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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Il ciocco

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 agosto 2009

(edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Si fa sera. La pioggia batte insistente sul selciato antistante al casolare. Picchietta sulle tegole malandate che coprono a malapena una rude, antica costruzione posta nei pressi degli alberi del vicino bosco, nel bel mezzo di una spianata, nel fondo valle. Dentro, al buio, appena rischiarato dai guizzi di un fuoco che arde nel caminetto, sulla pietra diventata anch’essa infuocata, si staglia un’ombra confusa con un seggiolone sul quale si raccoglie, avvolto in un pesante mantello, un uomo. Si distingue, aguzzando la vista e avvicinandosi, a malapena, un volto coperto da una barba incolta e rada. Un volto solcato da profonde rughe, le quali lo attraversano in lungo, e dai capelli scarsi e brizzolati. Gli occhi sono chiusi, ma non dorme.  Le sue mani emergono dal panno che lo avvolge e si muovono lievemente, quasi ad accarezzarlo. Sono scarne e raggrinzite. Sono quelle di un vecchio dall’età indefinibile. Sembra, dalla posizione che ha assunto, che voglia assorbire tutto il calore che gli proviene dal vicinissimo focolare, prima che si disperda intorno. La stanza è piccola, disadorna. I pochi mobili che lo arredano vi appaiono indistinti, vaghi. Più riconoscibile e rassicurante appare la catasta di tocchi di legna posta accanto al caminetto.  Non vi sono altre fonti di luce. Il lume a petrolio, posto al centro del tavolo, è spento. L’impianto elettrico è inesistente. Luce e calore provengono da una sola fonte. Il fumo si raccoglie nella gola della cappa, s’incammina lungo la canna fumaria, attraversa l’ugello e si affaccia esitante all’aria fredda e sferzante. E’ una lotta continua per non essere ricacciata all’indietro perché il vento turbina, intorno al camino, a mulinello. Il fumo riesce così ad evitare il suo espandersi per la stanza, ad ammorbare l’aria che l’uomo respira, a esporlo al freddo, a costringerlo ad aprire una finestra. Intanto la fiamma perde vigoria. Man mano attenua il suo ardore, si copre di cenere. Sembra voler fare il paio con il vecchio raggomitolato nella sua palandrana. Questi sembra accorgersene. Si scuote. Apre gli occhi. Le sue palpebre sono tremolanti, incerte. Lasciano appena uno spiraglio alla vista. Avverte la necessità di ravvivare il fuoco, di dargli nuove energie. Allunga la mano, afferra un ciocco e lo posa delicatamente sulla brace già velata dalla cenere. Per un momento non accade nulla. Prende, allora, il soffietto e vi alita dentro. Lo fa piano e a tratti perché gli costa fatica. La cenere, come infastidita, si scansa. La brace, che pareva schiacciata dal peso del chioccio e impotente a reagire, prende nuovamente coraggio e lo aggredisce. L’uomo lascia il soffietto e prende l’attizzatoio e scuote la brace alla ricerca di moccoli ardenti di tizzoni, per accostarli al nuovo venuto, per consentirgli di trasfondergli l’ardore. Parte qualche guizzo, la corteccia è la prima a essere investita, a prendere fuoco, a crepitare gagliarda, all’inizio, a tratti e poi sempre più convinta. Ora è la volta del parafuoco per impedire alle schegge impazzite d’andare per ogni dove, quasi fossero delle figure fiabesche invasate dai lapilli che saettano e ricadono nei pressi. La mano dell’uomo impugna ora la caminiera per sostenere il ciocco sul focolare, mentre l’alare trattiene la cenere, quale resto d’altri ardenti fuochi. Sono tutte funzioni svolte con lentezza come sottoponendosi a un rituale antico e nobile. Così, mentre il ciocco si consuma e si confonde con la sottostante brace e anch’esso comincia a velarsi di cenere, si avvertono gli ultimi stimoli vitali. La fiamma è come una danza. Ora sembra un entrechat in cui la ballerina saltando verticalmente sfrega i polpacci uno contro l’altro, o compie una glissade, ovvero un piccolo salto in avanti o indietro o di lato. Alla fine si ritrova con un pas de seul sempre meno convinto e scattante.  Il ciocco ha dentro di se il fuoco che lo consuma sino ad annichilirlo. E’ il momento di sostituirlo affinché il calore non si estingua, la luce non diventi fioca sino a spegnersi, e per formare un tutt’uno con le ombre che già la circondano insistenti. Il freddo ora si fa più pungente. La bora impetuosa spira da fuori, fa cigolare le imposte pur serrate, cerca gli spiragli per penetrare nella casa. Le fenditure non le resistono.  Fa sentire ben presto, in quella camera immersa nella penombra, al pallido chiarore di un ciocco non più gagliardo, il suo alito gelido e sferzante. Porta con sé i fantasmi del Nord, i suoi elfi e i suoi fafnir, che ulano, corrono, si perdono nell’aria con un sibilo. Il vecchio si scuote. Si era appisolato. Afferra di nuovo, con gesto meccanico, un altro ciocco e di nuovo riprende il consueto cammino per dargli l’opportunità di ravvivare la brace, di accendersi, di scaldare. Ma ora la fiamma, che si vivacizza, sembra portarlo verso ricordi lontani. Il volto sembra ancora più scavato ed esangue. Le mani gli tremano, ma non di freddo. I suoi occhi serrati dalle palpebre sembrano vedere oltre l’oscurità, che pure è vicina e lo incalza, e finiscono con il renderlo più sereno. Il camino che sporge dalla parete gli ricorda un altro camino, più grande, tanto che era possibile starci dentro riscaldato dal fuoco che gli ardeva dinanzi e dal calore che emanava la parete di pietra che lo recintava e prendendo per le spalle l’ospite. Sembra sentirla quella calura. Gli entra adesso nel sangue e nelle ossa, nella mente e nel cuore. Lo fa ritornare giovane, anzi giovanissimo, quasi un bimbo. Ricorda le zie che lo avevano ospitato, durante la guerra, nella loro casa in un piccolo paese che si credeva lontano dai conflitti e dalle sue crudeltà. Riecheggia il loro sferruzzare ora con un tipo di ricamo, molto traforato, che sembrava un pizzo sangallo e ora uno smerlo per rifinire l’orlo tagliato a motivi tondeggianti di un capo di biancheria. Allora, come in un rito satanico, si uccideva il maiale sgozzandolo dopo avergli saldamente bloccate le zampe. Venivano, per l’occasione, alcuni uomini del paese, adusi a queste cose. Con il sangue si faceva il castagnaccio, con le cotenne il lardo e i cigolini, e con la carne venivano fuori gustosissime bistecche alla brace oltre alle salsicce con la carne macinata e tantissime altre cose. Allora da quel camino il fumo non era più acre, olezzava di sapori d’ogni genere che facevano venire l’acquolina in bocca. Il vento non era più crudele, metteva allegria. La casa era più grande, più ospitale, era più viva. Dalle travi del soffitto pendevano rametti d’alloro e filze di teste d’aglio e cipolle intrecciate insieme.Allora le nevicate erano abbondanti. Raggiungevano i primi piani delle case, ma non preoccupavano gli adulti e mettevano allegria ai bambini. I vecchi erano pronti a raccontare storie fantastiche, mentre si riscal-davano intorno al camino, bevevano generosi boccali di vino e ruminavano la carne che non riuscivano a masticare per i denti che non avevano. Ricorda l’uomo quando, da giovincello, prendeva la pala per aprirsi un varco tra la neve di là del portone di casa. Quando in primavera di sera correva a perdifiato tra le strade strette e acciottolate del paese per nascondersi, giocando a mosca cieca.  Qualche volta gli capitava, per compagna, di fuga una ragazzina più grande di lui. Allora si appiattivano furtivi a una rientranza di muro e tenevano il fiato sospeso per qualche attimo. Lei lo copriva con il suo corpo, accaldata ed eccitata dalla corsa frenetica che li aveva uniti nel comune desiderio di celarsi agli occhi di chi, di lì a poco, sarebbe andato a cercarli dopo la conta. Era un caso o qualcosa d’altro? Lei, in quell’occasione, lo guar-dava in un certo modo, cercava i suoi occhi per pene-trargli un messaggio che le parole non sarebbero riuscite a definire. Era, ricorda l’uomo, di primavera, e si era tanto giovani. Intorno a loro sbocciavano i fiori, le piante si coloravano e i più cresciuti già pensavano a fare l’amore spiati, a volte, dai più piccoli. Erano, di solito, baci furtivi, carezze discrete, sguardi timorosi e distratti dal timore di essere colti in fallo per un qualcosa che sentivano fosse trasgressivo, immorale e peccaminoso. Così il prete diceva loro nel confessionale, così ne parlavano le comari, così lo saggiavano, con il rigore della punizione, una volta sorpresi. Tra quelle ragazze, dedite per lo più alla pastorizia, ai lavori di casa, a lavorare d’ago per la bordura e l’imbastitura di un abito confezionato in casa, per la sua rifinitura, per la sua trapuntura e via dicendo, vi era qualcuna che riusciva a darsi un’istru-zione, ora perché figlia di un notabile del paese, il farmacista, il medico, il sindaco, un benestante terriero o commerciante, e ora perché più ambiziosa e volitiva delle altre. Riusciva, in questo modo, nonostante la modestia dei suoi natali, a svettare altrove, andare in città a fare la cameriera e persino la dama di compagnia a un’anziana signora. Qualche volta, ma molto di rado, questo criterio di aprirsi una strada nella vita, sgomitando qua e là, provocava qualche grossa tragedia: una maternità inde-siderata, una vita dissoluta, un’amicizia equivoca. In costoro si dibattevano il sentimento e le sembianze di Echidna o anche di Lamia, metà donne e metà serpente, gentili e sinuose, ma piene di ardore, bramose di vivere e si assaporare i frutti che si offrivano generosi da offerenti interessati. Qualcuna ricorda Euridice. Il suo tema mitico segna l’ineluttabilità della morte, la sua separazione dal mondo dei vivi, una morte che non risparmia i giovani e sopraffa l’amore e si carica di drammaticità. Ma nulla di tanto velato da mestizia può cancellare i ricordi gioiosi, i momenti d’intimità, l’amore per le cose e la vita.  Quell’uomo, vecchio e stanco, appollaiato e avvolto in un drappo che forma un tutt’uno con la poltrona che lo ospita, ora sorride. Il volto non è più tanto rugoso ed esangue. Gli occhi non sono velati, le palpebre si schiudono, le ciglia non battono. Ricorda l’amore, gli affetti che lo hanno circondato. Ricorda le piccole emozioni, i sentimenti che sbocciano ora esitanti e ora decisi.  Ricorda e tutto se stesso è presente a quelle rimembranze. La stanza si riempie di luci, di colori, di mobili e di suppellettili. I bambini giocano, fingono di lottare tra loro, si scambiano i balocchi, decidono di andare all’aperto per meglio rincorrersi, per cercare altri giochi, per provare le più diverse emozioni. C’è chi tira la coda all’asino e rischia di prendersi un calcio. C’è chi va incontro alla pastorella e con lei si accompagna, per mano, lungo l’ultimo tratto di strada che li porta all’ovile del paese sottostante la propria abitazione. Non vi è malizia in tutto ciò. Vi è gioia di vivere. Vi è suono di campane canterine, un po’ sbarazzine dato che questa volta è il chierichetto che si diletta a fare il campanaro. Tutto il paese, con la sua manciata di case abbarbicate lungo il crinale di una montagna, sembra recitare la parte di quel mondo felice così come lo vedono i giovani che non hanno memoria antica, che avvertono meno degli anziani i dissapori, che sentono in minor grado il dolore.  Dolci sono le cose che si assaporano con il palato, a ciò predisposto. Soavi sono le parole anche se balbettate. Forti sono i sentimenti pur nella loro delica-tezza. Fragili sono l’essere umano e la natura. Fragili e delicati quanto un fiore con i suoi petali, una farfalla con le sue ali, un sogno con i suoi desideri. Lasciamo ai giovani cogliere questi frutti della vita in libertà, senza vincoli e senza condizionamenti.  Lasciamo che scorrazzano giulivi e ciacolanti, per le strade dei paesi, nelle case pur povere e disadorne, poiché la vera ricchezza alberga nei cuori, la vera gioia si costruisce, pietra su pietra, con l’insuperabile collante che c’è dato dall’amore. Un amore che fa sorridere il sofferente; ci riempie di letizia, ci fa superare i momenti più difficili, trasforma i nostri ricordi in qualcosa di sublime e d’irrinunciabile. Ci fa rivivere i momenti belli, ci offre l’occasione di riaverli, di sentirci riscaldati da essi, rinfrancati, sostenuti nel momento in cui le procelle della vita tendono a inde-bolire le proprie resistenze, a far dubitare, a temere il peggio. Questa dolcezza della vita non sarà mai amara, anche se giungerà il tempo di dirle addio. Avremo sempre accanto a noi un bimbo che ci sorride, un ricordo che ci rinfranca, un amore che ci ha conquistati. Quel figlio che si è spento in mezzo ad un prato lussureggiante, ricco di suoni e di colori diventa anch’esso un ricordo lontano, ma non obliato. Brucia nel cuore, ma in pari tempo è dolce, è caro perché è il frutto di un amore.  Lo sentiamo ora più vivo che mai poiché la vita e la morte non sono altro che un momento dove crescono l’amore e l’eternità, che le sono sorelle, e dove mai potrà spegnersi un ricordo se esso è rievocato avvolgendolo nel modo giusto e presentandolo nel modo più opportuno.  La loro scia ci attraversa, penetra e ci compenetra, ci fa spalancare un’altra finestra.

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