Non è solo la crisi a mettere in difficoltà le aziende italiane. Anche la concorrenza delle imprese condotte dagli stranieri rappresenta un ostacolo dal momento che il loro numero è sempre in ascesa: +5,7% nell’ultimo anno; ma il vero problema è rappresentato però dalle attività in nero e dall’abusivismo. A detta degli imprenditori italiani la sensazione è che le imprese gestite da immigrati non rispettino appieno le normative e che ci sia bisogno di maggiori controlli da parte degli organi preposti. Più colpiti dalla concorrenza sleale il settore del tessile e del commercio. Il 60% degli intervistati ritiene che comunque le attività abusive e in nero siano molto più dannose rispetto alla concorrenza degli stranieri sempre più presenti nel tessuto imprenditoriale italiano. Questi alcuni dei risultati di un’indagine condotta dalla Fondazione Leone Moressa su 600 imprenditori italiani ai quali è stato chiesto di pronunciarsi in merito alla percezione della concorrenza delle imprese gestite da immigrati.
I numeri dell’imprenditoria straniera. Si contano a giugno 2011 oltre 400mila imprenditori stranieri: questo significa che un imprenditore su dieci è nato all’estero. Ma se il numero di stranieri continua a crescere (+5,7% nell’ultimo anno), quello degli italiani cala (-1,4%). E’ ormai una tendenza consolidata negli ultimi anni: dal 2006 ad oggi la presenza degli immigrati nell’imprenditoria è aumentata del 38,6%, ma è calata quella degli italiani (-6,6%). Roma, Milano e Torino le province che raccolgono il maggior numero di imprenditori stranieri (rispettivamente l’8%, il 6,8% e il 5,1%). Il peso maggiore degli stranieri sul totale degli imprenditori è maggiore a Prato (dove un imprenditore su 4 è straniero), seguito da Trieste (16,9%), Firenze (15,2%) e Roma (14,8%).
La concorrenza con le imprese straniere: quanto percepita e quanto reale? Gli imprenditori italiani intervistati ritengono che la presenza nel tessuto imprenditoriale di aziende condotte da stranieri sia un problema abbastanza rilevante (specie se si tratta di imprese del commercio, meno per edilizia, produzione e servizi). I motivi vanno ritrovati nella concorrenza sleale legata alla vendita di prodotti e di servizi a minor prezzo (57,5%) e di bassa qualità (15,1%), che determinano una svalutazione dei prodotti Made in Italy (27,4%). Ma rispetto alla propria azienda la concorrenza diretta con imprese straniere non rappresenta un vero problema: infatti, il 55,9% degli intervistati non è per nulla coinvolto dalla competizione con gli imprenditori di origine straniera nel proprio mercato di riferimento. Tra coloro che lo ritengono invece un problema, il 36,9% dice di aver perso negli ultimi tre anni tra il 10% e il 25% di fatturato a causa della concorrenza di imprese straniere, il 31,3% oltre 1/4 del fatturato e infine il 29,2% meno del 10%. Il rispetto delle normative. A detta degli imprenditori intervistati, le aziende gestite da italiani rispettano di più di quelle straniere le normative nazionali: oltre il 70% delle prime infatti rispetterebbe le norme sulla sicurezza (76,5%), i contratti di lavoro (76,7%) e la normativa fiscale (71,4%). Si ricavano percentuali molto più basse se si considerano le imprese gestite dagli stranieri dove il valore non supera mai il 40%: in particolare, sempre a detta degli imprenditori italiani, appena il 37,5% degli stranieri rispetterebbe le norme sulla sicurezza, il 36,6% i contratti di lavoro e soltanto il 30,2% le normative fiscali. Per arginare questo problema andrebbero aumentati i controlli da parte degli organi competenti, specie sulla fiscalità e sulle condizioni di lavoro, addirittura proponendo di limitare le concessioni di permessi agli esercizi stranieri (13,8%). Tra tutti i settori di attività i più colpiti dalla concorrenza sleale sembrano essere il comparto del tessile (19,5%), del commercio (18,1%), i bar e i ristoranti (13,0%).
Il vero problema: l’abusivismo. Ma più della concorrenza degli imprenditori stranieri, il problema risulta essere l’abusivismo e le attività in nero. In particolare il 59,6% degli intervistati ritiene che tali attività siano dannose per la propria azienda, mentre la concorrenza straniera risulta problematica per appena il 10,1% del campione; il rimanente 30,3% li considera entrambi alla stessa stregua. Il fenomeno è abbastanza diffuso, dal momento che il 38,3% è a conoscenza (diretta e indiretta) di attività in nero o abusive, in particolare nell’edilizia (50,0%) e nel commercio (40,9%).