Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Il vizio d’origine della politica italiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 agosto 2009

Editoriale Fidest. Con il passaggio dalla monarchia alla repubblica gli italiani hanno presentato il primo conto a chi avrebbe potuto evitare la dittatura fascista e non l’ha fatto. Il secondo, con l’avvento dell’Uomo qualunque inteso come antipartito, doveva essere il prezzo da far pagare a quei partiti che invece di coalizzarsi per contrastare il movimento fascista hanno continuato a dividersi e a litigare tra loro. A mettere, in quest’ultima circostanza, il bastone tra le ruote vi è stata la “paura” di finire dalla padella nella brace con l’avvento della dittatura comunista. Così gli italiani sono stati costretti a bere sino all’ultima goccia, dal calice che è stato loro offerto, un’amara bevanda. Ma il male non è venuto da solo. La Dc fu condannata a governare da sola lacerata al proprio interno dai franchi tiratori che riducevano alla loro mercé i governi che venivano costituiti, da alleati inconsistenti e non certo alternativi alla guida del Paese per via dei loro bassi consensi popolari. Così si consolidò quello che Fanfani aveva fin dal 1967 temuto con l’ampliarsi della corruzione, della formazione di vari comitati d’affari, dal voto di scambio e degli intrallazzi con la criminalità organizzata per il controllo del territorio. I politologi del poi definirono questo scenario con il termine molto soft di “democrazia bloccata”. A spezzare tale spirale poco virtuosa e molto equivoca vi furono due eventi di cui uno esterno ai nostri confini domestici con la caduta del muro di Berlino e il collasso dell’Urss e l’altro con il ripulisti organizzato dalla procura di Milano e che passò alla storia come “mani pulite”. La vecchia guardia dei partiti come il Psi e la Dc ne uscirono malconci e con una caduta verticale dei consensi popolari. Sembrò salvarsi dallo scempio solo il Pci. A questo punto il partito della sinistra italiana senza demeriti ma nemmeno meriti si ritrovò maggioranza nel Paese. Chi poteva sbarrargli la strada? Praticamente nessuno. Ma non era destino che dopo anni d’opposizione, ed anche di consensi popolari che in certe elezioni avevano portato il Pci ad avvicinarsi al quorum dei voti per permettergli di governare l’Italia, si aggiungesse allo scorno la beffa. Spuntò quasi dal nulla un nuovo partito dal nome suggestivo di Forza Italia e un uomo che il potere lo aveva visto solo per interposta persona. Quest’uomo giocò molto bene la sua carta con il supporto mediatico delle sue televisioni, che coprivano quasi per intero il territorio nazionale, e con la rottura di un tabù alleandosi con il Msi poi divenuto Alleanza Nazionale e guidato da un giovane colonnello: Gian Franco Fini l’allievo prediletto di Almirante. Ma la sua marcia, che poteva essere trionfale, fu intralciata da un altro alleato, la Lega di Bossi, che sul più bello fece lo sgambetto alla nuova coalizione e permise alla sinistra, che nel frattempo aveva allargata la sua area di alleanze con i “cattolici di sinistra” e la costellazione di sinistra integralista sempre divisa e litigiosa, di battere il nemico comune: il centro-destra. Si capì subito che Bossi aveva bisogno di tempo per fare chiarezza al proprio interno e per studiare bene con chi poteva allearsi per raggiungere al meglio i suoi obiettivi che erano quelli, se non proprio di uno stato del Nord spaccando l’Italia in due tronconi, almeno quello di una autonomia amministrativa e politica così ampia da compensare, in qualche modo, la rinuncia del suo fine primario e con l’aggregazione dei territori che riteneva i più importanti e ricchi del Paese: il Triveneto, la Lombardia, il Piemonte e la Liguria. In questa partita a poker si capì subito chi poteva essere il vincitore poiché il centro sinistra era ancora legato da logiche ideologiche e dalla presunzione di poter guidare il Paese alla vecchia maniera considerandola la più gradita all’elettorato. Berlusconi, invece, seppe pagare il silenzio alle accuse rivoltagli dai leghisti riguardo i suoi intrallazzi da palazzinaro e da patron mediatico e che furono, tra l’altro, messi nero su bianco sul giornale dei leghisti. Promise anche che sarebbe arrivato a soddisfare le richieste dei leghisti per le loro autonomie locali e dei posti chiave nel governo. Il resto è storia dei giorni nostri. E’ la storia che tutti noi viviamo mentre i debiti berlusconiani sono pagati e l’Italia rischia di generare se non divisioni territoriali una nuova ondata xenofobica rivolta non solo agli extracomunitari ma agli stessi italiani che non appartengono alla famiglia del nord. E quelli del Centro sud? Stanno facendo la fine dei classici pifferai che andarono per suonare e furono suonati. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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