni di euro. Gli obiettivi del bilancio 2012: rigore, equità, sviluppo e modernizzazione
In questo scenario il bilancio 2012 persegue una molteplicità di obiettivi: assicurare meccanismi di equità fiscale a favore delle categorie più deboli (famiglie, disoccupati, pensionati ecc.); garantire l’attuale livello di agevolazioni previste senza ulteriori incrementi tariffari (asili nido e Tia); avviare il processo di riorganizzazione del Gruppo Roma anche alla luce degli indirizzi normativi sui servizi pubblici locali. Priorità viene attribuita agli interventi per la riduzione della spesa attraverso il potenziamento della Centrale Unica per gli acquisti, il taglio della spesa dei Dipartimenti (con esclusione delle spese per il sociale) e la riduzione dei cosiddetti “costi della politica” (ulteriori interventi sulle auto blu, il freno alle missioni di servizio). Queste iniziative di contenimento vengono estese alle Partecipate su cui si interviene anche con limiti più stringenti ai compensi dei dirigenti e degli amministratori.
Equità: quoziente familiare, blocco delle tariffe e conferma della spesa sociale
Vengono mantenute le agevolazioni per le famiglie e le categorie deboli, viene disposto il blocco degli incrementi tariffari, introdotto il Quoziente Roma nella tariffa comunale dei rifiuti modificando l’ISEE in chiave di quoziente familiare e portando le agevolazioni a 27 milioni.
Rafforzati, anche attraverso la costituzione di una task force, gli strumenti di lotta all’evasione fiscale i cui proventi verranno destinati all’abbattimento dell’IMU e ad interventi per il sociale e l’occupazione. La spesa sociale non è stata ridotta, anzi è stata incrementata nel bilancio previsionale dai 202,5 milioni del 2011 a 211,4 milioni del 2012. Tuttavia, per giungere ai livelli finali del 2011 (la spesa sociale nel bilancio di assestamento era stata di 231 milioni di euro) è necessario un recupero di 18 milioni di mancati trasferimenti della Regione Lazio (a causa dei tagli operati dal Governo) che saranno individuati nell’assestamento di bilancio regionale e comunale.
Sviluppo: interventi per l’occupazione
Viene prevista la costituzione di un Fondo Giovani per favorirne l’auto-imprenditorialità e l’auto-impiego (5 milioni di euro) e la costituzione di un Fondo di sostegno per l’occupazione (10 milioni di euro).
Modernizzazione: creazione della Holding Gruppo Roma Capitale
La costituzione di una Holding in cui confluiranno tutte le società partecipate da Roma Capitale, esclusa Acea che è una società quotata in Borsa, produrrà vantaggi industriali rafforzando il controllo sulla gestione delle società e realizzando economie di costi e importanti sinergie. Ad essa sono associati rilevanti vantaggi sotto il profilo fiscale derivanti dal consolidamento e dalla gestione dell’IVA di gruppo per un importo quantificabile in circa 20 milioni di euro.
Rispetto ai profili di governance si è innovato inserendo per le nomine degli organi di amministrazione e controllo il rispetto del principio dell’equilibrio di genere. Nella holding è inoltre prevista la presenza di un Comitato Consultivo composto da cinque membri designati da Roma Capitale, quattro dei quali indicati dalle rappresentanze sindacali. Un membro del Consiglio di Amministrazione sarà eletto dai lavoratori delle società controllate e un membro del collegio sindacale sarà indicato dal Comitato Consultivo.
Cessione del 21% di Acea Dall’operazione Acea che ottempera a precise indicazioni normative sono stimati incassi pari a 200 milioni di euro. L’operazione che sarà sottoposta al vaglio dell’assemblea capitolina aumenta lo spazio per investimenti sia rispetto ai vincoli del patto di stabilità sia rispetto alle esigenze di liquidità e sarà conforme ai seguenti principi:-prevedere strumenti di Governance e altre disposizioni finalizzate a garantire un adeguato livello di controllo di Roma Capitale sulla società;
-privilegiare il trasferimento di quote a partner strategici (investitori istituzionali di natura pubblica), impedendo inoltre la cessione di quote a chi è già in possesso di più del 2% del capitale della società;
– realizzare l’operazione in modo coerente con i risultati del referendum sul settore idrico.
Un Piano di Investimenti di oltre 3 miliardi, pagamenti possibili per 350 milioni, metropolitane escluse Il finanziamento degli investimenti fa riferimento a risorse pubbliche per 1,3 miliardi circa mentre gli interventi restanti dovranno essere realizzati con il concorso del capitale privato. La destinazione privilegiata dei fondi resterà ovviamente il settore del trasporto pubblico (metropolitane) con circa 750 milioni di risorse comunali investite. Seguono in ordine di impegno gli interventi sul territorio e l’ambiente (269 milioni), la viabilità e mobilità (188 milioni) nonché gli interventi sul patrimonio comunale (61 milioni).
Il Patto di stabilità per Roma Capitale, tutt’ora in fase di negoziazione con il Governo e la Regione Lazio, ha l’obiettivo finale di pagare almeno 350 milioni per gli investimenti oltre quelli delle metropolitane. Sono immediatamente disponibili ulteriori 45 milioni per nuovi interventi di manutenzione di strade e scuole.
Municipi: + 7 milioni di euro per la spesa corrente, + 13 milioni per opere pubbliche
Le risorse di parte corrente per i Municipi vengono complessivamente incrementate di 7 milioni di euro rispetto all’importo definitivo del 2011, tenendo conto anche delle risorse necessarie per la refezione scolastica in appalto, collocate presso i capitoli di bilancio della Centrale Unica per gli Acquisti. Tra le risorse per gli investimenti, sono previsti anche 13 milioni di euro in più ai municipi per opere pubbliche.

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Veneto orientale:economia in recessione

Pubblicato da fidest su martedì, 6 marzo 2012

English: Caorle, Veneto

Image via Wikipedia

(Caorle VE Dopo quarant’anni di benessere e crescita economica ininterrotta, anche il Veneto Orientale si è inceppato nelle maglie della crisi: la richiesta di credito da parte di aziende artigiane e PMI è diminuita, mentre si sono quasi azzerate le politiche di investimento. In questo scenario, un ruolo determinante lo stanno giocando da un lato le banche, che non concedono più finanziamenti alle imprese, dall’altro Cofidi Veneziano e la Confartigianato del Veneto Orientale, che continuano a recitare un ruolo determinante al fianco delle realtà locali. Erano oltre 70 gli imprenditori che hanno preso parte al convegno “Sostegno al credito in tempo di crisi”, promosso a Caorle da Cofidi Veneziano e dalla Confartigianato territoriale e rivolto a imprese e PMI di Caorle, San Stino di Livenza, Portogruaro e Concordia Sagittaria. Un incontro da cui sono emersi spunti di notevole interesse in merito a nuovi strumenti di accesso al credito per il rilancio dell’economia di un’area che può e deve ridare linfa a un patrimonio di ricchezze storico-paesaggistiche riconosciuto a livello europeo.
“Innanzitutto la nuova moratoria varata dal Governo è un’occasione da cogliere al volo per quelle imprese che hanno le carte in regola per risalire la china -– ha spiegato il direttore generale di Cofidi Veneziano Mauro Vignandel –. Con questo strumento hanno l’opportunità di alleggerire le tensioni finanziarie e di tornare a guardare sui mercati nell’ottica di nuovi investimenti. Risulta però indispensabile la collaborazione di enti e istituzioni, che devono ridurre l’IRAP, abbattere i costi del lavoro e allentare i lacci burocratici. Solamente un gioco di squadra su più livelli può ridare fiducia a un territorio che per molti anni è stato un valore aggiunto per l’andamento dell’economia nazionale”.E che la fiducia nella ripresa da parte delle imprese del Veneto Orientale sia in netto calo lo dimostrano i dati forniti dal report annuale sul credito di Cofidi Veneziano: la struttura di garanzia nel 2011 ha segnato un decremento dell’operatività, passata dai 47,3 milioni di euro complessivi del 2010 a quasi 42 milioni (-11,29% di affidamenti deliberati). Dall’altro lato, il crollo degli investimenti da parte delle aziende si palesa in modo molto evidente: la richiesta di finanziamenti a medio termine è passata infatti dai 22,54 milioni del 2010 ai 12,17 milioni del 2011. Parallelamente sono cresciuti i prestiti per liquidità: 29,78 milioni nel 2011 contro i 24,75 milioni del 2010, segno della necessità di denaro contante da parte delle aziende per non chiudere i battenti.Criticità inasprite dal rapporto con gli istituti di credito: come emerso all’interno del convegno, le banche oggi sono disponibili a valutare le richieste delle imprese solo se queste sono patrimonializzate e comunque dopo la presentazione di accurati business plan che mettano in luce una forte propensione all’export. “Le banche pongono condizioni improponibili per un contesto di micro e medie imprese come il nostro, che per sua natura non può contare su numeri, strutture e obiettivi che invece sono propri di realtà di grandi dimensioni – ha sottolineato il presidente di Confartigianato Imprese del Veneto Orientale Luigino Giusto -. Per questo chiediamo alle banche di essere più ricettive verso i nostri imprenditori e di ascoltare e comprendere le vere necessità del sistema economico del Veneto Orientale. Mi preoccupa inoltre la direzione intrapresa da Basilea 3, che non riconosce la specificità e le peculiarità del sistema PMI”. Per questo, Cofidi Veneziano e la Confartigianato del Veneto Orientale continuano a lavorare per garantire l’accesso al credito da parte delle imprese, “con l’obiettivo di costituire una nuova e più forte alleanza con il sistema produttivo che porti a una nuova stagione di sviluppo e benessere” hanno sottolineato Vignandel e Giusto.A breve verrà organizzato un nuovo convegno con gli altri Comuni del Veneto Orientale.

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U.S.A.: fattori di crescita

Pubblicato da fidest su lunedì, 5 marzo 2012

Il bureau of economic analysis negli Stati Uniti segnala anche per i primi due mesi del corrente anno una crescita del Pil su base annua del 2,8% rispetto ad un 2011 che si è attestato intorno all’1,8%. Se andiamo ad analizzare le ragioni che hanno prodotto tale incremento percentuale dobbiamo mettere al primo posto la spesa per i consumi e la variazione delle scorte nel settore privato. Molti investimenti sono stati fatti nell’edilizia residenziale mentre le esportazioni hanno fatto rilevare una crescita sotto le aspettative ma in indubbia inversione di tendenza rispetto all’ultimo trimestre dello scorso anno. L’inflazione, a sua volta, si è mantenuta intorno al 3% e denota un calo sia pure lieve rispetto ai mesi precedenti. Dobbiamo concludere, sulla scorta di questi dati e di altri rilevatori, che si sta registrando un’espansione moderata dell’economia statunitense con una lieve stabilizzazione della crescita dei costi delle abitazioni e dei trasporti, e con essi un miglioramento delle condizioni complessive del mercato del lavoro. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Pensionati: andare al voto

Pubblicato da fidest su sabato, 31 dicembre 2011

Pensioners' Party (Italy)

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L’asta dei Btp è stata un mezzo fallimento, con gli interessi vicini al 7% e lo spread viaggia sopra quota 500 : sono la prova più evidente che il governo tecnico, non ha fatto alcun miracolo e che la strada giusta erano e sono le elezioni – ha dichiarato il segretario nazionale del Partito Pensionati ,Carlo Fatuzzo . La Spagna, in una situazione economica simile alla nostra, è andata al voto – ha proseguito il leader del Partito Pensionati – ed i suoi titoli vengono collocati con circa due punti in meno dei nostri ,evidentemente un governo che dura cinque anni e che è legittimato dalla forza del voto , viene visto più positivamente e da maggiore fiducia, di un governo tecnico dal futuro incerto . Il Partito Pensionati – ha concluso Fatuzzo – ritiene che prima si va al voto, meglio è per il popolo italiano e per la nostra economia.

 

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Nuovo equilibrio tra economia libera di mercato e stato sociale

Pubblicato da fidest su venerdì, 30 dicembre 2011

“Ci confrontiamo ormai quotidianamente con la crisi di quel progetto europeo che ha rappresentato la più grande invenzione politica della seconda metà del Novecento, sprigionando dinamismo e potenzialità in tale misura da imporsi come punto di riferimento, se non come modello, ben oltre i confini dell’Europa”. E’ partendo da questa considerazione che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in una lettera inviata al direttore della rivista “Reset”, Giancarlo Bosetti, ha affrontato il tema dei grandi mutamenti avvenuti all’indomani della seconda guerra mondiale e del 1989: “Siamo ora giunti, in special modo in Europa, a un terzo appuntamento con la storia: quello del calare – approfondendolo come non mai – il nostro processo di integrazione nel contesto di una fase critica della globalizzazione. Ed è vero che questa volta le leadership europee appaiono invece in grande affanno a raccogliere la sfida, innanzitutto nei suoi termini di crisi incalzante dell’euro; appaiono palesemente inadeguate anche a causa di un generale arretramento culturale e di un impoverimento della vita politica democratica, che hanno congiurato nel provocare fatali ripiegamenti su meschini e anacronistici orizzonti e pregiudizi nazionali”.Facendo riferimento agli insegnamenti e all’eredità di Luigi Einaudi, il Presidente Napolitano ha scritto: “Particolarmente acuta è oggi per le forze riformiste l’esigenza di perseguire nuovi equilibri, sul piano delle politiche economiche e sociali, tra i condizionamenti ineludibili della competizione in un mondo radicalmente cambiato e valori di giustizia e di benessere popolare, divenuti concrete conquiste in termini di diritti e garanzie attraverso la costruzione di sistemi di Welfare State in Italia e in Europa”. Il Presidente ha poi affrontato la questione del confine fra un’economia libera di mercato ed uno Stato sociale, ricordando che “con i Trattati di Roma del 1957 e la nascita del Mercato Comune, furono riconosciuti e assunti dall’Italia i fondamenti dell’economia di mercato, i principi della libera circolazione (merci, persone, servizi e capitali), le regole della concorrenza”. Ha sottolineato il Capo dello Stato: “Ora che a minare la sostenibilità di quella grande e irrinunciabile conquista che è stata la creazione dell’euro concorre fortemente la crisi dei debiti sovrani di diversi Stati tra i quali l’Italia, è diventata ineludibile una profonda, accurata operazione di riduzione e selezione della spesa pubblica, anche in funzione di un processo di sburocratizzazione e risanamento degli apparati istituzionali e del loro modus operandi”. “Tale discorso – ha rilevato il Presidente Napolitano – non può non investire le degenerazioni parassitarie del ‘Welfare all’italiana’, rifondando motivazioni, obiettivi e limiti delle politiche sociali, ovvero rimodellandole in coerenza con l’epoca della competizione globale e con le sfide che essa pone all’Italia”.Per il Capo dello Stato “non possiamo ormai che riflettere sull’Italia guardando all’Europa: anche così tornando a incontrare Einaudi, come grande anticipatore e assertore di quella prospettiva di unione federale dell’Europa che oggi siamo chiamati a rilanciare mirando con coraggio einaudiano al più coerente superamento del dogma e del limite delle sovranità nazionali”. (fonte: http://www.criticasociale.net)

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Prospettive dell’economia mondiale

Pubblicato da fidest su martedì, 1 novembre 2011

Friedrich List

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Non vi è dubbio che siamo al cospetto di un rallentamento delle attività delle economie avanzate. Secondo quanto mi scrive Giorgio in una lettera pubblica inviata, tra l’altro, ai media, “La grande depressione che ci travaglia, non è di tutti: la crescita mondiale sarà del 5% nel 2012, secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Vuol dire che ci sono Paesi che crescono. Cina, India, Russia, Brasile, Argentina. Come per caso, sono tutti Paesi che si sono sganciati dalla chiesa dogmatica liberista ed hanno adottato misure di protezione. L’Argentina, per esempio, ha una crescita per il 2011 dell’8,3%, un livello cinese. Dal dicembre 2001 quando dichiarò la bancarotta e bloccò i conti dei risparmiatori nelle banche per svalutare la moneta (che prima era agganciata al dollaro, dunque sopravvalutata) del 70% e passa, sono stati per la popolazione mesi terribili, sull’orlo della
fame. Ruppe anche con il Fondo Monetario e con le sue ricette. Uno strillo si levò dai mercati finanziari globali: non vi faremo più credito! Sarete puniti! E così è stato”. Di fatto, essere tagliata fuori dai mercati finanziari internazionali su cui indebitarsi, ha obbligato l’Argentina ad equilibrare il suo commercio estero, avendo di mira l’autarchia e per evitare di dover svendere i suoi attivi ai creditori. La sua popolazione ha dovuto stringere la cinghia per due anni, ma l’abbandono della macina da mulino del debito e la svalutazione l’ha resa più competitiva”.
Forse è poco per dire che esiste un’alternativa all’attuale sistema anche se non ci convince del tutto l’idea del protezionismo sbandierata come la panacea per tutti i mali. Ritengo invece che si possono fare economie, si possono fare scelte prioritarie e rendersi autonomi riscoprendo i valori di casa propria. Pensiamo all’Italia e alla sua agricoltura. Oggi se andiamo al mercato non siamo più capaci di riconoscere i prodotti di stagione. L’importazione ci consente di mangiare pomodori freschi a marzo o di comprare le ciliege a dicembre. E’ un vantaggio o si potrebbe fare tranquillamente a meno? Se restassimo ancorati alle stagioni e ai prodotti nostrani non sarebbe di certo un gran sacrificio. Se non altro ci guadagnerebbe il portafoglio della massaia e la produzione agricola nazionale in specie se adottassimo la “filiera corta”. D’altra parte la crescita di un paese si denota anche dal modo come riesce a limitare il superfluo e a valorizzare il necessario. Noi abbiamo dilatato in maniera abnorme l’indice dei beni primari includendovi prodotti non essenziali ma esaltati in quanto finalizzati al nostro status symbol: cellulari, ultimo modelli di televisori a cristalli liquidi ecc.
Alla logica protezionistica non vorremmo contrapporre il mercato autarchico ma solo quella idea di contenimento nell’uso dei beni acquisibili per ridurre gli effetti distorsivi di una società consumistica che annette al denaro un valore assoluto e in sua mancanza ne detta la povertà e l’emarginazione.
D’altra parte è anche , come osserva Giorgio, importare non sempre è vantaggioso, in quanto non facilita lo sviluppo dell’industria domestica. La prova ne è che se “i paesi del Sud Est asiatico, contrariamente a quel che si vede in Europa ed USA, avessero aperto i loro mercati interni alle merci estere, non avrebbero mai potuto costruire una forte industria; come già insegnava il tedesco Friedrich List (il creatore dell’economia politica) un’industria nascente ha bisogno di protezione per potersi sviluppare e diventare concorrenziale sui mercati mondiali. Una lezione che l’Europa ha insegnato al mondo, e che oggi ha dimenticato a favore del dogma ultra-liberista anglosassone enunciato da Adam Smith, il grande avversario di List.”
E ancora aggiunge Giorgio: “Gli esempi sudamericani sono illuminanti: là si fabbricano Blackberry
e iPads che nessuno pensa più di poter costruire in Europa, visto che conviene comprarli da Cina, Taiwan, Sudcorea. Come mostrano Argentina e Brasile, è questione di volontà politica. L’Europa potrebbe imporre dall’oggi al domani delle quote su tali importazioni, obbligando i produttori stranieri desiderosi di invadere l’enorme mercato europeo, Apple, RiM o Foxconn, a far assemblare i prodotti in Europa. Dopo due decenni di de-industrializzazione, sarebbe la re-industrializzazione, e la fine dell’emorragia di posti di lavoro. La storia dell’Argentina è interessante anche per un altro motivo,
perchè somiglia a quella dell’Italia sotto il tallone dell’euro. L’Argentina aveva agganciato il suo peso al dollaro sopravvalutato, noi siamo agganciati all’euro, che è il marco tedesco: gli effetti sono simili, calo drammatico dell’export, distruzione della possibilità di crescita, disoccupazione e (nonostante gli sforzi del succhia-sangue Equitalia) prossima riduzione dell’introito fiscale, conseguenza inevitabile della recessione e della perdita di reddito: dunque necessità di tagli alle spese sociali, come raccomandato dai
Draghi e dai mostri eurocratico-liberisti”.
“È l’euro, troppo forte, che ha fatto aumentare la disoccupazione in Italia, Spagna e Portogallo e Grecia, costringendo le industrie a delocalizzare (o a chiudere). È il servizio del nostro immane debito pubblico a strangolarci, con l’esborso di 90 miliardi di euro l’anno in interessi da pagare agli stranieri”.
E non finisce qui. Riprenderemo questo discorso in seguito facendo tesoro delle argomentazioni posti alla nostra attenzione da Giorgio e che ringraziamo sin d’ora su quanto ci ha sottoposto e che riteniamo oltremodo illuminante. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Politica al servizio dell’economia

Pubblicato da fidest su lunedì, 3 ottobre 2011

Europe According to Silvio Berlusconi

Accusiamo la politica di fare tante cose impopolari ma al tempo stesso pensiamo che gran parte di questi comportamenti dipendano dal cinismo dei leader che guidano i movimenti politici costruttori di consensi e strumenti passivi di poteri occulti, di comitati d’affari e di lobby. Non ci rendiamo, forse del tutto conto, che la politica non è altro che la longa mano dell’economia e che questa economia ha una centrale operativa internazionale dove a controllarla sono in pochi, ma tanto potenti e determinanti da fare il bello e il cattivo tempo in aree del nostro pianeta vaste e diverse toccando, in pratica, parte di un continente o tutto intero uno di essi. Mi spiegava un opinion leader italiano che tutto sommato Berlusconi si sarebbe guardato bene, per sua stessa natura, ad avventurarsi in opzioni militari come lo è stato in Irak, in Afghanistan e in Libano e in ultimo in Libia. Se lo ha fatto è perché altri lo hanno imposto e lui è stato costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Ma se vi fosse stato un altro governo e un altro leader, ovviamente, le cose non sarebbero cambiate come accadde con l’intervento militare italiano nei Balcani e con l’autorizzazione della coalizione occidentale ad usare le basi italiane per bombardare quell’area. Che alla fine Berlusconi ci abbia anche guadagnato, come qualcuno insinua, è del tutto irrilevante ai fini della logica interventista. Tanto sarebbe stata la stessa cosa. Meglio per lui se almeno ne ha ricavato un certo profitto per le sue aziende. Questa premessa ci può meglio spiegare quanto accade oggi in Italia e le resistenze messe in cantiere per sostenere l’attuale leadership, pur così pesantemente compromessa. Qualcuno vuole che l’Italia resti paralizzata economicamente e socialmente per favorire i giochi di potere di livello internazionale e le cui trame possono oggi sfuggire alla nostra comprensione perché occulte o coperte dalla cortina fumogena della disinformazione. Sta di fatto che l’attacco concentrico di queste ore al governo non è casuale, ma segue una regia occulta volta a stabilire equilibri altrove da ricomporre con determinati accordi. Ma sono attacchi strumentali nel senso che tendono ad indebolirlo sempre di più ma non a defenestrarlo, La stessa rivolta libica nascondevano interessi di parte francesi e britannici che andavano raddrizzati e l’Italia si era messa di traverso per cui andava screditata ed isolata in quell’area. Se noi oggi insistiamo per un cambio della guardia, alla guida della coalizione governativa, è perché siamo consapevoli che oggi a reggere l’esecutivo sono proprio quegli interessi che provengono dall’estero e che sono contrari alle nostre convenienze e sono solo capaci di destabilizzare il sistema e renderci ancora più dipendenti dalle centrali internazionali di potere. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Indagine economia friulana

Pubblicato da fidest su sabato, 10 settembre 2011

Una fase economica complessa. Ue e Usa, aree di riferimento, che non crescono più. L’Italia, Paese con problemi strutturali che sono stati solo lambiti da una manovra radicalmente mutata troppe volte, abituato a operare quasi esclusivamente per il mercato interno e frenato da tasse e burocrazia. È da questo contesto che anche le imprese friulane sono fortemente influenzate e a renderlo evidente èl’indagine congiunturale commissionata dalla Camera di Commercio di Udine, per il secondo trimestre 2011, alla Questlab srl. L’analisi è stata presentata stamattina dal presidente Giovanni Da Pozzo, assieme presidente del Cda della società Nicola Ianualee al direttore scientifico della Fondazione Nordest Daniele Marini. E, pur se dalle risposte delle 600 aziende intervistate – dei settori meccanica, legno-arredo, commercio, alberghi e ristoranti e vitivinicolo – il trimestre sembra essersi concluso con note positive, la frenata sulle aspettative è immediata e mette in luce come l’entusiasmo che aveva caratterizzato l’inizio del 2011 stia subendo un ridimensionamento significativo. Con il rischio, come ha evidenziato Marini, che aziende del Nordest che aprono nuovi stabilimenti all’estero decidano di chiudere quelli qui in Italia, per continuare a produrre in Paesi che diano loro più opportunità di sviluppo e stabilità, com’è si è registrato marcatamente tra 2010 e 2011.
Le imprese friulane intervistate continuano poi a dimostrare una certa fiducia nella volontà di fare investimenti. «Le imprese – ha commentato Ianuale – che hanno continuato a investire nel 2° trimestre sono state soprattutto nel vitivinicolo e nella meccanica. Per il prossimo trimestre, però, le previsioni sono di una leggera diminuzione». Il quadro d’insieme parla infatti di una crescita inferiore rispetto a quella attesa 6 mesi fa, anche se i fatturati sono generalmente in aumento, pur se frutto anche di un aumento dei costi di produzione o dei prezzi.

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La crescita dell’economia mondiale

Pubblicato da fidest su giovedì, 11 agosto 2011

Quanto sta accadendo oggi con il termometro impazzito delle borse non è, dopotutto, una novità. Molti segnali in passato lasciavano intravedere una instabilità che trae la sua origine da mali antichi. D’altra parte i più recenti indicatori congiunturali rilevano tra i principali elementi di rischio la persistente debolezza del mercato del lavoro, l’aumento dei beni alimentari ed energetici nei panieri di consumo, le tensioni sul debito sovrano che risulta eccessivo in alcune nazioni, tra le quali gli Usa e l’Italia, e in prospettiva il surriscaldamento dell’economia e al possibile innesco di spirali inflazionistiche. Per l’Italia, nello specifico, restiamo alle solite, con un aumento dei differenziali di rendimento sui titoli di Stato che ha costretto la Bce ad acquistarli per raffreddare la speculazione. Non vi è dubbio che se l’attuale livello degli spread persistesse noi non solo dobbiamo mettere in conto la perdita già subita che si aggira sui 30 miliardi di euro, ma cifre ben superiori nel giro di pochi giorni. La risposta resta nelle decisioni di politica economica e monetaria che il governo italiano, sia pure tardivamente, deve prendere non solo per arginare tale emorragia ma per favorire la crescita economica. Diversamente ci troveremmo come un serpente che si morde la coda e ci avviteremmo su noi stessi. E qui il discorso si fa più serio. Per rientrare nell’area di sicurezza ed evitare altre turbative il nostro debito pubblico deve contrarsi portandosi al 70% e ciò significa che in pochi anni dobbiamo trovare qualcosa come 800 miliardi di euro. E tutto questo dobbiamo farlo pensando al tempo stesso a non deprimere la produzione industriale, l’impegno per il potenziamento delle infrastrutture, la competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali e ad umiliare il welfare.
Possiamo farcela solo se riusciamo ad adottare una politica di rigore non nel senso, ovviamente, di “armarci e partite” ma di “armarci e partiamo” incominciando a colpire senza remore o pregiudizi, o riserve, i rami secchi a partire dalla politica non tanto riferita agli stipendi dei parlamentari e di pubblici amministratori quanto al loro numero, ai privilegi che godono (auto blu, spese di rappresentanza, ecc.), alla pletora di uffici, di doppioni di incarichi e via di questo passo. E da qui porre mano alle riforme strutturali del welfare, della sanità, della scuola, della giustizia non per deprimere e comprimere ma per vitalizzarle sconfiggendo, innanzitutto, quel luogo comune che associa le riforme con maggiori costi e non con maggiori economie innestandovi un circolo virtuoso. E tutto questo non possiamo farlo un domani, ma già oggi perché non abbiamo più tempo per le dotte concioni, per convegni, per sprechi di parole. Ci vogliono fatti e realizzazioni. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Lauree in inglese in business and economics

Pubblicato da fidest su sabato, 16 luglio 2011

Pavia 18 luglio, dalle ore 9,30, presso la Facoltà di Economia dell’Università degli studi di Pavia, si laureeranno i primi 3 studenti del corso in lingua inglese in International Business and Economics (MIBE). Il corso, avviato nel 2009, ha permesso alla facoltà di Economia di rafforzare il processo di internazionalizzazione avviato dalla Facoltà negli anni precedenti. Sempre nell’ambito del MIBE e nella stessa seduta di laurea, si laureeranno altresì i primi 2 studenti tedeschi nel quadro del programma di doppia laurea che la facoltà di Economia ha in corso con l’Università di Hoheneheim (Stoccarda, Germania). L’accordo prevede che studenti tedeschi e italiani svolgano un anno nell’università del proprio paese e un anno nell’università partner completando 2 tesi di laurea e ottenendo sia il titolo italiano che quello tedesco. Alla seduta parteciperanno anche docenti della prestigiosa università di Stoccarda

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La credibilità italiana è politica non economica

Pubblicato da fidest su martedì, 12 luglio 2011

“Non abbiamo certo una bacchetta magica; quello che si dovrebbe fare è comunque sedersi e studiare con attenzione delle misure più rapide, e soprattutto con effetti più rapidi. Penso, ad esempio, alle privatizzazioni che non sono più state fatte e invece potrebbero dare un segnale importante per consentire di recuperare competitività all’economia italiana. E’ molto importante la credibilita’, bisogna smetterla di dire che l’Italia sta bene; questa è la responsabilità che io attribuisco al governo. E’ una questione di credibilità e il Governo italiano l’ha persa sia all’interno che all’esterno”. L’ha detto il capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà on. Benedetto Della Vedova al giornale online Clandestinoweb.com.

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