Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 26 n° 230

Posts Tagged ‘liberazione’

Azione Universitaria: marò liberi

Posted by fidest on Tuesday, 6 March 2012

Italiano: Logo di Azione Universitaria

Image via Wikipedia

“Quello che sta accadendo in India è un insulto a tutta la Nazione, la nostra diplomazia ha fallito, è arrivato il momento che questo Governo si assuma le proprie responsabilità e riporti a casa i nostri soldati” lo dichiara Andrea Volpi Coordinatore Nazionale di Azione Universitaria in merito alla annosa questione dei due Marò arrestati in India. “Oggi – continua la nota – anche Azione Universitaria parteciperà alla maratona oratoria organizzata da alcuni parlamentari del PdL su suggerimento dell’On. Ignazio La Russa per chiedere a gran voce la liberazione di Salvatore e Massimiliano, e soprattutto per svegliare dal torpore questo Governo che sembra non avere il minimo interesse nella vicenda”. “Chiediamo al Ministro Terzi di alzare la voce – conclude Volpi – di chiedere spiegazioni e di coinvolgere l’Unione Europea e gli Stati membri per dimostrare coesione internazionale. Questo Governo, che tanto si vanta di aver ridato all’Italia credibilità e prestigio a livello internazionale solo perchè dice di aver fatto diminuire lo Spread, sta invece dimostrando di contare meno di zero nei rapporti di forza sovranazionali, o forse ci sono in ballo interessi più importanti che il benessere e lo stato di salute di due servitori dello Stato”. (Andrea Volpi)

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Liberazione: tornate subito

Posted by fidest on Sunday, 1 January 2012

liberazione quotidiano

Image by agenziami via Flickr

“Quando i giornali torneranno in edicola “Liberazione” non ci sarà. “Torno subito” titola oggi il quotidiano diretto da Dino Greco. E noi ce lo auguriamo. Speriamo che l’assenza dalle edicole sia solo temporanea, che verranno individuate tutte le modalità affinchè questa testata possa tornare nelle rotative, per essere sfogliata e letta, ripiegata nella tasca della giacca o lasciata in autobus o in treno affinchè qualcun altro possa sapere cosa Dino, Fabio, Frida, Roberta, Checchino, Vincenzo, Daniele, Raffaele, Annamaria, Nicola, Tonino, Boris, Carla, Alessandro… hanno da dire sulle cose del mondo. Con un corsivo tagliente, un’analisi sul cedimento della politica (e anche di tanta partedella sinistra) alle lusinghe del mercato, un’inchiesta su una delle tante guerre dimenticate ai margini del mondo”. Così scrive il direttore di Articolo21 Stefano Corradino in un editoriale sull’omonimo sito. “Giornali storici come “Liberazione”, “il Manifesto” e pochi altri hanno il merito di essere molto più di un quotidiano, che esaurisce la sua funzione nelle 24 ore ma sono strumenti di riflessione e di dibattito; luoghi (rari) in cui si esercitano ancora punti di vista critici nei confronti di un’idea cinica del mercato che tutto avviluppa, imbarbarisce, disumanizza. Per
questo vogliamo sperare, anzi siamo sicuri che quello di “Liberazione” sia solo un arrivederci e non un addio e che al più presto ci ritroveremo in edicola per condividere battaglie di giustizia e di libertà; e con il quotidiano sotto braccio nelle manifestazioni, come se fosse una baguette. Perchè l’informazione, soprattutto quella vera e sana è come il pane. E non possiamo nè vogliamo farne a meno”.

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Giorgio Bocca in controluce

Posted by fidest on Tuesday, 27 December 2011

Cattura_commentoGiorgioBoccaGheddafi

Image by giuseppe_boscarino via Flickr

Con tutto il rispetto per una vita che si spegne definire Giorgio Bocca un esempio di coerenza, come ha fatto il presidente Napolitano in occasione della sua scomparsa, mi pare alquanto azzardato. Di Giorgio Bocca, valente giornalista e scrittore di forte impronta antifascista, conosciamo la sua storia di partigiano, ben poco sappiamo del suo passato di fascista e razzista. Di quando nel 1940 sottoscrive il “Manifesto in difesa della razza italiana” e di quando, dalle pagine del settimanale della federazione fascista di Cuneo, si scaglia contro gli ebrei rei, a suo dire, del cattivo andamento della guerra. Così si esprime Giorgio Bocca il 4 agosto 1942 sul giornale“ La Provincia Granda”: «…questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa della guerra attuale… A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di essere lo schiavo degli ebrei?». Le leggi razziali del 1938 furono una bruttissima pagina della nostra storia la cui responsabilità ricade pienamente su Mussolini e su quanti, per ignavia o convenienza, nulla fecero per evitarla. Fu scritta, però, anche da giornalisti come Giorgio Bocca che per compiacere il regime e agevolare la propria carriera giornalistica contribuirono a creare quella “coscienza razziale” che, per fortuna, non intaccò la natura vera degli italiani. Ricordiamo Giorgio Bocca come un grande scrittore contemporaneo, ma evitiamo di innalzargli un monumento alla coerenza. Non ne ha i requisiti. Gianfredo Ruggiero, Presidente del Circolo Culturale Excalibur – Varese

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Ricordo della liberazione di Predappio

Posted by fidest on Friday, 28 October 2011

birthplace of Benito Mussolini in Predappio, t...

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Era il 28 ottobre 1944 quando le truppe del Secondo corpo d’Armata polacco inquadrate nei ranghi dell’Ottava Armata Britannica prendevano ufficialmente possesso di Predappio, quei soldati che avevano risalito la penisola combattendo valorosamente da Montecassino ad Ancona fino a Bologna e che lasciarono ufficialmente Forlì il 15 novembre 1947. E non fu di certo un caso che la liberazione del paese natale di Mussolini sia stata fatta coincidere con l’anniversario della “marcia su Roma”del 28 ottobre 1922. Quel 28 ottobre acquistò un potente valore simbolico che venne esaltato dalla propaganda di guerra come segno del destino; anche se a Predappio si ricorda che di fatto la liberazione avvenne già alcuni giorni prima.Oggi, A 67 anni di distanza, ricordare questo anniversario non è soltanto rendere un doveroso tributo di riconoscenza alla memoria di tutti coloro che, con il loro sacrificio e, spesso, a costo della loro vita, hanno gettato le basi per quella convivenza civile, più umana e più giusta nelle quali le generazioni successive hanno avuto la fortuna di vivere. E’ anche il momento per ricordare che libertà, democrazia, pace, rispetto dell’uomo e tutela dei diritti umani, non sono qualcosa che, conquistato una volta, è acquisito per sempre; al contrario, sono valori che per essere conservati esigono una azione quotidiana, giorno dopo giorno, per procedere avanti sulla via del progresso, della tolleranza e della democrazia. Ma la questione non è chiusa. Come ha faticosamente fatto la Germania col suo passato, anche noi, a Predappio, dobbiamo riconoscere tutta la nostra storia, compresi i crimini compiuti dentro e fuori i confini nazionali. Smettendo di usare la Storia in modo strumentale – per motivi politici contingenti – ed allo stesso tempo rispondendo seriamente a tutti i tentativi di rimozione o giustificazione di un passato che non è possibile giustificare, ma che anzi è da ricordare, affinché non si ripeta.E ci indigniamo di fronte a quei nostalgici che si ostinano a rivendicare con orgoglio il proprio passato di fascisti, che ogni anno indicono il 28 ottobre una processione per le vie del paese per celebrare quel 28 ottobre 1922. A Predappio, i predappiesi, vogliono ricordare e commemorare il 28 ottobre, sì, ma il 28 ottobre del 1944. E ai giovani che, citando Bertold Brecht, sono “scampati a quei tempi bui”, a loro che non hanno, come me, conosciuto la tragedia del fascismo e della guerra, ma che hanno avuto la fortuna di conoscere, ascoltare, dialogare con i testimoni diretti di quei fatti, a loro, o meglio a noi, sta ora ricordare. Senza retorica, con onestà, senza se e senza ma, aperti ad ogni ricerca. Ricordare e trasmettere il ricordo alle generazioni che verranno. Affinché i morti per la libertà siano sì, ormai, sepolti, ma restino vivi ed attuali i valori che li motivarono ed il loro messaggio di dignità e democrazia.
(Chiara Venturi)

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Raimon Panikkar. Profeta del dopodomani

Posted by fidest on Wednesday, 15 June 2011

La vita e il pensiero di uno dei più grandi personaggi del Novecento. Alle domande poste dall’allievo, Panikkar risponde con parole profonde e ispirate, che ridefiniscono il senso della vita e affrontano i grandi temi di oggi e di ieri: la globalizzazione, la teologia della liberazione, il capitalismo, il libero mercato, la difesa dell’ambiente, il rapporto tra le fedi…
di Raffaele Luise Edizioni San Paolo320 pagine € 18,00

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Agenda sindaco di Roma

Posted by fidest on Sunday, 12 June 2011

Roma 12/6/2011 Ore 9.30: Parco dei Martiri di Forte Bravetta – via di Bravetta 740 Il sindaco, Gianni Alemanno, interviene alla cerimonia per l’apertura al pubblico del Parco dei Martiri di Forte Bravetta e alla cerimonia per il 67° anniversario della liberazione di Roma.
Ore 11.00: via dei Fori Imperiali, angolo piazza Venezia Il sindaco, Gianni Alemanno, assiste alla parata storica di mezzi originali dell’epoca, organizzata in occasione del 67° anniversario della liberazione della città. L’iniziativa è promossa dal consigliere capitolino, gen. Antonino Torre.
Ore 18.00: Parrocchia S.Raimondo Nonnato – via del Casale Ferranti, 64 (Anagnina) Il sindaco, Gianni Alemanno, partecipa alla festa patronale della Parrocchia.

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Sergio Pivetta: Tutto per l’Italia

Posted by fidest on Wednesday, 1 June 2011

Diario di un alpino del Battaglione «Piemonte» 1943-1945 Il sergente Pivetta aveva ventun anni quando, come alpino del Battaglione «Piemonte», costituito dopo l’armistizio e inquadrato nell’esercito del Regno del Sud, si ritrovò a combattere la guerra di Liberazione a fianco delle truppe anglo-americane. In questo volume, il suo il diario di guerra nel quale, giorno per giorno, in tenda, a lume di candela o sotto le stelle, più spesso sotto il sole, tra i combattimenti, racconta sei mesi in prima linea, tra il marzo e il settembre del 1944. Pagine 146 (testo: 136 + inserto: 1/10) Euro 16,00 Codice 14104S EAN 978-88-425-4304-6 Mursia editore.

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Egitto: Rastrellamenti a El Gorah

Posted by fidest on Thursday, 20 January 2011

E’ di questi minuti la notizia, proveniente da fonti militari, confermate anche dall’Ambasciata egiziana in Italia a Reporter TV e Azzurra Network, secondo cui il Ministero della Difesa egiziano ha dato l’ordine poco fa alle forze di polizia di rastrellare il territorio di El Gorah, città nel nord-est del Sinai, al confine con Israele. Ieri in serata, infatti, il Gruppo EveryOne aveva richiesto alle massime autorità egiziane, nonché alle nazioni che fanno parte dell’MFO, Multinational Force and Observers, (in primis, oltre all’Egitto, Israele e Stati Uniti), alle Nazioni Unite e alle istituzioni Ue, di attivare i loro strumenti diplomatici per sollecitare un intervento urgente per la liberazione di un gruppo di 38 migranti, tra cui 8 donne, con cui EveryOne è in contatto, che sarebbero detenuti dai trafficanti, incatenati mani e piedi, all’interno di cointainer metallici in un frutteto nei pressi dell’aeroporto utilizzato come base aerea proprio dalla forza multinazionale dell’MFO.  “Nei pressi dell’aeroporto di El Gorah” spiegano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo, “ci sono alcune proprietà dei beduini, già al centro di indagini legate al traffico di esseri umani: El Gorah è di fatto un feudo della criminalità organizzata che ha il suo centro nella vicina Al Arish, capitale del governatorato del nord del Sinai, controllata da boss palestinesi nati in Egitto insieme a membri della tribù Al Tarabin. Recenti operazioni di polizia” proseguono, “hanno dimostrato la loro appartenenza ad Al Qaeda e i legami dei trafficanti con Hamas e Fatah. Ci auguriamo che queste operazioni militari colpiscano duramente il sistema di traffico di esseri umani nel territorio del Sinai del Nord, portando all’immediata liberazione degli ostaggi. Auspichiamo anche che le autorità egiziane tutelino il diritto fondamentale alla protezione internazionale dei migranti coinvolti, permettendo ai funzionari dell’UNHCR (Alto Commissario ONU per i Rifugiati) di incontrarli e assisterli nelle procedure di richiesta asilo, come impongono la Convenzione di Ginevra e le Carte internazionali sui diritti umani”.

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Profughi nel Sinai

Posted by fidest on Friday, 14 January 2011

Tel Aviv. E’ ancora difficile la situazione per i migranti africani nel Sinai, ma vi sono sviluppi nelle attività diplomatiche delle delegazioni internazionali per salvarli. “In particolare, dietro richiesta del presidente dei Liberali e Democratici in Europa, Graham Watson, le delegazione dell’Unione europea al Cairo ha chiesto al governo egiziano un intervento urgente,” spiegano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne. Intanto si susseguono le notizie, a volte ufficiali, a volte ufficiose, relative alla liberazione dei profughi. “Nel frutteto di Rafah rimangono meno di 50 prigionieri,” prosegue EveryOne, “fra cui sei donne, mentre dalle autorità egiziane e da quelle israeliane giungono notizie di contingenti di profughi liberati, tutti provenienti dal campo di detenzione di proprietà della famiglia Sawarqa, da tempo nota alle autorità per traffico di esseri umani, e gestito dal beduino palestinese Abu Khaled, anch’egli famigerato predone e trafficante di migranti e organi umani. Contro il progetto israeliano di costruire una barriera impenetrabile ai profughi lungo il confine con l’Egitto si oppone, accanto alla rete di Ong che si è schierata a tutela dei migranti del Sinai, l’organizzazione israeliana Global Crisis Solution Center. “Israele è uno stato fondato da migranti in fuga da una spietata persecuzione,” afferma Morgan Thomas, presidente del Centro, “e tutti noi abbiamo il dovere di non dimenticarlo, di non chiudere le porte di fronte a chi soffre per motivi di religione, razza, cultura o a causa di crisi umanitarie. Accoglienza e integrazione devono ispirare le politiche sui rifugiati di qualsiasi paese che si definisca civile”. Nella foto, profugo eritreo in un edificio di Rafah, in attesa del pericoloso cammino verso Israele.

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Presentazione dei quaderni del Savena

Posted by fidest on Tuesday, 14 December 2010

San Lazzaro di Savena 16 dicembre, alle ore 17, la Sala Eventi della Mediateca (via Caselle, 22) ospiterà la presentazione del Numero 10 dei “Quaderni del Savena”, dedicato alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. “San Lazzaro centocinquanta: fatti, luoghi, personaggi e storia dall’Unità d’Italia ad oggi” è il titolo della pubblicazione che ripercorre storie e momenti di questo ultimo secolo e mezzo. Due periodi più di altri occupano la rivista: il Risorgimento e la guerra di Liberazione. E poi ancora un ritratto di Carlo Berti Pichat, la parrocchia di San Lazzaro e la Osca, meglio conosciuta come la “Maserati di San Lazzaro”. Dopo i saluti del sindaco Marco Macciantelli e dell’assessore alla qualità socio-culturale Roberta Ballotta, interverranno Giampiero Romanzi, archivista – Soprintendenza archivistica Emilia Romagna; Mauro Maggiorani, direttore dei “Quaderni del Savena” – Università degli Studi di Bologna; Pier Luigi Perazzini, storico locale; Fiorenza Tarozzi, Università degli Studi di Bologna; Marianna Puscio, Archivio storico comunale “Carlo Berti Pichat” di San Lazzaro di Savena. Sarà presente il Comitato per lo Studio e la Ricerca sul Territorio di San Lazzaro di Savena. A conclusione dell’iniziativa si terrà l’inaugurazione di “Reperti: tracce della Seconda Guerra Mondiale in Emilia-Romagna”, la mostra fotografica di Mario Lombezzi a cura di Isrebo. Il progetto fotografico è iniziato nel 2006 da una ricerca sul territorio di resti, reperti e testimonianze del passaggio dell’ultima guerra mondiale. Con questo lavoro Lombezzi ha cercato di indagare le tracce materiali della memoria, gli appigli concreti che essa ha oggi nei luoghi, nel paesaggio e negli oggetti rimasti di quel periodo.

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Liberazione di Sakineh

Posted by fidest on Thursday, 9 December 2010

«Salutiamo la liberazione di Sakineh come un atto di civiltà che aspettavamo da tempo, e che segna una vittoria del diritto aprendo spiragli di distensione e di dialogo». Lo dichiara il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, in merito alla liberazione della donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio.  «La battaglia per la sua liberazione è stata condotta da Roma accanto alle molte organizzazioni che occupano di diritti umani e insieme a tutti coloro che credono nell’inviolabilità della vita. Come sindaco di Roma, capitale del diritto e della pace, voglio confermare la vicinanza della nostra città a tutte le Sakineh del mondo, con il nostro fermo sostegno alla lotta contro la pena di morte» conclude Alemanno.

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Liberazione Aung San Suu Kyi

Posted by fidest on Sunday, 14 November 2010

«Oggi è un giorno felice per il popolo birmano e la comunità internazionale che ha a cuore la salvaguardia dei diritti umani nel mondo. La tanto attesa liberazione della nostra cittadina onoraria Aung San Suu Kyi è uno spiraglio di libertà e cambiamento nella situazione birmana dopo lunghi anni di buio».  Lo dichiara il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.  «Mi auguro che questo gesto sia di esempio anche per altre situazione analoghe – afferma il Sindaco – come ad esempio quella dell’altro nostro cittadino onorario Gilad Shalit. Il mio auspicio è ora quello di accogliere quanto prima il premio Nobel Aung San Suu Kyi in Campidoglio per consegnarle la cittadinanza e permettere a tutti i suoi concittadini romani di ascoltare la sua testimonianza e manifestarle la nostra stima e il nostro affetto».

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Per la liberazione di Aung San Suu Kyi

Posted by fidest on Saturday, 13 November 2010

Nonostante la prevista liberazione della Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, seconda l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) la comunità internazionale deve continuare ad esercitare pressione sul governo della Birmania affinché vengano finalmente rispettati i diritti umani e si avvii una vera democratizzazione del paese. L’APM inoltre mette in guardia la comunità internazionale dal rischio di sopravvalutare il significato della liberazione di Aung San Suu Kyi. La fine degli arresti domiciliari non comportano un’apertura democratica della Birmania. La giunta militare ha condannato la leader dell’opposizione in un processo ingiusto e le ha fatto scontare fino all’ultimo giorno dei 18 mesi di arresti domiciliari. Inoltre la giunta militare ha modificato la costituzione del paese per impedire che la leader politica possa in futuro ricoprire posizioni politiche importanti ed è così riuscita a dividere l’opposizione democratica del paese prima delle elezioni.
Le modifiche alla costituzione operate dalla giunta militare birmana, seppure parzialmente e in linea di principio condivisibili, di fatto impediscono ad Aung San Suu Kyi di occupare posizioni politiche dirigenziali. L’articolo 59 della nuova costituzione birmana del 2008 stabilisce infatti che il presidente birmano e i membri della sua famiglia devono essere cittadini birmani. Il defunto marito di Aung San Suu Kyi era però cittadino britannico. La stessa costituzione stabilisce inoltre che nessuna persona condannata per delitti penali possa essere eletta in parlamento. Se quindi Aung San Suu Kyi dovesse davvero ottenere la libertà permanente, la leader si troverà però investita di enormi aspettative che difficilmente potrà soddisfare, tanto più che in vista delle elezioni la giunta militare si era impegnata a dividere l’opposizione. Alcuni dissidenti si sono infatti impegnati attivamente nelle elezioni mentre Aung San Suu Kyi ne aveva chiesto il boicottaggio. Il governo aveva infine proibito il partito della leader, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD – National League for Democracy). Nonostante Aung San Suu Kyi goda di molta stima tra la popolazione e gli oppositori al regime, dopo tutti questi anni di isolamento le sarà difficile riuscire a rimettere insieme un movimento di opposizione diviso e sgretolato.

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Afghanistan Nove anni di guerra

Posted by fidest on Monday, 11 October 2010

In quel lontano e tragico 7 ottobre 2001 il governo USA appoggiato dalla Coalizione Internazionale contro il terrorismo, ha lanciato un attacco aereo contro l’Afghanistan. Questa guerra continua nel silenzio e nell’indifferenza nonostante l’infinita processione di poco meno di 2.000 bare dei nostri soldati morti, di 40.000 morti afghani(militari e civili), e il tutto condito dal meccanismo di odio che si è scatenato. Come si può chiamare pace e desiderare la pace, se con una mano diciamo di volere offrire aiuti e liberazione e con l’altra impugniamo le armi e uccidiamo? L’elenco degli strumenti di morte utilizzati è tanto lungo quanto quello dei cosiddetti “danni collaterali” cioè 10.000 civili ,innocenti ed estranei alla stessa guerriglia, uccisi per errore. Ma la guerra non fa errori, poiché è fatta per uccidere e basta. Le sevizie compiute nel carcere di Abu Ghraib e in quello di Guantanamo, i bombardamenti al fosforo della città di Falluja nella infame operazione Phantom Fury non hanno costruito certo né pace né democrazia, ma hanno moltiplicato in Iraq il rancore e la vendetta. Altrimenti perché sono oramai centinaia i soldati degli Stati Uniti, del Canada e del Regno Unito che si suicidano, dopo essere tornati dall’ Iraq e dall’Afghanistan? Cosa tormenta la coscienza e la memoria di questi veterani? Cosa hanno visto e cosa hanno fatto che non possono più dimenticare?
Tutto il XX secolo ha visto la nostra nazione impegnata a combattere guerre micidiali ed inutili nelle quali i cattolici hanno offerto un decisivo sostegno ideologico.”Ci presentavano l’Impero come gloria della patria! – scriveva Don Milani nella celebre lettera ai giudici L’obbedienza non è più una virtù. Avevo 13 anni. Mi pare oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri si erano dimenticati di dirci che gli Etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini, mentre loro non ci avevano fatto proprio nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non lo so, preparava gli orrori di tre anni dopo… E dopo essere stato così volgarmente mistificato dai miei maestri….vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale, ma anche civico, di demistificare tutto?”
Chi dunque ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi 2 milioni di euro al giorno? Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli? Come facciamo tra poco ad aggiungere al nostro contingente altri 700 militari? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano? E come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare da queste industrie e da queste banche elargizioni e benefici? Può una nazione come l’Italia che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali, blocca gli stipendi, tiene i carcerati in condizioni abominevoli e inumane, licenzia gli insegnanti, aumenta gli studenti per classe fino al numero di 35, riduce le ore di scuola, accetta senza scomporsi che una parte sempre più grande di cittadini viva nell’indigenza e nella povertà, impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro? A cosa serviranno per il nostro benessere e per la pace i cacciabombardieri JSF che ci costano 14 miliardi di euro (quanto ricostruire tutto l’Abruzzo terremotato)? E le navi FREM da 5,7 miliardi di euro? E la portaerei Cavour – costata quasi 1,5 miliardi e per il cui esercizio sprechiamo in media circa 150.000 euro al giorno – come contribuirà a costruire la pace? E come è possibile che il Parlamento abbia stanziato 24 miliardi di euro per la difesa nel bilancio 2010?
Rispondano i presidenti del Consiglio di questi ultimi 10 anni, i ministri della difesa e tutti parlamentari che hanno approvato i finanziamenti a questa guerra.
Dicano con franchezza che questa guerra si combatte perché l’Afghanistan è un nodo strategico per il controllo delle energie, per il profitto di alcuni gruppi industriali italiani, per una egemonia economica internazionale, per una volontà di potenza che rappresenta un neocolonialismo mascherato da intenti umanitari e democratici, poiché questi non si possono mai affermare con armi e violenza.
Facciamo nostre le parole profetiche di una grande donna indiana Arundathi Roy, scritte in quel tragico 7 ottobre 2001:” Il bombardamento dell’Afghanistan non è una vendetta per New York e Washington. E’ l’ennesimo atto di terrorismo contro il popolo del mondo. Ogni persona innocente che viene uccisa deve essere aggiunta, e non sottratta, all’orrendo bilancio di civili morti a New York e Washington. La gente raramente vince le guerre, i governi raramente le perdono. La gente viene uccisa. I governi si trasformano e si ricompongono come teste di idra. Usano la bandiera prima per cellofanare la mente della gente e soffocare il pensiero e poi, come sudario cerimoniale, per avvolgere i cadaveri straziati dei loro morti volenterosi. “Mons. Raffaele Nogaro, Vescovo Emerito di Caserta – in sintesi)

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Contro la condanna di Pedrag Matvejevic’

Posted by fidest on Thursday, 29 July 2010

“Non andrò in carcere” –  dichiara soddisfatto e commosso Predrag Matvejevic’, annunciando l’annullamento della sentenza che lo condannava a cinque mesi di carcere e che sarebbe divenuta esecutiva oggi. La Corte Suprema croata aveva condannato Matvejevic’ per aver criticato gli intellettuali iper-nazionalisti, croati, serbi e bosniaci che aiutarono i «signori della guerra» ad infiammare il conflitto nei Balcani.“Molto devo alla mobilitazione internazionale,” – afferma Matvejevic – “all’appello lanciato da Le Monde,  alla solidarietà della stampa italiana, e alle tante manifestazioni di stima e affetto espresse dai miei lettori’. Le Monde aveva infatti invitato a sottoscrivere un appello per la sua liberazione, firmato tra gli altri da Claudio Magris, Umberto Eco, Bernard-Henri Lévy, Salman Rushdie, dai filosofi Michaël Foessel e Peter Sloterdijk, e dal presidente della Commissione Nazionale Italiana UNESCO, Giovanni Puglisi.

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