Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

La storia infinita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 agosto 2009

(edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Albeggia. La pallida luce che fende le ombre è in difficoltà. Essa si fa strada a fatica. Segna timidamente i profili dei rami e delle case, mentre il cielo resta plumbeo. Pare confondersi con quella voglia d’oscurità che la notte continua a lasciare intorno a sé. Poi, a poco a poco, il chiarore rinvigorisce, prende le sue misure, riesce a stabilire contorni e profili, già confusi nella notte e invisibili.  Io scorgo i primi segni di questa luce tenue che avanza, confrontandola con il ticchettio del mio orologio e delle lancette che m’indicano il tempo che procede e segnano, inesorabili, le mutazioni in atto. Lo noto scrutando, di là della finestra, man mano che le cornici del palazzo di fronte si stagliano con più decisione, tra le due ombre, che sembravano avvolgerli e confonderli.  Incomincio a distinguere i particolari: il ramo di un albero, il profilo di un passante, un uccello che si stacca dal suo nido, i rumori che danno corpo a una carrozza o a un carro trainato da buoi o da un cavallo. Si aggiungono, man mano, altri dettagli, nuove forme: è l’alba. Ora le ombre si fanno più distinte, i contorni si tracciano meglio, ci perviene la nota di un particolare.  Là, sulla strada, a una trentina di metri dal mio osservatorio, vedo dondolare la figura di una donna, sotto il peso di una soma. Inciampa, sta quasi per cadere, ma riesce a evitarlo, riprende il passo e via. Subito dopo scompare alla mia vista. E’ oltre il muretto che delimita il confine della mia casa. E’, oramai, lontana dalla mia vista. Nella mia posizione di osservatore e di testimone di un giorno che man mano acquista vigore e lucentezza, mi sento titolare di un “segreto” che non mi appartiene.  Esso è comune a molti come me. C’è chi ha la ventura di osservare e ad altri spetta il movimento. C’è anche, mi dicono, un Dio che tutto vede e che ogni cosa può. Per lui non esistono ombre che negano la vista o luci che l’abbagliano. Egli legge nei nostri pensieri e scruta le nostre intenzioni eppure ci lascia liberi d’essere saggi o trasgressivi, falsi o giusti, umani o disumani, forse per metterci alla prova. Forse. I miei pensieri sono più limitati come la vista, che possiedo. E’ il pensiero, semmai, a cavalcare sulle ali della fantasia, del ricordo, della memoria e a riportarmi, a piacimento, indietro nel tempo o a lasciarmi immaginare un futuro, uno qualsiasi.  Sono questi i momenti della mia vita che mi scorrono davanti: ora belli, ora brutti, ora dolci ed ora amari. Vedo un uomo che soffre, disteso su un giaciglio, e i suoi occhi diventano dolci incontrando i miei. Non vuole rattristarmi. Sta morendo. La sofferenza lo attanaglia eppure trova in quel volto teso, contratto, uno spira-glio per riservarlo a un tenue sorriso. E’ mio padre.  Vedo una vecchietta, anch’essa con l’espressione serena, con gli occhi chiusi, raccolta e immota su un letto, non suo, mentre intorno delle suore sgranano un rosario e fanno sentire un mormorio indistinto. De profundis. E’ mia madre nel suo sudario prima che mani pietose la depositano in una bara. Quel Dio, che tutto vede e può, ha fatto in modo che quei ricordi si depositassero indelebili nella mia mente e, di volta in volta, riaffiorassero nitidi come un tempo. Mi guardo intorno smarrito. Forse è una lacrima quella che mi inumidisce gli occhi. E’ forse la luce che, dal lontano oriente, è giunta nella pienezza del suo splendore e mi abbaglia. Forse. Forse è il ricordo di un padre e di una madre, che mi hanno amato teneramente, e che non posso più riabbracciare e sentire, sulla mia pelle, le loro carezze. Scompare anche il ricordo della notte, pur con i suoi quasi impercettibili rumori, per cedere il posto a quelli più palesi del giorno. Ora gli interessi esteriori hanno il sopravvento. Scompare la propria intimità. Svaniscono i ricordi di un tempo che furono e con essi quelli che li hanno riempiti nella mia infanzia, nella mia giovinezza. Dove si trovano ora? I miei occhi non li vedono, le mie mani non li toccano eppure i miei pensieri sono pieni di loro, il mio cuore, pensandoli, sembra battere più veloce e le guance lasciano scorrere le lacrime a goccia a goccia. Le immagini ora si allontanano gli occhi diven-tano più freddi e distanti da quei ricordi. Il tutto sembra ripiegare all’interno di se stessi. Sono occhi dove la luce che albeggia è colta con indifferenza. Dove il sole che riscalda e penetra non lascia traccia, se non per decom-porre. Occhi che non fissano per scrutare, ma usano il muto linguaggio dell’osservatore. Non dicono nulla, per-ché non possono, perché si sono spenti alla vita, ma non lo notiamo.  Così io vedo il mio corpo in una mattina che si desta ai colori della vita, rileva i contorni, ma tutto è indifferente.  Non ha più senso il lento scorrere delle ore, il rito del giorno e della notte, delle albe e dei tramonti, delle stagioni e degli anni. Al vagito di un bimbo, nato da qualche settimana, si alterna quello dell’ultimo singulto del morente. E’ una storia infinita tra l’essere e il divenire, tra la saggezza e l’errore. A questo punto cosa c’è da capire dalla vita o di spiegare dalla morte? In mezzo non vi è il vuoto ma il dolore, la gioia, la disperazione, il tormento, il ricordo. Penso.  Molte volte l’orrido non è nelle cose, ma è nei nostri occhi, nel torbido dello sguardo. Quando l’occhio è cupo, nulla più può apparire in luce di trasparenza. Guardo alla vita destando la mia profonda anima che deve essere bianca. Penso d’essere anch’io un uomo invisibile ma necessario, che vibra con mille altri verso uno stesso misterioso destino. Devo convincermi che è la fatalità quella che più d’uno dei miei sogni sminuisca e si disfaccia, più una delle mete attese che mi sfugge quando meglio credo di averla raggiunta. Resta altalenante una speranza per una vita oltre la vita, per una morte oltre la morte. Anche qui, nel mezzo, albergano altre vite che si spengono e altre esistenze che nascono. E’, anch’essa, una storia infinita. Ancora una volta mi sembra di vedere quel Dio che tutto sa e che tutto vede e gli chiedo: perché? Perché tutto questo avviene? Perché bisogna sorridere alla vita e piangere alla morte? Perché la disperazione può spingerci verso l’ignoto e la speranza allonta-narlo il più possibile? Perché il ricordo ci attanaglia? Perché il dolore e la gioia si alternano? Diventiamo ricchi o poveri, disperati o soddisfatti delle proprie condizioni, e tronfi per i successi ottenuti. Eppure tutto è caduco, tutto ci riconduce a quel non essere del nostro essere che ogni cosa annulla e vanifica. Talvolta mi pare di avvertire una presenza. E’ una sensazione, forse il semplice frutto di una suggestione. E’ invisibile, è impalpabile, eppure la ravviso. Essa non mi parla, è indistinta, è vaga, non riesco a pensarla eppure la immagino con le ali di un angelo, con la bellezza, il profumo e la delicatezza di una rosa. Mi pare, persino, di sentire un odore, un piacevole e inebriante, fragrante olezzo che colpisce le mie narici, mi penetra in profondità e mi procura un’estasi indescri-vibile. Poi mi chiedo: perché non si rivela? Chi mai si na-sconde dietro questo invisibile personaggio? Può darsi che voglia comunicarmi un messaggio. E’, certamente, difficile sia per me sia per lui realizzare questo contatto in concreto. Forse la spiegazione va trovata nel diverso rapporto nel quale ci confrontiamo: io in carne e ossa e lui etereo, impalpabile, vago e indistinto. Io materia e lui spirito. A volte allungo la mano e cerco d’incontrare la sua, perché lo immagino a mia somiglianza. Resta, ovviamente, un inutile vagolare nel vuoto. Mi sembra, a volte, un gesto goffo e ridicolo. Mi convinco, o cerco di convincermi, che è un semplice parto della mia fantasia. Un effetto delle mie suggestioni. Alla fine mi chiedo: ma sono proprio sicuro che intendo vedere questo personaggio che immagino a me vicino? Se lo vedessi, non correrei il rischio di imbattermi in un mondo a me sconosciuto e che, d’altra parte, ha già riempito di paure la mia esistenza? Non mi spingerà, questo sconosciuto una volta rivelatosi, nell’ignoto che più temo poiché non mi è dato di conoscere la sua ragione ultima? E’ il mistero che ora mi avvince e mi seduce e ora mi terrorizza. E’ il ricordo del vivo con il quale non riuscire più a comunicare che mi sconcerta. E’ il corpo che si disfa, che diventa inerte e si decompone, che mi rende consapevole di una caducità che un po’ tutti, da vivi, in qualche modo, cerchiamo d’esorcizzare.  Triste destino è il nostro. E’ un destino che acquista forme e contenuti per poi ridursi in miseri resti, sempre più fragili ed evanescenti. E’ il destino che non comprendiamo o forse intendiamo sin troppo bene, ma che vorremmo rimuovere. Forse è la reincarnazione che ci fa paura. Essa può farci vivere per il male che abbiamo fatto e per l’aridità del nostro spirito, e la punizione ci sconvolge. Forse.

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