Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 25 n° 135

Testi Fidest

13 Risposte a “Testi Fidest”

  1. fidest detto

    Iniziativa Fidest

    Abbiamo inteso riservare uno spazio a Rosario Amico Roxas per affidargli il compito di coordinatore di un gruppo omogeneo, di dichiarata fede democratica, laica, solidale, per far conoscere una voce che non è isolata, individuale, ma responsabilmente desiderosa di riportare il dibattito politico nell’alveo del sociale. La traccia che dovrebbe emergere è la lettura laica di Jacques Maritain, ispiratore laico della Populorum Progressio, unitamente all’interpretazione onesta del Concilio Vaticano II le cui risultanze ispirano le risposte etiche che dovrebbero imporsi.
    Non sarà una voce confessionale, ma decisamente e rigorosamente laica, interessata ai problemi sociali, oggi trascurati anche dalle alte gerarchie confessionali, seguendo un insegnamento che viene trascurato per privilegiare condizionamenti pragmatici privi di ogni spinta che non sia legata alle leggi del mercato e alla logica del progresso che esclude lo sviluppo dell’uomo.
    Il discorso spazierà dentro i confini di una democrazia sociale, tenendo ben fermi taluni punti che saranno trattati, dei quali:
    * la dialettica individuo-persona
    * dal corporativismo al cooperativismo integrale
    * democrazia partecipativa
    * la dialettica della ragione
    * dalla nobiltà gerarchica all’aristocrazia del lavoro
    * il bene comune
    * l’uomo e lo stato
    * pluralismo politico
    * il gregge che pensa
    Ai lettori è possibile fare commenti e intervenire nei temi affrontati
    Il direttore
    Riccardo Alfonso

  2. Rosario Amico Roxas detto

    La Democrazia sociale.
    Proposta per un dibattito.
    Coordinamento: Rosario Amico Roxas
    (parte 1°)

    Di fronte alla crisi generale che investì la società intera dopo la I° Guerra Mondiale, e di cui una delle manifestazioni più rilevanti fu il crollo del 1929 di Wall Street, molti sentirono il bisogno di cercare, o solo di tentar di cercare, una soluzione di essa in termini economico o socio-politici o al livello individuale.
    L’immagine di una civiltà in pericolo mosse le menti degli uomini e, naturalmente, anche il mondo cattolico tentò di dare una risposta al problema che angosciava l’umanità cristiana, di una Chiesa strettamente legata ad una civiltà terrena destinata a perire; problema, quindi, dei modi e delle forme che la Chiesa deve trovare per salvare i valori spirituali, pur non separati dalla società civile in costante evoluzione e non astraendosi in teoremi dogmatici, statici per loro natura e ancorati al passato che tarda ad attualizzarsi. Tra i primi a porsi e a tentare di risolvere, almeno in prospettiva, questo problema fu Jacques Maritain, discepolo di Bergson e seguace del socialismo rivoluzionario fino al 1906, anno in cui si convertì, sotto la spinta di Leon Bloy, al cattolicesimo partecipativo.
    L’iniziale adesione al socialismo è molto importante, perché serve a farci comprendere il suo successivo atteggiamento critico nei confronti di esso; atteggiamento che non sarà mai acrimonioso, ma sempre ispirato ad una serena analisi dei lati negativi come di quelli, anche se meno appariscenti, positivi.
    In realtà la critica di Maritain distingue tra socialismo e comunismo, quindi, tra ideologia e pratica, tuttavia colpisce, innanzitutto, la radice stessa ideologica della concezione marxista della vita e della storia in quanto pone, alle sue basi,una visione dell’universo antropocentrica e materialistica, in cui l’uomo viene esaltato per la sua funzione operativa e il lavoro è posto come fine supremo, unico e ultimo. Il lavoro è per Maritain elemento fondamentale della dignità umana, ma in funzione dell’uomo e non l’uomo in funzione del lavoro, che sarà, poi, la visione liberista, capitalista e occidentale, sfruttatrice di quel medesimo lavoro, incurante di ogni altro valore che non sia destinato all’utile immediato.
    E’ questo il momento socio-economico di congiunzione tra marxismo e liberismo, sta nella identificazione della società, vista come semplice organizzazione produttrice di beni, destinati al mercato che domina l’intero ciclo del lavoro: unica differenza, che non coinvolge il lavoratore, sta nel fruitore di quella produzione, che per il marxismo dovrebbe essere lo Stato pianificatore e stratificante che amministra le produzioni e ne fa partecipi i cittadini “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” ; mentre per il liberismo il fruitore della produzione è l’imprenditore proprietario dei mezzi di produzione, che “compra” il lavoro come merce e tende a pagarlo sempre meno per aumentare i propri utili.
    In entrambi i casi la sfera spirituale dell’uomo non è tenuta in alcuna considerazione; in un discorso laico, per sfera spirituale non intendiamo necessariamente quella confessionale o di appartenenza ad una religione, bensì tutto il patrimonio dell’uomo, della sua intelligenza, della fantasia, della possibilità di sognare, di inventare, di capire.
    Maritain supera la ristretta visione marxista, che nel totalitarismo staliniano era diventato chiuso e ottuso, contrapponendo una visione dell’uomo e della società ampia e aperta, in termini politici, sociali, economici , in grado di sottintendere una metafisica cristiana di origine tomista.
    Ma non diventa strettamente confessionale, in quanto nella sua maggiore opera “Humanisme integral” del 1936, la metafisica si fonde strettamente con una forte esigenza sociale e politica, per fondare una autentica democrazia sociale, su basi etiche, che tenga ben presenti i mutamenti storici avvenuti nel cattolicesimo dal Medioevo al XX secolo.
    (continua)

  3. [...] Testi Fidest [...]

  4. fidest detto

    La Democrazia sociale.
    La dialettica individuo-persona.
    Coordinamento: Rosario Amico Roxas
    (parte 2°)

    Fondamento di una società moderna, solidale, integrata è l’uomo, nel quale il carattere dell’individualità e accidentalità si fonde con quello della personalità o sostanzialità. Il rifiuto del relativismo non concede spazi all’integrazione fra i popoli, prevedendo come assioma la superiorità di una parte (nel nostro caso dell’occidente) nei confronti del resto del mondo e della religione cattolico-cristiana sulle altre religioni, malgrado e contro le determinazioni sancite dal Concilio ecumenico Vaticano II. Il tema del relativismo merita un approfondimento, che ci proponiamo di fare, scendendo nei particolari che utilizzano proprio il relativismo in funzione di un anti-relativismo diventato la “moda” dialettica più attuale. Personalità e sostanzialità sono le inscindibili caratteristiche che stimolano l’uomo ad associarsi, ad aggregarsi, ad integrarsi per vivere insieme, stante le manchevolezze umane in quanto singoli individui e la ricchezza immateriale in quanto persona. Il tentativo di annullare queste caratteristiche distintive dell’uomo mira alla massificazione e alla trasformazione dell’uomo in massa anomala e informe, oppure, secondo le esigenze del liberismo, in consumatori condizionati dalle regole del mercato dove si scelgono i consumi in rispetto di ciò che viene ordinato di scegliere attraverso il costante lavaggio del cervello operato dalle informazioni interessate, più o meno occulte.
    Ma se l’individuo, rispetto alla società, è una parte e, come tale, può anche sacrificarsi per essa, è poi vero che in quanto persona, cioè immateriale, come intelletto, coscienza, capacità critica, è al di sopra della società stessa, potendosi rapportare ad una dimensione infinita.È il nucleo centrale del pensiero di Maritain, nel quale avviene il superamento della concezione marxista, per la quale l’individuo non ha altra dimensione che nella società e per la società, venendo a mancare la quale, cesserebbe di esistere autonomamente, cadendo nel materialismo, fine a se stesso. E’ il medesimo errore del liberismo che cade nel materialismo, in quanto riduce l’uomo a mero consumatore, attore di un coro dove ripete lo spartito che i mezzi di comunicazione di massa gli impongono; si transita così dal materialismo marxista al materialismo edonista del mercato globale. Ad entrambi sfugge il disegno e la progettualità della identificazione del “bene comune”, insito nel concetto di “democrazia” e rafforzato dall’aspirazione “sociale”.
    (continua)

  5. Carla Zironi detto

    Una riflessione: Venire al mondo e a conclusione: visse felice e contento!a Tra l’inizio e la fine dovrebbe starci il senso della vita. Venire al mondo, ma in quale mondo?
    Un’immensa savana che ripete esattamente il rapporto tra predatore e preda codificandolo con le convenzioni sociali ed economiche, che comunque privilegiano il più forte
    Un forte tiranno,o un forte mitigato dai semi dell’umanesimo,o un forte paternalista che rassicura e provvede ai bisogni ma che rende l’individuo un numero e non un soggetto.
    E magari vissero anche felici, contenti e inconsapevoli che la prateria poteva essere esplorata alla scoperta di più ampi orizzonti. Tra l’inizio e la fine dovrebbe esserci la conquista della condizione umana, a mio avviso, nel senso cosmico della vita con una dimensione terrena geometricamente orizzontale, non omologante. nel rispetto della unicità del singolo.
    Forse sto sognando un mondo che verrà o che non verrà mai se la qualità umana non sarà depurata dal male più antico: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e su qualunque essere vivente, perpetrato con materialistica premeditazione. Quindi venire al mondo avrà solo in comune la meccanica della nascita ma non il percorso morale dell’esistenza.

  6. Rosario Amico Roxas detto

    x Carla Zironi
    La visione pessimistica neutralizza anche le speranze e ne provoca la staticità, della quale sanno bene profittare quelli che si identificano come “i più forti”.
    I sofisti identificavano “i più forti” come coloro che sapevano usare meglio la parola; con oltre 2500 anni di storia emerge la loro ragione, ma proprio perchè si manifesta un rifiuto all’uso della parola per contrastare le altre parole.
    In tempi andati per queste ragioni vennero fatte le rivoluzioni; ma come in tutte le rivoluzioni alla fine si ritorna al punto di partenza, quindi la cosa non funziona.
    Ci rimane l’uso della parola, con tutte le limitazioni del caso, ma personalmente non mi arrendo.
    So bene che queste mie pagine saranno lette da qualche decina (magari centinaia) di persone, ma spero ne valga la pena.
    L’on. avv. Giuseppe Alessi, primo presidente della regione siciliana, fautore dello Statuto siciliano, nel 1992 presentò presso la CCIAA di Caltanissetta il mio libro “Contributo all’interpretazione del Magistero sociale della Chiesa”, e mosse talune considerazioni analoghe alle tue, ma concluse con un “lamento” di speranza. Del mio libro disse che
    “….quando non è possibile farsi farina per impastare il pane, bisogna contentarsi di esserne il lievito…. questo libro è il lievito”;
    da allora continuo ben sapendo che milioni di persone stanno ad ascoltare i TG di Fede e Minzolini, ma la semina del dubbio non deve fermarsi, sperando che possa far lievitare le coscienze.
    Grazie di avere inviato un commento.

  7. Rosario Amico Roxas detto

    La Democrazia sociale.
    L’Universalità dei diritti.
    Coordinamento: Rosario Amico Roxas
    (parte 3°)

    La distinzione individuo-persona non è occasionale o formale, corrisponde alle attese, in quanto l’individuo tende al progresso che promette una migliore qualità della vita ai selezionati fruitori, mentre la persona tende allo sviluppo dentro una rinnovata aspirazione umanistica identificabile nel “Nuovo Umanesimo” che si configura nel “bene comune” alternativo e ben superiore all’egoistico “bene privato”. Il bene comune riconosce, implicitamente, l’universalità dei diritti, equilibratamente previsti con l’universalità etica dei doveri.
    L’intuizione di Maritain trovò autorevolissima conferma anche nel magistero sociale della Chiesa, quando riuscì a dialogare con il mondo laico al di fuori delle connotazioni esclusive e confessionali.
    La Chiesa non è competente in economia, il disastro dello IOR ce lo conferma; non è competente in politica e dovrebbe restarne fuori per non tradire il proprio mandato, ma è (almeno è stata !) espertissima in Umanità, tant’è che dal Concilio Vaticano II a Giovanni XXIII, a Paolo VI, a Giovanni Paolo II, è stato un crescendo di appelli al richiamo umanistico.
    Con l’attuale pontificato si vorrebbe far emergere l’europeismo del cattolicesimo che trae origine dalla cultura stessa del pontefice Benedetto XVI, che risente profondamente di retaggi pangermanici, mentre l’avallo offerto da Pera (v. “Senza radici”, di Pera-Ratzinger !) offre il sostegno di un apparato laico che tale non è, perché inteso a servire la Chiesa per potersene servire, diventandone, abusivamente, il portavoce laico.
    Ne viene fuori un cattolicesimo monco della universalità, selettivo, dialettico, osservatore di una minima parte dell’umanità che sarebbe destinata a ergersi al di sopra del resto del mondo. La lunga strada del Nuovo Umanesimo, pur con un itinerario ben definito e in piena evoluzione, ha capisaldi remoti, che non si sono voluti ascoltare e che oggi si preferisce ignorare, nella speranza che possano transitare nell’oblio.
    Uno di questi capisaldi è certamente la Populorum Progressio ( di seguito PP) di Paolo VI; due sono le chiavi di lettura dell’Enciclica di Paolo VI:
    • la prima nella scia del percorso già iniziato con la Rerum Novarum, agganciando e completando le tematiche degli altri documenti più importanti che seguirono al RN e che precedettero la PP;
    • la seconda che si caratterizza per l’innovazione degli argomenti che l’hanno resa di perenne attualità, essendo rivolta non più soltanto alle classi disagiate per riconoscere loro diritti precedentemente disconosciuti, ma perché si rivolge a tutti gli uomini nei loro rapporti interpersonali con tutti i popoli della terra.
    I diritti che con le Encicliche sociali venivano riconosciuti alle classi, con la PP vengono dilatati a livello universale, perché tali diritti o sono universali o non sono più diritti, ma diventano privilegi di pochi, sostenuti e mantenuti solo con il fragore della forza che soffoca tutte le legittime esigenze, che sono analoghe sotto tutti i cieli del pianeta, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, perché il popolo dei vinti non tollera più di restare tale per destino scritto da altri nella loro storia; per questo la PP è anche profetica e, a volte, apocalittica.
    La PP si presenta, così, non solamente come una pastorale pietistica, che fa appello alla carità cristiana, ma si trasforma nella nuova sociologia dell’umanesimo integrale (la collaborazione di J. Maritain alla stesura dell’enciclica è ormai informazione accettata), ponendo una pietra miliare nel pensiero sociale della Chiesa, destinato a tutti gli uomini, senza differenze di censo, cultura, religione o colore della pelle.
    Ne scaturisce anche il concetto di un diverso e nuovo peccato: il peccato sociale.
    Anche nella sua impostazione la PP si diversifica dalle precedenti lettere Encicliche delle quali ha assimilato l’itinerario per portarlo ad un più ampio compimento.Uno di questi capisaldi è certamente la Populorum Progressio ( di seguito PP) di Paolo VI; due sono le chiavi di lettura dell’Enciclica di Paolo VI:
    • la prima nella scia del percorso già iniziato con la Rerum Novarum, agganciando e completando le tematiche degli altri documenti più importanti che seguirono al RN e che precedettero la PP;
    • la seconda che si caratterizza per l’innovazione degli argomenti che l’hanno resa di perenne attualità, essendo rivolta non più soltanto alle classi disagiate per riconoscere loro diritti precedentemente disconosciuti, ma perché si rivolge a tutti gli uomini nei loro rapporti interpersonali con tutti i popoli della terra.
    I diritti che con le Encicliche sociali venivano riconosciuti alle classi, con la PP vengono dilatati a livello universale, perché tali diritti o sono universali o non sono più diritti, ma diventano privilegi di pochi, sostenuti e mantenuti solo con il fragore della forza che soffoca tutte le legittime esigenze, che sono analoghe sotto tutti i cieli del pianeta, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, perché il popolo dei vinti non tollera più di restare tale per destino scritto da altri nella loro storia; per questo la PP è anche profetica e, a volte, apocalittica.
    La PP si presenta, così, non solamente come una pastorale pietistica, che fa appello alla carità cristiana, ma si trasforma nella nuova sociologia dell’umanesimo integrale (la collaborazione di J. Maritain alla stesura dell’enciclica è ormai informazione accettata), ponendo una pietra miliare nel pensiero sociale della Chiesa, destinato a tutti gli uomini, senza differenze di censo, cultura, religione o colore della pelle.
    Ne scaturisce anche il concetto di un diverso e nuovo peccato: il peccato sociale.
    Anche nella sua impostazione la PP si diversifica dalle precedenti lettere Encicliche delle quali ha assimilato l’itinerario per portarlo ad un più ampio compimento.Uno di questi capisaldi è certamente la Populorum Progressio ( di seguito PP) di Paolo VI; due sono le chiavi di lettura dell’Enciclica di Paolo VI:
    • la prima nella scia del percorso già iniziato con la Rerum Novarum, agganciando e completando le tematiche degli altri documenti più importanti che seguirono al RN e che precedettero la PP;
    • la seconda che si caratterizza per l’innovazione degli argomenti che l’hanno resa di perenne attualità, essendo rivolta non più soltanto alle classi disagiate per riconoscere loro diritti precedentemente disconosciuti, ma perché si rivolge a tutti gli uomini nei loro rapporti interpersonali con tutti i popoli della terra.
    I diritti che con le Encicliche sociali venivano riconosciuti alle classi, con la PP vengono dilatati a livello universale, perché tali diritti o sono universali o non sono più diritti, ma diventano privilegi di pochi, sostenuti e mantenuti solo con il fragore della forza che soffoca tutte le legittime esigenze, che sono analoghe sotto tutti i cieli del pianeta, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, perché il popolo dei vinti non tollera più di restare tale per destino scritto da altri nella loro storia; per questo la PP è anche profetica e, a volte, apocalittica.
    La PP si presenta, così, non solamente come una pastorale pietistica, che fa appello alla carità cristiana, ma si trasforma nella nuova sociologia dell’umanesimo integrale (la collaborazione di J. Maritain alla stesura dell’enciclica è ormai informazione accettata), ponendo una pietra miliare nel pensiero sociale della Chiesa, destinato a tutti gli uomini, senza differenze di censo, cultura, religione o colore della pelle. Ne scaturisce anche il concetto di un diverso e nuovo peccato: il peccato sociale. Anche nella sua impostazione la PP si diversifica dalle precedenti lettere Encicliche delle quali ha assimilato l’itinerario per portarlo ad un più ampio compimento.

  8. fidest detto

    La Democrazia sociale.
    La missione pastorale di Paolo VI
    Coordinamento: Rosario Amico Roxas
    (parte 4°)

    Lo stesso dossier personale del Pontefice, elaborato fin dai primi giorni di pontificato e, per la prima volta, reso pubblico per dare agio agli studiosi interessati di ripercorrere la strada seguita per giungere alle affermazioni finali dell’Enciclica, documenta il travaglio nella elaborazione del documento.
    Importante novità è rappresentata dalle collaborazioni richieste per approfondire le tematiche più urgenti, come quella del domenicano P. Lebret, esperto nei problemi del terzo mondo e autore del programma di sviluppo del Senegal, quindi le stesure successive dell’Enciclica, ben sette, con le annotazioni personali del Pontefice, che documentano l’iter travagliato, perché nessuna parola doveva essere occasionale, ma frutto di meditazione per esprimere quel preciso pensiero.
    Si è potuto, così, assistere da parte di tutto il mondo alla nascita del documento e disporre di maggiori elementi per comprenderne lo spirito.
    Gli studiosi del pensiero sociale della Chiesa poterono ricavare spunti preziosi per la ricerca delle fonti e l’esplorazione del retroterra culturale, che aveva ispirato lo spirito dell’Enciclica.
    Poiché vi sono le basi per la nuova sociologia universale, anche nelle citazioni la PP si differenzia dagli altri documenti pontifici; precedentemente erano citati passi del Vecchio e Nuovo Testamento, affermazioni dei Padri e Dottori della Chiesa, con la PP si apre al mondo laico, infatti sono citati sacerdoti e laici come P. Lebret, J. Maritain, Colin Clark, mons. Larrain, Pascal, De Lubac.
    L’itinerario della PP, anche se rappresenta la dilatazione a universale delle precedenti Encicliche, cosa che ci fornisce una spiegazione intellettuale dell’evoluzione, non può essere compresa nella sua intima essenza se si prescinde dall’itinerario umano del sacerdote Montini, che ci fornisce il chiarimento spirituale.
    Non potrei non cominciare da quella baracca trasformata in Chiesa dove l’Arcivescovo di Milano, mons. Montini, celebrò la Messa di Natale il 25 dicembre del 1955; quel giorno documentò al mondo che la Chiesa è nata tra i poveri ed è destinata ai poveri, ed è la sola voce che può e deve levarsi forte per sostenere i diritti dei più deboli e dei più fragili, di quelli che non hanno voce per farsi sentire.
    Come Arcivescovo mons. Montini visitò l’America Latina e l’Africa, ma non si fermò ad ammirare i superbi reperti archeologici dei conquistadores, ma guardò la realtà dell’indio e del negro, come realtà di uomini sofferenti in mezzo ad altri uomini opulenti ed egoisti; lì dovette maturare la convinzione del nuovo peccato commesso ogni giorno da quanti non vedono nel prossimo bisognoso la presenza di quell’Uomo che porta una Croce non Sua in giro per il mondo, appesantita dall’egoismo di tanti uomini, in una nuova Via Crucis dove si rinnova, stazione dopo stazione, il peccato sociale.
    Ricordando la pastorale del Natale 1955, in quel gelido tugurio dove il Cristo era presente nei derelitti di una Milano occupatissima a celebrare non il rinnovarsi del mistero della Natività, ma il rito del cenone, e la lettera Enciclica PP, ritroviamo tutto l’itinerario dell’uomo Montini e la dilatazione degli orizzonti operata dall’assunzione della paternità universale.

  9. fidest detto

    La Democrazia sociale.
    Paolo VI tra il popolo dei vinti.
    Coordinamento: Rosario Amico Roxas
    (parte 5°)

    L’esigenza di toccare con mano la miseria che affligge una grande parte del mondo, condusse Paolo VI, , eletto al Pontificato, a visitare la Chiesa dei poveri in un pellegrinaggio che lo portò, innanzitutto, in Palestina nel 1964, in quella terra travagliata e contesa; era solo il 1964, ancora l’esercito israeliano non aveva scatenato quella che la storia ricorderà come ‘la guerra dei sei giorni’, quando con un’azione aggressiva quanto fulminea occupò i territori che l’ONU aveva assegnato ai palestinesi, dalla striscia di Gaza a Sud, alla Cisgiordania a Nord, alle alture del Golan, insediando i coloni e schierando l’esercito a difesa dei territori occupati. Furono oltre 2 milioni i palestinesi costretti a fuggire dalle loro case, dai loro villaggi, dalle loro cittadine, riparando nelle nazioni arabe vicine, come profughi non sempre ben tollerati.
    Un ulteriore viaggio fra i poveri portò Paolo VI fra gli orgogliosi grattacieli di New York, illuminati quotidianamente a festa, simboli tangibili di un’opulenza che mortifica tutta quella larga parte del mondo dei vinti, utilizzando la illusorietà del benessere, destinato, però, solo a pochi privilegiati. A New York il Santo Padre non si soffermò a compiacersi della esibizione di ricchezza, andò a cercare i più deboli in quei ghetti dove il colore della pelle marchia, ancora oggi, escludendoli dal consorzio del benessere, gli emarginati di Harlem.
    Queste esperienze ci indicano le profonde motivazioni che portarono Paolo VI a inserire nella Sua PP gli esempi di uomini che nel silenzio della propria coscienza si erano adoperati con gli altri e per gli altri, come Charles de Foucauld, il martire della donazione al Terzo Mondo, padre Chenu, il grande teologo sostenitore dei preti-operai, che si ‘fracassarono le reni’ nei miserabili sobborghi fra algerini e italiani sfruttati dalla grande industria, e ancora padre Lebret, che consacrò il suo genio al servizio dei popoli del Vietnam, del Senegal e del Nord-Est del Brasile.
    Venne citato più volte il profetico e terribile documento del Concilio ‘Gaudium et Spes’, Gioia e Speranza, lì dove assicura gioia e speranza a chi riconosce nel povero l’immagine di Cristo, escludendo coloro i quali, nazioni, popoli o singole persone, hanno privilegiato l’accaparramento delle ricchezze in contrapposizione alla distribuzione della solidarietà; fu una citazione profetica e apocalittica, con una promessa e una condanna.
    Il riferimento alla Gaudium et Spes si coniuga con l’assetto politico auspicato da Maritain nel suo trattato “L’homme e l’Etat”, in cui è possibile ravvisare la concezione di una democrazia integrata, diretta filiazione dell’umanesimo integrale.
    La democrazia, così intuita da Maritain, si leva come unico modello dentro il quale razionalizzare la politica, a condizione che nel sistema politico sia presente il fermento etico, elemento fondamentale di dialogo tra uomini diversi, tra culture diverse, e anche tra diverse religioni, stante l’universalità dell’etica che non conosce confini geo-politici.

  10. fidest detto

    La Democrazia sociale
    La democrazia partecipativa
    Coordinamento: Rosario Amico Roxas
    (parte 6°)

    Voci vecchie e antistoriche coniarono per Paolo VI il soprannome di ‘Papa comunista’, perché aveva voluto andare oltre l’interpretazione di un Vangelo consolatorio e aveva voluto calare nell’attualità il Verbo della universalità e della uguaglianza di tutti gli uomini non solo davanti a Dio, (sarebbe stato un discorso limitato al mondo dei credenti), ma identificando tale uguaglianza nell’intima natura dell’uomo, senza distinzioni di razza, cultura, qualità della vita, sviluppo tecnologico o religione: un discorso cattolico e, quindi, universale.
    Nel rigurgito di un anticomunismo antistorico e di propaganda che ci sta martellando in questi anni, che hanno superato il 2000, risulta molto evidente la ragione per la quale Paolo VI, con la Sua PP, sia stato messo da parte, con la segreta speranza che fosse anche dimenticato.
    Altre ragioni motivano il silenzio intorno alla PP, particolarmente in questi ultimi anni dopo il 2000, queste ragioni vanno ricercate nei temi dottrinali contenuti nel documento pontificio; tali temi non sono tutti preesistenti alla PP, alcuni vennero solamente ampliati, mentre altri rappresentarono una novità dottrinale caratteristica del tempo e profetica dei tempi futuri, come possiamo oggi ben constatare. L’elemento di maggior rilievo che oggi colpisce e condanna il metodo socio-politico dell’Occidente, è rappresentato dalla condanna esplicita dei principi del liberismo economico.
    • I diritti di proprietà e di libero commercio non sono assoluti, ma ‘subordinati’ alla ‘regola della giustizia, che è inseparabile dalla solidarietà’ (PP n. 22, 23, 58).
    • E’ un’esigenza la espropriazione dei beni non utilizzati con sufficiente socialità (PP n. 24).
    • Non sarà mai sufficiente la condanna del capitalismo ‘senza freno’ , della ‘concorrenza come legge suprema dell’economia’ e del ‘profitto come motore essenziale del progresso economico’ (PP n. 26).
    Questa condanna non è nuova, poiché è connaturata con tutta la polemica antiliberale, che, sviluppata a oltranza, ha indotto settori interessati della politica mondiale imperniata sul capitalismo, ad usare nei confronti del pensiero sociale della PP la qualifica equivoca di “socialismo cristiano”, che si affianca al “cristianesimo sociale”. Parallelamente alla condanna del neo-liberismo produttore del capitalismo monopolistico, altri temi vennero sviluppati seguendo l’evoluzione dei tempi, giungendo a momenti di vera profezia: un’analisi anche superficiale dei tempi attuali documenta la lungimiranza di Paolo VI. I temi ampliati e sviluppati sono quelli inerenti i principi di etica sociale nei rapporti tra individui (ricchi e poveri) o tra classi (datori di lavoro e lavoratori); nella PP questi stessi principi vengono estesi alla urgenza etico-giuridica dei rapporti tra popoli; la divisione del pianeta in Nord (ricco e sprecone) e Sud (arretrato tecnologicamente e vivente sotto i limiti della dignità della vita) è l’opposto di quanto Paolo VI auspicava e che ha lungamente predicato.
    • Nella Rerum Novarum il Pontefice Leone XIII aveva ritenuto insufficiente il libero consenso delle parti nella stipula dei contratti di lavoro, in quanto tali contratti devono rispondere ai criteri di giustizia obiettiva (PP n. 27).
    • Con la dilatazione delle tematiche a livello planetario Paolo VI estese lo stesso concetto anche ai contratti stipulati fra popoli, per tutelare l’equità a favore dei più deboli (PP. N.29)
    L’uso esclusivo dei beni, condannato già per l’individuo negando al diritto di proprietà privata ogni valore assoluto in tutta la tradizionale dottrina della Chiesa, non è ammissibile neppure per i popoli.
    • ‘Nessun popolo può pretendere di riservare a suo esclusivo uso le ricchezze di cui dispone’, si afferma con chiarezza nella PP, che si richiama allo stesso principio sostenuto dal Concilio Ecumenico Vaticano II (PP n. 48).
    • Sulla stessa via si continua con la valutazione riguardante il superfluo: il dovere che l’individuo ha di riversare sugli altri i beni che superano il proprio bisogno; nella PP diventa un dovere anche per i popoli ricchi nei confronti di quelli poveri (PP n. 49).
    • Il riferimento della PP al Concilio si collega al concetto di superfluo già indicato da Papa Giovanni XXIII e riportato in nota nella Gaudium et Spes: ‘considerare il superfluo con la misura della necessità altrui’ (Gaudium et Spes n. 69, nota 10).
    • La programmazione viene indicata come la via più corretta per facilitare l’intervento dei poteri pubblici nel coordinare le iniziative personali nel campo della solidarietà (Mater et Magistra, n. 19, 20, 21).
    • Così tecnicamente precisata, la programmazione venne rinforzata nella sua validità operativa e proposta sulla via della ‘liberazione dell’uomo dalle sue servitù’ materiali (PP n. 33, 34, 50)
    Su questo insieme di elementi dottrinali rielaborati e amplificati si innestò una dimensione nuova e originale, da sociale interpersonale e interclassista a sociale internazionale e universale.
    E’ certo che non si può affermare che la PP si sia fatta prendere la mano da una visione economicistica della vita; basta dire che il problema fu affrontato come una delle componenti economico-morali dello sviluppo dell’umanità, questo dato concorre ad attribuire alla PP quel volto di modernità e di attualità che si rinnova e riesce anche a diventare profetico.

  11. fidest detto

    La Democrazia sociale.
    La dialettica della ragione
    Coordinamento: Rosario Amico Roxas
    (parte 7°)

    In questo periodo di anti-politica programmata e strutturata, quando l’anticomunismo ha ripreso vigore per cercare di dare un contenuto alla mancanza totale di ideologie, diventa sempre più difficile sperare in una rilettura del pensiero di J. Maritain, per trarne ispirazioni programmatiche. Non avendo assolutamente nulla da offrire, in termini di contenuti ideologici e concettuali, contando esclusivamente sui sondaggi per elaborare una programmazione, al fine di conoscere le più immediate esigenze avanzate da una maggioranza sempre mutevole, per fornire un “contentino” in termini di contenuti è stata reinventato il “pericolo comunista”.
    E’ un ritorno alla guerra fredda quello che si sta cercando di riproporre, ma senza un avversario che contrasti e da contrastare; non è più una partita a due, ma, molto più miseramente, un solitario che si gioca davanti ad attoniti spettatori con la pretesa anche di barare, attribuendo a tale fantomatico rinato comunismo ipotesi eversive e giustizialiste, per giustificare assoluzioni aprioristiche: non c’è nulla di più stupido e di più inconsistente che barare al solitario !
    Maritain non è entrato in discussione diretta con il marxismo, rappresentando, invece, una esposizione positiva della dottrina sociale più avanzata, in aderenza ai tempi, in questo modo ha risposto, con argomenti oggi attualissimi, alle istanze puntualizzate dal marxismo, di cui superava le soluzioni, intuendo, con grande lucidità, che la dottrina sociale marxista aveva fatto il suo tempo e non avrebbe più avuto ragione di porsi come alternativa.
    Alla luce del materialismo storico la dottrina sociale marxista ha sostenuto che la proprietà privata dei mezzi di produzione era la causa dell’esistenza delle classi antagoniste e la ragione profonda di tutti i mali sociali. Il progresso tecnico, cominciando con il passaggio dagli strumenti di pietra a quelli di metallo fino a giungere alla raffinata tecnologia moderna, con la creazione del “plus prodotto” ha reso possibile la sua appropriazione da parte degli uni con l’esclusione degli altri.
    E’ questo lo sfruttamento, in questo modo ha avuto inizio la proprietà privata che ha dato origine all’esistenza delle classi antagoniste. L’interesse della classe sfruttatrice è l’accumulazione del capitale mediante l’appropriazione del “plus-valore”, cioè di quella parte del lavoro che non viene restituita all’operaio sotto forma di salario, in una parola lo sfruttamento, inteso come un illecito arricchimento.
    E’ questo un concetto che appartiene alle religioni a vocazione cattolica (universale) come il cristianesimo e l’islamismo; in merito allo sfruttamento c’è un termine arabo che normalmente viene tradotto nelle lingue occidentali con ‘usura’, è la riba, intraducibile negli idiomi occidentali. Ribadisco che si tratta di un concetto che condanna lo sfruttamento, che appartiene alle religioni con vocazione universale. L’idea dello sfruttamento è condannata nel Corano con 15 secoli di anticipo nei confronti della religione cristiana, a riprova del valore universale e, quindi, cattolico, del pensiero sociale islamico. In entrambe le religioni la condanna dello sfruttamento deriva dalla centralità che l’uomo occupa nel mondo della storia.
    Oggi lo sfruttamento ha raggiunto livelli planetari, le nazioni ricche e potenti, esercitano lo sfruttamento nei confronti delle nazioni povere e deboli, con la sottrazione delle materie prime, facendo anche ricorso all’uso della forza, all’applicazione delle normative internazionali inerenti l’embargo, scatenando legittime reazioni che servono solamente al potente per giustificare interventi bellici: è la globalizzazione dello sfruttamento, che si coniuga con la globalizzazione della violenza. (continua) Rosario Amico Roxas

  12. fidest detto

    La Democrazia sociale.
    Il gregge che pensa
    Coordinamento: Rosario Amico Roxas
    (parte 8°)

    Paolo VI elaborò la Populorum Progressio sulla spinta culturale ed etica nel sociale di Jacques Maritain; oggi non potrebbe accadere, stante la presenza dell’ateo razzista Marcello Pera quale ispiratore dell’attuale pontefice.
    Ma tra Paolo VI e l’attuale Sovrano Assoluto dello Stato città del Vaticano, c’è stata la conferma di un indirizzo umanistico, definitivamente chiarito da Giovanni Paolo II.
    Non faccio parte dei sostenitori del “santo subito”, perché parecchie ombre emergono nella prima parte del pontificato del papa polacco, quella prima parte che subì uno stravolgimento con l’uccisione di mons. Romero mentre celebrava l’Eucaristica; quel mons. Romero che il pontefice trattò molto male in udienza privata (ma non troppo, perché l’allora cardinale Ratzinger impose la sua presenza). La prova sta nella enciclica Centesimus Annus, che segna l’affermazione della “Sociologia del nuovo Umanesimo” , nella quale smentisce, senza ombra di dubbio, anche quella condanna della teologia della Liberazione, imposta dal card. Ratzinger.
    Con la Centesimus Annus pose un segno inequivocabile del ruolo che la Chiesa avrebbe svolto. Un ruolo di aperta contestazione nei confronti di colori i quali intendevano bandire dall’economia e dalla politica il diritto e la morale e, conseguentemente, un ruolo di difesa e di promozione dei diritti umani.
    Se le prime avvisaglie sugli orientamenti del Vaticano in campo sociale avevano indispettito gli ambienti dell’alta finanza di Londra e le industrie delle armi americane che avevano appoggiato l’elezione a Presidente degli USA di Bush-padre, la pubblicazione della C. A. creò una frattura ancora più profonda tra la Chiesa e alcuni settori del capitalismo selvaggio.
    La Chiesa mise le mani sulla bandiera del movimento operaio, rilanciando la necessità di un grande movimento per la libertà e i diritti della persona, riproponendo l’anticapitalismo cattolico. Si ritrovarono, così, sullo stesso piano il marxismo e le politiche militariste che, in nome del realismo, avevano bandito dalla politica il diritto e la morale. Si tratta della distinzione che Pininfarina non aveva capito.
    A questo tema si deve aggiungere la puntualizzazione contro le correnti dominanti del mondo culturale di avere separato il problema della Libertà da quello della Verità, rimproverando di non aver compreso la lezione del 1989.
    E’ fuori dubbio che la Chiesa fornì un contributo determinante circa i fatti dell’89 che videro crollare i regimi dell’Est. Con quegli eventi la storia ha impartito due lezioni, che, purtroppo, non furono. e non sono ancora, ben assimilati.
    La prima lezione insegnò al mondo che furono le masse dei lavoratori che delegittimarono quell’ideologia che pretendeva parlare in loro nome.
    La seconda lezione riguardò il metodo, che aveva dimostrato come sia possibile risolvere le questioni politiche più importanti, come il cambiamento radicale di un sistema, senza dover ricorrere all’uso delle armi a alle tragedie delle guerre.
    In quel 1989 non fu sconfitto solamente il comunismo, ma anche il concetto stesso del militarismo; la prima guerra del Golfo, voluta unilateralmente da Bush-padre dimostrò l’arroganza dell’Occidente, rimasto unica super-potenza planetaria; le successive conseguenze che arrivano ai nostri giorni non solo altro che la conseguenza logica della usurpazione della Verità.
    Per quanto riguarda le problematiche economiche, nella C. A. si prendeva atto che il marxismo era crollato, ma non era venuta meno l’alienazione nella quale vive l’uomo della società opulenta e l’emarginazione e lo sfruttamento in cui vivono intere fasce sociali e intere popolazioni. La Chiesa non propose, con la C. A., alternative al libero mercato e al diritto alla proprietà privata, come faceva il marxismo, ma pose degli argini perché l’aspetto economico non diventi l’elemento determinante e prioritario di tutto l’agire umano rimettendo, così, al centro della storia la responsabilità etica dell’uomo.
    La dottrina sociale della Chiesa, pur nella sua evoluzione lenta, ma costante, era rimasta nel limbo delle discussioni dottrinali, anche se, con la Populorum Progressio, aveva scosso molte coscienze; con Giovanni Paolo II e la Centesimus Annus è diventata patrimonio di idee e giudizi ai quali poter fare riferimento, a prescindere dalle distinzioni di religione, di nazionalità, perché parlò un linguaggio concreto e universale, programmando per la Chiesa un ruolo da protagonista nella società del terzo millennio.
    L’atteggiamento di critica nei confronti di quel capitalismo che genera il consumismo sfrenato era ampiamente motivato. Se bisogna prendere atto del fallimento del marxismo, che ha lasciato un pessimo ricordo per l’oppressione della libertà, la violazione dei diritti dei lavoratori e l’inefficacia del suo sistema economico, non bisogna trascurare il pericolo di una radicalizzazione del capitalismo che non promuove lo sviluppo integrale dell’uomo ma ne privilegia lo sviluppo economico, fino al consumismo : è questo il vero tarlo del capitalismo occidentale.
    La lezione di Giovanni Paolo II fu ben compresa dal prof. Romano Prodi, allora ex-presidente dell ‘IRI, rientrato all’insegnamento universitario. Il professore-manager fornì una lunga e dettagliata interpretazione della C. A., ma non come cristiano obbediente alla parola del Pontefice, ma come tecnico capace di valutare la proiezione che l’Enciclica avrebbe avuto in ordine allo sviluppo del Magistero sociale della Chiesa.
    Tutti i quotidiani italiani e molti stranieri riportarono i giudizi di Romano Prodi che mettevano chiarezza nei rapporti tra la sociologia della Chiesa e l’economia sociale del mondo occidentale; riporto alcune parti significative, tratte dal Corriere della Sera del 3 maggio del 1991, pag. 3:
    E’ l’Enciclica più aperta all’Occidente e al mercato della storia: superato il comunismo c’è il timore di un capitalismo troppo aggressivo……La Centesimus annus afferma la necessità di intervenire contro i monopoli, di non pregiudicare le libertà economiche e il commercio internazionale.
    Con la Populorum Progressio e la Centesimus Annus il mondo cattolico ha gli strumenti per transitare dalla condizione di “gregge” che segue il suo pastore, in “gregge che pensa”, basterebbe solo volerlo.

  13. fidest detto

    La Democrazia sociale.
    L’uomo e lo Stato
    Coordinamento: Rosario Amico Roxas
    (parte 9°)

    La terza religione monoteista, l’ebraismo, non esprime nessuna condanna in merito, anzi, fa della riba, come usura o sfruttamento, uno dei cardini della propria economia, e che l’ebraismo non abbia vocazione universale è dato dal fatto che è l’unica religione, fra tutte le religioni del mondo, assolutamente disinteressata al proselitismo e, quindi, alla divulgazione del proprio credo, anzi impedisce che estranei possano convertirsi all’ebraismo, in una sorta di razzismo di religione, che svuota la religione stessa di ogni valore spirituale.
    Non c’è nulla di sconcertante nelle parole di Paolo VI o di rivoluzionario, si tratta di un concetto assimilabile all’esigenza di riconoscere a tutti parità di diritti, perché il ‘plus-valore’, di cui si appropria il capitalista, è un extra a quanto legittimamente gli spetta per l’attività che svolge.
    Secondo il marxismo questo stato di cose dipende dalla natura stessa di un regime fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, oggi rappresentato dal capitalismo.
    L’interesse della classe sfruttata, al contrario, è l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, delle classi e della società divisa in classi.
    Dai fondatori agli autori marxisti si è voluto dimostrare l’esistenza dello sfruttamento a tutti i livelli, individuale, sia tra privati, sia tra diverse nazioni; il linguaggio usato insisteva sul capitale, sul capitalista, sul capitalismo, sul colonialismo e, quindi, sull’imperialismo, che si sostiene con il militarismo e con il ricorso alla forza.
    Il confronto tra gli interessi opposti delle classi antagoniste è lo scontro, la lotta di classe che, necessariamente si intensifica e sfocia nella rivoluzione, il cui scopo è il rovesciamento del potere delle vecchie classi e l’ascesa del proletariato. E’ questo il contenuto reale della lotta di classe e della lotta politica, alla quale non si deve sostituire la lotta economica e sociale per il miglioramento della qualità della vita. L’ideologia e la lotta ideologica devono mettere bene in luce che non è possibile la conciliazione delle classi antagoniste e la composizione dei lori interessi in un solo interesse comune, e che non è possibile tentare alcune via tendente al riformismo.
    (Cfr. Osnovj marksistskoj filosofi – Principi della filosofia marxista- del PCUS; sta in Komsomolskaja Pravda, 2 novembre 1961, pag. 3)
    L’Enciclica di Paolo VI non entra in polemica con il marxismo. Lo scopo di un documento universale non può essere quello di dimostrare la falsità di una determinata visione del mondo, ma deve presentare, come di fatto presentò, una soluzione positiva della questione sociale, valida per tutti, indistintamente.
    Si impone la sicurezza e l’autorevolezza con cui il Pontefice presentò la sua ipotesi di lavoro, parlando di problemi così urgenti, che riflettono valori veri, umani e quindi universali e cattolici; da ciò deriva l’indipendenza e la libertà della Lettera di fronte a qualunque ideologia, perché non si pone al di fuori delle ideologie, ma al di sopra, trattando problematiche che non possono essere racchiusi all’interno di una dialettica di parte.

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