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Quotidiano di informazione – Anno 26 n° 95

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L’Italia che non decide

Posted by fidest on Wednesday, 8 January 2014

DSCN0331E’ di oggi la notizia che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia perché nega il diritto a dare ai figli il cognome della madre, imponendo invece quello del padre.
Come sempre, quando la politica non decide (e la nostra è maestra in questo) è un giudice a imporci il rispetto dei diritti civili. E’ accaduto e sta accadendo sulla situazione disumana delle carceri e della giustizia penale, sulla legge elettorale. E’ accaduto e accadrà in futuro sulle coppie omosessuali, sull’autodeterminazione, sulla privacy e cosi’ via.
La questione del cognome materno non è certo nuova. Questa Associazione ha avuto modo di denunciarla da tempo, oltre a farsi promotrice di disegni di legge in collaborazione con alcuni parlamentari in passate legislature. Ovviamente, senza alcun risultato utile.
Chi scrive ha vissuto anche personalmente i danni – seppur non paragonabili a quelli prodotti da altre violazioni del diritto umanitario da parte dell’Italia – di questa arretrata normativa: mia figlia è nata negli Stati Uniti ed ha assunto il doppio cognome del padre e della madre. Quando è avvenuta la registrazione della nascita in Italia, il cognome della madre è stato depennato d’autorità dall’anagrafe italiana. Con il risultato che mia figlia ha oggi due passaporti, uno statunitense ed uno italiano, con due cognomi diversi. Una chiara violazione del diritto all’identità, peraltro sancito non solo dalla Convenzione Europea sui diritti dell’uomo, ma anche dalla nostra stessa Costituzione.
Le liberaldemocrazie (anche impropriamente dette “occidentali”, per intendersi) si differenziano dalle altre sedicenti democrazie (Iran, etc.) proprio per il rispetto che offrono ai diritti individuali, mettendoli al riparo dal legislatore e quindi anche dalla volontà della maggioranza degli elettori. Generalmente lo fanno attraverso le costituzioni, leggi fondamentali che sanciscono diritti cosiddetti inviolabili, tra cui la libertà di espressione e di stampa (senza cui le elezioni sono ritualità di autolegittimazione del potente), la libertà di religione, l’uguaglianza di tutti i cittadini dinnanzi alla legge senza discriminazione per sesso, razza, religione, opinione.
Ma i diritti non sono statici, e non sono solo quelli che il Costituente aveva espressamente elencato quasi settant’anni fa. Come non sono solo quelli elencati nelle Convenzioni internazionali, che rispecchiano solo quei diritti su cui in un determinato momento storico si ritengono inviolabili. Non a caso, le Costituzioni e le Convenzioni sui diritti dell’uomo spesso sanciscono questi diritti in modo aperto, indefinito, dando poi all’interprete la possibilità di adeguarne ai tempi la lettura (ad esempio, l’articolo 2 della Costituzione recita “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”, senza poi elencarli. E’ stata poi l’opera del legislatore, del Governo e della Corte costituzionale a indicare nuovi diritti quali inviolabili).
Se l’Italia vuole rimanere tra le democrazie liberali, è necessario che continui ad aggiornare continuamente questo elenco di diritti, anche attraverso un lavoro di comparazione con le altre liberaldemocrazie. Negli ultimi venti anni non solo questo non è stato fatto se non raramente e solo su spinta di provvedimenti giudiziari, ma addirittura si negano diritti che l’Italia stessa aveva detto di riconoscere decenni fa aderendo alla Convenzione europea sui diritti dell’uomo e prima ancora in Costituzione. Banalmente, in questo caso, la parità tra uomo e donna.
La giustizia, interna e internazionale, può correggere, spingere, incoraggiare il legislatore di una democrazia liberale a rimanere al passo. Ma non può certo sostituirvisi. Se la politica non riprende coraggio e forza sul tema dei diritti individuali, questo Paese è destinato ad essere espulso da quella parte di comunità internazionale cui fieramente diciamo di appartenere. E a pagarne le conseguenze, come sempre, saranno gli individui i cui diritti vecchi e nuovi continueranno ad essere negati. Che ciò avvenga nel nome di qualche emergenza o della volontà della maggioranza, francamente, non fa alcuna differenza.(Pietro Yates Morettti, vicepresidente Aduc)

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Crisi e povertà in Italia

Posted by fidest on Monday, 30 December 2013

Clochards in Marseille / Tramps in Marseille, ...

Clochards in Marseille / Tramps in Marseille, France (Photo credit: Nationaal Archief)

Il rapporto Famiglie e lavoro 2013 curato da Italia Lavoro mette in luce l’impatto della crisi sulle famiglie dal punto di vista della condizione occupazionale. Un impatto pesante: preoccupanti sono le ripercussioni del fenomeno dei Neet, cioè dei giovani che non lavorano, non studiano e non fanno formazione: 1.967.888 famiglie (cioè il 28,9% di quelle con almeno un componente di 15-29 anni) ha almeno un Neet tra i suoi membri e il 12,7% ne ha addirittura più di uno. Le percentuali più preoccupanti si registrano nelle maggiori regioni del Sud, cioè in Calabria (42,4%), Sicilia (44,8%), Campania (42,9%), e Puglia (39,2%). La crisi economica ritarda inoltre l’emancipazione giovanile: nel 2012 quasi 4,7 milioni di ragazzi di 20-29 anni vivono con i loro genitori, di cui il 14,7% (690 mila) sono disoccupati, il 31,6% (1,5 milioni) inattivi che studiano e il 13% (610 mila) inattivi che non studiano. Complessivamente oltre il 20% (cioè 5.544.239 famiglie) del totale delle famiglie italiane ha almeno un componente in difficoltà (disoccupati, lavoratori a termine, in cassa integrazione, in part time involontario); il 3,2% ne ha almeno uno in estrema difficoltà: in 809.98 famiglie c’è infatti almeno una persona che a un anno dalla perdita del lavoro non è riuscita a trovarne un altro.“La crisi non solo impoverisce le famiglie, ma ne cambia gli equilibri e crea tensioni nella cellula fondamentale della società – sostiene il presidente di Italia Lavoro Paolo Reboani – le famiglie sono colpite da fenomeni come lo scoraggiamento giovanile, l’inattività e la tendenza a rimanere nella casa dei genitori ben oltre i tempi fisiologici: su 10 famiglie con un giovane di 20-29 anni, quasi tre hanno un Neet al loro interno e sono oltre 600 mila gli inattivi di questa età che non studiano. Per invertire la tendenza occorrerebbe un colpo di reni attraverso tutti gli strumenti di politica economica, ma sappiamo che le risorse disponibili non bastano a fronteggiare un’emergenza di questo genere. Una prima risposta potrà tuttavia arrivare dall’attuazione della Garanzia giovani, da gennaio 2014, con l’utilizzo di fondi europei e nazionale per allargare il bacino di utenza dei servizi per il lavoro e potenziare il ruolo della scuola come punto di primo orientamento”.

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Telecom Italia agli spagnoli

Posted by fidest on Wednesday, 25 September 2013

Dichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati del Pdl:“Sulla vendita di azioni Telco alla società spagnola Telefonica e sul conseguente nuovo assetto di controllo di una delle imprese chiave per lo sviluppo del nostro Paese, Telecom Italia, serve un quadro dettagliato per esprimere qualsiasi giudizio ma è evidente che è proprio la mancanza di dettagli e di chiarezza che alimenta le preoccupazioni.
Per questo chiedo al presidente del Consiglio, Enrico Letta, di venire in Aula alla Camera dei deputati a illustrare la valutazione e le considerazioni del governo su un’operazione che rientra nelle logiche di mercato, e come tale non è stata preannunciata, ma coinvolge da molto vicino tutti gli sforzi e gli investimenti che le imprese e le pubbliche amministrazioni stanno mettendo in campo per affrontare la sfida dell’economia digitale.In particolare eravamo rimasti fermi alle frammentarie e contraddittorie informazioni sullo scorporo della rete fissa, all’ipotesi d’ingresso della Cassa Depositi e Prestiti, alla trasformazione di Telecom Italia da azienda nazionale di telecomunicazioni ad attore protagonista della sfida mondiale dei servizi via internet, alla necessità di ingenti investimenti in infrastrutture per le reti di nuova generazione, alle preoccupazioni sull’indebitamento e sulle tariffe.Cosa cambierà con i due terzi del capitale Telco in mano agli spagnoli? Ci saranno ancora le risorse per gli investimenti e per lo sviluppo dei servizi? A che punto è il progetto di scorporo della rete fissa e quali sono le prospettive del settore in Italia? Sono solo alcune delle domande alle quali il presidente del Consiglio dovrà rispondere, e mi auguro lo faccia nel più breve tempo possibile e senza perdere di vista il fatto che in questi giorni il nostro Paese continua a cedere pezzi pregiati a imprese straniere e fatica a investire su stesso. Se continuiamo così ci resteranno solo le scorie di quello che era ed è ancora un grande sistema industriale”.

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Tumori in Italia

Posted by fidest on Tuesday, 24 September 2013

In Italia il 35% dei malati di cancro giunge alla diagnosi quando la malattia è in fase avanzata. A questi pazienti deve essere applicato il modello di cure simultanee, che implica l’integrazione tra terapie oncologiche e cure palliative. Ogni anno nel nostro Paese si registrano 364mila nuovi casi di tumore: 202.500 (56%) negli uomini e 162.000 (44%) nelle donne. I sintomi fisici correlati al cancro (il dolore in particolare), insieme ai disagi psicologici e sociali, hanno un impatto negativo sul deterioramento della qualità della vita dei malati e delle loro famiglie. Negli ultimi anni un numero consistente di studi ha dimostrato l’utilità di associare in modo sistematico il trattamento dei sintomi causati dal cancro (non solo fisici, ma anche psicologici, sociali e spirituali), alle terapie antitumorali nei malati in fase metastatica, ottenendo non solo un beneficio su tutti i parametri di qualità della vita, ma, in qualche caso, anche un allungamento della sopravvivenza dei pazienti. L’Italia detiene il primato in Europa con ben 35 centri di oncologia certificati dalla Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) per l’integrazione precoce tra le terapie oncologiche e le cure palliative. Ma, anche se le cure simultanee sono state inserite nel Piano Oncologico Nazionale 2010-2013 e riconosciute, a livello internazionale, come modello ideale per rispondere a tutti i bisogni del malato, carenze organizzative e di personale dedicato rappresentano un ostacolo alla sua piena realizzazione. La denuncia viene dalla “I Conferenza di Consenso sulle Cure Simultanee” organizzata dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) nei giorni scorsi a Roma, con la partecipazione di rappresentanti del Ministero della Sanità, del Coordinamento Tecnico della Commissione Salute, e di presidenti di Società Scientifiche, Collegi e Associazioni dei pazienti (CIPOMO, SICP, SIMG, AIRO, SICO, AIPO e FAVO). L’86% dei 449 oncologi che hanno risposto al questionario AIOM online, si sono detti favorevoli ad una integrazione precoce tra l’oncologia ed i servizi di cure palliative, ma solo il 31% degli intervistati dichiara che l’integrazione è presente dove lavora. “È essenziale – sottolinea la Dott.ssa Vittorina Zagonel, presidente della Conferenza – che le Reti di Cure Palliative, previste dalla Legge 38, si interfaccino in maniera sistematica con le Reti e i Dipartimenti di Oncologia, per garantire ai pazienti oncologici, su tutto il territorio nazionale, le Cure Simultanee. Il documento di consenso, scaturito dalla Conferenza, sarà presentato al Ministro della Sanità in occasione del Congresso Nazionale AIOM, che si terrà a Milano dall’11 al 13 ottobre”.

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I viaggiatori del Medio Oriente sono quelli che hanno speso di più per soggiornare in hotel in Italia

Posted by fidest on Tuesday, 17 September 2013

I viaggiatori del Medio Oriente sono quelli che hanno speso di più per soggiornare in Italia nella prima metà del 2013. Secondo l’Hotel Price Index, analisi dei prezzi effettivamente pagati dai viaggiatori negli hotel di tutto il mondo realizzata da Hotels.com, i mediorientali hanno speso in media €186 per una notte in hotel nel nostro Paese, il 12% in più rispetto ai primi sei mesi del 2012.Al secondo posto si trovano gli Americani, con una spesa media di €152 (+1%), mentre il terzo gradino del podio è occupato dagli Australiani, che hanno pagato mediamente €148 per camera a notte, con un aumento del 2% rispetto alla prima metà del 2012.I viaggiatori che invece hanno speso di meno per una notte in un hotel italiano nei primi sei mesi del 2013 sono i Lituani, con una media di €74 per camera e un calo del 3% rispetto allo stesso periodo del 2012. Anche i Polacchi hanno soggiornato nel Belpaese a prezzi convenienti: in seguito ad un calo del 9%, i viaggiatori provenienti da Varsavia e dintorni hanno speso in media €81 a notte. Il terzo posto tra coloro che hanno soggiornato in Italia spendendo di meno è occupato dai Greci, che hanno pagato un prezzo medio di €85 per camera a notte (-5%).
Gli abitanti di Taiwan sono i viaggiatori che hanno speso di più rispetto allo stesso periodo del 2012 per soggiornare in Italia, con un aumento del 13% e una media di €125 per camera a notte (rispetto ai €111 pagati nella prima metà del 2012). I viaggiatori che invece hanno visto ridursi maggiormente i prezzi pagati per dormire in hotel nel nostro Paese sono, con un calo del 9%, i Giapponesi, che hanno speso in media €142 a notte, e i Turchi, con una spesa media di €118 per camera a notte.

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Sistema Comune Europeo d’Asilo: un traguardo ancora lontano

Posted by fidest on Monday, 9 September 2013

Il cammino verso il raggiungimento di un Sistema Comune Europeo di Asilo giusto ed efficace è ancora lungo, nonostante gli sforzi degli ultimi 12 anni per armonizzare le politiche di asilo nazionali e l’adozione del “pacchetto asilo” a giugno 2013.
La ricerca pubblicata dall’European Council on Refugees and Exiles (ECRE) sui sistemi di asilo in 14 Stati membri dell’Unione Europea, e curata per l’Italia dal Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), evidenzia grandi differenze rispetto alle norme procedurali, alla tutela dei diritti, ai servizi d’integrazione e all’uso della detenzione amministrativa dei richiedenti asilo.“Come possiamo aspettarci che i rifugiati siano in grado di spiegare le ragioni che li hanno costretti a fuggire dai loro paesi, ad affrontare una procedura legale molto complessa quando in diversi casi non sono né assistiti da un avvocato né da un interprete qualificato, o quando, molto spesso, devono dormire per strada o in accampamenti di fortuna, o quando l’aver trascorso mesi in centri di detenzione sovraffollati li ha lasciati psicologicamente segnati?” ha dichiarato Michael Diedring, Segretario Generale dell’ECRE, alla presentazione del rapporto “Non ci siamo ancora: la prospettiva delle ONG sulle sfide per un Sistema Comune di Asilo giusto ed efficace”.Nel rapporto si sottolinea come in molti Paesi non sia garantita l’assistenza legale durante la procedura spesso complessa per il riconoscimento della protezione internazionale, e di come non siano predisposti servizi qualificati di interpretariato. Inoltre, in caso di diniego dello status, tempi limitati per presentare ricorso in caso di una prima decisione negativa alla richiesta d’asilo rendono di fatto impraticabile l’appello. E’ quanto accade, ad esempio, nel Regno Unito, dove sono accordati solo 2 giorni per presentare ricorso.Un’altra questione cruciale analizzata dall’ECRE è quella riguardante la detenzione amministrativa di richiedenti asilo, misura largamente diffusa in Europa, che riguarda invece in modo limitato l’Italia e che in Grecia è stata estesa anche ai minori non accompagnati, detenuti nelle stesse condizioni degli adulti.“Sono tanti i casi di difformità di trattamento nei confronti dei richiedenti asilo in Europa che condizionano fortemente le vite di queste persone: pensiamo, ad esempio, alle condizioni di accoglienza o ai tassi di riconoscimento della protezione. In Italia, in particolare, l’accesso ai centri di accoglienza è estremamente difficoltoso, sono molti i richiedenti asilo, infatti, che si trovano settimane, a volte mesi, a vivere per strada nelle città che dovrebbero accoglierli. Date queste condizioni si teme sempre più l’impatto che la crisi siriana possa avere su un sistema di accoglienza già in forte sofferenza. Se si confronta questa situazione con quanto succede in un paese come la Svezia, che mette in campo un sistema con più di 41.000 posti a fronte dei circa 11.000 disponibili in Italia, si comprende quanto sia diversa l’aspettativa di vita materiale di chi arriva nei diversi paesi dell’Unione. D’altra parte, in Italia, i tassi di riconoscimento di protezione sono tra i più alti d’Europa. E’ per questa ragione che si assiste, ad esempio, al ritorno in Italia di rifugiati di origine afgana, che hanno ricevuto un diniego alla loro richiesta d’asilo proprio nei paesi del Nord Europa, e che rientrano nel nostro paese per vedersi riconosciuta una forma di protezione. In questa Europa sembra contare più la fortuna che il diritto, più che un sistema di protezione e asilo comune sembra di essere in una lotteria per richiedenti asilo e rifugiati” dichiara Christopher Hein, direttore del CIR.

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La casa vacanza più piccola d’Italia

Posted by fidest on Thursday, 5 September 2013

Su Casevacanza.it è possibile affittare la casa vacanza più piccola d’Italia. Meno di dieci metri quadri per un concentrato di tecnologia che riesce a rendere superflui i grandi spazi di una stanza d’hotel.
Sul sito, leader in Italia per gli affitti turistici e parte di Gruppo Immobiliare.it, è presente il bizzarro annuncio relativo ad un monolocale, sito nel pieno centro storico di Roma, ristrutturato con materiali di pregio: un loft in miniatura, con mattoni a vista e soffitto in legno, arredo di qualità ed elementi di domotica che lo rendono funzionale nonostante il poco spazio. Il tavolo da pranzo all’occorrenza scompare, il divano diventa letto, la TV ha l’impianto hi-fi incorporato e il wireless rende connessi tutti i device tecnologici.La casa vacanza più piccola d’Italia (lunga appena quattro metri) era stata edificata nel XVIII secolo e fino agli anni Trenta del Novecento è stata abitata; poi sono cambiate le esigenze di spazio degli italiani ed era stata abbandonata a se stessa.

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Rete diabetologica in Italia: Da smantellare?

Posted by fidest on Thursday, 5 September 2013

Un incontro urgente con il Ministro Beatrice Lorenzin, e con l’Assessore Luca Coletto, Coordinatore della Commissione Salute in Conferenza delle Regioni, è stato richiesto da FAND-Associazione Italiana Diabetici, in collaborazione con Diabete Italia, l’organizzazione che raggruppa le società scientifiche diabetologiche e della medicina generale, le associazioni di volontariato e degli operatori sanitari in diabetologia, a seguito dell’ennesima ipotesi prospettata da una Regione di depotenziare la rete dei Centri diabete.Dopo la delibera di Giunta della Regione Veneto del 18 giugno scorso, che propone un taglio netto a strutture diabetologiche venete esistenti da moltissimi anni, ed esclude la diabetologia dalle “Schede di dotazione ospedaliera” regionali, è la volta della Regione Marche.
Con la bozza di riordino del sistema delle reti cliniche trasmessa dalla Giunta regionale marchigiana alla Commissione sanità si prevede, infatti, anche un ridimensionamento della rete diabetologica regionale.
Ciò, “in netta controtendenza e contrasto con la lungimirante Legge regionale 23 febbraio 2009 n. 1, che per prima in Italia ha provveduto a realizzare un sistema integrato di prevenzione e cura della patologia diabetica e delle sue complicanze, volto ad assicurare agli utenti l’erogazione di prestazioni uniformi, appropriate e qualificate, nel rispetto dei principi previsti dalla legislazione statale e garantendo, in particolare, la gestione integrata del paziente diabetico”, come hanno già denunciato le associazioni locali delle persone con diabete in un comunicato a firma del Coordinatore regionale FAND Emilio Benini, supportato dai Consiglieri nazionali Carlo Bonvini e Giuseppe Ferrandes.
“Il diabete colpisce oggi oltre 3 milioni di persone in Italia, e la malattia è sempre più diffusa. Coinvolge oggi il 5,5% della popolazione; era ‘solo’ il 3,4% nel 1993, con una crescita, ad oggi inarrestabile, del 60% in 20 anni”, ricorda Egidio Archero, Presidente FAND e Vicepresidente Diabete Italia.“Il diabete costa ogni anno oltre 10 miliardi di euro al sistema sanitario e più di metà della spesa è legata a ricoveri ospedalieri per cattivo controllo della malattia – prosegue. Sono così sicuri i nostri amministratori che tagliando le cure e peggiorando lo stato di una rete di centri diabetologici riconosciuta come uno dei fiori all’occhiello della nostra sanità si otterrà un vero risparmio, come sembrerebbe nelle loro intenzioni?” si chiede retoricamente Archero.”Il caso Marche è paradigmatico. Da anni la regione presenta un tasso di ospedalizzazione per diabete scompensato e per complicanze legate al diabete inferiore rispetto alla media nazionale; anche il consumo di farmaci antidiabetici a livello territoriale è stabilmente al di sotto del dato nazionale. In questo scenario di buona sanità si decide di smantellare la rete diabetologica. Decisione indolore per amministrativi e politici che saranno in tutt’altre faccende affaccendati quando quei dati, fra qualche anno, peggioreranno, ma che le persone con diabete cominceranno a scontare nel loro quotidiano immediatamente”, denuncia Salvatore Caputo, Presidente di Diabete Italia.“Nessuno nega la necessità di riordinare e ottimizzare le risorse. Cionondimeno i cittadini diabetici hanno il diritto/dovere di chiedere allo Stato su quale linea del Piave si arresterà la Caporetto del SSN. Pare curioso, per usare un eufemismo, che nell’anno in cui il nostro Paese si dota di un Piano nazionale per la malattia diabetica, volto a contrastare quella che, a detta di tutti, politici, medici, amministratori, pare essere una delle più importanti sfide per la sanità del futuro, le prime azioni intraprese siano quelle di smantellare i presidi alla base di quest’azione di contrasto”, conclude amaramente Caputo.

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Sapienza 2013-2014: al via a settembre i test d’ingresso

Posted by fidest on Saturday, 31 August 2013

Il 2 settembre i test iniziano con psicologia, il 4 per i futuri infermieri e il 9 per i medici. Il bonus fratelli la novità del nuovo anno accademico. Alla Sapienza il costo dei test resta tra i più bassi d’Italia.I test inizieranno dal 2 settembre con quelli per le lauree di Psicologia, mentre il 4 settembre sarà la volta della prova di ammissione per le professioni sanitarie, che si tiene in tutta Italia nello stesso giorno, con quiz elaborati dai singoli atenei. Il 9 settembre toccherà a Medicina e chirurgia e Odontoiatria, mentre il 10 settembre si cimenteranno i ragazzi interessati a iscriversi ad Architettura e a Ingegneria edile; in entrambi i casi le prove si svolgono in tutta Italia sulla base di un test inviato alle università dal Miur.Per immatricolarsi ai corsi di laurea gli studenti devono sostenere un test, il cui risultato può essere vincolante (prova di ammissione) per i corsi che prevedono un numero di posti programmato, oppure avere valore orientativo (prova di verifica delle conoscenze) per i corsi senza limitazione di posti. I corsi a numero programmato sono stabiliti a livello nazionale, sulla base di normative nazionali o europee, o a livello di singolo ateneo, in base a criteri relativi all’affollamento e al rapporto docenti/studenti.
Tra le novità del 2013, stabilite a livello nazionale, occorre segnalare il cambiamento della struttura della prova che si compone, per medicina, odontoiatria, veterinaria, architettura e professioni sanitarie, di 60 quesiti con 5 opzioni di risposta. Lo studente avrà a disposizione 100 minuti e potrà ottenere al massimo 90 punti. Per i risultati finali debutta la graduatoria unica nazionale. I candidati potranno indicare le opzioni di assegnazione. Al via anche il “bonus maturità” che consente, attraverso la valutazione del voto della maturità, l’assegnazione da 0 a 10 punti. Gli studenti che vorranno iscriversi alla Sapienza potranno scegliere tra 153 corsi di laurea, 109 lauree magistrali, 12 lauree a ciclo unico e tra 245 master di I e di II livello, alcuni dei quali tenuti in lingua inglese, tra cui Medicina, Informatica ed Economia. La nuova offerta formativa, presentata nel corso della manifestazione Porte Aperte che si è svolta dal 10 al 12 luglio, è pubblicata sul sito dell’università.

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Estate, italiani distratti: sulle spiagge italiane persi oggetti per oltre 5 milioni di euro

Posted by fidest on Wednesday, 14 August 2013

Portamonete (69%), occhiali (58%) e gioielli (54%) gli oggetti che i bagnanti smarriscono piu’ spesso sulle spiagge di tutta Italia. E nel solo mese di luglio, secondo gli addetti ai lavori, sono stati persi oggetti per un valore di oltre 5 milioni di euro. I periodi in cui si registrano maggiormente gli smarrimenti sono i mesi caldi dell’estate, a cavallo di luglio e agosto (31%) e per tutto il mese di agosto (34%), quando cioe’ i lidi sono presi d’assalto da milioni di vacanzieri.E’ quanto emerge da uno studio realizzato da Found!, la prima mood communication agency in Italia, che ha interpellato circa 200 tra bagnini e responsabili di lidi su cio’ che il popolo dei vacanzieri perde in spiaggia.Per 1 intervistato su 3 il momento piu’ a rischio e’ la mattina, nel momento in cui si arriva in spiaggia e ci si spoglia per indossare il costume. Segue poi la sera (24%) quando si raccolgono le cose per andar via e anche in occasione del tipico acquazzone estivo (25%) quando c’e’ il fuggi fuggi generale per cercare riparo nelle strutture dei bagni. Tra le categorie che piu’ denunciano smarrimenti, bagnini e gestori di stabilimenti indicano mamme (27%), anziani (24%) e anche i single dai trent’anni in su, sia maschi sia femmine (17%). Non mancano neppure le richieste piu’ assurde che suscitano tra gli addetti ai lavori disorientamento, come la perdita di sandali (29%), computer (21%), di dentiere cadute fra i lettini (9%) o di nonni e nonne (8%).Quotidianamente 4 intervistati su 10 dichiarano di ricevere almeno 4 segnalazioni da parte di bagnanti che a volte sono esasperati (24%), e altre fanno del vittimismo (21%) o scaricano la colpa sugli altri (28%). Ma in quali casi i vacanzieri segnalano lo smarrimento? Ben 8 su 10 (82%) lo fanno quando il valore supera 20 euro; il 46% quando l’oggetto e’ strettamente necessario; il 34% quando le cose rivestono un grande valore effettivo anche se di poco conto economico; infine il 18% quando proprio non riescono a trovarli da sé e si sentono costretti ad ammettere la loro sbadataggine.Cosi’ fra le giustificazioni il 39% da’ la colpa al partner o ai figli mentre per il 24% se la prende col personale, a loro dire poco attento a quello che accade in spiaggia. E tra le spiagge d’Italia che sono diventate miniere d’oro nascoste ci sono al primo posto quelle della Riviera Romagnola (34%), seguita dalla Versilia (29%) e dal Salento (23%).Incendi e legge quadro “Ogni estate si ripete la stessa musica. L’Italia flagellata dagli incendi boschivi, politici che si rincorrono a fare dichiarazioni stampa che poi si dimenticano ad emergenza finita, vigili del fuoco impegnati senza sosta nonostante la legge quadro sugli incendi boschivi affidi ad altri e non ai pompieri i compiti di spegnimento. Come organizzazione sindacale dei vigili del fuoco ci chiediamo che cosa aspetta la politica a discutere del problema e mettere all’ordine del giorno la riforma della legge quadro sugli incendi boschivi?”. E’ quanto dichiara Antonio Brizzi, segretario generale del Conapo, sindacato autonomo dei Vigili del Fuoco, commentando le incessanti notizie sugli incendi.”Riteniamo l’attuale legge quadro foriera di sperpero di denaro pubblico e di confusione nel coordinamento e comando delle emergenze relative agli incendi boschivi, a causa della frantumazione delle competenze istituzionali, della pluralita’ dei soggetti coinvolti, e dei costi di tutte le strutture incaricate della lotta, che -aggiunge-il piu’ delle volte, operano senza una vera e propria organizzazione, poiche’ molteplici sono gli enti a cui viene affidato tale compito. La stessa corte dei conti, nelle relazioni annuali sugli incendi boschivi, ha evidenziato criticita’ di questa natura”. “Ormai tutti sanno che un incendio boschivo, o lo si spegne subito perche si e’ in grado di arrivare sul posto nell’immediatezza, oppure e’ necessario ricorrere all’uso dei mezzi aerei che hanno un costo enorme e -continua- si dica cio’ che si vuole, ma la realta’ e’ questa: l’unico corpo antincendio in Italia che ha un servizio di immediato pronto intervento 24 ore su 24 sono i vigili del fuoco, anche se paradossalmente la legge non ci affida questo compito che sovente facciamo proprio per evitare il degenerare degli incendi, anche se a causa degli organici inadeguati e della mancanza di specifici finanziamenti, questo ci comporta notevoli difficolta’ gestionali”.”Difatti sovente siamo il primo e unico ente -aggiunge Brizzi- che arriva sul luogo dell’incendio ma senza alcun potere di coordinamento. Vi e’ poi il sistema delle convenzioni previste dalla stessa legge quadro, ovvero le regioni, a cui la legge affida il compito di lotta agli incendi boschivi, possono stipulare convenzioni con vari enti e corpi per la lotta agli incendi. Cosi accade che in alcune regioni i vigili del fuoco sono impiegati negli incendi a seguito di convenzione ed in altre no, per scelta della regione”.”Riformare urgentemente la legge quadro, affidare al Corpo nazionale vigili del fuoco tutte le frammentate competenze e le risorse per la lotta agli incendi boschivi, compresi i poteri di coordinamento, destinare il Corpo forestale al potenziamento dei compiti di polizia ambientale -conclude Brizzi- sarebbe la vera spending review di un apparato che costa agli Italiani cifre astronomiche e non piu’ sostenibili in tempi di crisi, mentre oggi, i politici, che non ci sembra capiscano molto di incendi, tentano con dichiarazioni e proclami, di calmare gli animi dei Sardi, che piu degli altri, hanno pagato il prezzo dei tagli. Questa non e’ per il Conapo – conclude Brizzi- una politica responsabile”.

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Nuove centrali nucleari in Europa?

Posted by fidest on Wednesday, 31 July 2013

Una notizia shock a livello europeo che potrebbe mettere a dura prova il risultato del referendum italiano contro il nucleare e la politica tedesca per le rinnovabili. A denunciare pubblicamente in Italia lo scempio ambientale che si sta paventando in Europa è lo “Sportello dei Diritti”, nella persona del presidente e fondatore Giovanni D’Agata, dopo aver appreso da fonti estere dell’esistenza, e in particolare a seguito di uno scoop apparso mercoledì scorso sul quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, di un documento comunitario che annuncia finanziamenti a nuovi impianti nucleari.
La Commissione UE, dunque, nonostante Fukushima, il referendum italiano, l’aumento delle misure di sicurezza delle centrali già esistenti sul territorio dei 28 stati membri, e i forti dubbi espressi in seno al consesso europeo anche da membri importanti come la Germania, avrebbe intenzione di incentivare la costruzione di nuove unità di produzione di energia atomica.
L’atto in questione porta la firmato di Joaquin Almunia, Commissario europeo alla concorrenza, e riporterebbe la circostanza che la produzione energetica nucleare risulta essere ancora tra gli obiettivi strategici dell’Unione Europea, e in futuro gli stati nazionali potranno finanziare nuovi impianti. Anche con il sostegno finanziario di contributi europei, che oggi sono riservati alle fonti di energia rinnovabili. Per il giornale teutonico, Gran Bretagna, Francia, Lituania, Repubblica Ceca e Polonia sarebbero d’accordo con questa scelta che riteniamo distruttiva per l’ambiente e non in linea con la necessità di puntare sulle rinnovabili per il futuro energetico dell’intera Unione. Peraltro, sono tutti stati membri nei quali è in programma la costruzione di nuove centrali nei prossimi anni. La Germania avrebbe espresso contrarietà a questa “nuova” strada energetica essendo stata dopo Fukushima, uno degli alfieri mondiali della denuclearizzazione, avendo optato per una diffusione capillare delle energie rinnovabili e una politica ambientale avanzata.
Vale la pena ricordare che la politica energetica è di competenza principalmente degli stati membri, non dei burocrati UE, ma il documento mostrerebbe una direzione abbastanza delineata verso l’affiancamento del nucleare alle fonti energetiche rinnovabili, il cui sviluppo è orientato dalla politica Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e solidale. Per Giovanni D’Agata è il momento che l’Italia faccia sentire la sua voce esprimendo forte contrarietà al documento in questione soprattutto in ragione della manifesta volontà popolare espressasi solo due anni fa nuovamente contro il nucleare senza se e senza ma, con il successo nel referendum abrogativo. Se il governo non dovesse esprimere, al contrario, una forma di dissenso, avallerebbe di fatto la strategia portata in Commissione, ponendosi nuovamente così un nuovo muro tra Palazzo e Popolo e l’Italia potrebbe ritrovarsi ancor più circondata dalle centrali nucleari degli stati vicini.

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Nuove centrali nucleari in Europa?

Posted by fidest on Monday, 29 July 2013

Una notizia shock a livello europeo che potrebbe mettere a dura prova il risultato del referendum italiano contro il nucleare e la politica tedesca per le rinnovabili. A denunciare pubblicamente in Italia lo scempio ambientale che si sta paventando in Europa è lo “Sportello dei Diritti”, nella persona del presidente e fondatore Giovanni D’Agata, dopo aver appreso da fonti estere dell’esistenza, e in particolare a seguito di uno scoop apparso mercoledì scorso sul quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, di un documento comunitario che annuncia finanziamenti a nuovi impianti nucleari.
La Commissione UE, dunque, nonostante Fukushima, il referendum italiano, l’aumento delle misure di sicurezza delle centrali già esistenti sul territorio dei 28 stati membri, e i forti dubbi espressi in seno al consesso europeo anche da membri importanti come la Germania, avrebbe intenzione di incentivare la costruzione di nuove unità di produzione di energia atomica.
L’atto in questione porta la firmato di Joaquin Almunia, Commissario europeo alla concorrenza, e riporterebbe la circostanza che la produzione energetica nucleare risulta essere ancora tra gli obiettivi strategici dell’Unione Europea, e in futuro gli stati nazionali potranno finanziare nuovi impianti. Anche con il sostegno finanziario di contributi europei, che oggi sono riservati alle fonti di energia rinnovabili. Per il giornale teutonico, Gran Bretagna, Francia, Lituania, Repubblica Ceca e Polonia sarebbero d’accordo con questa scelta che riteniamo distruttiva per l’ambiente e non in linea con la necessità di puntare sulle rinnovabili per il futuro energetico dell’intera Unione. Peraltro, sono tutti stati membri nei quali è in programma la costruzione di nuove centrali nei prossimi anni. La Germania avrebbe espresso contrarietà a questa “nuova” strada energetica essendo stata dopo Fukushima, uno degli alfieri mondiali della denuclearizzazione, avendo optato per una diffusione capillare delle energie rinnovabili e una politica ambientale avanzata.
Vale la pena ricordare che la politica energetica è di competenza principalmente degli stati membri, non dei burocrati UE, ma il documento mostrerebbe una direzione abbastanza delineata verso l’affiancamento del nucleare alle fonti energetiche rinnovabili, il cui sviluppo è orientato dalla politica Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e solidale. Per Giovanni D’Agata è il momento che l’Italia faccia sentire la sua voce esprimendo forte contrarietà al documento in questione soprattutto in ragione della manifesta volontà popolare espressasi solo due anni fa nuovamente contro il nucleare senza se e senza ma, con il successo nel referendum abrogativo. Se il governo non dovesse esprimere, al contrario, una forma di dissenso, avallerebbe di fatto la strategia portata in Commissione, ponendosi nuovamente così un nuovo muro tra Palazzo e Popolo e l’Italia potrebbe ritrovarsi ancor più circondata dalle centrali nucleari degli stati vicini.

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I nodi gordiani dell’Italia

Posted by fidest on Sunday, 14 July 2013

L’Italia vuole crescere ma senza lasciare alle spalle problemi irrisolti che possono diventare nel tempo un insostenibile peso e una condizione inibente per ogni progetto di sviluppo armonico e generalizzato. La classe politica italiana è oggi chiamata a risolvere questo nodo che congiunge il filo del futuro con i legacci del passato. Scioglierlo non basta. Bisogna crescere pensando ad ideare qualcosa di nuovo che sappia dare una svolta decisa al nostro sistema sociale e civile. Non parliamo, ovviamente, di una rivoluzione nei termini classici della parola. Mi riferisco ad un impegno corale nell’individuare e nel sostenere la causa della collettività a fronte di interessi particolari e settoriali che cercano di distrarci come un banco di nebbia che frapponendosi tra noi e la giusta strada finiscano con il farci debordare. Penso alla riforma della giustizia ancora avvolta da spire demagogiche mentre i cittadini la vorrebbero semplicemente più presente, più immediata, più coinvolgente con la realtà del Paese. Pensiamo all’assistenza sanitaria contornata da procedure che l’appesantiscono e la rendono improduttiva. Pensiamo alla scuola che accorcia i suoi corsi d’insegnamento a livello universitario con la laurea breve e poi costringe i nostri figli a frequentare i master (ce ne sono oltre mille in Italia per le più disparate specializzazioni) e a caricare le famiglie, già esangue per altri versi, di oneri aggiuntivi per l’istruzione e legandola alla necessità di doverla acquisire per permettere ai discenti di sperare in un impiego. E persino il lavoro, cosiddetto fisso, sta diventando un premio da lotte-ria in luogo di un diritto comune a tutti. E questo cahier de dolence potrebbe continuare all’infinito per una società che sembra voglia fare di tutto per non farsi amare e per dividere più che unire. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Australia: Attività patronato

Posted by fidest on Tuesday, 2 July 2013

Nello Stato del Victoria, nel Sudest Australia e cioè a Melbourne, è terminata la missione di lavoro in Australia del Vice Presidente dell’ ITAL UIL Mario Castellengo, accompagnato dalla responsabile dell’Area Internazionale del patronato, Anna Ginanneschi. Anche in quest’ultima tappa, oltre ai consueti incontri istituzionali con le autorità ed i sindacati locali, si è tenuto un corso di aggiornamento per gli operatori ed i collaboratori della sede regionale di Melbourne, di quello zonale di Oakleigh e dei tredici sportelli periferici operanti nello Stato del Victoria.A conclusione di questo vero e proprio tour de force australiano, Mario Castellengo ha affermato che “dopo questa lunga serie di corsi di aggiornamento che ha coinvolto tutto il personale addetto alla rete di sedi che il patronato ha in questo grande Paese, la Comunità italiana potrà avvalersi di una migliore tutela ed assistenza per tutti i bisogni e ha in campo previdenziale, sociali e fiscale”.Ma nei suoi numerosi contatti con la Comunità italiana delle varie città australiane il Vice Presidente del patronato ha potuto anche verificare “l’esasperazione dei pensionati italiani per gli innumerevoli adempimenti burocratici a cui sono chiamati continuamente come, per esempio, la certificazione dell’esistenza in vita, la dichiarazione dei redditi con la compilazione dei formulari Red-Est, le richieste di restituzione di eventuali indebiti per le quattordicesime mensilità ed i CUD che non vengono più spediti per posta dall’INPS. Tutto questo, poi, per degli importi pensionistici irrisori”. Quello che, peraltro, ha dato “grande soddisfazione” al Vice Presidente dell’ITAL UIL è stato “l’unanime riconoscimento delle varie Comunità italiane, contattate in questo suo lungo viaggio australiano, del ruolo indispensabile svolto dai patronati per tutti questi loro bisogni che, a loro dire, difficilmente potrebbero essere soddisfatti dalla rete consolare italiana”. Ed a tale proposito Mario Castellengo cita con piacere un’affermazione di un anziano emigrato calabrese di Sidney per il quale “il patronato se non ci fosse andrebbe inventato, altrimenti sarebbe un dramma per gli emigrati!”.
Proprio per queste considerazioni il Vice Presidente del patronato ITAL UIL registra con stupore che il vice ministro degli Affari Esteri italiano, Bruno Archi, nella sua relazione alla recente assemblea plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, nell’elencare le problematiche degli emigrati italiani in materia pensionistica, non abbia mai citato la parola patronato”. Forse, conclude amaramente Mario Castellengo, “non sarebbe male se, ogni tanto, il Vice Ministro Archi e quanti dimenticano l’importante ruolo svolto dai patronati ne frequentassero le sale d’attesa per capire cosa significhino queste strutture per gli emigrati. Oppure che l’uno e gli altri si mettessero nei panni di coloro che all’estero si rivolgono quotidianamente a questi uffici che, spesso, sono per gli emigrati gli unici punti di riferimento di prossimità a cui rivolgersi e non solo per le questioni inerenti le pensioni ma anche per ogni altro loro bisogno come, per esempio, per quelle fiscali come il pagamento dell’IMU per i proprietari di un bene immobile in Italia. Un problema quest’ultimo che, in questo periodo, sta angosciando tantissime famiglie emigrate”.

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L’immigrato che ha il figlio adolescente integrato in Italia non può essere allontanato

Posted by fidest on Friday, 28 June 2013

Non solo in circostanze eccezionali dev’essere rilasciata l’autorizzazione all’ingresso o alla permanenza del familiare del minore
Con la sentenza 15676 del 21 giugno 2013, la Corte di Cassazione ha stabilito un importante principio in materia di diritti degli immigrati. Secondo la Suprema Corte, rileva Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, non può essere allontanato dal territorio italiano l’immigrato che ha il figlio adolescente ben integrato in Italia, nell’ambiente dov’è cresciuto, perché devono essere valutate le conseguenze dell’allontanamento improvviso del minore da tale contesto. Il provvedimento che autorizza la permanenza in Italia non richiede necessariamente l’esistenza di situazioni di emergenza o di circostanze contingenti ed eccezionali strettamente collegate alla sua salute. Nel caso di specie, i giudici della prima sezione civile hanno accolto il ricorso di una coppia di stranieri contro la decisione della Corte d’appello di Napoli che aveva confermato un precedente provvedimento del Tribunale dei minorenni di allontanamento dal territorio nazionale. Gli ermellini hanno così ribaltato la decisione della Corte di merito che sosteneva che i gravi motivi connessi allo sviluppo psicofisico del minore straniero presente nel territorio italiano, che, ai sensi dell’art. 31 del d.lgs. n. 286 del 1998, consentono il rilascio dell’autorizzazione alla permanenza in Italia per un determinato periodo del suo familiare, anche se colpito da provvedimento di espulsione, devono essere correlati esclusivamente alla sussistenza di condizioni di emergenza, o di circostanze contingenti ed eccezionali che pongano in grave pericolo lo sviluppo normale della personalità del minore. La Corte partenopea aveva, infatti, fondato la propria decisione sull’assunto che nella fattispecie nessun particolare pregiudizio psicofisico dei minori era stato dedotto se non un generico disagio determinato dal fatto di doverli trasferire in altro Stato con la conseguente interruzione di quel processo educativo già iniziato in Italia. Ma i giudici del Palazzaccio, hanno ritenuto fondati i motivi dedotti dai ricorrenti nel caso di richiesta di autorizzazione alla permanenza sul territorio dello Stato del cittadino straniero genitore di minori nati in Italia e perfettamente inseriti nel contesto sociale e scolastico: i gravi motivi che consentono di derogare alla disciplina della immigrazione devono essere rilevati nelle conseguenze dell’allontanamento improvviso dei minori dal contesto ambientale in cui sono vissuti e hanno radicato significative relazioni sociali, e cioè in una situazione anche non in atto ma solo in potenza, con forti probabilità di verificazione. I giudici di piazza Cavour sulla scia di un autorevole precedente giurisprudenziale hanno evidenziato che: «le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 21799 del 2010, hanno affermato che la temporanea autorizzazione alla permanenza in Italia del familiare del minore, prevista dall’art. 31 del d.lgs. n. 286 del 1998 in presenza di gravi motivi connessi al suo sviluppo psicofisico, non richiede necessariamente l’esistenza di situazioni di emergenza o di circostanze contingenti ed eccezionali strettamente collegate alla sua salute, potendo comprendere qualsiasi danno effettivo, concreto, percepibile e obiettivamente grave che, in considerazione dell’età o delle condizioni di salute ricollegabili al complessivo equilibrio psico-fisico, deriva o deriverà al minore dall’allontanamento del familiare o dal suo definitivo sradicamento dall’ambiente in cui è cresciuto, sempre che si tratti di situazioni che si concretino in eventi traumatici che trascendano il normale disagio dovuto al proprio rimpatrio o a quello di un familiare». Alla luce di tali principi, essendo mancata la valutazione dell’eventuale grave pregiudizio derivante ai minori di cui si tratta dall’allontanamento del genitore convivente o dal loro stesso allontanamento dall’ambiente in cui erano fin a quel momento vissuti, il decreto deve essere annullato e sottoposto a nuovo giudizio.
Sequestro conservativo e ipoteca da parte dell’Agenzia delle Entrate
Lo è stato a carico di una società fermati per non ripetibilità sine die delle misure cautelari. La CTP di Lecce da ragione all’ITALGEST Energia S.p.A. su una richiesta di sequestro di quasi 40 milioni di euro. La sentenza 210/02/13 della Commissione Tributaria Provinciale di Lecce pubblicata lo scorso 04 giugno ha dichiarato inammissibile la richiesta di misure cautelari dell’Agenzia delle Entrate di Lecce nei confronti della ITALGEST ENERGIA S.P.A., legale rappresentante Dott. Paride De Masi.In sostanza, l’Agenzia delle Entrate aveva chiesto in un primo momento di adottare le misure cautelari che però non erano state eseguite nei tassativi termini previsti dalla legge. Per sanare l’iniziale inerzia processuale, l’Agenzia provvedeva, quindi alla rinotifica della richiesta di misure cautelari per un importo pari ad € 39.374.456,98. A questo punto, la società difesa dall’avvocato Maurizio Villani, ha depositato memorie difensive, contestando, preliminarmente, l’impossibilità di richiedere più volte la misura cautelare quando i primi giudici, in un primo momento, l’avevano autorizzata e l’Ufficio, però, non aveva rispettato il termine perentorio previsto dalla legge per agire.
Con la sentenza in questione, rileva Giovanni D’Agata presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti, la Commissione Tributaria Provinciale di Lecce (Presidente e Relatore dott. Alfredo Lamorgese), per la prima volta in Italia, ha stabilito l’importante principio della non ripetibilità sine die delle misure cautelari, soprattutto per non mettere in crisi l’azienda, ed inoltre ha condannato l’Ufficio a pagare le spese da liquidare nei confronti del difensore della società, in quanto sono state totalmente accolte le eccezioni preliminari da questi dedotte.

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