Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

Archive for 10 agosto 2009

Roccantica – medioevo in festa

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 agosto 2009

Roccantica 12 – 15 agosto 2009 XIV Edizione. ( a 60 Km. Da Roma imboccando la Salaria direzione Firenze – se si percorre l’autostrada uscire a Fiano Romano) Per ricordare lo storico avvenimento, dal 12 al 15 agosto le strade e le piazze di Roccantica si immergeranno ancora una volta nella atmosfera medioevale. Sfilate in costume, giochi e spettacoli, rievocazione di vita medioevale e la tradizionale processione dell’Assunta si svolgeranno durante i giorni della festa. Verranno allestite botteghe dell’artigianato, pittura, sartoria, ferro battuto, arte e lavorazione del legno e del vetro e due taverne permetteranno di gustare l’antica cucina medioevale. Nei resti della vecchia torre verrà rievocata la battaglia e l’incendio della rocca. Alla mezzanotte del 15 un suggestivo spettacolo del fuoco concluderà la manifestazione. Per permettere al pubblico di assistere agli spettacoli verranno montate delle tribune ad accesso gratuito ed istituito un servizio di navette per collegare i parcheggi con la piazza principale. Documenti storici raccontano che nel 1059 Papa Niccolò II si rifugiò sulla Roche de Antiqua per difendersi dall’assalto delle truppe dei Crescenzi, alleati del Papa Benedetto X. Solo l’arrivo di Roberto d’Altavilla riuscì a porre fine alla sanguinosa battaglia, ma la rocca fu distrutta e i Roccotani ridotti a 12. Niccolò II, grato dell’aiuto, donò la rocca ai superstiti.

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In arrivo lo “sportello sinistri”

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 agosto 2009

Trecate. L’Amministrazione comunale informa che, nell’ottica del miglioramento dei servizi offerti ai cittadini, a decorrere dal prossimo mese di settembre verrà attivato uno Sportello Sinistri. Il primo e il terzo martedì di ogni mese, dalle ore 9.30 alle ore 12.30, un funzionario della GPA ASSIPAROS S.p.A, broker del Comune di Trecate, riceverà i cittadini che hanno subito dei sinistri per rispondere alle loro richieste e fornire informazioni sull’iter delle loro pratiche.  Il servizio sarà  attivato al 2° piano del municipio, nell’ufficio del difensore civico, sito nell’atrio d’ingresso.

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Randagismo e tutele

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 agosto 2009

Quanto accaduto a quel bambino in quel paese della cintura catanese, è terribile, non è semplice farsene una ragione accettabile, non è facile essere sereni di fronte a uno scempio così devastante, gli occhi rimangono bassi, fanno fatica a risollevarsi, sfuggono la realtà della carne fatta a pezzi, degli anni giovani impattati alla fine scellerata. Cani randagi, cani inselvatichiti, cani senza collare, cani allevati per i combattimenti, cani senza padrone, almeno fino al prossimo tradimento che farà di nuovo male al cuore. Randagi alla mercè  della fame, della reazione istintuale, piccoli e grandi, di tanti incroci e una sola razza, quella degli abbandoni e dei bisogni presi a calci, buttati sulla strada, spesso su una autostrada di speranze giunte a termine.  Cani asserviti all’uomo, dipendenti persino nell’abbaiare, padroni ipnotizzati dall’amore melenso per se stessi prima ancora che del proprio amico animale, ridotto a sopravvivere dentro le gabbie delle parole, che autorizzano a disperderli sul territorio, dove  vengono meno le responsabilità di una intera società, che non prende in considerazione l’esplosione demografica degli animali, la trasformazione degli stessi in oggetti.  Gli stessi  luoghi di contenimento trasformati in salvadanai selvaggi, gli allevamenti sempre meno consoni al valore dell’accoglienza, sempre più prossimi alle cucciolate moltiplicate  e moltiplicanti la sordità dell’attenzione di chi si candida a salvatore o carnefice della propria creatura animale, dei bambini e delle persone che ne subiscono il prezzo da pagare, per l’incuria e per l’inganno dei  comportamenti  umani  che fanno dell’essere adulto, della persona matura, proprietari di cani altamente irresponsabili, individui maggiorenni sulla carta di identità, contraffatta dall’esistenza ininterrotta da adolescenti, un’età delle sciocchezze perennemente gravida. Ma quanti ricoveri veri o presunti ci sono sul nostro territorio? Quanti sono gli allevamenti certificati? Quante sono le agenzie di controllo e prevenzione? Quanti sono gli addetti operativi che monitorano, indagano, intervengono, affinchè il rischio dei morsi sia meno opprimente, e le certezze di più amore e attenzione per tanti animali amici risultino meglio distribuite? Questa ennesima tragedia, come le  precedenti che non sono servite di alcun monito, non eviterà di elargire giudizi, interpretazioni, condanne e pressanti richieste di galera per qualcuno, innocente o colpevole che sia, in fin dei conti quel che conta sta nel ripetere gli stessi errori, le identiche incaute menzogne, tralasciando di investire energie e risorse importanti, per informare correttamente sull’uso e abuso dei nostri amici a quattro zampe, soprattutto su una incultura prettamente italica, che non mostra mai di cosa è capace veramente di fare l’essere umano a un essere animale. (vincenzo.andraous)

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Il culto delle ideologie e la logica dei tempi

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 agosto 2009

Lettera al direttore. Veronica Tussi che da tempo è diventata colei che regolarmente invia le sue lettere al direttore e che noi volentieri pubblichiamo in quanto le riconosciamo il buon senso e anche la capacità di presentarci argomenti di attualità e d’interesse generale, ci ha sottoposti oggi una lettera inviata ad altri ma che ritiene degna di essere menzionata. E’ di un certo Alessio che scrive a Beppe Grillo tramite il suo blog: “non credo che pubblicherai questa lettera, nel tuo blog si respira un’altra aria, ma te la invio lo stesso. Sono un missino della generazione degli anni ’70. Uno di quelli che si faceva i cortei a Milano e la sera era contento di essere tornato a casa sano e salvo. Uno che credeva in Giorgio Almirante e aveva sul comodino il libro:”Autobiografia di un fucilatore”. Che schifava la mafia e la massoneria. Oggi sento dire che viviamo in un regime fascista. Ma questo vuol dire offendere il fascismo. Mussolini mandò il prefetto Mori in Sicilia a combattere la mafia. I suoi presunti eredi, i post fascisti, post missini, poi annini e poi più niente si sono alleati con un partito creato da Dell’Utri condannato a nove anni per frequentazioni mafiose. Una generazione la mia che credeva nella Giustizia e nello Stato, a cui ha aderito persino l’Eroe Borsellino.  Volevamo una Patria e ci ritroviamo la Lega e il Partito del Sud. Gaber ha detto che: “La sua generazione ha perso”, bene, la mia ha straperso e ora ci raccontano pure che ha vinto. Era più democratico il fascismo di questa caricatura di democrazia truccata, in cui vincono sempre gli stessi, i ricchi, i potenti. Il fascismo non ritornerà più, ha fatto errori imperdonabili, è morto e sepolto, ma durante il fascismo Gelli sarebbe finito al confino e lo psiconano in qualche varietà di provincia. Io credo che uno Stato non possa tollerare dei contropoteri occulti al suo interno, non possa abdicare al principio di Autorità, altrimenti è finito. Le regioni del Sud sono sotto il controllo delle mafie con cui “bisogna convivere”. La Massoneria è più forte che mai. Le truppe di occupazione americane sono ancora qui dopo più di sessant’anni dalla fine della guerra.
Le letture della mia Destra erano Guénon, Evola, Pound, Nietzsche, D’Annunzio oggi ci sono i reality show anche a Palazzo Grazioli. Quando ci fu “Mani Pulite” eravamo il partito dell’onestà, l’unico, contro la corruzione, Il pool di Milano, seppure strabico verso la sinistra, era un punto di riferimento. Gli stessi dirigenti di allora hanno votato il Lodo Alfano, una legge che neppure il Duce avrebbe voluto. Per cosa? Per evitare la condanna per corruzione a Berlusconi, non una condanna per motivi politici, ma una per soldi, per dei miserabil soldi. Forse ho sbagliato tutto, come i miei dirimpettai di Avanguardia Operaia e di Lotta Continua che, comunque, hanno il mio rispetto. Credevamo in un’Italia migliore, ognuno a modo suo. Ho imparato, a mie spese, che l’italiano è un popolo opportunista a cui fa difetto la memoria.” (Alessio) (n.r. possiamo solo aggiungere una cosa. Per essere una lettera di cui l’autore pensava che non sarebbe stata pubblicata ora, sia pure in parte, dovrà, su questo aspetto, ricredersi: siamo in due ad averlo fatto e ci attendiamo da chi la legge qualche commento)

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Il poeta

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 agosto 2009

(Edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Quella lenta inesorabile regressione nel tempo, la giovinezza che si perde tra i trastulli, non poco si è appagata davanti allo stupore di versi che sublimano un momento, l’hanno reso elettrizzante nell’istante in cui l’abbiamo asservito alla nostra quotidianità. Ora per saggiare la nostra cultura, ora per mostrarci più bravi agli occhi del maestro, ora per stupire noi stessi, ora per mille altre cose. La mente è così indotta verso l’altare edificato fra i mirti e gli allori nelle ombrosità liturgiche di robuste querce, dove nel ciborio mistico delle sue rivelazioni è custodita l’ostia sacra della verità e della beatitudine. Agostino d’Ippona le intese piegando lo spirito mansueto alle tenerezze delle cose e intendendone il simbolico linguaggio, rivolse la contemplazione alla Natura armonica e la disse somigliante ad un carme immenso: velut magnum carmen.  E’ un carme di rime inesauribili che, le docili facoltà umane, traggono da tutti i tempi e diventano con lui una cosa sola e inseparabile. Si dischiude una polla facendo scaturire le dolcissime comparazioni, le evidenti figurazioni, le semplici e poetiche, i pensamenti benigni e chiari, i linguaggi, le armonie, i simboli, le limpidezze della fantasia, l’indirizzo e la suprema idealità della vita. Sembra quasi, riandando all’opera Cosmos di Humboltt, dove l’autore sostiene che il grande carme risponde a un quadro fisico della natura che si arresta ai limiti ove comincia la sfera dell’intelligenza, ove lo sguardo si inabissa in un mondo diverso. La poesia è un complesso di passioni e di stimoli d’ordine morale suscitati nello spirito umano dalla percezione sensitiva e intellettiva, dallo studio degli oggetti esterni, dall’incli-nazione all’amore per l’universo sensibile e ai sensi e all’intelletto dell’essere umano. Nel segreto inviolabile di tale comprensione vivono insieme la natura e l’intelli-genza. Dall’armonia di questo vincolo, fluisce la prodi-giosa sorgente delle sensazioni e si traccia lo spettacolo del mondo diverso, che sa abbracciare a modo suo le meraviglie della natura con le credenze, le necessità e i bisogni del cuore. La natura e l’intelletto compiono le loro operazioni in corrispondenza con le idee, con le persuasioni, con i ragionamenti, con le credenze e con le necessità. Operazioni rapide come l’attimo, riflessioni profon-de come gli abissi. Nell’esaltazione biblica degli affetti, la natura è compresa come quella unica tutelare valida a dar luce e virtù al pensiero. Il verso è l’orto opulento dove il cantore siede nella contemplazione ieratica del pensiero, dell’affetto e della natura: “Io sono la rosa di Saron il giglio delle convalli. Qual è il giglio tra le spine, tale è l’amica mia tra le fan-ciulle. Qual è il melo tra gli alberi di un bosco, tale è il mio amico tra i giovani”. Qui si confina l’idealità comprensiva della natura con una ingenuità che potrebbe apparire ardimento se non fossimo convinti che non vi è alcun limite alla divagazione per chi si accinge a plasmare con i segni grafici il proprio pensiero. Da qui i temi di un passaggio che si può riassumere con le fasi delle stagioni: “Ecco il verno è trascorso, il tempo delle grandi piogge è mutato ed è andato via, i fiori apparvero sulla terra, il momento del cantare e giunto e si ode la voce della tortora, nella nostra contrada, il fico ha prolificato e le viti fiorite rendono odore.”. E’ questo il ricordo per il vecchio. In una sera, alla luce indistinta di una face posta lì nel camino, quasi per caso, egli rivede i momenti “antichi” della sua vita. Vede le stagioni che si avvicendano, e negli anni che maturano le speranze, rendono certezze e delusioni, e ancora altre speranze e altre più numerose delusioni. Gli resta la poesia del Maestro: “O sposa, il tuo bellico è una tazza rotonda nella quale non manca giammai beveraggio; il tuo ventre è un mucchio di grano attorniato di gigli; le tue mammelle paiono due cavrioletti gemelli”. Tutto dell’immenso carme si è fatto legame con l’anima umana. Esso supera le logiche del tempo e della stessa eternità. Sono parentesi che si delineano come un’iride d’amore, dalla colomba all’aquila, dalla goccia all’oceano, dall’arena al monte, dall’issopo al cedro, dal fiore alla stella. Per quali altre argomentazioni, se non per la comprensione della natura, noi guardiamo alla giovi-nezza come la primavera della vita e compariamo la verginità del giglio, la bellezza della rosa, e vogliamo verde la speranza, fiammante l’amore, e ghirlandiamo con l’edera l’amicizia, e la morte con i crisantemi d’oriente, e i misteri della fede li raffiguriamo con le ariste e con i grappoli di uva e la gloria con il lauro? Angelo Poliziano nelle stanze cominciate per la giostra del magnifico Giuliano di Piero dei Medici così si esprimeva apostrofando il grande albero:
E tu ben nato Laur, sotto il cui velo
Fiorenza lieta in pace si riposa
Né teme i venti o il minacciar del cielo
O Giove irato in vista più crucciosa;
accogli all’ombra del tuo grande stelo
la voce umil tremante e paurosa
principio e fin di tutte le mie voglie
che sol vive d’odor delle tue foglie.
Le purissime salmodie della natura hanno le più spiccate convergenze nell’anima pastorale e benigna come la luce mattutina di Giovanni Pascoli. Per lui un volo di rondine, un poco di pioggia, un grillo nell’aia, un nido sotto la gronda, una chioccia, un sentiero deserto, una foglia arida, un cielo azzurro, la vitalba, il bianco spino, le siepi, narrano un’infinità di cose delicate che egli com-prende fino in fondo e colorano di soavi sfumature le sue ispirazioni. L’educata raffinatezza comprensiva ha potuto suggerire pagine mai raggiunte, le quali riproducono alla sensazione le incantevoli magnificenze delle fate leggen-darie. Nel vecchio si avvertiva il palpito di una nuova vita legata alla giovinezza, ai versi, ai sogni di un virgulto appena spuntato dalla terra cremosa per aver raccolto abbondanti piogge. Tutto ciò proviene dalla natura in armonia con l’anima. L’uomo sensibile pur confondendosi quasi con gli elementi adirati e sconvolti, per udire le ribellioni furibonde e i muggiti del mare, si fa legare all’albero della noce e assiste impavido allo spettacolo di un uragano; lo spirito s’inclina alla natura in assidua vigilanza, e di tutte le ore nella quiete di un mattino di rosa, nella pace di un vespro di viole, nel riposo di un meriggio solenne, nel silenzio di una notte illune, nei brontolii del tuono, nei rapidi incendiamenti dei lampi nello scrosciar della pioggia, nel simbolo dei venti volge l’intuizione acuta per comprendere le arcane sinfonie, i misteri sublimi. Queste cose solo il vecchio può vederle e capirle. I giovani sono distratti e svagati. Gli uomini nella loro maturità sono troppo intenti a lavorare, a soddisfare il contingente per accorgersi delle sfumature, dell’arte e della bellezza che la natura, nelle sue cose, vi ripone. E’ sempre l’occhio della natura a tenere dietro il vastissimo programma di Dante. Nel suo viaggio ideale nel suo immaginato regno d’oltre la vita egli prende a guida la natura. Non si allontana un sol momento da lei. La scruta ed è scrutato con occhio indagatore e attraverso lei ogni cosa intende. Dalla selva selvaggia e aspra e forte, dalla buia campagna, dai luoghi d’ogni luce muti, egli prevede un’incontenibile gioia, e pare che noi sottoponga alla pena del ritardo di giungere finalmente alle cose belle che il cielo porta per un pertugio tondo, inseguendoci con le desolazioni e le carestie di una natura inviluppata nelle trame paurose delle tenebre e della morte. Ma poi, un poco alla volta, la speranza è refrigerata, nel sangue resuscitano le vigorie dell’amore e nel poeta, finalmente, arriverà l’augurale sostegno della natura.
“Dolce color d’oriental zafiro
che d’accoglieva nel sereno aspetto
dell’aere puro infino al primo giro,
agli occhi miei ricominciò diletto
tosto ch’io uscii fuor dall’aura morta
che m’avea contristato gli occhi e il petto.”.
E per divina e non mai tentata comprensione di natura, nel beatifico regno indurrà ai nostri cuori le sorprese grandiose di una luce abbagliante e insostenibile.  Al cospetto dei cieli doviziosi di grazia imperitura, dove le porte di Adamante sono custodite dai serafini osannanti dove beatamente per colloqui celestiali Bea-trice lo accosta alle arcane onnipotenze della gloria soprasensibile, dove il salmodiare della Musa d’Israele è tenuto sempre in onore dalle spiritiche coorti. Dante, in questo modo, paleserà la sopra eccelsa immagine delle cose, sublimando, smaterializzando la materiale natura. E’ ancora la natura a comunicare all’immagina-zione di Dante tutti i suoi misteri, a eleggerlo suo levita, a introdurlo nei suoi fioriti ombracoli per mostrargli, nudo, il secondo grembo, a favorirlo per un amplesso tenace, a soggiogarlo con i suoi incanti molteplici e proteiformi, a insegnargli le sibilline parole delle cose, a posare sulla sua bocca il bacio della predilezione come una passionale amante. Nell’intelletto di Dante la natura ebbe un suo ruolo insostituibile. Gli impresse i tangibili segni della più sottile comprensione, alimentò in lui un continuo sostanziale nutrimento dedotto da ogni bellezza ascosa, d’ogni bellezza rivelata, ed ebbe la virtù di condurlo per un tramite difficile, attraverso i rivolgimenti delle passioni umane, sulla cima del monte, e di collocarlo Dio della poesia fra le inestinguibili luminazioni secolari. Nell’esaltazione biblica degli affetti l’ulivo diventa l’espressione del quieto e mite sentimento di fiducia. Lo avverte Dante allorché con elevatezza di artista e con semplicità formale, vincendo il classico  ricercamento di Virgilio, là dove dice: “paciferaeque manu ramum praetendit olivae”, dichiarò in questa tenera maniera:
a messagger, che porta olivo,
tragge la gente per udir novelle  (Purg.)
E’ la natura a trovare nel poeta l’interprete fedele, la sua vocazione a essere rappresentata nei nostri sentimenti più teneri e dolci. Riverbera i suoi momenti più belli nel Cantico dei Cantici, una fioritura orientale di poesia mistica, offrendoci l’immagine d’immense aiuole di loto ondulante, di un orto opulento, dove il cantore siede nella contemplazione ieratica del pensiero, dell’affetto e della natura. L’uomo indubbiamente è portato a riposare in tutto ciò che è incluso nell’ordine armonizzante con le necessità della natura, ed è spinto a scostarsi da tutto quell’ordine che deturpa. Da qui quel sentimento diviene imperioso, ribelle quanto più elevata la comprensione della natura e dal quale con violenza è dominato. E’ quel sentimento che fu detto nostalgia e che si vivifica con il volgere del tempo invece di armonizzarsi e attutirsi. E’ una dolcezza desiderosa e uguale, impara-gonabile a ogni altra dolcezza, questa mestizia indefinibile e inquieta, che mette in tumulto le affettività del cuore e corrobora un passionale desiderio, che risuscita sino all’evidenza i più remoti contorni della dimora e molto di più e che fa languire con un crescendo al quale è impossibile il rimedio, ha dedotto stupende pagine al Manzoni, per esempio, chi non ricorda: “Addio monti, sorgenti delle acque…”. E’ il momento in cui il vecchio cerca di catturare le parole che altri posero a testimoniare il ricordo, le volitive tendenze dell’anima per assumere poetiche pitture per la sua narrazione, le affascinanti eleganze di bellezza, le illusioni vaporose di sogno, le armonie di verità, la musica di cose, gli orrori di creature in contraddizione, nello svelare gli arcani, nell’inabissarsi dentro i vortici del misticismo e delle evidenze. Parole altrui per esprimere un comune sentimento. Per manifestarlo con più forza e penetrazione. Per dargli un impulso determinato e conclusivo. E’ per arricchire le sensazioni più umane poste alla presenza delle cose belle. E’ la meraviglia a dominare, a volte, la comparsa dei tanti miracoli della natura. Vale, poi, su ogni cosa, la riflessione sulla caducità della propria esistenza. E’ l’ora più dubbia di un tramonto ambiguo che si riflette nelle parole del poeta e che noi possiamo intendere nel senso della vita che si conclude:
Lo giorno se ne andava, e l’aer bruno
Toglieva gli animai che sono in terra
Alle fatiche loro….
E’ questa la facoltà magica della comprensione, una specie di fachirismo spirituale perciò l’anima si obbliga a rimanere immobile e fissa sugli svolgimenti della natura per servire al dio pensiero. Noi siamo trastulli nelle mani della natura.  Siamo obbligati a volere ciò che lei vuole, perché vuole confondere in noi la sua volontà con il consenso del Divino al quale soggiace alla pari di tutti noi. Le allegorie, le somiglianze, le similitudini, le comparazioni, i pastelli migliori, le luminazioni prodigiose, le efficaci narrative, i concetti delicatissimi, le figure animate e la trasumanazione dell’essere, sono venuti dal precipuo intendimento delle cose dell’universo. Questa comprensione è nel vecchio. Questo suo indugiare sulle apparizioni della natura, i suoi arcani e i misteriosi disegni, gli consentono di penetrare le più minute cose, di diventare l’osservatore vigile ed instancabile di un mondo che si piega su se stesso.
Era già l’ora che volge al desio
Ai naviganti e intenerisce il cuore
Io di che han detto ai dolci amici addio;
E che lo novo peregrin d’amore
Punge se ode squilla di lontano
Che pare il giorno pianger che si muore.
Una delle sensazioni più umane alla presenza delle cose belle e allo svolgersi di qualche avvenimento che sia fuori dalla cerchia comune è la meraviglia, la quale, venuta in possesso della nostra anima, ci costringe al giogo di un’esaltazione che trova un po’ di tregua solamente nello slancio comunicativo. La meraviglia per la natura, per ogni sua parte, per quel cielo stellato con i suoi puntini luminosi contiene la gioia e sospinge il poeta a rivolgere una tenera invocazione di rimpianto per quell’emisfero che è fonte del suo stupore:
Io mi volsi a man destra e posi mente
All’altro polo, e vidi quattro stelle
Non viste mai fuor ché alla prima gente.
Goder pareva il di di lor fiammelle
O settentrional vedovo sito
Perché privato sei di mirar quelle!
Con lui diventiamo adoratori infaticabili dei più impenetrabili segreti, indagatori delle ombre più dense e più lontane valendoci della natura che ci circonda e con essa esprimiamo la gioia, l’amore, la pace, l’illusione, lo sconforto, il pianto e il dolore, il ribrezzo e la ribellione.

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