Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 344

Le favole

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 agosto 2009

(Edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Chi della mia generazione si è lasciato sfuggire un racconto o una favola della nonna o del nonno se non proprio davanti alla fiamma di un camino almeno sotto le coperte prima di addormentarsi? Ora non so se lo stesso accade ai giovani di oggi, ma se anche lo è non di certo si esprime con la stessa atmosfera, con la stessa ingenuità e semplicità. Non sempre le storie erano fantastiche. Più delle volte avevano una loro morale. C’indicavano un modo come assegnare un valore nella vita. Che cosa potevano chiedersi, ad esempio, alcuni bambini nei loro conversari? C’è chi ricorda che uno di loro domandò agli altri quale poteva essere la cosa più bella del mondo. Subito incominciarono a fantasticare. Chi diceva che fosse l’oro, poiché con esso si può comprare tutto e forse anche la felicità. Chi pensò al pane, chi al sole che è tanto bello che non si possa guardare e chi alla fine pensò alla mamma, al suo amore come la cosa più bella in assoluto e tutti furono d’accordo.  In proposito ricordo una fiaba di Ofelia Mazzoni intitolata “Il cuore della mamma” dove si racconta dell’esistenza di un mago cattivo che tutti chiamavano Mago Gelo perché appena compariva lui tutto diventava freddo. Un giorno si presentò improvvisamente davanti ad un bimbo che vispo e allegro saltellava in giardino. Il mago gli chiese: “Dove hai dormito stanotte?” Nel mio lettuccio carico di coperte di lana”. E lui di rimando: “La notte prossima ti verrò a trovare”.  Così fu portando tanto freddo che nessuno avrebbe potuto scaldarsi sotto le coperte. Eppure l’indomani trovò il bambino altrettanto allegro e spensierato. “Dove hai dormito questa volta, gli chiese? Accanto alla stufa. E lui: “Verrò a trovarti anche lì”. E la notte seguente mandò tanto freddo che la legna piena di ghiaccioli non riuscì ad accendersi nella stufa. Ciò non impedì al ragazzo di ritrovarsi in giardino con il solito umore.  Allo stupore del mago che gli chiese dove aveva dormito quella notte gelida, il bimbo rispose: “sul cuore della mia mamma”. “Ah, urlò il mago, lì non posso venire. E fuggì tutto adirato: “Il cuore della mamma è sempre caldo d’amore e nessun Mago Gelo può mai raffreddarlo”. Vi sono poi i racconti che ci parlano dei primi giorni di scuola, come l’abbiamo lasciata e come la ritroviamo e qui riprendiamo una filastrocca che ha anche il merito di addormentarci con un sorrisetto:
La scuoletta tutta bella
Del paese piccolino
Fa sonar la campanella
Ch’è al muretto del giardino.
Chiama, squilla, canta invita!
“Non lo vedi che a star cheta
La catena è arrugginita”
Prima timida, poi lieta
Fa don dan la campanella,
Ne sorride ogni bambino
Quasi a voce di sorella,
ne sorride il paesino….
La scuola, ovviamente, fa parte di quel mondo che non tutti i bambini amano e qui, ovviamente, vi soccorre l’impegno della famiglia a renderlo accettabile. Così anche la scuola, oltre la famiglia, diventa bella. “Tutti i giorni s’impara qualche novità. Le maestre sono brave ed affettuose, un po’ come la mamma”. A scuola come in famiglia, tuttavia, le marachelle sono punite, ma hanno anch’esse un loro insegnamento.  Una bambina discola fu messa in castigo a pane e acqua ma il nonno intenerito le portò un piatto di dolci. Gli altri di casa si indignarono ed allora il nonno pentito balbettò: “Non ho scuse, ho torto, castigatemi, mettetemi a pane ed acqua” e la bambina di rimando: “allora nonno verrò io a portarti dei dolci”. D’altra parte nei primi anni di vita è importante dove si vive e come si vive e le certezze che si possono acquisire con l’affetto dei propri cari. La casa è, in queste cose, il guscio nel quale si rifugiano i primi pensieri, le prime fantasie di un bambino. Persino un terrazzino infiorato diventa un piccolo nido tutto verde. Si sente il ronzio discreto di un calabrone, il bisbigliar degli uccelli e in quella festa di luci, in quell’armonioso silenzio si tocca con mano la pace di una casa e si ha la consapevolezza di quanto possa essere triste non averla. Ma non tutto è idilliaco. Vi sono i momenti di crisi e persino quelli più traumatici di una fuga da casa. Si può evadere per non studiare, per non fare i compiti, per non aiutare in famiglia. Qui è magistrale la riflessione che ne fa Matilde Serao nel suo racconto “Il piccolo Silvio”. Lo immagina solo soletto che corre come un capriolo per i campi e i boschi e parla con chiunque gli sia attorno. Chiede all’ape industriosa di fermarsi, ma l’animaletto gli risponde che non ha tempo da perdere: “Bisogna che io succhi il nettare dei fiori, per farne del miele e della cera”. Si rivolge, allora, all’asinello bigio macchiato di bianco che pascola nel prato: “pigliami in groppa, asinello grazioso, e fammi fare una bella trottata”. “No bimbo caro, risponde l’asinello, ora che ho mangiato il mio padrone mi carica di erba e di frutta, e andremo insieme in città.” Vi è poi la volta del ruscello limpido, vivace e rapido ma anch’esso non ha tempo per ciacolare: “Devo correre verso il mulino di Tonio, per far girare la macina; se no, il grano non si cambia in farina”. Così Silvietto incomincia a rendersi conto che ognuno, o ogni cosa nella natura, ha un compito da svolgere e che esso va adempiuto. In ultimo gli appare una vecchietta china ed ansante sotto il peso di un fascio di legna secca. Perché lo fa? E’ povera e quella legna le permetterà di avere dal fornaio due pani freschi. Allora il bambino sembra finalmente convinto di quanto ha visto e sentito, si carica sulle spalle il fascio di legna ed insieme ritornano al villaggio. Vi è poi un aspetto che i giovanissimi non consi-derano se non al cospetto di una realtà amara. Mi riferisco alla caducità della vita.  Gasperini nel suo racconto “tutto ritorna” ha saputo darne una spiegazione logica. Ci pone al cospetto di due foglie gialle che al finire dell’estate si staccano dal ramo e giacciono al suolo tutte mortificate. I passanti le calpestano senza pietà. Ripensano ai bei giorni passati, a quelli lontani “in cui sbucarono fuori da una piccola gemma.” A un certo punto una di esse chiede all’altra, più lamentosa del solito: “Di che cosa ti lagni sorella?” E lei di rimando: “Della vecchiaia che ci ha fatto cadere al suolo; dell’offesa di quelli che ci calpestano; della paurosa morte che si avvicina”.  A queste parole disperate, l’altra, dopo un breve silenzio risponde: “Ascolta voglio riferirti quel che mi raccontò un giorno il passero sapiente”. “Mi senti?” “Ti sento”. “Mi ha raccontato di certi minuscoli esseri chiamati microbi che, secondo lui, ci attendono ai piedi dell’albero per trasformarci in humus il giorno in cui fossimo cadute”. “Humus”? “Si.  E’ come chi afferma che si tratta del succo più prezioso della terra; quello che poi, in primavera, alimenta le radici dell’albero, va su per il tronco e per i rami e dà vita e foglie, fiori e frutti”. “Guarda, guarda! Allora noi non moriremo, ci trasformeremo soltanto in humus”. Povere foglie di platano. Una coppia di buoi sta ora per calpestarle, ma non si lamentano più, perché sanno che ingiallire e cadere non vuol dire finire, ma solo trasformarsi. Così cade anche l’ultima foglia:
Vorrebbe tanto restare
Addosso al ramo sì forte;
essa non sa di tornare
e sente solo la morte.
La vita così continua al ritmo di un pendolo che con i suoi rintocchi segna il tempo che scorre. Lo sa il sole che sorge mandando un saluto al cielo. Lo sa la Lodoletta che si alza dalla zolla dove aveva dormito per andargli incontro. Il sole si affaccia sul mare, indora le vette dei monti, le punte dei campanili, i tetti delle case, le cime delle piante, gli interni delle case e queste spalancano le loro finestre per facilitarne l’accesso. Il sole tocca le cose belle e quelle brutte. Le tristi e le dolci. Asciuga i panni stesi e s’infila negli angoli più oscuri delle miserie umane. Scende poi, da ultimo, dietro il monte, ma prima di andarsene del tutto, accende nel cielo una gran fiammata per dare l’estremo saluto del giorno alla buona terra. Giunge la sera:
Io sono la sera
Vestita di viola,
ornata di stelle.
Tra i pallidi veli che l’ombra
Intorno alla fronte mi aduna,
risplende un archetto sottile
di luna.
Cessato l’affanno e il lavoro
Io porto la pace e il ristoro.
Con fragili dita
Adagio nei loro lettini
Gli stanchi bambini……
Un altro aspetto caro a tutti quelli che sentono più degli altri il legame con la vita dei campi è il passaggio delle stagioni. Ma quella, come possiamo dire? più “spon-sorizzata” è senza dubbio la primavera. Una leggenda greca rende, probabilmente, più spettacolare ricordarla. Ci ricorda Proserpina, figlia di Cerere, la buona dea che insegnava agli uomini come si lavora la terra, come si fa crescere il frumento. Il suo abbigliamento si attagliava al personaggio che impersonava: aveva il capo coronato di spighe, simbolo d’abbondanza e di gioia. Sua figlia, Proserpina, era leggiadra e fresca come un fiore e amava trastullarsi, sui verdi prati, con le compagne e respirando l’aria imbalsamata di profumi. A un tratto la terra si aperse ai piedi di Proserpina. Ne uscì un magnifico carro tirato da neri cavali. Sul carro sedeva un Dio: era Plutone. Egli afferrò la giovane e la portò nel suo regno buio e tetro. Voleva che la giovinetta diventasse la regina dell’inferno. Invano la madre cercò di sottrarla al triste destino. La sua disperazione si riverberò sui frutti dei campi inaridendo le spighe di frumento e gli alberi da frutto. Mancò il pane e la fame rattristava gli uomini. Alla fine si raggiunse un compromesso. Plutone permise a Proserpina di soggiornare sulla terra per tre mesi l’anno. Così fu. A ogni primavera Proserpina, fresca e gentile, ricompare sulla terra e il suo ritorno segna il primo germogliare del tenero frumento, il primo sbocciare dei fiori e il loro olezzo si diffonde un po’ ovunque. Così la primavera accende la gioia in ogni cuore perché è una gioia di mamma dai sentimenti forti e duraturi.
…. Quest’è la gioia vera
Che dà la primavera!

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