Europa e Stati Uniti presi dai loro gravi problemi rischiano di non vedere che il resto del mondo è profondamente cambiato e richiede anche un mutamento delle regole del gioco in tutti i campi, finanziario, monetario, commerciale, istituzionale. I due cugini atlantici sembrano impegnati a nascondersi l’un l’altro le crisi che li travagliano: quella finanziaria negli Usa e quella istituzionale in Europa. Fino ad oggi si sono sottratti alla responsabilità di realizzare da protagonisti la “Grande Riforma” per un sistema economico globale più giusto ed equilibrato. Il vecchio continente soffre anzitutto della mancanza di volontà di accelerare il processo di effettiva unione politica più che della crisi del debito, che chiaramente c’è in molti paesi europei. La Germania non sembra avere la necessaria determinazione, così come fece invece per la riunificazione tedesca dopo la caduta del muro di Berlino. Così come, purtroppo, gli altri Paesi dell’eurozona continuano ad agire in un’ottica esclusivamente nazionale. Questa situazione, come noto, favorisce gli attuali attacchi speculativi contro l’euro, aggredendo di volta in volta il singolo paese più esposto. Ciò rischia di trasformarsi in crisi sistemica. Ecco perché è urgente una governance unitaria nel campo economico e fiscale, nonché un grande fondo europeo per lo sviluppo e gli eurobond per la gestione del debito pubblico. Gli Usa invece hanno drammaticamente trasformato la loro crisi finanziaria e bancaria in una gigantesca crisi di debito pubblico il cui controllo è sempre più in mani estere. Dal gennaio 2009 il debito pubblico americano è aumentato di più di 5.500 miliardi di dollari avvicinandosi ai 16.000 miliardi di oggi. Secondo il Dipartimento del Tesoro, nello stesso periodo l’indebitamento verso l’estero è passato da 3.072 miliardi a 5.292 miliardi di dollari con una crescita del 72,3%! Sono dati che farebbero agitare senza fine i “mercati” se fossero davvero indipendenti e sovrani. Molto indicativo dei grandi rivolgimenti internazionali in atto è la drastica riduzione della quota di debito pubblico americano in mano cinese. A giugno 2011 Pechino deteneva 1.315 miliardi di dollari di debito americano. A giugno 2012 sono scesi a 1.165 miliardi. La svolta della Cina non si può proprio ignorare, anche se nei citati dodici mesi il Giappone ha aumentato l’acquisto dei bond Usa sopperendo così al buco lasciato dai cinesi. Alcuni la spiegano con il rallentamento della crescita economica interna alla Cina. Altri la mettono in rapporto ad un più deciso orientamento dei paesi Brics verso la creazione di un nuovo sistema monetario basato su un più vasto paniere di monete, in alternativa al vecchio e decadente “sistema del dollaro”. Certamente non è più pensabile che il sistema globale possa continuare con le regole attuali! In questo contesto è rilevante notare che, sotto la spinta dei Brics, anche la politica monetaria africana sta cambiando radicalmente. Dall’inizio dell’anno prossimo l’Angola imporrà alle multinazionali petrolifere il pagamento dei tributi e contratti stipulati nella moneta locale. Lo stesso avverrà in Monzambico e nello Zambia, dove le transazioni in dollari sono già proibite. Il Ghana ha votato nuove leggi bancarie con controlli più stringenti sui conti correnti in dollari e sui trasferimenti di capitali all’estero. Anche la Russia si sta preparando ad un aggravamento della crisi economica e finanziaria globale. Lo ha sottolineato recentemente il presidente Putin in un incontro con i dirigenti regionali dove ha detto che la crescente crisi del debito nell’eurozona e le difficoltà finanziarie e del debito pubblico in Usa “causano un certo allarme”. Mosca spera che questi problemi non scoppino in una nuova crisi generale ma sta contemporaneamenteaccantonando delle riserve per questa evenienza. Sembra che il ministero delle Finanze russo stia ipotizzando nuovi assetti del bilancio interno in relazione ad eventuali cali molto forti del prezzo del petrolio. Sarebbe davvero grave se i maggiori attori economici e politici mondiali dovessero affrontare una nuova emergenza economica sistemica “marciando al suono delle propria fanfara”, mentre diventa sempre più impellente decidere a livello di G20.
(di Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia del governo Prodi e Paolo Raimondi Economista)
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Europa e Usa ferme mentre il mondo cambia
Pubblicato da fidest su martedì, 11 settembre 2012
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Trivellazioni offshore
Pubblicato da fidest su mercoledì, 14 settembre 2011
Bruxelles Parlamento europeo. La ricerca tramite perforazioni di gas naturale o petrolio nei mari europei dovrebbe essere autorizzata solo dopo che l’impresa interessata abbia presentato un piano d’emergenza adeguato e dimostrato di avere fondi sufficienti per riparare a un eventuale piano ambientale, secondo quanto previsto da una risoluzione adottata martedì dal Parlamento. I deputati propongono che, prima di ogni operazione di trivellazione, gli uffici competenti nazionali vaglino e approvino un piano d’emergenza specifico, in grado di identificare rischi e causalità, valutare l’impatto ambientale e predisporre una strategia d’intervento in caso d’incidente. Il testo approvato dall’Aula, con 602 voti a favore, 64 contrari e 13 astensioni, vuole contribuire alla stesura di una proposta legislativa che la Commissione presenterà in autunno.
La risoluzione contiene la richiesta che tutte le imprese di trivellazione per gas e petrolio dimostrino, durante la procedura per ottenere la licenza, di avere in cassa fondi sufficienti per rimediare a un eventuale danno ambientale. I deputati propongono anche che il principio del “chi inquina, paga” e quello di “rigorosa responsabilità”, previsti nella direttiva europea sulla responsabilità ambientale, si applichino a qualsiasi danno inferto alle acque e alla biodiversità, anche nel caso di perforazioni in mare aperto. Pur esprimendo dubbi sulla necessità di creare un “controllore dei controllori” a livello UE per tutte le operazioni offshore, sottolineando il rischio di impoverire le già scarse risorse delle autorità nazionali competenti, i deputati si sono detti d’accordo sul bisogno di un coordinamento europeo in caso d’incidente ambientale, da affidare all’Agenzia europea per la sicurezza dei mari (AESM).
I deputato propongono infine che i lavoratori dipendenti dovrebbero poter denunciare i rischi alla sicurezza alle autorità competenti in forma anonima, in modo da essere tutelati da eventuali intimidazioni.
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Trivellazioni petrolio alle Tremiti
Pubblicato da fidest su mercoledì, 29 giugno 2011
Legambiente, insieme ad altre associazioni ambientaliste, ha impugnato dinanzi al TAR del Lazio il decreto del ministero dell’Ambiente (126/2011) che valuta positivamente, sotto il profilo della compatibilità ambientale, un programma d’indagini sismiche proposto da Petroceltic Italia srl per l’individuazione e lo sfruttamento di giacimenti petroliferi sottomarini al largo delle coste abruzzesi, molisane e pugliesi. Le associazioni hanno, infatti, ravvisato nel procedimento del ministero numerosi vizi formali e sostanziali che inducono a dubitare della corretta individuazione e valutazione degli impatti ambientali che verrebbero arrecati all’ambiente marino. Hanno rilevato, anche, il mancato coinvolgimento della Regione Puglia nella procedura, nonostante le isole Tremiti siano più vicine all’area di ricerca della Petroceltic dei comuni costieri di Abruzzo e Molise. Probabilmente per evitare un ennesimo parere sfavorevole da parte della Regione, che già l’anno scorso si era opposta a un altro progetto di ricerca alle Tremiti proposto dalla medesima società. Il permesso di ricerca è solo una frazione di un più ampio programma industriale che include 11 aree di indagine petrolifera, tutte confinanti tra loro, per un totale di 4000 chilometri quadrati di mare territoriale. Ciononostante questa autorizzazione ha formato oggetto di una VIA singola, senza alcuna valutazione delle interferenze e degli impatti cumulativi riferiti alla iniziativa nella sua globalità. Così facendo il ministero dell’Ambiente ha evidentemente violato i principi affermati solo un anno fa dal giudice amministrativo in relazione a un analogo progetto di ricerca frazionato in lotti della società Northern Petroleum (cfr. sentenza TAR Puglia – Bari, n. 2602/2010).
Le associazioni hanno chiesto, inoltre, al TAR del Lazio di voler disporre, anche in via cautelare, la rinnovazione del procedimento nel rispetto dei principi di pubblicità e partecipazione, evidenziando il grave pregiudizio che l’utilizzo della tecnica air-gun può provocare in particolare sui mammiferi marini, come attestato dalle perizie necroscopiche eseguite nel dicembre 2009 sui capodogli che si spiaggiarono sulle coste garganiche in seguito a fenomeni di embolia gassosa.
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Il petrolio in Usa
Pubblicato da fidest su martedì, 24 maggio 2011
“Non punite la nostra industria per avere fatto bene il proprio lavoro”. Parla John Watson, l’amministratore delegato di Chevron, una delle cinque maggiori compagnie petrolifere statunitensi, mentre cerca di convincere un gruppo di senatori a non togliere sgravi fiscali alla sua ditta. Si tratta di benefici che aiutano l’azienda di Watson come pure di Exxon, Mobil, Shell, ConocoPhillips e BP America. In che modo fanno bene il loro lavoro? Ovviamente non con il prezzo basso della benzina che attualmente oltrepassa i quattro dollari al gallone (1,34 euro al litro) ma con i recenti profitti stratosferici. Perché avrebbero dunque bisogno di sgravi fiscali queste aziende che hanno moltissimo successo quando i consumatori devono continuare a pagare prezzi sempre più alti?
Watson ed i suoi colleghi hanno cercato di giustificare il bisogno degli sgravi fiscali perché producono più esplorazione ed eventualmente prezzi più bassi. La realtà però lo guardava in faccia. Il contrario era davanti a tutti. Inevitabilmente i senatori democratici hanno dimostrato il loro disappunto ed hanno introdotto un disegno di legge al Senato che toglierebbe le agevolazioni fiscali alle aziende petrolifere americane. Si tratta di leggi approvate in parte più di cent’anni fa che al giorno d’oggi non hanno più rilevanza. Nel passato dovevano incoraggiare la ricerca di nuove fonti di petrolio. La loro eliminazione avrebbe, secondo Watson, un impatto negativo alla creazione di posti di lavoro. Ridurrebbe i loro profitti del 2% per quest’anno. Per il primo trimestre queste aziende hanno realizzato 35 miliardi di profitti. L’eliminazione degli sgravi fiscali avrebbe naturalmente un impatto minimo. Considerando i profitti di 900 miliardi realizzati da queste cinque aziende dal 2001 al 2011, due miliardi di tasse non dovrebbero fargli perdere sonno.
Poi se si considerano le tasse pagate da queste aziende si nota che la loro cifra è del 17% mentre quella per una famiglia americana tipica è del 20%. Il disegno di legge al Senato non è stato approvato perché solo 53 senatori hanno votato a favore. Non si è raggiunto il numero magico dei due terzi, cioè 60 voti necessari. In effetti, la minoranza repubblicana è riuscita a bloccare la proposta, almeno temporaneamente, dato che i democratici intendono riprovarci. L’eliminazione degli sgravi fiscali ad aziende che hanno molto successo non risolverebbe tutti i problemi fiscali del Paese. Ciononostante i due miliardi annui di fondi potrebbero essere usati per buonissime cause. A cominciare con investimenti su treni ad alta velocità che ridurrebbero la nostra dipendenza sull’uso delle macchine e spingerebbero il prezzo della benzina in giù. Il costo di ogni prodotto dipende dal fabbisogno e meno sarebbe la richiesta, più in basso andrebbero i costi. Un altro modo efficiente per usare questi fondi sarebbe di investirli ad incoraggiare l’uso delle macchine ibride e sviluppare la fabbricazione di automobili efficienti che raggiungano 60 miglia al gallone.
I voti contrari al disegno di legge non sono venuti esclusivamente da senatori repubblicani, gli alleati naturali delle grosse aziende. Anche qualche democratico si è opposto. Mary Landrieu, senatrice della Louisiana, per esempio, ha spiegato che, votare per colpire le aziende petrolifere può fare piacere, ma non risolve la situazione. Queste aziende, secondo lei, offrono lavori a 9,2 milioni di americani. Ha ragione. Rimane da considerare però che le aziende offrono lavoro non per la loro generosità ma perché i lavoratori sono strumenti necessari per i profitti.
Votare per continuare gli sgravi fiscali ad aziende che sono in pericolo di andare in bancarotta e quindi causare la perdita di posti di lavoro è una cosa. Un’altra cosa è continuare sgravi fiscali ad aziende che sono sane e guadagnano un sacco di quattrini. Questo si chiama puro e semplice egoismo che solo si spiega con i 145 milioni di contributi annuali ai politici ed i 798 lobbisti che lavorano per le aziende petrolifere. (Domenico Maceri)
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Petrolio: rialzi speculativi
Pubblicato da fidest su martedì, 1 marzo 2011
Gli Indipendentisti di lu Frunti Nazziunali Sicilianu ribadiscono il convincimento che le rivoluzioni e le guerre civili in corso nel Nord-Africa (ed in Libia in particolare) non possano e non debbano costituire un pretesto per fare scattare automaticamente i prezzi del petrolio e dei carburanti in genere. Non nel mercato internazionale, non in Europa, non in Italia, non – soprattutto – in Sicilia. L’FNS “Sicilia Indipendente” ritiene – pertanto – che sia giunto il momento di procedere alla DEFISCALIZZAZIONE, in tutto il territorio siciliano, del prezzo della benzina e degli altri derivati del petrolio. A tal proposito, sono doverose alcune riflessioni ed alcune dichiarazioni d’intenti:
1. Una iniziativa del genere costituirebbe un minimo di risarcimento per la Sicilia, che ha dovuto subire la destinazione “Coloniale” ad area di produzione e di raffinazione del Petrolio.
2. La Sicilia ha diritto alla defiscalizzazione in quanto area “periferica” e di confine dell’Unione Europea. Il Sicilia il prezzo della benzina (ripulito delle accise, delle imposte, dei balzelli eccetera) non dovrà superare i 50 centesimi a litro.
3. La defiscalizzazione del prezzo della benzina contribuirebbe, in modo specifico, a ridurre i disagi provocati, in ogni famiglia, dall’incontrollato (ed incontrollabile) aumento dei prezzi dei generi di prima necessità (benzina compresa).
4. Tutto ciò si dovrà realizzare senza mai deflettere dall’obiettivo di far diventare la Sicilia punta avanzata della ricerca e della produzione di fonti energetiche alternative al petrolio. e potenziando gli interventi rivolti al recupero della integrità ambientale, nel senso più ampio del termine.
5. Non dobbiamo mai perdere di vista l’obiettivo della migliore qualità della vita.
6. in quanto siciliani, abbiamo l’esigenza ed il “diritto-dovere” di gestire meglio (anzi: di gestire una buona volta) il settore petrolifero siciliano nella sua interezza. nonché di adottare una specifica strategia siciliana per l’economia e per l’ambiente.
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L’alternativa al petrolio libico
Pubblicato da fidest su sabato, 26 febbraio 2011
“Questa crisi sta colpendo, tra gli altri, anche numerose aziende italiane presenti nell’area nordafricana e sta incidendo sull’approvvigionamento internazionale di importanti materie prime e risorse di cui l’enorme fascia sub sahariana è, di contro, ricca. Il difficile momento dovrebbe indurre il Governo italiano ad inaugurare una politica finalmente proficua di rapporti con i circa 20 esecutivi dell’enorme area a sud del Sahara. L’Italia dipende dalla Libia per il 10% del suo fabbisogno di gas e per il 20% di quello del petrolio: dovendo sopperire alla improvvisa mancanza di forniture di gas ed ipotizzando restrizioni in quelle del petrolio proveniente da Tripoli, per non intaccare le sue riserve strategiche l’Italia dovrebbe opportunamente scegliere di intensificare le estrazioni in Congo, Gabon, Angola, Nigeria Uganda e Ruanda, Paesi retti da Governi stabili ed in cui l’Eni è già presente con importanti impianti (es. Nigeria)”. Per Cestari, quindi, il Governo italiano dovrebbe individuare, quali alternative alla Libia “la fascia sub sahariana in cui intensificare nell’immediato l’attività estrattiva ed iniziare finalmente a costruire le condizioni diplomatiche perché, nel medio termine, si ampli il ventaglio delle concessioni. Finora l’Italia ha colpevolmente snobbato quei Paesi lasciando campo libero ad altre potenze occidentali ed alla Cina”. Alle tante imprese private che hanno abbandonato Libia, Tunisia e Marocco, Cestari dice: “Chi finora ha operato con il nord Africa può guardare con fiducia e sicurezza anche alla fascia sub sahariana. I Governi locali saranno prontissimi ad accogliere nel migliore dei modi, con codici di investimento e condizioni generali molto favorevoli, ogni imprenditore od industriale interessato a delocalizzare in un’area dalle enormi potenzialità (mercato complessivo di 500 milioni di persone a fronte dei 5,5 milioni di quello libico), tra l’altro, ricca anche di legno, ferro e cobalto, coltan e caffè ed in cerca di investitori in tutti i settori imprenditoriali ed industriali”.
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Mercati materie prime
Pubblicato da fidest su venerdì, 7 gennaio 2011
I prezzi del petrolio tendono a salire. Con molta probabilità, nei prossimi mesi si porteranno intorno a 92 dollari per barile rispetto agli attuali 86,6. E’, in pratica, aumentata la domanda e contratta l’offerta. Questo accade sia nelle economie dell’Ocse che a quelle non appartenenti all’organizzazione e all’agenzia internazionale per l’energia. C’è comunque da rilevare che l’insufficiente offerta sul mercato dipenda soprattutto da un elevato margine di capacità inutilizzata e che ci sia a monte una regia che tende a tenere sulle corde i prezzi del petrolio per evitare che si abbassino entro certi limiti. Vi fanno il paio i prezzi delle materie prime non energetiche. Anch’esse sono in ascesa alimentati dai rincari dei prodotti alimentari e dei metalli. Qui parliamo per la fine del corrente anno di un rapporto in crescita su base annua del 24%. Se da questo osservatorio guardiamo al futuro dobbiamo arguire che la crescita mondiale dovrebbe mantenersi a livelli alquanto modesti. Ancora una volta dobbiamo registrare tensioni in alcuni segmenti dei mercati finanziari che faranno leva proprio sugli aumenti del petrolio e delle altre materie prime e da spinte protezionistiche da parte delle aree più deboli a livello globale. (A.R.)
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Petrolio in Abruzzo
Pubblicato da fidest su martedì, 26 ottobre 2010
Pescara, 26 ottobre torna in commissione al Consiglio Regionale la nuova legge sul petrolio presentata a giugno scorso dal Presidente della Giunta Regionale Gianni Chiodi. WWF e Legambiente ribadiscono il giudizio espresso al momento della presentazione, giudicando insufficienti le norme proposte. Da un lato la Regione abdica nei confronti dello Stato centrale rispetto alle aree a mare, quando almeno poteva introdurre alcuni vincoli attraverso la redazione del Piano di Gestione Integrata della Costa previsto a livello comunitario. Dall’altro, nelle aree a terra la proposta del presidente è peggiorativa rispetto alla norma precedente liberando la strada ai petrolieri proprio nelle aree per loro più allettanti dell’entroterra. «WWF e Legambiente hanno studiato a fondo la proposta di legge del presidente Chiodi – spiega Angelo Di Matteo, presidente regionale di Legambiente – Si tratta di una norma inefficace che non tutela l’intera fascia collinare costiera dove si concentrano l’attenzione e gli interessi dei petrolieri». «Le due associazioni lanciano l’ennesimo appello ai consiglieri regionali affinché approfondiscano nel dettaglio le conseguenze di questa proposta di legge – dichiara Dante Caserta, consigliere nazionale del WWF – Si renderanno conto che non contiene le risposte che i cittadini abruzzesi e il vastissimo movimento che in questi anni si è formato sul fronte della deriva petrolifera attendono. Vanno quindi apportate modifiche profonde per salvaguardare la nostra regione dal futuro nero petrolio».
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Petrolio: per le riduzioni alla pompa
Pubblicato da fidest su giovedì, 12 agosto 2010
Quando il petrolio sale assistiamo a immediati e tempestivi aumenti alla pompa, ma quando il petrolio scende ci viene detto dai petrolieri che non c’è un collegamento diretto tra il petrolio e il prezzo dei carburanti alla pompa e quindi niente riduzioni. È il rituale giustificativo per nascondere comportamenti speculativi. È indispensabile – sottolinea il segretario generale Adiconsum – una maggiore concorrenza nel settore dei carburanti. Le timide proposte presenti nel decreto carburanti sono rimaste sul tavolo del Presidente del Consiglio in attesa della firma. L’unico consiglio che ci sentiamo di dare a chi deve fare il pieno in periodo di vacanze è il ricorso al self-service o a fare il pieno nelle ore di chiusura del distributore dove si può beneficiare di qualche sconto. Adiconsum invita inoltre gli automobilisti che dispongono dell’iPhone di scaricare dall’App Store di Apple l’applicazione “prezzibenzina.it” che consente di conoscere il prezzo dei carburanti dei distributori presenti in zona e come raggiungerli. Adiconsum ricorda inoltre che gli stessi automobilisti possono segnalare i prezzi dei distributori sia attraverso l’iPhone che attraverso il sito http://www.prezzibenzina.it Adiconsum ci tiene a precisare che PrezziBenzina.it è un servizio gratuito ed è frutto di un progetto collaborativo Adiconsum-PrezziBenzina.it
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Combustibili fossili
Pubblicato da fidest su martedì, 3 agosto 2010
Il comparto ha visto performance miste con il petrolio scambiato a circa 70/80 dollari al barile e i prezzi del natural gas in rimbalzo verso la fine della prima metà del 2010. Gli investitori in ETC sembrano ben informati sul range di prezzo a cui scambiare il petrolio, con afflussi prolungati e in crescita ai minimi di prezzo ed estesi deflussi e posizioni short ai massimi. Le posizioni sono state ridotte nel gas naturale dato che i prezzi sono aumentati. Fonte: Bloomberg e gli emittenti più rilevanti del settore
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Petrolio: Trivellare i nostri mari
Pubblicato da fidest su venerdì, 4 giugno 2010
Dopo il disastro – al momento inarrestabile – della Deepwater Horizon, negli Stati Uniti si parla di le esplorazioni petrolifere offshore. In Italia questi permessi continuano a essere rilasciati senza alcun ripensamento apparente. Al momento, oltre alle 66 concessioni di estrazione petrolifera offshore con pozzi già attivi, sono in vigore 24 permessi di esplorazione offshore, soprattutto nel medio e basso Adriatico (Abruzzo, Marche, Puglia) e nel Canale di Sicilia. L’area delle esplorazioni supera gli 11.000 kmq, una superficie assai maggiore di quella che attualmente ospita pozzi operativi (poco meno di 9.000 kmq). Ci sono poi moltissime altre aree in cui si richiede l’autorizzazione per esplorazioni petrolifere: le mappe del Ministero dello Sviluppo Economico dimostrano un’esplosione di richieste di trivellazioni esplorative soprattutto al largo di Abruzzo, Marche, Puglia, Calabria (versante ionico) e nel Canale di Sicilia. La superficie complessiva non è nota, ma si può stimare che sia almeno il doppio di quella in cui le ricerche sono già state autorizzate. «Sappiamo tutti perché proprio in Italia c’è quest’interesse per le trivellazioni offshore: le royalties da pagare allo Stato sono del 4 per cento e non del 30-50 per cento come per altri Paesi- spiega Alessandro Gianni, direttore delle Campagne di Greenpeace. – Inoltre, non si paga alcuna imposta per i primi 300.000 barili di petrolio all’anno: oltre 800 barili (o 50.000 litri) di petrolio gratis al giorno!» Le attività esplorative sono effettuate o richieste da imprese ben note, come ENI, EDISON e SHELL, ma anche da imprese minuscole, anche con soli 10.000 euro di capitale sociale: in caso di incidente non potrebbero noleggiare nessun mezzo idoneo a raccogliere il petrolio.
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Caro-benzina
Pubblicato da fidest su martedì, 19 gennaio 2010
“Ancora aumenti sul fronte benzina. Bisogna intervenire quanto prima per porre rimedio ad una situazione che è ormai al collasso, anche attraverso una piena liberalizzazione della rete di distribuzione la cui frammentarietà costituisce un ostacolo alla libertà del mercato nel settore dei carburanti”. E’ quanto dichiara Massimiliano Dona, Segretario generale dell’Unione Nazionale Consumatori, sottolineando l’importanza dell’incontro di domani indetto dal Ministro Claudio Scajola con le compagnie petrolifere e le associazioni dei consumatori al fine di porre un freno al caro-benzina. “Un vertice necessario -sottolinea Dona- perché nonostante i ribassi registrati sul prezzo del petrolio, le tariffe dei carburanti continuano a salire pesando, ogni giorno di più, sulle tasche degli italiani”. “Nell’arco di una settimana -aggiunge il Segretario generale – i prezzi dei carburanti in Italia, tra i più alti in Europa, sono aumentati di oltre il 5%. Senza contare che la stangata della benzina si somma, come ad ogni inizio di anno, ai rincari del gas, della Rca auto, dei servizi idrici e bancari”. “Al fine di individuare eventuali manovre speculative -conclude Dona- chiediamo dunque al Garante per la sorveglianza dei prezzi che sia presto avviata un’indagine. Non è pensabile che il ‘bello e cattivo tempo’ dei petrolieri ricada sempre sul portafoglio dei consumatori!”.
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“Get a Peace” è la bandiera dei giovani salentini
Pubblicato da fidest su lunedì, 21 settembre 2009
Si chiamano Rdk, Jaff, El P, Drug D, e Dada, sono i nomi d’arte di cinque ragazzi, cinque membri del gruppo di Lecce “GPace – Giovani per la Pace” (www.gpace.net), hanno pensato ad un rap, buttato giù un testo d’istinto, realizzato un brano e pubblicato un video su facebook (www.facebook.com/video/ video.php?v=1196638526906) per urlare la loro rabbia. Muoiono altri sei militari italiani (uno persino conterraneo, salentino, è Davide Ricchiuto di Tiggiano) ma muoiono anche dieci civili, uno strazio a cui non riusciamo e non vogliamo abituarci. Il testo del brano: Get a peace
Sul mio foglio racconto una guerra per il petrolio
sangue e disperazione che si diffondono a macchia d’olio
per colpa del potente che comanda senza morale
un’altra madre che piange, non vede il figlio tornare
una goccia d’oro nero vale più di mille soldati
il loro sangue non conta quanto i contanti guadagnati
il potere dei soldi è più grande di qualsiasi uomo
ti attacca ti distrugge come fa questo suono
una cosa che non sopporto è vedere una madre
che piange lacrime sulla tomba del figlio morto
e non pretendo che mi diate ragione
ma non capisco perchè uccidi per la religione
e spero che questa nuova generazione
guardi un pò di più ai sentimenti delle persone
del dolore dei cari riflesso in una lacrima
e del segno che lascia impresso in ogni anima
la tele produce ciò che piace alla croce
cuoce i cervelli dicendo che nulla nuoce
mentre cadono le bombe aumentano le tombe
il mondo a suon di trombe si fonde. la guerra?!
non si fa per distinsione tra nazione e nazione
ma per le armi e la continua produzione
non c’è onore in un militare che spara sulla popolazione
svarione da bonzo e mi chiudo nella mia pace interiore
la mia voce non tace ora dimmi se ti piace
che la pace si ottiene solo tramite una strage
dimmi se sei capace di dire basta a questa merda
no more guerra ma solo just pace in terra
no bombe sopra agli ospedali e sugli asili nidi
belle facce sui canali “oh dimmi che cazzo ridi?”
ho brividi se penso dove mi ha messo il creatore
siamo così piccoli ma la mia vita ha un valore
e vedi.. ho voglia di reppare per la pace
dentro alla classe sono quello più vivace
dappertutto vedo scontri e guerre di casa
prendete l’esempio da bob distrutto si ma per la blaza
e quella gente senza tetto sopra alla testa
è colpa dell’economia che vuole far l’onesta
e spiegami perchè un bambino quando esce
non vede niente di buono e la paura gli cresce
(by Rdk – Jaff – El P – Drug D – Dada) http://www.facebook.com/video/video.php?v=1196638526906 (get a peace)
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Inflazione
Pubblicato da fidest su sabato, 1 agosto 2009
Inflazione zero, una conferma della recessione in atto: molte famiglie hanno un reddito disponibile negativo. Infatti, occorre tener conto che per molte famiglie il reddito disponibile è inferiore al passato per la cassa integrazione, la perdita del posto o per la perdita di quell’integrativo al reddito proveniente dal lavoro nero. Recessione che rischia nel dopo-ferie di appesantirsi per molte famiglie con il passaggio dalla cassa integrazione alla disoccupazione. L’aumento dell’indice della povertà è soltanto uno dei segni, così come il crescente indebitamento delle famiglie. All’inflazione zero ha concorso molto la riduzione delle tariffe dell’energia elettrica e del gas, ma questo dato rischia di riprendere con il ritorno di fattori speculativi sul petrolio. Ad oggi infatti non vediamo alcun provvedimento per impedire comportamenti speculativi. Ne è riprova il comportamento delle compagnie petrolifere che alla vigilia dell’esodo feriale hanno aumentato il prezzo della benzina nonostante il calo del petrolio.
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Sciopero dei benzinai
Pubblicato da fidest su martedì, 7 luglio 2009
Appello al Governo a risolvere il contenzioso con i gestori e al Garante degli scioperi, Antonio Martone, a far rispettare il servizio minimo garantito Il petrolio scende a 64 dollari, ma alla pompa la benzina sale I consumatori hanno già richiesto, in un incontro con il sottosegretario Saglia, misure per evitare il ripetersi di speculazioni sui prezzi delle benzine, ma ad oggi nessun provvedimento è stato preso. Due, in particolare, le misure da adottare per evitare comportamenti speculativi: •l’assunzione da parte delle compagnie petrolifere di norme trasparenti sull’adeguamento delle variazioni del prezzo alla pompa rispetto al prezzo del petrolio, sia quando il prezzo di quest’ultimo sale sia quando scende; • l’assunzione delle variazioni periodiche del prezzo dei carburanti, così come già avviene per l’elettricità e il gas, e non più giornaliere (per attenuarne l’impatto sull’inflazione). In merito allo sciopero dei benzinai, motivato dal non rispetto degli impegni assunti dal Governo, Adiconsum denuncia lo scandalo delle royalty che i consumatori pagano sulla benzina e sugli acquisti negli autogrill. È assurdo che il gestore abbia un compenso di 4 cent/litro e sullo stesso litro la società autostrade possa beneficiare di royalty fino a 20 cent. È assurdo, perché le autostrade sono un servizio pubblico gestito in concessione dalle società autostrade. Basterebbe ridurre quindi il peso di queste royalty per rispondere positivamente alle richieste dei gestori. Adiconsum rivolge anche un appello al Garante degli scioperi, Antonio Martone, perché nei giorni di sciopero proclamati dai gestori venga garantito il servizio minimo, così come previsto dalla legge e perché il non rispetto degli impegni assunti dal Governo non ricada tutto sui consumatori.
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