Cosa ci stia capitando come “popolo di elettori” è a dir poco sconcertante. Nel 2011 Berlusconi è stato costretto a dimettersi per evitare il tracollo dell’Italia. Così uno dei più potenti partiti del dopoguerra ha perso in tre anni circa la metà dei suoi parlamentari. E’ stato costretto ad appoggiare un governo cosiddetto di tecnici che ha fatto al suo posto il “lavoro sporco” nel rimettere in carreggiata il nostro dissesto economico e finanziario non senza farci pagare un rigore senza crescita. Nonostante ciò, come se nulla fosse, Berlusconi si è “rifatta la faccia” ed è sceso di nuovo in campagna elettorale autodifinendosi salvatore della patria. Ora da novello tribuno del popolo lancia i suoi anatemi nei confronti di chi cerca di isolarlo e invoca un governo di larghe intese. A questo punto c’è da chiedersi se viviamo in un paese normale oppure no. Noi continuiamo a votare e a seguire un uomo che ci ha portati a una crisi di sistema senza precedenti e ancora a ritrovarci, da parte di una significativa componente del Pd, a sostenerlo per un governo da gestire insieme. Abbiamo dimenticato tutto: le figuracce che ci ha fatto fare in capo internazionale, le sue vicende giudiziarie che hanno finito con il ridicolizzare la giustizia del nostro paese che per anni lo insegue per giudicarlo e tutte le volte ora per una provvidenziale prescrizione o leggi ad personam come la depenalizzazione del falso in bilancio si ritrova a capo a dodici. Usque tandem… (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)
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Politica e lo psicodramma italiano
Pubblicato da fidest su sabato, 13 aprile 2013
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Italiani: una società malata?
Pubblicato da fidest su venerdì, 8 marzo 2013
Dopo 20 anni la giustizia riesce ad emettere qualche sentenza di condanna nei confronti di chi si è sempre sottratto ad essa ora per prescrizione ora per leggi ad personam ora per le difficoltà obiettive di reperire prove d’accusa. A questo punto si potrebbe, se non sotto l’aspetto del carico giudiziario ma quello etico, chiudere la partita e mandare a vita privata l’autore di tante rocambolesche storie. In altre parti del mondo come negli U.S.A. nel Regno Unito, in Germania, in Canada, in Australia, ecc., ciò sarebbe stata la naturale conseguenza per un leader politico. Non accade in Italia. Non solo. Chi è stato investito da tali e tante accuse si ribella, organizza un’adunata di popolo per sostenerlo e altri milioni di italiani lo votano e tifano per lui. La magistratura è demonizzata, le istituzioni sono umiliate, l’antistato sembra prendere il sopravvento e nonostante ciò si continua a parlare di libertà, di giustizia, di verità. A questo punto c’è da chiedersi cosa ci sta capitando. Sembra che una parte dell’elettorato italiano ha perso il senso della realtà. Faccio un solo esempio. Mi riferisco alle macro regioni del Nord dove si rinuncia all’idea solidaristica identificabile con l’unità nazionale e si chiudono gli accessi al resto del paese accusato di essere spendaccione. Non si fa, come si dovrebbe, una politica di risanamento ma si procede solo in chiave punitiva per tutti, virtuosi o meno virtuosi. E allora che senso ha votare pdl al centro e al sud se al Nord funziona in chiave antimeridionalista? (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)
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La giustizia in Italia
Pubblicato da fidest su sabato, 19 gennaio 2013
Ho scritto queste cose venti anni fa. Sta al lettore di oggi rilevare le eventuali diversità intro-dotte nel sistema giudiziario italiano e capire, come credo, quanto poco sia stato fatto per restituire al precetto giuridico la sua identità e il suo indirizzo nella realtà sociale e civile di un Paese che vorremmo definire a democrazia compiuta.
Come posso ampiamente rilevare la società contemporanea, da una parte, ha fatto tesoro delle esperienze passate, recenti e remote, maturate negli studi approfonditi degli studiosi del diritto che, a mio avviso, hanno inteso, in questo modo, tutelare l’ordinato evolversi della “comunità” rispetto ai suoi compositi impegni ai quali è, di volta in volta, chiamata. Alla base di questo modello “evoluto e specialistico”, offertoci dall’amministrazione della giustizia, vi è stata, da sempre, la convinzione che solo una “società” ordinata, secondo certi principi universalmente riconosciuti e accettati dalle genti che sceglievano di vivere in comunità e che tracciavano un’area autonoma di territorio dove costruire il loro avvenire, potesse offrire una base concreta sulla quale poter assicurare forza e determinazione ai suoi progetti unitari. Scrivevo, infatti: “La storia, per altro, ci insegna che là dove è venuta meno la giustizia e con essa l’autonomia del giudice dagli altri poteri forti dello Stato, vi è stato il collasso statuale e la crisi è diventata irreversibile fino alle sue estreme conseguenze con le dittature, lo Stato di polizia e via dicendo.” Ma la giustizia per essere valida non ha solo bisogno di buone leggi e quindi di un legislatore nato per essere “saggio, accorto e sensibile alle realtà del mondo che cambia”, ma deve far sentire la sua presenza facendo in modo che essa pervenga ai destinatari, attori o convenuti che siano, con tempestività, equità e uniformità di giudizio a prescindere dalle loro condizioni sociali, dal ceto e dal ruolo politico svolto. Ebbene in Italia, e in una certa misura anche nel resto del mondo industrializzato e non, stanno venendo meno questi presupposti perché si sta scivolando sul piano inclinato di una giustizia che si vuole al servizio di qualcuno, ad usum delphini e non nell’interesse generale. Questo malessere è avvertito un po’ da tutti. Scriveva nel 1986, tra l’altro, il Presidente pro tempore della Corte di Appello di Roma Carlo Sammarco: “Finora il cittadino italiano nutriva una sostanziale fiducia nei suoi giudici, pur essendo ripagato con disfunzioni e ritardi.” “Di recente ha mutato atteggiamento: esso è divenuto critico se non sospettoso nei confronti dell’istituzione giudiziaria.” La verità è che il giudice italiano è chiamato a rendere giustizia in una società che nel-l’ultimo trentennio si è profondamente trasformata e lo ha fatto ad un ritmo vertiginoso. L’avvento dello stato sociale, finalizzato a garantire a tutti i conso-ciati i benefici conseguiti attraverso lo sviluppo eco-nomico, ha comportato la tendenza alla socializ-zazione del diritto; nel contempo il processo di democratizzazione del sistema socio-economico, per effetto di una imponente moltiplicazione dei sog-getti economici sociali ed istituzionali, ha, a sua volta, sviluppato la tendenza al policentrismo del diritto, essendosi la funzione legislativa del Parla-mento rivolta alla composizione degli interessi ed alla regolamentazione dei poteri dei corpi intermedi e dei gruppi in competizione fra di loro, per cui le leggi spesso si atteggiano a veri e propri statuti di gruppo. A queste due tendenze del diritto se n’è aggiunta una terza: la proliferazione del diritto; le leggi si accumulano, si contraddicono, si cancellano, il tutto in maniera caotica. Di conseguenza, è venuta appannandosi la posizione di terziarità del giudice, per cui taluno ha parlato di amministrativizzazione della funzione giudiziaria.” Ebbene mentre cambia-vano, a un ritmo inusitato, i connotati sostanziali della giurisdizione e il ruolo del giudice si ampliava e si potenziava occupando spazi un tempo impen-sabile, non si provvedeva prontamente alla riconsi-derazione della sua professionalità e al rinnovamento della legge concernente il loro status e dei codici di rito e tanto meno all’ammodernamento delle strutture organizzative. Cosicché, accanto alle disfunzioni di sempre, andatesi viepiù aggravandosi, è venuta proponendosi una messa in mora per i modi in cui la giustizia è amministrata in Italia. Un evento, questo, carico di conseguenze negative per l’ordinato vivere civile della comunità nazionale di fronte alla quale non si può rimanere inerti e conti-nuare a credere che tutto possa rimanere come prima. Ebbene nonostante questo e molti altri appelli apparsi sugli organi di stampa, non solo spe-cialistici, e in tutte quelle sedi, compreso il Parla-mento dove non solo si poteva informare ma anche decidere una svolta, nel senso voluto in apparenza da tutti, per ridare fiato alla questione giustizia e a conferirle quella funzione vitale per la tenuta stessa della democrazia, poco o nulla è stato fatto. Queste riflessioni ho incominciato a farle nella prima stesura di un mio lavoro, ovvero nel 1995. L’ho vista come la giustizia che si propone con sconti di pena, di condoni e di amnistie, ma nessuno sembrava voler prendere il classico toro per le corna ed affrontare il problema alla radice. E’ sempre di quel tempo il commento-sfogo, fin troppo amaro, per quanto fosse realistico, di un magistrato, Fabio Salamone – chiamato a svolgere una delicata inchiesta – quando in un’intervista, rilasciata a un giornalista del “Corriere della sera”, dice: “Come il solito in questa Italia che continua a prendersi in giro, il problema non è posto correttamente, mi pare.” Intanto, i processi una volta in piedi si devono fare. Salvo che il potere politico si assuma la responsabilità di bloccarli o modificarne la procedura in corso d’opera. “Ovviamente – egli rileva – non spetta a noi magistrati decidere.” “Siamo solo dei tecnici che potremmo esprimere un parere, se richiesto, fermo restando l’obbligo di applicare leggi e norme fatte da altri, da un altro potere costituzionale, appunto quel-lo legislativo.” “II chiarimento, quindi, va ricercato esclusivamente in sede politica.” Se ci soffermiamo un attimo a considerare proprio questo specifico aspetto richiamato da Salamone, per quanto ovvio, ci troviamo a dover registrare la prima grossa incongruenza nel sistema Italia. Il Parlamento legifera ed è quello che è chiamato a fare nel caso specifico, ma non ci sembra corretto, per non dire altro, che una volta affidate le leggi, da esso emanate, ai magistrati per farle applicare, si debba dire “tra le righe” che se colpiscono certi uomini influenti le stesse norme non valgono più e che, ancor peggio, esistono degli “intoccabili” che possono rubare, uccidere e compiere qualsiasi illecito, ma guai a chi osa chiamarli a risponderne. Anche in questa circostanza continua a valere la logica del più forte, quella del vincitore che in guerra si vede assolte le sue atrocità mentre condanna quelle del nemico sconfitto, che trasforma in “eroi” dei biechi assassini e riduce a “carnefici” quelli dell’altra parte che hanno avuto il demerito di essere dei perdenti. Dov’è la giustizia in questi casi? E’ indubbiamente in un solo posto: nel cuore dei malvagi, dei prevaricatori, e allora non chiamiamola, ipocritamente, giustizia, ma qualcosa d’altro. E al contrario di quanto pensa Salamone, dico che in Italia, e aggiungo non solo in Italia, non si tratta di schizofrenia del potere politico quando affronta i temi della giustizia peccando di farlo senza uno studio sereno, né di avvalersi di emozioni legate a casi particolari tanto da valutare ogni grande tematica in rapporto solo alla soluzione di una singola emergenza, ma è qualcosa di ancora più grave. E’ vero e proprio disfattismo. La corru-zione non è solo il frutto di una burocrazia malata, ma è la volontà di alcune categorie di voler comun-que mestare nel torbido per ricavarvi il massimo profitto a costo zero. Ci sembra persino comico il voler perseguire il capo della lega Bossi allorché “minaccia” il “separatismo” per voler fondare la repubblica del Nord. E a chi si straccia le vesti scandalizzato per queste oscenità da “ergastolo”, chiediamo se onestamente lo Stato italiano, dalla sua unità a oggi, abbia mai fatto qualcosa in nome di tutta la nazione o, più semplicemente, se non si sia servito del Meridione come di un semplice mercato di sbocco delle produzioni concentrate nel Nord.
Allo stesso modo si è comportata la Francia di Napoleone III nel momento in cui intese favorire l’unità d’Italia.
La sua riserva mentale era quella di procurarsi uno spazio “privilegiato” per i suoi commerci in Italia in cambio degli appoggi resi.
Le forze politiche devono quindi avere la serenità di valutare i temi della giustizia nella loro globalità e senza preconcetti.
C’è troppa confusione. L’ignoranza della legge non scusa, si dice. Ma non esiste un codex, un corpus con tutte le norme penali. Si fa una legge finanziaria e s’inserisce una norma penale. Si vara una legge sui bovini ed è lo stesso.
Con la conseguenza che nessuno sa quanto siano i reati in Italia.
A questo punto è urgentissimo ordinare la materia. Non dimentichiamo che nel nostro Paese vige un codice penale di una società che non esiste più.
“A questo si aggiunge il problema del sovraccarico degli uffici penali”. (Riccardo Alfonso)
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La ricetta di Gian Antonio Stella per salvare l’Italia
Pubblicato da fidest su domenica, 20 maggio 2012
“Ci vogliono secoli per creare un paesaggio ricco e meraviglioso come quello italiano. Basta un assessore corrotto per distruggere tutto”: così, parafrasando Benedetto Croce, l’editorialista del “Corriere della Sera” Gian Antonio Stella ha esordito nel suo discorso sulle bellezze e – ahinoi – bruttezze del nostro Paese.
Accompagnato ad Art&Tourism dal collega e co-autore di Vandali! L’assalto alle bellezze d’Italia, Sergio Rizzo, Stella ha allietato e avvilito al contempo il primo giorno della fiera dedicata al turismo culturale con dati e numeri da brivido: il Belpaese è sì la nazione più ricca al mondo di Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, ma è anche un Paese capace di ricavare da essi un terzo di quanto non ricavi la Cina (che ne possiede molti meno) dai suoi. Di più: nel 1970 l’Italia era il Paese più visitato dai turisti in tutto il mondo, oggi è solo il quinto. E ancora: il museo del Louvre incassa da solo, in un anno, 36 milioni di euro in più di tutte le città d’arte italiane messe insieme. Ma la scarsa valorizzazione del patrimonio culturale italiano non è l’unico dramma del nostro Paese, dove abbondano sprechi, ecomostri, brutture, cementificazione e ogni tipo di squallore. Basti pensare a Villa Adriana, “vicino alla quale vogliono costruire una discarica”, sempre secondo Stella, o agli scavi di Pompei, abbandonati al loro destino. “Per non parlare della Cittadella di Alessandria – ha sostenuto Rizzo – dove è nato il Risorgimento: un grande esempio di architettura militare in pieno degrado”. Tutto ciò mentre le coste vengono divorate da palazzoni di cemento e la gente, “come a Scampia”, secondo Stella, è costretta a vivere nello squallore urbano. Un crescendo di orrori che ha portato il giornalista a invocare ironicamente l’intervento delle Frecce Rosse per “bombardare le bruttezze d’Italia”, scatenando l’ilarità nel numerosissimo pubblico di Art&Tourism. Meno ironica ma non meno sorprendente l’altra, reale idea di Stella per salvare la Penisola: raggruppare in un solo ministero l’ambiente, il turismo e i beni culturali. Per un’ottica comune con la quale affrontare la gestione dell’enorme ricchezza artistica e paesaggistica italiana, un dicastero realmente capace di farsi sentire e di “battere i pugni” quando si tratta di prendere le decisioni. Nel nostro Paese non mancano comunque, secondo le due firme del “Corriere”, esempi di gestione virtuosa del patrimonio culturale: è il caso, tra gli altri, della Reggia di Venaria, alle porte di Torino, passata in meno di dieci anni dall’abbandono allo splendore. Una storia positiva per continuare a sperare.
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“Sicurezza ICT e Compliance nella Pubblica Amministrazione Italiana”
Pubblicato da fidest su domenica, 13 maggio 2012
Frosinone il 16 Maggio 2012 dalle ore 14.00 alle ore 17.30.presso la sede della Provincia convegno Patrocinato dal comune di Frosinone, il convegno tratterà le principali tematiche che amministratori e dirigenti IT della Pubblica Amministrazione devono affrontare per ottemperare alle normative su privacy e protezione dei dati
La Pubblica Amministrazione è la più grande azienda produttiva in Italia e la sua efficienza si ripercuote drasticamente sull’incremento della redditività del nostro paese. La necessità di ottemperare alle normative vigenti su data privacy e data protection spesso si scontra con le limitazioni poste dalla riduzione dei costi imposta alle pubbliche amministrazioni, soprattutto in questo particolare momento di congiuntura economica. Questo paradosso pone a rischio non solo la sicurezza e la modernizzazione del sistema informativo della PA in Italia, ma espone anche gli amministratori IT e chi è responsabile della protezione dei dati a rischi che potrebbero portare a pesanti sanzioni personali.
“Se non gestito correttamente, l’utilizzo di Internet sul luogo di lavoro può causare un calo di produttività e rappresentare una grande minaccia alla sicurezza aziendale” ha dichiarato Maurizio Taglioretti, Regional Director Southern Europe GFI Software. “Lo sviluppo di Internet e, di conseguenza, le modalità con le cui vengono rese disponibili le risorse agli utenti sono eccezionali ma sono costante fonte di preoccupazione per gli Amministratori; le normative in materia di privacy e tutela del lavoratore inoltre molte volte costituiscono un ostacolo. Questo paradosso è ancora più vero quando si parla di gestione e protezione dei dati nella Pubblica Amministrazione, sia per la mole di dati utilizzata, sia per le norme stringenti che regolano il settore. A questa e ad altre problematiche la tecnologia può venire incontro con soluzioni che sono più semplici e meno costose di quanto si possa pensare, risolvendo in modo definitivo situazioni che potrebbero rivelarsi rischiose per le amministrazioni nel lungo periodo”.
Al convegno interverrà, tra gli altri, l’avv. Giuseppe Serafini, esperto in Cybercrime Electronic Evidence (ECCE) e in Computer Forensic e investigazioni digitali, che illustrerà un’analisi della normativa corrente sulla Privacy con applicazioni pratiche e diverse soluzioni che permettono di lavorare in sicurezza e conformità legale.
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Rimesse immigrati in Italia
Pubblicato da fidest su venerdì, 20 aprile 2012
L’immigrazione fonte di arricchimento culturale, ma anche fonte di ricchezza per l’economia italiana per l’Italia, perché se è vero quanto dice il rapporto della Fondazione Leone Moressa, specializzata in economia dell’immigrazione, che nel 2011 le rimesse ufficiali sono state di 7 miliardi e 400 milioni, del 12,5% in più rispetto al 2010, è anche vero che ciò sta a significare che una parte sempre crescente della nostra economia gira intorno al grande apporto che gli stranieri in Italia stanno compiendo al sistema economico nazionale, nonostante la recessione in cui da tempo si trova il Bel paese e quindi in controtendenza con tutti i parametri economici che segnano solo aspetti negativi. Per Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, tali dati, quindi, contribuiscono a gettare totale discredito in tutta quella fetta della popolazione, che ci auguriamo sempre più minoritaria, che vede nell’immigrazione un fenomeno negativo, senza considerarne i sicuri e conclamati effetti positivi per il sistema socio economico del nostro Paese. È chiaro, però per evitare di dare man forte alla xenofobia ed a tendenze razziste, che i flussi migratori devono essere regolati invertendo la pericolosa spirale avviata con l’entrata in vigore della legge Bossi – Fini che ha in parte criminalizzato il fenomeno migratorio e, quindi, partendo dalla sua abrogazione bisogna avviare un percorso virtuoso d’investimento sociale ma anche economico per l’integrazione.
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Italia il paese degli “allocchi?”
Pubblicato da fidest su venerdì, 20 aprile 2012
Un lettore mi scrive: “C’è il partito di quelli che non vogliono rinunciare a vivere da nababbi a spese degli allocchi (ovviamente nel pensiero dei politici) che li votano, e c’è il partito di quelli che non vogliono vivere da nababbi alle spalle degli elettori.” E’ un ragionamento che implica una riflessione più approfondita in quanto oggi più crudemente che in passato ci troviamo al cospetto di una realtà che tende sempre di più a radicalizzare la lotta tra due tendenze e a limare quelle parti più sfumate che ne fanno da contorno. Mi riferisco ovviamente a quella borghesia che nei secoli scorsi si agitava in cerca di una collocazione benestante a ridosso delle ricchezze capitalistiche adoperandosi per fare da cerniera tra i due estremi: il proletariato, i plebei dei tempi antichi e il padronato industriale e finanziario, i patrizi del nuovo corso storico. Diremmo a questo punto tertium non datur, ma tale consapevolezza ancora è dura ad essere recepita ai giorni nostri.
Questa è la forza di chi ha nell’illudere quella fascia “cuscinetto” che è ma vorrebbe avere e resta nel guado nella speranzosa attesa salvifica dalla sua condizione di “mezzo”.
Forse ragionando in questo modo si interpretò la rivoluzione francese sotto l’etichetta di “borghese” e quella leninista sotto l’egida della spinta proletaria. Due rivoluzioni che si sono sciolte nel tempo della mediocrità e delle speranze tradite.
Oggi le menti più sensibili e riflessive sono consapevoli che è un andazzo che non regge e che la società che abbiamo costruito in occidente come in oriente riesce solo a produrre un mero trasformismo camaleontico: dal colonialismo ai governi fantoccio del “colono” di turno, dalle dittature di comodo alle guerre chiamate di libertà e di giustizia, ma surrettizie alla logica della convenienza e del possesso. E l’Italia è figlia di tutto questo, perchè figlia del mondo e delle sue logiche capitalistiche. Ma per spezzare queste catene occorrono parecchi gradienti, nel corso opera, nella loro scalarità a partire da quelli culturali, in senso lato. E nel frattempo il nemico è sempre in agguato per fare mistificazione della verità, per instillare dubbi e generare allarmismi, per suscitare timori e infondere rassegnazione, nella logica del meno peggio rispetto al peggio che si prospetta. E ora posta così la questione dovremmo riprendere il discorso del lettore citato e chiederci quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Per quel Catilina, parafrasando il detto, che identifichiamo capitalista e vessatore. E alla fine chiederci: a quando il punto di rottura? (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)
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Italia: un paese ingovernabile?
Pubblicato da fidest su lunedì, 9 aprile 2012
Editoriale Fidest. Credo che molti non hanno centrato il problema. Gli scandali di ieri, da Mani pulite, ad oggi, per intenderci, non hanno fatto clamore per il loro disvelamento quanto per chi lo ha fatto. Mi spiego. Se in un partito vi erano mele marce era dovere della sua dirigenza farsene carico ed espellerle, denunciando le malefatte alla giustizia. E invece sono state tollerate se non si è diventati correi per potersi cibare alla stessa mangiatoia. E non ci vengono a dire che i loro leader erano all’oscuro di tutto perché anche se lo fossero stati resta la responsabilità oggettiva che politicamente vale una dimissione, se non altro. Ciò che si sta verificando in questi giorni con le notizie sulla distrazione di ingenti somme dai fondi dei partiti per dirottarli ad altri fini, compresi quelli personali o per gli amici degli amici, sa del surreale. Dopo 15 anni di arraffa – arraffa c’è chi, tra i dirigenti dei partiti, grida “ pulizia-pulizia-pulizia” e chi si dichiara innocente, e lo è, ovviamente, sino a prova contraria, anche se le evidenze ci lasciano perplessi e gli iscritti al partito, quelli che dovrebbero sentirsi più danneggiati, non trovano di meglio che giustificare il comportamento dei loro idoli. Come dire: oremus et pro perfidis ludaeis. Alla fine subentra la pietà collettiva e la contrarietà nei confronti di coloro che hanno scoperto gli altarini e in confidenza si sussurra: non potevano farsi i fatti loro?
Tutto questo perché stiamo perdendo il senso della moralità e quasi ci dispiace che la furbizia non sia stata premiata con la reiterazione dell’illecito. Ora i veri colpevoli sono i delatori, i magistrati che hanno aperto nelle varie procure i fascicoli, la polizia che arresta. E ciò che diventerà allucinante è che per veder conclusa questa vicenda occorrerà attendere il lungo iter processuale che in Italia dura tra gli otto e i 10 anni e non è detto che alla fine la prescrizione ci metterà lo zampino, azzerando tutto. Così si potrà dire che sono innocenti perché non sono stati condannati e guai a chi osa dire il contrario. E alla fine la beffa coprirà lo scorno perché, il costo di questo lungo e snervante iter sarà a carico dello Stato, ovvero di noi contribuenti. Ma si può davvero governare e far prosperare un Paese di tale fatta? (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)
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Immigrati: Italia razzista?
Pubblicato da fidest su venerdì, 30 marzo 2012
“Il rapporto del Consiglio d’Europa che punta il dito contro il nostro Paese per la morte di 63 migranti, avvenuta nel Mediterraneo a marzo scorso, altro non è che l’ennesima vergogna di un’Italia razzista e xenofoba che, per anni, ha avuto per ministro dell’Interno Roberto Maroni. Lo stesso che, solo pochi giorni fa, ha ammesso che la Lega ha lucrato proprio sul razzismo per accaparrarsi voti. Sappiamo che quel governo è stato pesantemente sanzionato dall’Unione europea per l’abbandono e il respingimento dei migranti. E ora questi comportamenti incivili di chi si ammanta di un cattolicesimo d’accatto hanno ricevuto il bollino blu dell’indignazione europea. Dispiace, inoltre, che il discredito di quella classe dirigente abbia provocato il discredito del Paese intero”. E’ quanto affermato, in una nota, dal presidente vicario dei deputati Idv Fabio Evangelisti. “Per questo ai ministri del governo Monti – ha concluso Evangelisti – chiediamo di essere veramente coraggiosi e innovatori su questo terreno. Ci rivolgiamo in particolare al ministro Riccardi, che ha la delega per l’integrazione e l’accoglienza: non rimanga insensibile al monito che arriva da Strasburgo”.
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Ambiente: La Ue bacchetta l’Italia sulle acque
Pubblicato da fidest su giovedì, 29 marzo 2012
L’Italia non si è conformata alla legislazione dell’Unione europea sulla protezione delle acque. Per questo la Commissione ha deciso di inviare un parere motivato. Qualora l’Italia non risponda entro due mesi, o la risposta sia considerata insoddisfacente, la Commissione può adire la Corte di giustizia dell’Unione europea. L’Italia non ha recepito correttamente una serie di articoli della direttiva quadro sulle acque, tra cui quelli relativi alla necessità di adottare una serie di misure per conseguire un “buono stato” dei bacini idrografici entro i termini previsti e conformarsi all’obbligo di mantenere un registro aggiornato delle aree protette (1). Alla scadenza del termine di recepimento della direttiva (dicembre 2003!!!), l’Italia non aveva ancora adottato le leggi per conformarsi ai requisiti della stessa. Benché nel frattempo l’Italia abbia recepito la direttiva, un controllo di conformità effettuato dalla Commissione nel 2009 ha evidenziato diverse lacune e problemi di non conformità e ha indotto la stessa Commissione a inviare all’Italia una lettera di costituzione in mora nel maggio 2010. Poiché le risposte fornite dall’Italia, e i successivi emendamenti apportati alla legislazione nazionale, non hanno posto rimedio a tutti i problemi sollevati dalla Commissione, quest’ultima ha deciso di inviare all’Italia un parere motivato. Il passo successivo e’, come detto, il deferimento alla Corte di Giustizia europea e le successive sanzioni. Dovremmo essere il Paese che pone prioritariamente l’obiettivo della salvaguardia dell’ambiente, visto che siamo anche a forte vocazione turistica. Ma tant’e'! Eppoi ci si lamenta che i turisti scelgono altre mete.(Primo Mastrantoni, segretario Aduc)
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Undicesima edizione della “Giornata Nazionale per l’Epilessia”
Pubblicato da fidest su sabato, 24 marzo 2012
Roma, 6 maggio 2012 ore 10:00 a Villa Pamphili appuntamento con la MaratoLICE. Si celebra in tutta Italia l‘undicesima edizione della “Giornata Nazionale per l’Epilessia” organizzata dalla Lega Italiana contro l’Epilessia (LICE) e dalla Fondazione LICE. La principale novità riguarda la Dichiarazione del Parlamento Europeo del 15 settembre 2011, che invita gli Stati Membri a garantire una pari qualità di vita nei pazienti epilettici negli vari ambiti della vita pubblica: un’altra importante conquista per i malati di epilessia, che segue di poco il riconoscimento storico del “concetto di guarigione” contenuto nelle nuove norme sull’idoneità alla guida (2011).“Fai luce sull’epilessia” è il claim previsto per l’edizione 2012 della Giornata Nazionale, che sottolinea il duplice obiettivo dell’iniziativa: da una parte far luce sull’epilessia dal punto di vista della ricerca scientifica ovvero promuovere la ricerca scientifica, dall’altra far luce sulla patologia ovvero migliorarne la conoscenza presso l’opinione pubblica, sfatando, così, i falsi pregiudizi che l’accompagnano.
LICE e Fondazione LICE organizzeranno la sesta edizione della MaratoLICE che ha come testimonial Salvatore Antibo, Totò, campione europeo nei 5.000 e 10.000 metri e medaglia d’argento alle Olimpiadi di Seul. Dopo il successo di pubblico della scorsa edizione, con la partecipazione di circa 250 appassionati che hanno corso a Villa Pamphili a Roma, accanto a Totò Antibo, quest’anno la Maratona diventerà una vera e propria gara agonistica. “Corriamo insieme per far si che l’epilessia diventi una malattia come le altre, senza pregiudizi – ha dichiarato Salvatore Antibo – L’epilessia nella maggioranza dei casi si può tenere sotto controllo ed a volte si può anche guarire del tutto, lo sport è molto importante per stare meglio, quindi non vietiamolo a chi ha l’epilessia!”
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Il malessere dell’Italia
Pubblicato da fidest su venerdì, 23 marzo 2012
Mentre la fidest raccoglie e rilancia la lettera di Orlando Masiero riguardo il dramma che colpisce le piccole medie imprese italiane costrette a traslocare in Svizzera per sfuggire alla morsa del fisco e all’incertezza di una bancarotta, intende sottolineare, al tempo stesso, il reale malessere di un sistema di gestione delle politiche governative che sta mettendo in ginocchio la parte sana del paese per la dichiarata incapacità di porre mano alle vere riforme. Abbiamo una classe politica che non può non rendersi conto della gravità della situazione e che sta peggiorando di ora in ora. Abbiamo scritto e lo ribadiamo,anche se molti italiani ancora non se ne rendono conto, che siamo al cospetto del peggiore governo in termini assoluti che abbiamo avuto a partire dall’unità d’italia. Ci fa specie in questa circostanza che il presidente della Repubblica, uomo di grande spessore politico e sensibilità istituzionale, non percepisca il fatto di trovarsi al cospetto di un governo preposto a fare il “lavoro sporco” ma lo fa solo nei confronti della povera gente, dei precari, dei disoccupati,dei pensionati. Un governo che si preoccupa solo a togliere i diritti e ad accanirsi sui doveri, ma lascia i diritti solo ai percettori di redditi alti e non ci vengano a dire che anche loro danno un contributo: Se togliamo 100 euro ad una modesta retribuzione non è la stessa cosa se togliamo mille euro a chi percepisce un emolumento superiore ai 100.000 euro all’anno. E ancora: Perché il parlamento è stato così sollecito a far pagare ai poveri e così lento ad imporre la patrimoniale? Perchè il parlamento non legifera per la lotta senza quartiere agli sprechi, alle evasioni, al lavoro nero con leggi adeguate? E potremmo andare avanti all’infinito ma ci rendiamo conto che non c’è peggiore sordo di chi non vuol sentire. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)
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Chirurgia plastica, dati Aicpe: ecco gli interventi più richiesti in Italia nel 2011
Pubblicato da fidest su venerdì, 16 marzo 2012
Al primo posto l’aumento del seno, seguito da liposuzione e ringiovanimento dello sguardo. In crescita la medicina estetica, con iniezioni di acido ialuronico e botulino Anche con la crisi, gli italiani non rinunciano alla bellezza. È quanto emerge dal sondaggio condotto da Aicpe, Associazione italiana di chirurghi plastici estetici, tra i chirurghi plastici italiani. Al questionario a risposta multipla hanno partecipato 347 specialisti in tutta Italia (la regione più rappresentata è l’Emilia Romagna, a seguire Lombardia e Veneto). Gli interventi chirurgici effettuati nel 2011 dagli intervistati sono stati 52.878, mentre quelli non chirurgici, ossia di medicina estetica, oltre 170mila. L’intervento di chirurgia plastica più praticato nel 2011 è la mastoplastica additiva: 11.300 le operazioni per l’aumento del seno. Segue la liposuzione per togliere il grasso in eccesso (10.267 interventi) e al terzo posto la blefaroplastica per ringiovanire lo sguardo (8.121). Tra gli interventi non chirurgici, l’iniezione di acido ialuronico è la più richiesta (46.909), a seguire la tossina botulinica (40.394) e al terzo posto la laser-depilazione (13.374).Rispetto all’anno precedente, per il 2011 gli intervistati hanno dichiarato un calo di interventi di chirurgia plastica dell’8-12%, mentre quelli non chirurgici sono aumentati del 7-9%. «Sono dati molto significativi che ci permettono di fotografare un settore in evoluzione – commenta il presidente di Aicpe -. Innanzitutto, resta elevata l’attenzione in Italia nei confronti del proprio aspetto fisico. Le italiane si confermano amanti del proprio decolleté e non rinunciano a una o due taglie in più di reggiseno. Così come il rimodellamento del corpo, con l’eliminazione del grasso in eccesso, è un indicatore della grande attenzione che viene posta al propri aspetto». La diminuzione degli interventi chirurgici rientra in un trend di medio termine. «Credo possa imputarsi a una minore disponibilità di spesa, anche se il calo non è così marcato come si sarebbe potuto immaginare in un contesto economico a tinte fosche come l’attuale – afferma Botti -. Per gli italiani la cura di sé è prioritaria: a fronte di un budget più limitato, si orientato verso interventi di medicina estetica, meno costosi della chirurgia, come dimostra l’aumento in questo settore». Da sottolineare è l’aumento delle iniezioni di botulino nel viso per spianare le rughe: al momento è al secondo posto dietro un altro iniettabile, l’acido ialuronico, ma è in fortissima crescita. Un punto resta fermo. «E’ importante che i pazienti si rivolgano a professionisti anche per interventi non chirurgici: la professionalità e l’esperienza sono basilari per evitare spiacevoli effetti collaterali o risultati non soddisfacenti», osserva Botti. «La gente deve identificare nel chirurgo plastico la figura di riferimento per questo tipo di interventi, in quanto sono le persone più qualificate per svolgere questo tipo di attività».
AICPE: L’Associazione Italiana Chirurgia Plastica Estetica, la prima in Italia dedicata esclusivamente all’aspetto estetico della chirurgia, è nata con l’obiettivo di dare risposte concrete in termini di servizi, tutela, aggiornamento e rappresentanza.
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