Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

Elezioni europee e locali

Posted by fidest press agency su domenica, 31 Maggio 2009

Editoriale fidest. Ci siamo, oramai. Le ultime battute della campagna elettorale non cambieranno, se non marginalmente, il gioco delle parti per accaparrarsi il voto degli italiani. E’ un voto che i politici nostrani, in massima parte, dedicano a una sorta di sondaggio d’opinione sui grandi numeri declassando, di fatto, la valenza politica del voto europeo. Se così fosse c’è da chiedersi il motivo per il quale i tanti scontenti continueranno a votare per il Pdl e i suoi alleati. La verità è che molti sono convinti che non esiste una forza d’opposizione capace di determinare una svolta nel sistema Italia così com’è pervicacemente legato ai richiami del potere economico, finanziario e industriale. A ben considerare sta proprio qui il nodo Gordiano che i politici italiani nemmeno tentano di sciogliere. Nello stesso tempo è proprio il nostro presidente del consiglio a ricordarcelo non per voler cambiare le cose ma per far capire che l’attuale andazzo condanna la politica a svolgere un ruolo marginale nella vita del Paese. Dove sono, infatti, le riforme che possono portarci verso una società più egalitaria, più in difesa dei diritti, meno spendacciona, più forte e solidale con il popolo degli emarginati che ingrossa sempre di più? Abbiamo spesso riflettuto sulle ragioni del decadimento di grandi civiltà come quella babilonese, egiziana, greca, romana o sulle rivoluzioni che avrebbero dovuto cambiare il ruolino di marcia della storia a partire dalla ateniese del 400 a.C. alla francese, alla russa del socialismo reale e alle piccole rivolte regionali spuntate dalla radice di un moto popolare che aveva sete di giustizia e si è ritrovata soffocata dalla gramigna. Cosa possiamo oggi dedurne? E’ che esiste una grande parte dell’umanità che è stata condannata ad essere suddito senza diritti o, nella migliore delle ipotesi, con l’illusione d’averli o di poterli conquistare, e che è attraversata da due grosse dipendenze: la prima sta nel suo spirito gregario che crea i potenti e ne diventa servitore e la seconda è nella sua incapacità di conservare la memoria per le offese ricevute, le attese mancate e i tradimenti perpetrati. Tutto questo non ci permette oggi, nel nostro piccolo, di compiere ciò che un genere diverso di popolo dalla memoria lunga e dall’orgoglio della propria appartenenza farebbe. Ci condanna solo a restare servus servorum Dei sebbene oggi, più di ieri, abbiamo le tecnologie, gli strumenti e l’intelligenza creativa e propositiva per voltare pagina e riflettere sul più grande, a mio avviso, insegnamento della storia allorchè i plebei dell’antica Roma contrastarono il passo ai Patrizi dimostrando loro che vi è una grande mano non fatta solo per servire ma per condividere, per ritrovare la solidarietà, perché non esistono primati ma compiti che vanno svolti senza umiliare il più umile, senza spirito servile per il più potente e che la ricchezza di un popolo e dell’intera umanità si misura sulla sua capacità di stare insieme e sul modo di guardarsi e di stringere la mano. La storia del poi tradì quel segnale come oggi il tradimento si rinnova nei rituali che la cosiddetta democrazia compiuta ci impone. Sta diventando una strada senza uscita? Non credo. Cerchiamo un risveglio, neutralizziamo i soporiferi che ci ammanniscono e ritroviamo la nostra memoria, la nostra dignità, la nostra volontà di crescere senza per questo far pagare un prezzo ai nostri simili che non sia un prezzo che noi stessi paghiamo. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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