Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Nuovi rischi per l’economia reale

Posted by fidest press agency su sabato, 1 agosto 2009

Si dice che il pessimista è un ottimista ben informato, perciò bisogna saper guardare in faccia la cruda  realtà per poter proporre delle soluzioni realizzabili. Purtroppo dobbiamo riconoscere che alcuni tra i più importanti ma troppo poco considerati sviluppi globali indicano che è in arrivo una seconda e più pericolosa fase della crisi globale, quella che andrà ad intaccare a fondo l’economia reale e la stabilità sociale.  I grandi media, soprattutto negli USA, riportano che i recenti profitti monetari registrati da 4 grandi banche americane proverebbero che la ripresa è incominciata. E Larry Summers, direttore del Consiglio Economico della Casa Bianca, ha sintetizzato che “la crisi è finita”.   Ma un recente rapporto della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea sottolinea che la “drastica riduzione dei movimenti finanziari internazionali in corso è senza precedenti e potrebbe porre dei rischi seri al commercio e alla finanzia internazionale”. Da ottobre a fine marzo, cioè in sei mesi, i flussi finanziari internazionali (cross-border) sono diminuiti di oltre 2.600 miliardi di dollari, invertendo una tendenza che nei passati decenni era sempre stata in crescita. In altre parole, a seguito della crisi finanziaria ed economica globale le grandi banche, in disperata ricerca di liquidità e con continui tentativi di limitare i rischi, stanno vendendo o abbandonando le loro posizioni estere  per concentrarsi sul cosiddetto core business.  Questo radicale cambiamento delle banche è poco legato alla decisione di chiudere le loro operazioni meramente speculative, quanto piuttosto alla scelta di operare dentro i confini nazionali al fine di usufruire degli aiuti stanziati dai governi per le megaoperazioni di salvataggio.   Ciò forse potrà aiutare le banche a muoversi sui mercati dove il credito scarseggia, ma è senz’altro certo che impatterà negativamente l’economia globale facendo mancare liquidità all’industria e al commercio e minando la tanto attesa ripresa economica. La gravità di questa situazione ha portato persino The Wall Street Journal del 24 luglio a titolare: “Le banche potrebbero creare una minaccia globale”.  Infatti il commercio mondiale non sta migliorando. A fine maggio i container che muovono beni di consumo, prodotti lavorati e semi lavorati tra l’Europa e l’Asia  erano il 20% in meno rispetto all’anno precedente. I dati parlano di un 24% in meno di movimento di container per il 2009, mentre gli armatori praticano già un prezzo per i noli pari alla metà di quello applicato nel 2008. In autunno c’è il rischio che la crisi colpisca ancor più forte le fabbriche, i servizi sociali e i redditi delle famiglie.  La Cina resiste in quanto ha messo in campo investimenti importanti per lo sviluppo della sua economia interna, mentre la Russia sembra debba prepararsi a nuove emergenze economiche. Autorevoli fonti industriali russe denunciano l’arrivo di una seconda e più devastante fase della crisi economica che colpirà i settori produttivi e l’occupazione.  L’aumento del debito estero dei paesi in via di sviluppo, ma anche dei paesi dell’Europa dell’Est, avrà un ulteriore grave effetto negativo sui loro bilanci e sulle loro economie.  Per la prima volta dal 1933, negli Stati Uniti la disoccupazione ha superato la quota del 10%. Nello stato del Michigan, un tempo il centro della produzione dell’auto, il tasso è del 14,1% e nella California, che barcolla sul baratro della bancarotta, è dell’11,5%.  Lo stesso vale per l’Europa e per il nostro paese. La CONFAPI parla di una perdita di 350-450.000 posti di lavoro e la chiusura certa del 2% delle PMI e di un altro 8% a rischio di fallimento. Alcune banche operanti in Lombardia paventano il rischio di fallimento di una percentuale significativa di PMI. Per non parlare del Sud dove, oltre alla difficoltà di accedere al credito, la carenza e l’inadeguatezza delle reti ferroviarie, viarie, telematiche, aeroportuali e portuali, accentuano la crisi e le difficoltà delle imprese. Al di là di ogni polemica, dobbiamo riconoscere che per l’economia reale non c’è più tempo da perdere e che è stato fatto troppo poco per sostenere l’occupazione. Gli stimoli non funzionano automaticamente e non nei tempi desiderati. Occorre che lo stato appronti nuovi strumenti per accelerare la concessione del credito necessario e la realizzazione degli investimenti pubblici.  Occorre riscoprire non solo lo spirito keynesiano ma anche un ruolo più incisivo dello stato, come ai tempi di Enrico Mattei, per indirizzare e sostenere le strategie di sviluppo industriale e tecnologico sia sul mercato interno che su quello internazionale. (Mario Lettieri, sottosegretario all’Economia nel governo Prodi Paolo Raimondi, economista)

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