Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 26 n° 170

Posts Tagged ‘governi’

Dai governi tecnici ai “pseudo politici”

Posted by fidest on Monday, 2 September 2013

Si dice che l’Italia sia un paese di furbi. Io sono propenso a pensare che l’esercito dei furbi faccia il paio con gli “gnoccoloni”. Non si può pensare diversamente, stando ai fatti recenti, che un “furbo” dica agli “gnoccoloni” che l’Imu va abolita e che alle poste è possibile avere la restituzione dell’imposta pagata nel 2012 che migliaia di persone si precipitano per chiedere la restituzione dell’indebito pagamento. E ora ci risiamo. Si fa un gran clamore affermando che finalmente l’Imu è stata cancellata ma ci si guarda bene dal precisare che al suo posto vi sarà un’imposta ancora più gravosa con l’espediente dell’accorpamento di altre due tassazioni. E non finisce qui. Si continua a parlare dell’Italia salvata dal rigore di Monti e ora ci accorgiamo che si poteva evitare o per lo meno calibrarlo con investimenti produttivi. Abbiamo fatto, invece, solo gli interessi della Germania che con la recessione italiana ha permesso alle sue imprese manifatturiere di mettere alle corde le omologhe produzioni italiane. Con il varo del governo delle larghe intese abbiamo favorito Mediaset facendogli guadagnare, in pochi mesi, oltre un miliardo di euro. La controprova l’abbiamo avuta in questi giorni in cui si parlava tanto di un Berlusconi che avrebbe staccato la spina al governo. I titoli Mediaset hanno fatto un calo preoccupante e di certo è stato questo il motivo per il quale il cavaliere si è rabbonito. E storie di questo genere ciascuno di noi potrebbe citarle ma a che pro se non sappiamo mettere alla gogna i furbi ed essere meno “gnoccoloni?” (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Una garanzia per i giovani

Posted by fidest on Sunday, 27 May 2012

Nel 2010, il Parlamento aveva proposto a Commissione e Consiglio di creare una “garanzia europea per i giovani”, sulla base di progetti già esistenti in alcuni Stati membri come l’Austria, per offrire ai giovani il diritto a un lavoro, un apprendistato o una combinazione dei due, dopo 4 mesi di disoccupazione.Nella risoluzione, i deputati si compiacciono della decisione della Commissione di dare seguito alla loro proposta e di presentare al Consiglio un piano sulle garanzie per i giovani entro la fine del 2012. L’Aula chiede pertanto ai governi nazionali di adottare la proposta entro la fine del 2012.

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I governi non li fanno i poveri

Posted by fidest on Tuesday, 1 November 2011

Piazza Colonna Palazzo Chigi

Il primo e più sconcertante aspetto che balza alla nostra attenzione, osservando gli accadimenti di questi giorni in Italia, è che si sta ampliando sempre più il solco tra l’area del benessere e quella del malessere. Taluni identificano la politica in quella ci si percepisce come corruttrice, intrallazzatrice, connivente con la criminalità organizzata, e sono tutti i mali che non credo siano molto lontani dal vero. Ciò non di meno esiste un rapporto che implica una responsabilità oggettiva tra gli elettori e gli eletti che non va sottovalutata. Non si va a votare solo se si dimostra di avere un lavoro, un conto in banca, la possibilità di un vivere agiato. Il voto è di tutti e con tutti ma i governi non si riescono a fare con i lavoratori dipendenti e autonomi di modeste risorse, con i disoccupati, con i pensionati, con i cassa integrati, con i precari. E’ un popolo che raggiunge e forse supera l’80% della popolazione italiana, ma è anche un popolo che delega agli altri un potere che è proprio ma che non riesce a gestire valorizzando la sua forza nel determinare la guida e la leadership del Paese. Un tempo si diceva che il proletariato dele fabbriche e delle campagne aveva bisogno di un mentore perchè incolto, sprovveduto, incompetente a gestire la cosa pubblica. Questa consapevolezza i partiti della sinistra lo avvertirono da subito tanto che spronarono i lavoratori ad acculturarsi, ad essere pari se non superiori ai loro datori di lavoro in fatto di economia, di imprenditorialità, di preparazione letteraria e filosofica. Era un modo di stare ciascuno al proprio posto ma in condizioni di parità e non di sudditanza. Questa consapevolezza pare che oggi stia sfuggendo a chi partecipa al voto, esprime una preferenza e subito dopo si disinteressa sul ruolo assunto dal suo rappresentante. La politica non è il cancro della società, ma chi non esercita le dovute verifiche di attendibilità del mandato conferito e dell’eventuale tradimento subito. Credo che una proposta su tutte varrebbe a sollevarci da tale situazione di disagio: basterebbe che si esercitasse allo stesso modo il potere dell’elettore sia nell’accordare il voto sia nel toglierlo con un referendum popolare nello stesso collegio in cui il loro rappresentante è stato eletto. In questo modo la verifica sarebbe continua e il prezzo da pagare per il transfuga è la perdita del suo mandato. Se si adottasse questo sistema di certo il parlamento e di riflesso il governo sarebbero più rappresentantivi della volontà popolare. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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I governi sono tutti uguali?

Posted by fidest on Wednesday, 17 August 2011

Enrico Letta

Image via Wikipedia

È la domanda a cui si propone di rispondere Marco Stradiotto, senatore del PD autore di importanti studi sul federalismo fiscale e municipale, nella sua più recente analisi: una ricerca storica che indaga l’andamento di alcuni tra i più rilevanti parametri economici in relazione ai governi che si sono succeduti dal 1993 ad oggi, svolta all’interno del laboratorio TrecentoSessanta, l’Associazione di Enrico Letta, e pubblicata sul sito. “Quante volte – spiega Marco Stradiotto, a presentazione dello studio – , nelle riunioni e negli incontri sul territorio mi sono sentito dire che siamo tutti uguali e che, se siamo arrivati a questa situazione, le responsabilità sono equamente divise tra governi di centrodestra e centrosinistra. Eppure dai dati elaborati, che si soffermano in particolare sul periodo della cosiddetta Seconda Repubblica, emerge una risposta chiara alla domanda posta dal titolo: i governi non sono tutti uguali”. “Il dato più sorprendente – commenta Stradiotto – , è quello relativo all’avanzo primario, ossia quello che resta delle entrate, tolte le spese e al netto degli interessi del debito pubblico, la vera cartina di tornasole per l’attività di un governo. I dati e il grafico elaborati dimostrano che ogni qualvolta il centrodestra è al governo il dato sull’avanzo primario diminuisce. Mentre sono significativi, da questo punto di vista, i dati dei governi Prodi nel 1997 e nel 2007, in entrambi i casi solo dopo il primo anno di attività”.
“Vogliamo davvero invertire i dati su debito, deficit, avanzo primario, inflazione? Se la risposta è si, c’è una cosa da fare subito: cambiare l’attuale governo! In tutti questi anni – conclude Stradiotto – , Berlusconi e Tremonti hanno dimostrato solo di essere bravi a fare aumentare debito e deficit e senza peraltro diminuire la pressione fiscale”. http://www.associazione360.it

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Rigore economico: i greci non ci stanno

Posted by fidest on Wednesday, 29 June 2011

Un gruppo di cittadini greci ci ha scritto: “siamo quelli che lottano ormai da un mese nella piazza Syntagma (piazza della Costituzione) di Atene. Ci organizziamo con Democrazia Diretta e in modo orizzontale al di fuori di ogni scheramento politico. La nostra voce è la nostra Assemblea Popolare quotidiana. Siamo indignati perchè alcuni decidono delle nostre vite senza di noi e ipotecano gravemente il nostro futuro. Ci impongono dei prestiti che non aiutano il popolo ma servono gli interessi delle banche e dei governi. Ci terrorizzano con la minaccia del fallimento. Nello stesso modo che cercano di terrorizzarci, tentano anche di mettere i popoli l’uno contro l’altro.
Non vogliamo altri prestiti di sostegno
non vogliamo la svendita dei beni e proprietà comuni.
non vogliamo che l’accordo di medio termine venga approvato
Non vogliamo che i misfatti li paghino tutti e i guadagni vadano a pochi.
Unite la vostra voce con la nostra
Utilizzano i nostri e i vostri sacrifici e rinuncie per arricchire i pochi.
Oggi tocca a noi, domani a voi.
Ogni giorno siamo per le strade.
Ogni Domenica centinaia di migliaia di cittadini siamo nelle piazze di tutta la Grecia con centro il Syntagma.
L’accordo a medio termine non passera’.
I giornalisti tacciono, noi no.
Invitiamo tutti i popoli dell’Europa,tutti i sindacati, di organizzare movimentazioni di solidarietà al popolo greco il giorno della votazione dell’Accordo a Medio Termine. Tutti insieme per prendere le nostre vite nelle nostre mani”.

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Operazioni di evacuazione umanitaria

Posted by fidest on Saturday, 19 March 2011

Ginevra Grazie ad un’operazione umanitaria di evacuazione congiunta, messa in atto dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) con il sostegno di un gran numero di paesi, sono stati evacuati più di 50.000 migranti bloccati nei campi in Egitto e Tunisia. Altre decine di migliaia sono stati rimpatriati con aerei e navi messi a disposizione dai propri governi. “E’ una delle evacuazioni più massicce nella storia” ha dichiarato il Direttore Generale dell’OIM, William Lacy Swing. Le due organizzazioni lanciano un appello ai Governi donatori al fine ottenere un ulteriore supporto economico e logistico per la seconda fase delle evacuazioni. L’OIM stima che in Libia siano ancora presenti più di un milione di migranti lavoratori,molti dei quali provenienti dall’Africa sub-sahariana. All’apice dell’esodo, oltre 17.000 persone fuggite dalla Libia sono confluite nel campo gestito dall’UNHCR alla frontiera con la Tunisia. Molti di loro hanno atteso assistenza per poter ritornare nei loro paesi d’origine. Ad oggi soltanto 6.500 persone rimangono bloccate in Tunisia, 2.500 in Egitto e 1.500 in Algeria e Niger. La maggior parte sarà evacuata questo weekend con voli organizzati da UNHCR e OIM al fine di rendere la situazione più facile da gestire alla frontiera dove continuano ad arrivare gruppi di persone in fuga dalla Libia.OIM e UNHCR prevedono che ogni giorno continueranno ad attraversare la frontiera tra 1.500 e  2.500 persone che hanno necessità di lasciare la Libia. Le due organizzazioni chiedono ai governi di mettere urgentemente a disposizione le risorse necessarie a garantire il proseguimento delle operazioni di evacuazione. “I generosi contributi finanziari e in natura ottenuti fino ad ora ci hanno permesso di evacuare in sicurezza più di 50.000 migranti che volevano disperatamente tornare a casa dalle loro famiglie. Ma ci sono ancora migliaia di persone bisognose d’aiuto.” afferma il Direttore Generale dell’OIM, William Lacy Swing.Nelle ultime settimane hanno lasciato la Libia circa 300.000 persone. Con il proseguire degli scontri in Libia, UNHCR e OIM sono pronte ad assistere nuovi gruppi in arrivo per trasportarli nei rispettivi paesi d’origine. Nel frattempo l’UNHCR si sta impegnando nel trovare una soluzione per un crescente numero di persone che provengono da situazioni di guerra e persecuzione e che non hanno la possibilità di essere rimpatriati.

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Roma. Nuova giunta comunale: Tre semplici richieste

Posted by fidest on Monday, 17 January 2011

Nuova giunta comunale a Roma. Il Sindaco, Gianni Alemanno, ha azzerato la precedente e ne ha varata una nuova. Segno che quella vecchia non funzionava, almeno a parere del primo cittadino. Ma cos’è che non funzionava per i cittadini? Praticamente tutto. In due anni e mezzo di governo non s’è fatto praticamente nulla. Il “nuovo” che è avanzato, con le elezioni di Alemanno e che ha interrotto 14 anni ininterrotti di governi di centro-sinistra, non ha prodotto quei cambiamenti auspicati e proposti. Ovvio che la responsabilità non è solo degli assessori ma anche di chi li ha scelti e la speranza è che la nuova scelta si dimostri migliore della precedente. Noi abbiamo tre semplici richieste al Sindaco e alla sua giunta: tappare le buche nelle strade, disintasare tombini e caditoie, pulire la citta’. Nei restanti due anni e mezzo ci accontenteremo che il Sindaco e la sua nuova giunta raggiungessero questi obiettivi. Riproponiamo la frase di un vecchio romanaccio “forza Alema’, datte da fa’”. I cittadini che pagano le tasse, compresa l’addizionale comunale, attendono. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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La chiesa cattolica in Sicilia dopo l’unità d’Italia

Posted by fidest on Monday, 13 December 2010

Carlo Ruta. Quando, il 20 settembre 1870, cadde Roma, e con essa l’ultimo tassello dello Stato Pontificio, entrava nel vivo una questione condizionante, in grado di competere, per certi versi almeno, con quella meridionale, che pure andava assumendo caratteri tipicamente militari, e con quella sociale, avvertita già a tutti i livelli. Da allora, i governi sabaudi, che si erano trovati nella necessità di attingere alle risorse della Chiesa per saldare i deficit dei bilanci di Stato, dovettero fare i conti fino in fondo con le tradizioni del paese reale, che, a dispetto del dilagante anticlericalismo, insistevano a trovare punti di forza nell’autorità morale dei campanili, delle parrocchie, delle diocesi, lungo tutto il territorio nazionale. La determinazione non venne meno, beninteso. Da vincitore, e da Stato laico, il regno sabaudo continuò a fare le regole, mentre la Chiesa dei pontefici, non più garantita dalla Francia di Napoleone III, reduce dalla mortificazione inferta da Bismarck a Sedan, si ritrovò confinata in uno spazio ristretto, nei palazzi vaticani, da cui dovette abituarsi a recitare la parte della grande sconfitta. Essa scelse, come è noto, l’ostilità strategica, che Pio IX sintetizzò nella formula del non-expedit, con cui veniva motivata l’inopportunità della partecipazione del clero alla vita politica del paese. Il Tevere divenne allora un fossato profondo, fino ad apparire insuperabile. E tale processo, di scollamenti e discordie, seguì in Sicilia un percorso coerente, legato nondimeno alle tipicità di alcune tradizioni.  Il clero dell’isola non era nuovo alle mortificazioni del potere pubblico, recando dietro un lungo iter di contenziosi, più o meno irrisolti. La nota «controversia liparitana» aveva fatto in qualche modo scuola. Aveva costituito comunque uno shock epocale, negli anni settanta del XVIII secolo, la confisca dei beni ecclesiastici pianificata da Napoli dal primo ministro Tanucci e condotta localmente dal vicerè Fogliari. Era stata, allora, la risposta dei Borboni al debordante potere economico che in Sicilia avevano acquisito in particolare i gesuiti, detentori, con altri ordini religiosi, di un terzo della intera superficie agraria. Nei decenni successivi la Chiesa siciliana aveva recuperato comunque il terreno perduto, per presentarsi negli anni clou dell’unificazione con un patrimonio cospicuo, indisponibile alle esigenze demaniali e dei ceti emergenti. La situazione dopo il 1861, agitata appunto dalle ideologie e dalle culture anticlericali, ma pure da bisogni del Tesoro, progredì quindi nella direzione sperimentata dai Borboni di Napoli. Gli effetti del decreto regio del 1867, che aboliva gli enti morali della Chiesa e ne confiscava i patrimoni, furono nell’isola non da poco. I beni delle diocesi finirono all’asta, per essere assunti infine da un ceto distinto, di estrazione borghese, che aveva partecipato in buona misura all’insurrezione e alle guerre garibaldine. Avrebbe potuto essere l’incipit di una rivoluzione agraria. Ma le cose andarono diversamente. Prevalse il principio della conservazione, mentre progrediva, negli ambiti stessi di quel notabilato, in bilico fra istanze democratiche e vecchie aristocrazie, una leva d’«ordine», di facinorosi, di cui per primo Raimondo Franchetti seguì i movimenti. Ma come reagì la Chiesa siciliana alla nuova umiliazione?  Coordinandosi con le difficoltà del tempo, il clero adottò, in via generale, una linea minimalistica. Ritiratasi dalla politica e dagli affari di Stato, la Chiesa scelse di correlarsi con la vita reale, delle città e delle campagne, occupando gli spazi sociali che, per via delle nuove contingenze, erano ancora preclusi allo Stato sabaudo, che d’altronde, prima da Torino, poi da Firenze, infine da Roma, imponeva la propria autorità con l’attivismo, più o meno truce, dei prefetti. A dispetto di tutto, essa continuò a interessarsi dell’educazione dei ragazzi. La legge Casati del 1859, che laicizzava l’istruzione, se aveva escluso infatti l’insegnamento religioso dalle scuole superiori, lo manteneva in quelle elementari. Per alcuni limiti formali in sede legislativa, la situazione rimaneva tale d’altronde dopo il varo della riforma Coppino del 1877. Come bene avrebbe rilevato Gramsci, la chiesa cattolica, forte del proprio radicamento, tanto più nel Mezzogiorno rurale, era legittimata comunque a rappresentare il mondo contadino, in condominio con il nascente socialismo. Se nella prassi politica le ragioni laiciste rimanevano allora preponderanti, sul terreno sociale, il prete, il vescovo, altre figure del clero, rimanevano essenziali. E soprattutto a quel punto in Sicilia come altrove, il mondo cattolico, fu indotto a coinvolgersi nelle questioni, a dividersi quindi, fino a rivelare due anime, compatibili e tuttavia distanti.  Da una parte si manifestava una Chiesa liturgica, che associava la tradizione al censo, il latinorum alle istanze dei potentati territoriali. Era già in cammino, evidentemente, la Chiesa che avrebbe prevalso nel primo Novecento, dagli anni del fascismo al dopoguerra. Dall’altro lato si poneva in gioco il cattolicesimo sociale, quello della povera gente, che con poche risorse ma con princìpi irrinunciabili avrebbe scortato le emergenze del secolo e di quello successivo. Con l’enciclica Rerum Novarum, Leone XIII cercò di trovare un punto di mediazione tra tali due realtà, riconoscendo legittimità alla questione operaia, mentre in Sicilia, da Caltagirone, il prete Luigi Sturzo maturava l’idea di un movimento politico, che chiamasse in causa la questione meridionale, facendo leva sul mondo contadino, attraverso gli strumenti della cooperazione, delle casse rurali, per combattere l’usura, dell’associazionismo. Negli anni della Destra come in quelli della Sinistra la questione contadina andò giocandosi in ogni caso nelle città, nelle borgate, nelle campagne, talvolta con effetti clamorosi, come quando, sotto il governo Crispi, la crisi economica, accentuata dalla guerra commerciale con la Francia e dalla diffusione della fillossera, che già negli anni ottanta aveva distrutto gran parte dei vigneti siciliani, fece erompere i bubboni del latifondo e delle miniere di zolfo. Le due linee del mondo cattolico emergevano allora con perentorietà.  I Fasci dei lavoratori, che percorsero la Sicilia nei primi anni novanta, non coinvolsero solo contadini ed operai sensibili alle dottrine socialiste. Nelle piazze e nelle campagne, dove si manifestava contro le vessazioni feudali, con naturalezza i ritratti di Garibaldi e Mazzini venivano coniugati con le icone di Cristo e perfino dei santi patroni. Si trattava appunto del cattolicesimo più in basso, che, a dispetto di tutto, cominciava a interloquire con le associazioni socialiste. Altro fu invece l’atteggiamento del clero ufficiale, che in quasi tutte le diocesi censurò in modo emblematico il movimento, prendendo le difese dei latifondisti e dei proprietari di zolfare. In un primo momento il vescovo di Caltanissetta Giovanni Guttadauro dimostrò un qualche riguardo per le rimostranze popolari, ritenendo che non se ne potessero dissimulare le cause. Ma nel 1894, quando la repressione di Crispi chiudeva i conti con i Fasci, con il risultato di oltre 150 morti, precisò la propria opinione, affermando che le plebi erano state illuse «da istigatori malvagi e da ree dottrine». E in modo analogo si espressero altri prelati, dal vescovo di Noto Giovanni Blandini, che definì «stoltizia» l’aspirazione a una distribuzione equa dei beni, al cardinale di Palermo Michelangelo Celesia, che si congratulò di persona con commissario regio Roberto Morra di Lariano, pianificatore delle stragi che posero fine al movimento.   Negli anni successivi il cattolicesimo dal basso continuò a operare in difesa della dignità umana. Nei primi decenni del Novecento ebbe pure i suoi morti, come Giorgio Gennaro, ucciso a Ciaculli nel 1916, Costantino Sella, ucciso a Resuttano nel 1919, Stefano Baronia, ucciso a Gibellina nel 1920. Introdottasi nel nuovo ordine di cose, la Chiesa ufficiale assumeva invece lo status di potere fra i poteri, con la sanzione dei Patti Lateranensi. La continuità di tale status negli anni della repubblica fu poi un esito congiunto del ceto politico guidato da De Gasperi e delle gerarchie di Pio XII. Alla guida dell’arcidiocesi di Palermo finiva a quel punto il cardinale Ernesto Ruffini, secondo cui la mafia era solo un’invenzione per colpire la DC e i siciliani. Con l’avvento di Giovanni Roncalli e con i percorsi della Chiesa post-conciliare pure nell’isola si sarebbe aperto comunque il tempo delle rettifiche. Carlo Ruta. (Fonte: “Left Avvenimenti – L’Isola Possibile”)

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I governi devono fissare le regole, non il mercato

Posted by fidest on Wednesday, 26 May 2010

Non sono state le affermazioni della cancelliera tedesca Angela Merkel su un euro ancora in pericolo a determinare l’ultimo crollo delle borse. Il rischio di una prolungata crisi dovrebbe essere qualcosa di cui essere consapevoli tutti. Non si è avuto cioè una “reazione psicologica dei mercati” all’ammissione di difficoltà nella gestione della crisi europea. Il duro attacco speculativo è stato invece una vera sfida ai governi europei, che poche ore prima avevano concordato di limitare lo strapotere degli hedge fund e gli spazi operativi dei derivati finanziari, quali i noti credit default swaps.  Il Consiglio europeo dei ministri delle finanze e lo stesso Parlamento europeo avevano appena presentato due progetti convergenti per regolamentare i comportamenti degli hedge fund e di altri istituti di private equity, creati dalle stesse grandi banche internazionali, spesso per aggirare i controlli e le limitazioni esistenti a cui esse dovevano sottostare. A Bruxelles si è registrata una sostanziale condivisione da parte di tutti i paesi. Contro è stato solo il governo inglese. Probabilmente il peso della City, dove ha sede l’80% di tutti gli hedge fund del mondo, conta non poco.  La Bafin, l’agenzia tedesca di controllo dei mercati finanziari, aveva già deciso di bandire fino al 31 marzo 2011 i contratti speculativi “nudi”, cioè senza un sottostante reale, e “short”, cioè al ribasso, su alcune obbligazioni di debito della zona euro. Queste misure riguardano anche i cds e le vendite short di azioni di una decina di banche e assicurazioni tedesche. Il provvedimento della Bafin è sostanzialmente un’anticipazione delle specifiche legislazioni in merito, che Berlino starebbe preparando per regolamentare i mercati di tutti i titoli tedeschi. Gli hedge fund rappresentano un settore crescente della finanza internazionale con oltre 1.700 miliardi di dollari in asset. Operano essenzialmente sui mercati dei derivati OTC non regolamentati. Non sono interessati alle operazioni tradizionali di credito o alla produzione di beni reali, ma soltanto a manovrare “titoli sintetici”, cioè derivati finanziari di vario tipo. Secondo l’Office of the Comptroller of the Currency, nel  2009 le banche americane hanno fatto registrare profitti per 22, 6 miliardi di dollari provenienti soltanto da operazioni in derivati. Questo mentre il bilancio americano chiudeva con un disavanzo dell’11% e il Pil si riduceva del 2,4%.  La Commissione Europea ha accertato che banche e istituti europei avrebbero almeno 2.000 miliardi di euro investiti in strumenti alternativi, come gli hedge fund. Evidentemente, l’America e l’Europa hanno le stesse sofferenze circa i problemi della “finanza globale”.  La crisi sistemica, evidenziata in modo dirompente dal fallimento della Lehman Brothers e poi da quello del debito greco e dalla speculazione contro l’euro, non può che essere affrontata in sede di G20. E’ chiaro che devono essere i governi a fissare le regole del gioco e non il mercato.   Negli Stati Uniti le banche e i signori di Wall Street hanno messo in campo i loro lobbisti per bloccare  le riforme in discussione al Congresso. In Europa la finanza speculativa, soprattutto quella della City, aggredisce in modo violento i mercati europei con l’intento di destabilizzare e ricattare.   Mai come ora gli Stati Uniti, l’Europa e i paesi del Bric hanno un interesse comune di definire le nuove regole per il sistema finanziario. Il problema non è più rinviabile e le stesse resistenze inglesi non sono più giustificabili. Il rigore dei conti pubblici dei paesi dell’UE è senz’altro dovuto e opportuno per rendere stabile l’economia, ma le ultime drammatiche vicende della crisi molto probabilmente sono il frutto anche dell’indecisione dei governi circa le nuove regole, che sono state declamate ma non praticate. Se si pensa solo ai tagli di bilancio, senza effettivamente attaccare la speculazione  e senza attivare un programma di rilancio a lungo termine dell’economia reale, si rischia di avere, oltre alla crisi finanziaria e di deflazione, anche quella sociale.   In Italia, inoltre, dovremmo sapere che la lotta all’evasione fiscale, alle frodi, al riciclaggio, al lavoro sommerso non può essere sbandierata come un impegno eccezionale motivato dalla crisi e dalle correzioni di bilancio, ma dovrebbe essere un elementare e costante dovere dello stato, indipendentemente dai governi che passano.  (Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia nel governo Prodi  e Paolo Raimondi Economista)

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Mossad base Italia

Posted by fidest on Monday, 15 March 2010

“Eric Salerno, giornalista e inviato speciale del Messaggero, esperto di questioni mediorientali, ha scritto nel 2010 un interessante e documentato libro intitolato. Mossad base Italia Le azioni, gli intrighi, le verità nascoste (Milano, Il Saggiatore, 258 pagine, 19 euro). L’Autore cerca di far luce sulla cronaca italiana degli ultimi sessant’anni, durante i quali gli agenti del Mossad hanno iniziato le loro attività, con la complicità almeno implicita dei governi italiani, a partire dal 1945 con l’immigrazione clandestina degli ebrei europei in Italia per farli poi espatriare in Palestina”. Lo scrive Don Curzio Nitoglia nella sua nota critica. Sono pagine dense di avvenimenti, di contatti, di iniziative che si intersecano con il governo italiano e la comunità ebraica nazionale. Ma pur con i suoi limiti, osserva Nitoglia, sappiamo bene che “le sorti delle due guerre mondiali sono state decise in gran parte dal ruolo dei servizi segreti dei Paesi belligeranti; come in ogni guerra che è stata fatta su questa terra, non ci si è serviti solo delle armi, ma anche dell’Intelligence”. Lo stato ebraico in Palestina si è fortificato anche grazie ad una immigrazione massiccia di ebrei da tutto il mondo e l’Italia divenne, da subito, uno dei territori di transito di questa massa di migranti provenienti dal Nord e dall’Est europeo. Chi si opponeva a questo flusso fu preso di mira dai servizi segreti israeliani denominati Mossad. Sta di fatto che “La prima nave clandestina a salpare dall’Italia verso il futuro Stato d’Israele partì dal porto di Bari il 21 agosto 1945 e riuscì a raggiungere il porto di Tel Aviv il 25, senza farsi intercettare dagli inglesi i quali si attenevano alle disposizioni del ‘Libro Bianco’ del 1939, che limitavano l’immigrazione ebraica e l’acquisto delle terre dei palestinesi”.  Nel 1948 l’obiettivo principale del Mossad non erano più i profughi, oramai già giunti in Palestina, ma le armi per Israele ed impedire che gli arabi ne ottenessero in egual misura. Ma ricorda Nitoglia citando alcuni passi del libro: “ L’Italia è stata teatro di azioni ancora più eclatanti. Il 30 settembre 1946 a Roma vicino alla Breccia di Porta Pia, in via XX settembre, venne fatta esplodere una bomba presso l’Ambasciata britannica, che cercava di far rispettare i patti del ‘Libro Bianco’ del 1939. Eric Salerno conclude citando un incontro avuto col professor Yehezkel Dror dell’Università ebraica di Gerusalemme, studioso dei cosiddetti “regimi canaglia”, il quale gli disse che «se Gheddafi non fosse esistito, toccava inventarlo. Era così comodo addossare a lui tutto ciò che di nefasto succedeva tra il Mediterraneo e l’Africa”.  Il capitolo VI del libro di Eric Salerno (pp. 83-96) è dedicato al sabotaggio delle industrie italiane che rifornivano i Paesi arabi.  Il capitolo XI (pp. 131-147) tratta della nascita dell’aviazione da guerra israeliana a Roma, ove nel 1948 presso l’aeroporto dell’Urbe sulla via Salaria venivano addestrati in segreto, da piloti italiani e americani, volontari e anche mercenari ebrei, che si sarebbero ingaggiati nell’aviazione da guerra dello Stato d’Israele.  “Eric Salerno fa una considerazione – osserva don Curzio – che mi sembra non priva di fondamento: «Separare la causa dall’effetto significa mantenere nel buio ciò che è molto chiaro e semplice. Non si può fingere di credere che a Monaco, per esempio, vi sia stata un’esplosione di violenza in una situazione di pace: la violenza in Medio Oriente è endemica da più di sessant’anni, precisamente da quando l’Occidente intese assicurare i propri interessi imperialistici a spese di un popolo i cui interessi non furono, allora come oggi, tenuti in considerazione». Vale a dire: senza l’invasione della Palestina nel 1948, non vi sarebbe stata Monaco 1972, “sine causa nullo effectu” direbbe Aristotele”. E così tra causa e effetti incomincia la storia d’Israele, quella nostra e del mondo intero.

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