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Quotidiano di informazione – Anno 25 n° 135

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Governo: facciamo il punto della situazione

Pubblicato da fidest su mercoledì, 3 aprile 2013

Le recenti elezioni politiche ci hanno dato un esito in pratica “interlocutorio” nel senso che non ha sancito un vincitore ma, semmai, tre mezze vittorie, mentre il partito di Monti si è fermato al 10%. La logica avrebbe voluto che si sarebbe potuto uscire dall’attuale impasse se due dei tre partiti si fosse alleato. Lo ha chiesto il Pdl pensando al Pd ma quest’ultimo lo ha chiesto al M5S ritenendolo più affine. Ora con il rifiuto del M5S d’unire le sue forze con il Pd non per motivi d’incompatibilità di programmi ma per ragioni di fiducia la situazione si è complicata. Taluni osservatori politici, per lo più adusi a ragionare con la logica dei vecchi schemi, intravedono, in questa mossa del M5S, un “irragionevole irrigidimento.” In questo modo di esprimere la loro contrarietà si potrebbe persino percepire una sorta di malafede poiché non si può pensare che hanno ignorato la ragione di fondo che ha animato da anni il movimento di Grillo e condiviso oggi da milioni d’italiani. E’ il frutto, semmai, che sta andando a maturazione di un disagio crescente di quanti non riescono più a identificarsi con la politica che danni parla di riforme e regolarmente le disattende. Partiti che hanno avuto bisogno di un governo extraparlamentare per uscire dalla profonda crisi di sistema e che ancora oggi annaspano nel buio assoluto. Basterebbe che il Pd lo riconoscesse pubblicamente e affidasse al M5S il governo del Paese offrendogli la fiducia. Errare umanum est ma “perseverare” est diabolicum. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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La questione meridionale

Pubblicato da fidest su martedì, 17 luglio 2012

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English: . Italiano: Scudo di Carlo III, re di Napoli e di Sicilia, per il Regno di Sicilia su una formella del portone del Duomo di Catania (1736). In basso la legenda CAROLO SEBASTIANO/ VTRIVSQVE SICILIÆ/ REGE (Carlo Sebastiano, Re della Sicilia Ulteriore) (Photo credit: Wikipedia)

La prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parlamentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi per la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta? La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilianismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando si inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mezzogiorno. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel complesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genovesiano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire nella vita siciliana i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato. Ricordo, ad esempio, negli anni successivi le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti. Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che si innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espressione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) quest’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.” Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Franchetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario considerato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria per tali ragioni una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea un statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave proprio perché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Ma allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e ad associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe bastato potenziare settori quali l’industria agro alimentare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altra aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia in particolare e più in generale il Meridione è cresciuto è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazziati”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Ma vorremmo che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza. Non vogliamo essere catalogati come quelli che gridano al vento. Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio. Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro e perché a partire dai politici di estrazione meridionale si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’ingenuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci conducono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane. Viva la Sicilia e i siciliani. Viva il meridione e i Meridionali, viva l’Italia e che possa essere fatta di italiani con un solo campanile. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Criminalità, ideologia, follia?

Pubblicato da fidest su lunedì, 21 maggio 2012

Quanto accaduto a Brindisi, in quella scuola, potrà avere i colori, i connotati, l’identità che la storia sarà capace do fornire, ma rimane il fatto che il valore della vita umana è inalienabile, il ruolo delle persone è incancellabile, come l’omicidio è imperdonabile.
Più ancora il comando affinchè i bambini, le donne, gli anziani, non si toccano, non si debbono toccare mai.
Chi ha commesso questa nuova strage, ha messo in atto l’infamia più grande, che non avrà un solo rigo di dimenticanza, di indifferenza, di colpevole disattenzione, è infamia più miserabile della propria miserabilità, è infamia che disintegra i sogni, le speranze, la fiducia nel mondo di bambini innocenti, dieci, cento, mille volte innocenti, di più ancora, perché donne bambine dallo sguardo in alto all’inizio della salita, piccole donne con il sorriso alla discesa.
Bambine che camminano nel luogo che è di tutti, nello spazio dove ci vanno tutti a scuola, nel tempio del conoscere e del sapere cos’è il rispetto per se stessi e per gli altri.
Piccole donne nuovamente tradite, ma stavolta non ci saranno foglie di fico sparse qua e là per coprire, mimetizzare, l’infamia più inaccettabile, stavolta non c’è possibilità di licenziare questa tragedia con una scrollata di spalle a breve termine, stavolta se ne deve parlare di questo dolore insopportabile per non scordare, per non spostare il baricentro, per non attenuare ulteriormente quel senso di comunità e di condivisione che nel nostro paese va consumandosi. (Vincenzo Andraous)

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Monica Cerutti: “Un bilancio senza anima che non risponde ai problemi del Piemonte”

Pubblicato da fidest su venerdì, 18 maggio 2012

Ieri si è chiuso il lunghissimo iter dell’approvazione del Bilancio Regionale. I tempi spropositamente lunghi non possono essere addebitati ad un eventuale ostruzionismo dei Gruppi di opposizione, ma alla non coesione che è interna alla maggioranza stessa: un fattore da non sottovalutare che sicuramente avrà ripercussioni nell’applicazione dello stesso. La Regione con questo Bilancio non risponde alle vere problematiche del territorio e non esprime una politica di programmazione economica per il Piemonte. Non possiamo non apprezzare gli sforzi che sono stati fatti per ridurre i tagli al trasporto pubblico locale ed alle politiche sociali, ma siamo convinti e consapevoli che non sia ancora abbastanza.Siamo profondamente insoddisfatti per quanto si è scelto per l’Edisu. E’ evidente il ridimensionamento che subirà l’ente: nel Bilancio si parla di 11 milioni, giustificati con il fatto che verrebbero introdotti criteri di merito in modo da selezionare maggiormente i beneficiari. Non siamo assolutamente d’accordo! Passare da 10000 borse di studio degli anni passati a circa 3500 erogabili con queste risorse non puo’ essere ascritto semplicemente all’introduzione del principio della meritocrazia.Ad aggravare la situazione ci risulta che vi siano alcuni vizi formali ed è per questo che abbiamo sottoscritto anche noi l’esposto che verrà presentato dall’opposizione alla Corte dei Conti. Se questo aspetto non fosse stato di rilevante importanza avremmo sicuramente votato contro questo Bilancio, ma davanti ai fatti abbiamo deciso di non partecipare alla votazione dello stesso.

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“Finanza, Etica ed Europa: un percorso comune”

Pubblicato da fidest su giovedì, 17 maggio 2012

Roma 31 maggio 2012 h 17:00 Villa Celimontana, Via della Navicella 12 Organizzato dalla Fondazione Atlante, in collaborazione con l’Associazione Nazionale per lo Studio dei Problemi del Credito e la Rivista Giuridica Notarilia, l’incontro intende rappresentare un momento di confronto sull’attuale situazione europea, ponendo l’attenzione sul tema dell’etica economica collegato alla finanza.Non pura retorica, ma concrete prospettive e spunti per costruire un sistema più efficiente ed equo, che tenga conto delle differenti istanze della società civile.L’Italia deve essere in grado di convogliare l’enorme risparmio privato su imprese e canali d’investimento.Per ottenere ciò, il risparmio non va falcidiato e la domanda non va mortificata, con un eccesso di imposizione fiscale, sull’altare del contenimento del debito.Il risparmio va sostenuto ed alimentato attraverso efficaci politiche che tengano da conto:
il cuneo fiscale, che deve essere ridotto;
le opportunità occupazionali, promuovendo investimenti in infrastrutture ed edilizia;
il flusso di capitali da mettere immediatamente in circolazione con il tempestivo pagamento da parte della Pubblica Amministrazione. Altresì, in un tale processo virtuoso, la possibilità di battere il credit crunch mediante “l’umanizzazione” del rating d’impresa, la cultura del venture capital, del private equity, la quotazione nei mercati AIM e MAC, nonché il private placement di obbligazioni corporate all’estero, rappresentano passaggi utili, se non indispensabili, per la crescita.
Programma dell’evento ed i relatori presenti.
Prof. Franco Salvatori – Presidente Società Geografica Italiana
Prof. Notaio Antonio Gazzanti Pugliese di Cotrone- Presidente Fondazione Atlante
Cav. Lav. Prof. Ercole P. Pellicanò- Presidente ANSPC
Avv. Nunzio Bevilacqua – Direttore Rivista Giuridica Notarilia
Interventi
Prof. Antonio Baldassarre – Pres. Emerito della Corte Costituzionale
Prof. Luigi Cappugi – Economista
Dott. Divo Gronchi – A. D. Cassa di Risparmio di San Miniato
Prof.ssa Maria Giuseppina Lucia – Ordinario Geografia Economico-Politica Univ. Torino
Cav. Lav. Dott. Giampietro Nattino – Pres. Banca Finnat
Prof. Vincenzo Scotti – Pres. Link Campus University
Mons. Dom. Pietro Vittorelli – Abbate di Monte Cassino
Moderatore
Dott. Paolo Brocato – Giornalista dell’Osservatore Romano

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Pendolari linea ferroviaria Pinerolo-Torre Pellice

Pubblicato da fidest su sabato, 7 aprile 2012

I pendolari hanno messo in evidenza le difficoltà che stanno subendo e che sono legate alla sospensione del servizio ferroviario. Oggi veniamo a scoprire che la linea è stata soppressa dalla Regione Piemonte in accordo con Trenitalia, sacrificata sotto la bandiera del risparmio economico. Nella risposta a un nostro question time, ci era stato detto che la linea era stata dismessa a causa di lavori di manutenzione sul materiale rotabile sottostante e il trasporto era assicurato da un servizio sostitutivo su gomma ad opera della Provincia. Il nostro allarme, ribadito in più occasioni, tuttavia era alto perché lo stesso Assessore aveva confermato che Regione e Trenitalia stavano studiando una riprogrammazione delle tratte a livello regionale. Ieri Moretti ha annunciato un investimento sul trasporto pendolari. Oggi invece abbiamo la certezza che queste linee ferroviare verranno sostituite da mezzi su gomma con la conseguenza di un aumento del traffico su strada, una riduzione della sicurezza del pendolare, un aumento dello smog ambientale ed un ovvio disagio dei pendolari che sono soprattutto lavoratori che per anni hanno dovuto subire disagi a causa di un servizio a singhiozzo. La Regione, protagonista di questa dannosa rivoluzione, ora ci dica come intende assicurare un reale controllo del servizio a tutela dei cittadini. (Monica Cerutti, Sinistra Ecologia Libertà)

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Situazione bambini greci

Pubblicato da fidest su sabato, 7 aprile 2012

Rodas (Grecia)

Rodas (Grecia) (Photo credit: contafisca)

Il Comitato Greco dell’UNICEF ha presentato con l’Università di Atene il rapporto dal titolo “La Condizione dell’Infanzia in Grecia 2012” che analizza la situazione dell’infanzia in Grecia. Sono dati molto preoccupanti. Il 23% dei bambini è povero rispetto alla media europea (20,5%), i minorenni che vivono sotto la soglia di povertà sono 439.000. Le famiglie povere sono il 20,1 per cento rispetto al totale delle famiglie. Il 33,4 per cento delle famiglie povere è una famiglia composta da un unico genitore mentre il 28,7 delle famiglie con bambini si sono trovate in condizione di povertà o esclusione sociale, dato che sale al 34,7 per cento per le famiglie con adolescenti. La Grecia ha la più alta percentuale di bambini sottopeso dei paesi OCSE. Il rapporto analizza il grado di efficacia della legislazione greca e delle politiche relative al miglioramento delle condizioni di sostentamento dei bambini come previsto dalla Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Su una popolazione totale di 11 milioni, i minorenni sono poco meno di 2 milioni.

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Crisi: situazione drammatica

Pubblicato da fidest su venerdì, 6 aprile 2012

Troppi suicidi, troppi fallimenti economici familiari, troppa disoccupazione, troppe tasse rappresentano una miscela esplosiva – dichiara Pietro Giordano, Segretario Generale di Adiconsum – che rischia di portare il Paese sul crinale di una emergenza sociale ed economica sempre più drammaticamente tangibili.
La propensione al risparmio registra l’ennesimo record negativo attestandosi al 12% facendoci tornare indietro al 1995, cioè a 17 anni fa. L’inflazione erode il potere d’acquisto delle famiglie e le quote di profitto delle aziende non finanziarie, una donna su due ed un giovane su tre non ha occupazione.
Non è possibile – prosegue Giordano – continuare a passeggiare lungo quello che sempre di più appare come un baratro nel quale tantissime famiglie sono precipitate o rischiano di precipitare.
Adiconsum chiede al Governo ed alla maggioranza che lo sostiene:
1) l’immediata trasformazione in decreto legge del disegno di legge sul default dei consumatori;
2) il taglio delle accise sui carburanti e l’istituzione dell’Iva mobile;
3) il varo di una reale riforma fiscale che tagli le aliquote IRPEF dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, utilizzando le risorse recuperate con la lotta all’evasione fiscale e con l’aumento dell’IVA;
4) la cantierizzazione immediata di opere pubbliche capaci di iniettare risorse per lo sviluppo e creare occupazione diretta e da indotto produttivo.

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Malì: sviluppi situazione

Pubblicato da fidest su sabato, 24 marzo 2012

Mali Lošinj

Mali Lošinj (Photo credit: aly24j)

Dopo l’annuncio che i soldati dell’esercito hanno preso il controllo del paese, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) continua a seguire da vicino gli sviluppi della situazione in Mali. Al momento non si registrano nuovi movimenti di popolazione all’interno del paese, né verso i paesi limitrofi.
L’UNHCR è preoccupato che la protratta incertezza politica possa innescare ulteriori spostamenti forzati di popolazione, in una fase in cui la popolazione sradicata all’interno e oltre i confini del paese è già considerevole. L’Agenzia sta aggiornando i propri piani d’emergenza in modo da poter rispondere a possibili nuovi esodi verso i paesi confinanti.Dalla metà di gennaio – a seguito dei combattimenti tra un movimento ribelle e le forze maliane nel nord – migliaia di maliani hanno lasciato il proprio paese. In Mali inoltre gli sfollati vivono in condizioni difficili all’interno di villaggi e insediamenti temporanei e dipendono dalla generosità delle comunità d’accoglienza. Nei prossimi giorni l’Alto Commissario ONU per i Rifugiati António Guterres sarà in visita in Mauritania per assistere a una cerimonia che segnerà il termine del rimpatrio volontario dal Senegal e per dare riconoscimento all’impegno profuso negli anni per sostenere il processo d’asilo. Nell’occasione Guterres valuterà anche la situazione, in connessione con l’afflusso di persone colpite dal conflitto in Mali.

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Giornate della bonifica e dell’acqua

Pubblicato da fidest su giovedì, 22 marzo 2012

Cividale del Friuli, Friuli-Venezia Giulia, Italy

Cividale del Friuli, Friuli-Venezia Giulia, Italy (Photo credit: Wikipedia)

“Se le sporadiche piogge dei giorni scorsi hanno leggermente ristorato le campagne dell’ Italia settentrionale, restano irrisolte le grandi incognite sulle disponibilità idriche per l’ormai prossimo avvio delle irrigazioni, anticipate anche dalle temperature superiori alle medie.” Lo conferma l’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni (A.N.B.I.), segnalando che le situazioni più preoccupanti si registrano a Nordest dove, da settimane, le Unioni Regionali Bonifiche hanno lanciato preoccupate segnalazioni.
In Friuli Venezia Giulia, il fiume Tagliamento è sotto la media stagionale e non si segnalano riserve di neve sulle montagne; la falda si è notevolmente abbassata rispetto allo scorso anno: – 16 metri nella zona di Remanzacco e – 14 metri nel territorio di Cividale. Permanendo le attuali condizioni, sono state già preventivate riduzioni nel servizio irriguo con inevitabili ricadute sulle produzioni agricole.
Analoga la situazione nel Veneto, dove “mancano all’appello” oltre 140 millimetri di pioggia, cioè circa 140 litri d’acqua per metro quadrato. La falda nell’area centrale delle risorgive si abbassa di oltre un centimetro al giorno, vale a dire di circa mezzo metro al mese. Sulle Prealpi non c’è neve e in quota si registra un deficit del 67% nello spessore medio del manto nevoso, dato peggiore rispetto a quello di altri inverni con poca neve (1990, 2000, 2007). Le portate di tutti i principali corsi d’acqua della pianura veneta risultano nettamente inferiori ai valori medi mensili di lungo periodo. Le condizioni di magra più evidenti si osservano lungo i fiumi Brenta e Bacchiglione con una riduzione dei deflussi di oltre il 60%.
Giunta Regionale ed Autorità di Bacino Alto Adriatico hanno già attivato una struttura tecnica per individuare le linee guida atte a contemperare i molti interessi gravitanti sulla risorsa acqua.
“Ma va ricordato – precisa Massimo Gargano, Presidente A.N.B.I.– che la legge stabilisce che, dopo l’uso umano, la priorità compete all’uso agricolo. Oggi è la festa di San Benedetto, patrono dei bonificatori: se, come tradizione, arriveranno le rondini è anche perché i consorzi di bonifica contribuiscono all’equilibrio ambientale del territorio.” Preoccupante è pure la situazione del fiume Adige, la cui portata si è dimostrata insufficiente ad impedire la risalita del cuneo salino, la cui azione mina la fertilità dei terreni; in ansia sono anche i risicoltori veronesi, giunti ormai alla vigilia dell’indispensabile pratica agronomica della sommersione dei campi.
Preoccupazione si registra anche in Piemonte e in Lombardia, soprattutto nelle zone vocate a riso e bisognose di grandi quantità d’acqua: il lago Maggiore, il cui livello è risalito di una ventina di centimetri a seguito di piogge, rimane infatti 60 centimetri sotto la media stagionale; ciò significa una carenza di 120 milioni di metri cubi d’acqua, cioè un terzo della capacità d’invaso. Tutti i grandi laghi del Nord Italia, pur in leggera ripresa, restano abbondantemente sotto le medie stagionali: lago di Garda: -30 centimetri; lago di Como: – 15 centimetri; lago d’Iseo: -30 centimetri. Meno allarmante, allo stato attuale, è la condizione del fiume Po, le cui portate, ancorchè fluttuanti, stanno godendo dello scioglimento delle “nevi basse”; il loro effetto, non essendo copiose quest’anno le riserve nivose montane, si esaurirà però nell’arco di un paio di mesi e poi ci si dovrà affidare solo a “Giove Pluvio”.
Situazione a rischio anche in Emilia Romagna dove, nell’area centrale, la falda ipodermica è scesa a tre metri dal piano campagna; la situazione idrica complessiva è inferiore alle medie stagionali.
Seppur in maniera non omogenea, ma le riserve idriche preoccupano anche in Toscana: le situazioni più gravi si registrano nelle zone centro meridionali dove, ad esempio, l’invaso del Bilancino, nell’area di Firenze, è ai minimi storici.
La situazione, invece, migliora man mano che si scende verso Sud per la presenza di invasi, che registrano un crescente accumulo idrico.

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L’Imposta Municipale Unica (IMU) a carico degli agricoltori

Pubblicato da fidest su giovedì, 22 marzo 2012

Italiano: Roma, Ministero delle Finanze a via ...

Italiano: Roma, Ministero delle Finanze a via XX Settembre (Photo credit: Wikipedia)

Dichiara il presidente nazionale Confeuro, Rocco Tiso – “è profondamente ingiusta, non tiene conto della situazione in cui versa il primario italiano ed esprime la scarsa fiducia dell’esecutivo sulla ripresa del comparto agroalimentare. L’IMU – continua Tiso – non si discosta minimamente dalla linea del precedente governo e continua a raffigurare il primario come un settore dal quale attingere senza dare nulla in cambio. Le aziende agricole sono ormai vicine al collasso e non sono in grado, come hanno costantemente fatto in questi anni, di sopportare altri rincari”.
Il governo – conclude Tiso – ha tra i suoi principali compiti quello di rilanciare l’economia e non di alimentare la fase recessiva. ed è per questo che è necessario si adoperi quanto prima per esentare gli operatori del mondo agricolo dal pagamento di questa nuova imposta. E’ infatti evidente, al di là della diversità di numeri forniti dalle associazioni di categoria e dal Ministero delle Finanze, che l’IMU inciderà negativamente sulla qualità delle produzioni agricole italiane, unico baluardo in una situazione economica sempre più grave.

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Il caso Maserati arriva sul tavolo del Governo

Pubblicato da fidest su giovedì, 23 febbraio 2012

Maserati GranTurismo

Image via Wikipedia

La Giunta regionale, vista l’assenza di risposte da parte dell’azienda, “ha deciso di chiamare in causa” il Ministero dello Sviluppo economico. Lo ha spiegato l’assessore alle Attività produttive Gian Carlo Muzzarelli rispondendo all’interrogazione dei consiglieri regionali Palma Costi, Stefano Bonacini e Luciano Vecchi.I tre consiglieri chiedevano alla Giunta, infatti, un intervento urgente per fare chiarezza sul futuro dello stabilimento modenese, a causa della mancanza di risposte chiare da parte dei vertici sulle prospettive del polo produttivo emiliano e dopo l’annuncio a mezzo stampa che la produzione del nuovo SUV Maserati sarebbe stata affidata allo stabilimento di Detroit.“Vista la preoccupante incertezza della situazione – scrive Muzzarelli – e l’assenza di risposte la Giunta ha deciso di chiamare in causa il Governo e il presidente Errani, in due successive lettere al Ministro dello Sviluppo economico, ha segnalato il problema Fiat-Maserati tra i nodi da sciogliere insieme al Governo al fine del rilancio di una seria politica industriale per lo sviluppo e l’occupazione”. L’incontro richiesto da Errani dovrebbe avvenire a breve, come spiega l’assessore: “Il ministro Passera è stato invitato a partecipare alla discussione del Piano delle Attività produttive della Regione e l’appuntamento, che si terrà in data da concordare con il Ministro, sarà anche l’occasione per esaminare congiuntamente la situazione Maserati ed assumere le opportune iniziative”.

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Il debito asiatico è ora una delle principali asset class

Pubblicato da fidest su martedì, 21 febbraio 2012

Londra. <gli investitori dovrebbero vedere ora il debito asiatico come una asset class tra le principali e non solo come una sottosezione dell’universo globale obbligazionario, dice Liang Lian, gestore dei 737 milioni di dollari del fondo Legg Mason Western Asset Asian Opportunities Fund.Secondo Lian, negli ultimi anni e gradualmente, il debito asiatico ha meritatamente stabilito un proprio status come classe di asset a se stante, anche se gli investitori devono ancora rivalutare il debito di questa regione. “A nostro avviso, il debito asiatico non può più essere considerato una mera parte dell’universo dei mercati emergenti con un ruolo esclusivamente supplementare nell’esposizione obbligazionaria globale, come vent’anni fa”, dice Lian. “In Western, siamo invece convinti che i titoli del debito asiatico si stiano affermando ora come una tra le principali asset class sia per gli investitori internazionali sia per quelli regionali. Gli investitori dovrebbero rivederla con una maggiore prospettiva e considerare le qualità che le obbligazioni asiatiche in quanto classe di asset offrono a lungo termine”. “Un corollario potenziale di questa nuova percezione”, continua Lian , “è che gli investitori dovrebbero essere portati a riconsiderare la rilevanza degli indici asiatici nell’allocazione strategica”. Secondo Lian, gli indici obbligazionari globali tendono a sovrapesare consistentemente i mercati sviluppati, in particolare l’Occidente e il Giappone. Tuttavia, se è vero che ciò rispondeva alla quota che ogni regione aveva un tempo nell’economia globale, il graduale abbandono del debito del G-7 negli ultimi anni deve ancora essere riflesso in molti benchmark”. “Nei tre decenni precedenti il 2000, l’economia del mondo ha seguito schemi di stabilità, se si escludono alcuni episodi di stress economico che hanno avuto effetti negativi temporanei e limitati sull’economia dei G7″, ricorda Lian. “Negli ultimi 10 anni, invece, si è instaurato un cambiamento marcato di questo trend e, se si analizzano le rispettive posizioni in termini di quote del Pil mondiale, i G7 hanno registrato un calo da circa due terzi alla metà. Ciò nonostante, il peso che l’Asia emergente ha nei benchmark globali, incluso il WGBI di Citibank, non arriva al 3%, il che mostra un divario incoerente rispetto alla realtà economica e alla distribuzione regionale all’interno dei benchmark”.Inoltre, il trend di allontanamento dai paesi del G7 arriva in un momento nel quale le traiettorie dei rating sovrani mostrano una divergenza analoga, aggiunge Lian. “Un decennio fa, solo tre tra le prime dieci economie dell’Asia avevano un rating S&P A o superiore”, ricorda. “Oggi questo rapporto è raddoppiato a sei economie emergenti, perché anche Hong Kong e Singapore ore hanno un rating AAA. Nel frattempo, nell’Europa occidentale, dove dieci anni fa i paesi avevano quasi tutti un rating A o superiore, i rating si sono chiaramente differenziati e persino il debito sovrano più sicuro è ora vulnerabile a declassamenti, come abbiamo visto nelle ultime settimane”.Inoltre, avendo le economie asiatiche superato nell’ultimo decennio i paesi sviluppati nella crescita di un circa 6%, l’Asia ha accumulato dei notevoli surplus.”Questi surplus implicano che molti paesi asiatici ora sono importanti esportatori di capitale al resto del mondo e ciò risulta in un accumulo di riserve, che agisce come una sorta di autoassicurazioni nei periodi di pressione esogena”, conclude Lian. “Non sorprende che rispetto agli anni passati, la volatilità del mercato valutario asiatico sia calata recentemente in maniera notevole, proprio grazie al fatto che i decisori politici ora hanno strumenti adeguati per minimizzare le fluttuazioni valutarie indesiderate causate da forze esterne”.

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Aziende fallite nel 2011

Pubblicato da fidest su martedì, 24 gennaio 2012

Nell’anno appena concluso in Italia si sono registrati 11.707 fallimenti, con una crescita del +4% rispetto agli 11.289 casi del 2010 ma un ben più preoccupante +25% rispetto ai 9.383 casi del 2009, quando la crisi economica aveva già cominciato a manifestarsi in tutta la sua gravità. Nel quarto trimestre 2011, in particolare, i fallimenti sono stati 3.313, in crescita rispetto ai primi 3 trimestri dell’anno quando i casi rilevati erano stati rispettivamente 2.908 (a fine marzo), 3.301 (a fine giugno) e 2.185 (a fine settembre). E’ quanto emerge dall’Analisi dei fallimenti in Italia realizzata da CRIBIS D&B, la società del Gruppo CRIF specializzata nella business information. La maggior parte dei fallimenti in Italia ha coinvolto realtà della Lombardia, dove del resto è concentrata una grossa fetta delle imprese italiane: più precisamente da gennaio a dicembre 2011 sono state 2.613 le procedure concorsuali rilevate in questa regione, di gran lunga la più interessata dal fenomeno. Seguono, con meno della metà di casi, Lazio e Veneto rispettivamente con 1.215 e 1.122 casi. Più distanti Campania (1008), Emilia Romagna (899), Toscana (857), Piemonte (843) e Sicilia (601). I settori maggiormente in difficoltà sono quelli dell’edilizia e del commercio, in cui si concentrano maggiormente i fallimenti nei primi 12 mesi dell’anno appena concluso. Il più colpito è risultato essere il comparto della “costruzione di edifici” (1.378), seguito da commercio all’ingrosso di beni durevoli (917), installatori (916), servizi commerciali (702), commercio all’ingrosso di beni non durevoli (650). Secondo l’analisi di CRIBIS D&B nel 2011 un numero elevato di fallimenti ha coinvolto anche imprese del settore immobiliare (479 casi), dell’industria manufatti in metalli (459), dei trasporti e servizi merci su gomma (451), ma anche ristoranti e bar (446). “Il quadro che emerge dall’osservazione di questi dati – afferma Marco Preti, Amministratore Delegato di CRIBIS D&B – fornisce una ulteriore conferma del momento di estrema difficoltà che stanno vivendo le imprese italiane, specie quelle più fragili e quelle appartenenti a settori che, più di altri, stanno risentendo della congiuntura economica negativa. Del resto, gli avvenimenti che hanno contraddistinto il secondo semestre 2011 hanno peggiorato ulteriormente uno stato di salute di molte imprese, già minato da una crisi economica che perdura ormai da oltre 3 anni”.

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Il manifesto del pensionato

Pubblicato da fidest su martedì, 24 gennaio 2012

La consapevolezza che ci troviamo in un momento di gravi disagi ci stimola alla ricerca di soluzioni che possano creare, in via prioritaria, stimoli virtuosi ma capaci d’equilibrare l’impegno in rapporto alla capacità contributiva dei singoli soggetti.
Ciò significa che il pensionato in quanto tale e con un reddito medio-basso intende stabilire una grande alleanza con tutte quelle parti sociali per loro natura più fragili, economicamente parlando, come i giovani in cerca del primo impiego, i lavoratori licenziati, in cassa integrazione, i lavoratori in nero, le famiglie monoreddito, i piccoli imprenditori, gli artigiani.
Ciò significa che a fronte di una aggregazione di milioni di persone che vivono nell’area del disagio e che, nonostante tutto, sono esposte ad una continua aggressività fiscale e sottoposte al caro-vita, vi è una parte minoritaria del paese che si avvale di indebiti privilegi e viene meno al suo dovere di contribuire in proporzione al proprio reddito.
E’ tempo che questo disequilibrio venga corretto e se i politici non hanno la forza di farlo, in quanto soccubi d’interferenze clientelari, di poteri forti, di comitati d’affari è giusto intervenire con la sola arma che la democrazia ci offre: il voto.
Chiediamo di staccare la spina ai partiti tradizionali: Pd, Pdl e Terzo Polo di Casini e C. e di votare una coalizione nuova che abbia la caratteristica di proporre persone non legate in qualche modo alle suddette forze e composte da pensionati, giovani, disoccupati, precari, casalinghe, artigiani.
Il movimento che chiameremo “Aggregazione sociale” ha per simbolo una stella a cinque punte per rappresentare: pensionati, giovani, disoccupati, casalinghe, precari.
La mission si fonda su due diritti irrinunciabili: il diritto alla vita e il diritto a vivere. Vivere significa garantire a tutti l’assistenza, l’istruzione, l’alimentazione, il lavoro, un tetto sotto cui ripararsi.
La nostra tribuna sarà la rete web e la strada. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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