Toronto (Canada) 25-27 giugno 2010. A Toronto i due vertici si svolgeranno in giorni successivi, e non è chiara la suddivisione di compiti e mandati tra due raggruppamenti. Lo scopo del G20 è quello di coordinare i lavori e le decisioni dei diversi membri del G20 in modo da arrivare a regole comuni, e come minimo fare in modo che le decisioni di politica economica prese in un Paese non ostacolino o danneggino altre nazioni o regioni. Da due anni a questa parte il G20 si riunisce a livello di capi di Stato e di governo per elaborare delle proposte comuni in risposta alla crisi finanziaria. All’interno di questa ampia cornice ricadono moltissime questioni. Non tutte sono prese in considerazione dal G20, e non tutte vengono trattate in ogni vertice. Non esistendo ad oggi un mandato preciso, né un segretariato che coordina i lavori, la decisione su quali questioni includere e quali siano quelle prioritarie viene lasciata in massima parte al Paese ospitante di turno. I membri del G20 sono: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sud Africa, Turchia, Usa, e l’Unione Europea (tramite la Commissione UE). Partecipano inoltre ai lavori i rappresentanti di FMI, Banca mondiale, Financial Stability Board, Ocse e OIL. Il Paese organizzatore può inoltre estendere l’invito ad altre nazioni selezionate.
Il G20 nasce all’indomani della crisi che colpisce il Sud–Est Asiatico nel 1997–98. La crisi si estende rapidamente a Paesi anche molto lontani (Brasile, Messico, Russia). Emerge la necessità di un coordinamento in materia economica e finanziaria che vada ben al di là del G8.
Durante la conferenza di Bretton Woods del 1944 furono creati la Banca mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, a cui venne affidato, tra gli altri, il compito di assicurare la stabilità delle valute mondiali. Il sistema prevedeva di legare il valore delle diverse valute al dollaro, il quale a sua volta era scambiabile in ogni momento con oro (il Gold Exchange Standard). Questo sistema di scambi fissi è andato avanti fino all’inizio degli anni ’70, quando gli Usa lo abolirono unilateralmente, dando di fatto il via a un sistema di libera fluttuazione delle valute sui mercati mondiali. La questione delle valute va però ben di là delle pur gravi problematiche legate direttamente alla speculazione. Il dollaro continua a essere la valuta di riserva a livello mondiale, e quasi tutte le merci sui mercati internazionali vengono scambiate in dollari. Una parte del mondo, il Nord, vive da decenni al di sopra delle proprie possibilità, consumando e spendendo più di quanto potrebbe. Questo è stato in parte possibile grazie a diversi meccanismi economici, commerciali, finanziari pesantemente sbilanciati in favore delle nazioni più ricche e in parte grazie a un continuo accumulo di debiti di questi stessi Paesi. Il risultato è l’accumulo di enormi riserve valutarie da parte di alcuni Stati emergenti, e un debito crescente e sempre più insostenibile per altri. Se nel caso della Cina una delle proposte per riequilibrare la situazione è legata alla rivalutazione della moneta locale, le difficoltà possono essere ben diverse per Paesi legati dalla stessa valuta, come avviene all’interno della zona euro.
La novità degli ultimi mesi è che per la prima volta anche Paesi occidentali hanno dovuto seguire lo stesso percorso. La Grecia è stata la prima nazione della zona euro a dovere accettare un intervento del FMI, e le condizionalità connesse.
La liberalizzazione dei flussi di capitale è stata una delle maggiori innovazioni degli ultimi decenni. Sulla spinta neoliberista e sotto la guida del FMI moltissimi Paesi hanno abbattuto i loro controlli sui flussi di capitali in entrata e in uscita. bQuesto ha causato instabilità e impedito a diverse nazioni di attuare delle politiche economiche adeguate o di proteggersi in caso di attacchi speculativi. L’esempio più evidente viene probabilmente dalla crisi che ha colpito il Sud-Est asiatico nel 1997 – ’98. Allo scoppiare della crisi, e nel giro di due sole settimane, oltre 100 miliardi di dollari sono fuggiti dai Paesi interessati, aggravando pesantemente una situazione già critica. La Malesia, l’unico Paese della regione che aveva mantenuto una qualche forma di controllo sui flussi di capitale, è quello che ha subito meno gli impatti della crisi rispetto ai vicini.
Dietro la spinta di Francia e Germania, il Consiglio UE ha deciso all’unanimità di chiedere al G20 di Toronto di muovere dei passi in avanti sulla tassa sulle transazioni finanziarie, e ha anche dato il proprio sostegno per l’applicazione su scala europea della tassa sulle banche.
Il paragrafo sui paradisi fiscali del documento finale del G20 di Pittsburgh si apre con l’auto-elogio secondo cui “il nostro impegno con le giurisdizioni non-cooperative ha dato dei risultati impressionanti”. La stessa lista dei territori considerati paradisi fiscali, la famosa “lista nera” elaborata dall’OCSE, sembra decisamente influenzata dai membri del G20. Una delle proposte più efficaci per contrastare i flussi illeciti, l’evasione fiscale e la corruzione sarebbe quella di chiedere alle imprese multinazionali di pubblicare i loro dati fiscali e contabili per ogni Paese in cui operano, e non solo aggregati per regioni, come avviene oggi (Country by Country reporting). Una proposta di buon senso, semplice da implementare e che avrebbe degli enormi impatti positivi a livello globale, ma sulla quale fino a oggi il G20 non si è pronunciato.
Una delle misure maggiormente discusse per rafforzare il sistema bancario riguarda l’aumento dei requisiti di capitale, ovvero della quantità e della qualità di risorse proprie che le banche devono tenere da parte per ogni finanziamento che fanno. Lo studio di un nuovo accordo di Basilea III deve quindi andare di pari passo con l’elaborazione di regole più generali per limitare il “settore bancario ombra” o “shadow banking sytem” dove si svolgono tali operazioni.
Una delle maggiori critiche rivolte al G20 è il fatto che si sia auto-nominato coordinatore dell’economia mondiale e abbia assunto un ruolo centrale nel definire i futuri assetti dell’economia e della finanza globali, in assenza di un mandato chiaro conferito dall’insieme delle nazioni del mondo, e al di fuori del consesso dell’ONU. Secondo queste critiche, il G20 non dovrebbe avere alcuna legittimità nel prendere decisioni che di fatto interessano direttamente tutte le nazioni e le popolazioni del pianeta. (sintesi da un articolo di Luca Manes)