Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Tra l’essere e il sentirsi

Posted by fidest press agency su sabato, 22 agosto 2009

(edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Che cosa significa essere o sentirsi vecchi? Tal-volta m’imbatto in coetanei e mi sorprendo a vederli più incanutiti di me, più dimessi, più rugosi, più tristemente vecchi. Vi sono, poi, altri che sembrano sprizzare “giovi-nezza” da tutti i pori.  Fanno sport, si cimentano in gare podistiche, inforcano la bicicletta e si avventurano in tratti non sempre pianeggianti, s’impegnano nello sci di fondo e di discesa e non mostrano stanchezza.  A tavola continuano a essere delle buone for-hette e nelle discussioni tengono banco con disinvoltura e la parola pronta alla battuta. Io tra costoro mi trovo nel mezzo, come tra l’incu-dine e il martello. Resto agitato e sento gli anni inesorabili scorrere nelle vene e inquietarle. Il mio cuore batte, ovviamente, ma non ne avverto la gagliardia. E’ stanco poveretto. Mi volto con il pensiero all’indietro e penso a quelli che nella mia gioventù erano i vecchi. Uomini e donne provati dalla fatica, stanchi, ma non domi. Continuavano nei loro lavori di campagna, nella bottega artigiana, nelle piccole faccende di casa. Quante volte passavo distrattamente davanti alla nonna o alla zia seduta a sferruzzare davanti casa e sembravano immerse in quel loro lavoro ai ferri, eppure erano pronte a redarguirti se eri sul punto di compiere qualche marachella, a uscire dal seminato. Si affermava che avessero gli occhi per udire e le orecchie per vedere. Allora non c’era, soprattutto nei piccoli paesi sper-duti tra le montagne del meridione d’Italia, né la radio né l’automobile. Erano cose dei signori di città. L’unico contatto con l’esterno dotato di una certa regolarità era la corriera che collegava la stazione al paese. Erano sette chilometri di strada non asfaltata, piena di buche e a tratti invasa da sterpaglie e, nei giorni di pioggia, le buche si riempivano di acqua diventando più insidiose. I giornali erano una merce rara. Arrivavano un paio di giorni dopo la pubblicazione ed erano destinati ai “notabili” del Paese: il medico, il farmacista, il sindaco, il maestro ed il solito letterato di turno. Qualche altro li leggeva, diciamo di straforo, nei giorni successivi dopo che i legittimi proprietari li avevano sostituiti con le edizioni più recenti. Altri se ne appropriavano per usi meno nobili. Allora non esisteva la carta igienica e per molti del paese la toilette era a cielo aperto. Io che ero considerato un “cittadino” avevo qualche privilegio e il fatto che a ospitarmi era una zia che per anni era vissuta negli Stati Uniti da dove vi aveva fatto ritorno di recente, dopo la morte del marito, avevo anche il vantaggio di abitare in una casa dove i servizi igienici non mancavano. Ma non era la sola caratteristica che mi distin-gueva dagli altri. Mio padre era un ufficiale dell’esercito e diventavo, automaticamente, il membro di una famiglia “borghese” assimilabile a quelle più rispettabili per cui i maggiorenti del paese mi riservavano un’attenzione maggiore. La nostra famiglia, dopo di tutto, aveva una ben stagionata origine “nobile”. Mio nonno era un istruito possidente agrario, di quelli che vivono lontano dai campi, ma da essi ne ricavava una buona rendita, uno dei suoi fratelli era priore nel convento di Campobasso e solo un altro fratello aveva scelto una modesta vita di campagna.  D’altra parte la mia permanenza era breve: vi trascorrevo le vacanze estive e, talvolta quelle invernali. Vi andavo e vi ero ospitato perché mio padre era nato in quel paese: Morrone nel Sannio. Oltre alle due vecchie zie, benestanti, avevo altri parenti, ma di modeste condizioni sociali. Una cugina faceva la pecoraia.  Aveva, credo, un quindici anni. Ogni giorno la vedevo rientrare verso sera dalla campagna dove portava al pascolo le sue pecore. Era un appuntamento quasi obbligato. Entrambi provavamo piacere a vederci, sia pure per poco. Ovunque mi trovassi in casa sentivo a un tratto, prima lieve, e poi sempre più distinto il suono di una cam-panella. La portava al collo una specie di muflone che, quasi consapevole del suo compito di guida, era in capo al branco e muoveva di continuo la testa con una certa ritmicità. Questa mia parente la ricordo piccola e minuta. Aveva per me una specie di venerazione. Incontrandoci ci sorridevamo e spesso senza proferire parola. Parlavano i nostri occhi. Si sentiva orgogliosa di avere un parente “cittadino”.  Allora ero un bimbetto molto vivace e propenso a fare dispetti e a tenere poco da conto l’autorità delle zie che, a loro volta, adorandomi, finivano con il permettermi di fare di tutto, anche se le sgridate iniziali non mancavano.  La cugina aveva due fratelli più grandi di lei. Il maggiore, insofferente alla vita di paese e ai lavori di campagna aveva preferito arruolarsi nella polizia ed era stato assegnato in una località abruzzese. Giovane am-bizioso aveva ripreso gli studi e si era diplomato. Ogni tanto lo vedevo ritornare in paese vestito da militare e allora era festa grande anche per me. Mi portava in campagna, mi raccontava della vita di caserma, delle sue esperienze e delle sue amicizie, comprese quelle femminili.  Aveva fama d’essere un Don Giovanni. Alla fine mise, come si suol dire, la testa a posto e sposò una compaesana. Non fu, a detta degli abituali ben informati, un matrimonio d’amore. Non permise alla moglie di rag-giungerlo dove era stato assegnato, e la spiegazione la diedero, le solite male lingue, alludendo al fatto che avesse una relazione sentimentale. L’altro fratello lo ricordo meno. Cosa ora posso dire a distanza di tanti anni di quel paese che si dispiega lungo il dorso della mon-tagna e, nella parte più alta, che permette di avere una vista eccezionale tanto che nei giorni di sereno si può persino scorgere il castello Monforte di Campobasso distante una trentina di chilometri in linea d’aria? Ben poco, credo. Tutto mi resta sfumato nel ricordo. Rivado, semmai, a una vista più corta che mi permetteva con facilità d’individuare il corso del fiume Biferno che scorreva a valle a una decina di chilometri e di squadrare quell’indistinto ammasso di case dei comuni limitrofi di Casacalenda e Ripabottoni. Quest’ubicazione divenne strategica durante la seconda guerra mondiale prima per i tedeschi e poi per gli alleati sbarcati a Termoli e che, penetrando nell’en-troterra, si dirigevano a Campobasso. Allora la statale e la stessa strada ferrata avevano un tracciato pieno di curve, fatto di salite e di declivi, mentre oggi il percorso è più breve e lineare, grazie alla “bifernina”. Posso solo annotare che Morrone nel Sannio o Morrone del Sannio, come qualcuno affermava si dovesse dire, fu il paese della mia infanzia e vi racchiuse i ricordi di un bimbo, le amicizie tra coetanei e più gran-dicelli, la prima “cavalcata” sul dorso di un asino mentre scalciava ed io vi restavo con non poca difficoltà attaccato alla soma, le spalate di neve davanti casa, adoperando una pala che somigliava più ad un giocattolo che ad un attrezzo da lavoro, alle scorribande con un gruppetto di ragazzi per le campagne fino al Biferno ed alla prima arrampicata su un albero per raccogliere le olive. Feci persino le cose più pericolose, e chiaramente proibite, come la volta che i tedeschi abbandonarono il paese e si appostarono nei pressi, mentre gli alleati sopraggiun-gevano. Ricordo che mi sottrassi alla sorveglianza delle zie e m’incamminai tra i prati che declinavano verso un tratto pianeggiante nei pressi del cimitero per “vedere” i soldati americani. Rischiai grosso. Mi trovai nel bel mezzo di un fuoco incrociato tra i soldati tedeschi delle retrovie e le avanguardie dei soldati americani che rispondevano agli spari. Si sentiva il crepitare delle mitragliatrici, l’esplosione di bombe a mano e qualche colpo di fucile. A dividere le opposte fazioni vi erano, forse, solo alcuni metri ed io ero tra loro. La mia salvezza la devo, proba-bilmente, alla prontezza di un soldato americano che con un perfetto placcaggio mi stese a terra con lui, mentre intorno a noi s’intensificava il sibilo delle pallottole.  Non vi dico cosa successe dopo tra il pianto liberatorio delle zie per lo scampato pericolo, la curiosità dei miei compagni che mi trattavano come un eroe, le donnette del paese che si raccontavano l’episodio con l’inevitabile aggiunta di particolari inventati di sana pianta per rendere più spettacolare il fatto e la festa per l’eroe americano che aveva salvato un bambino incosciente e scavezzacollo. Così ebbi il mio battesimo del fuoco, il mio momento di celebrità, la convinzione d’essere immortale, di saper sfidare il fato e farmi beffa di lui. Molti anni dopo riandando ai momenti di pericolo affrontati e superati quest’idea di saper vincere la morte si rafforzò in me. Ora, invece, non ne sono più sicuro.Di certo ora lo devo agli anni che incalzano e mi rendono vecchio. Mi sento fragile. Avverto una certa predisposizione alla rottura, al danno. “La fragilità d’altro canto è spesso identificata – come scrive il prof. Giorgio Annoni, geriatra, – da parole che esprimono una condizione simile come vulnerabilità o meglio ancora come termine che si contrappone a robustezza”. E’ un qualcosa che a ben considerare si può provare sia pure in brevi tratti della nostra vita quando si esce da giovani da una brutta malattia. Allora posiamo parlare di una fragilità temporanea e reversibile, ben diversa da quella cronica. Si incomincia, probabilmente, più con il sentirsi che con l’essere effettivamente fragili. La circostanza dipende maggiormente dal fatto che si ha, da anziani, un recupero più lento esponendoci a interazioni difficili con il proprio ambiente oltre al fatto che si è scarsamente preparati ad affrontare i fenomeni legati alla lenta evoluzione dei diversi fenomeni interagenti. Mi rendo conto, e penso che tale sensazione sia condivisa dai miei coetanei, che tutto dipende da un processo, quello dell’invecchiamento, irreversibile e che noi mostriamo all’esterno solo i tratti salienti del decadimento fisico, mentre all’interno vi sono dei meccanismi che fanno perdere alle cellule la capacità di riprodursi in maniera ordinata e sincronica pur conservando le proprie caratteristiche strutturali per consentirci, in ogni caso, la sopravvivenza. Questo deficit fisico diventa con gli anni irreversibile. E’ una condizione ovviamente diversa rispetto alla disabilità. Questa indica una perdita delle funzioni, mentre la fragilità indica un rischio e si colloca per lo più a livello di una maggiore predisposizione alle malattie o a livello di un maggior rischio di perdere l’autosufficienza come riflesso dell’insieme delle pato-logie. Sta di fatto che il rapporto con gli eventi tende a subire un mutamento. La persona fragile diviene incapace di mantenere la propria traiettoria vitale di fronte a circostanze che producono stress, in maniera progressiva-mente più difficile anche per stimoli meno gravi. C’è semmai da chiedersi quale intimo rapporto può esistere tra il dentro e il fuori di sé e quanto le modificazioni del microambiente che ci circonda, possono influire sulle proprie condizioni fisiche generali.  Vi è anche da considerare un livello superiore di valutazione del proprio stato fisico. Mi riferisco in particolare ai meccanismi che stanno alla base del funzionamento del cervello. Scienze quali la neurobiologia e la psicologia ci hanno descritto con dovizia di particolari i meccanismi di plasticità che caratterizzano il cervello dei mammiferi a tutte le età. Questi permettono l’integrazione degli stimoli esterni e li organizzano in maniera ordinata, in modo da garantire la continuità della funzione. Ne consegue che la riduzione in maniera sensibile della plasticità diventa causa prima del danno fisico che noi subiamo e che può essere una malattia e lo stesso invecchiamento. I livelli plasmatici di cui facciamo riferi-mento possono essere il colesterolo e l’albumina. E’ noto, infatti, che quei soggetti che hanno bassi livelli di cole-sterolo e d’albumina plasmatici sono predittori di un aumento della mortalità nel breve-medio termine, anche indipendentemente da altri fattori.  E’ così che l’ipoalbuminemia ci fa ritornare alla citata condizione di fragilità. E’ un dato clinico che di per sé non costituisce il fattore direttamente inducente l’evento negativo a valle, ma diventa la spia di una serie di condizioni biologiche tra loro collegate che portano giustappunto alla fragilità.  Così noi ci affacciamo all’ultimo tratto della vita e ci rendiamo conto “fisicamente” che i progressi offertici dalla scienza ci possono aver resi più longevi, ma non ci hanno tolto di dosso la fragilità.  Essa si può esprimere in diverse condizioni cliniche. Si può partire da una predisposizione genetica o in seguito ad una malattia grave e potenzialmente invalidante e finire o con una predisposizione a un aggra-vamento di una patologia cronica in atto. Va, tuttavia, precisato che il processo d’invecchiamento non comporta necessariamente la comparsa di malattie, poiché esse sono sempre un evento legato alla presenza di fattori di rischio in grande parte evitabile. Dobbiamo, quindi, partire dal presupposto che l’invecchiamento, rispetto alla malattia, è un fenomeno inevitabile, mentre quest’ultima è modificabile grazie all’educazione sanitaria e alla preven-zione nello specifico.  Oggi dobbiamo abituarci a convivere con la vecchiaia nostra degli altri e di chi lo è già da qualche tempo. Basti pensare che nel 1880 in Italia la durata della vita media fosse di trentacinque anni per gli uomini e qualche anno in più per le donne.  Dopo 20 anni una persona su tre arrivava ai 60 anni e solo il 6-7% raggiun-geva gli 80 anni. Nel 1990 il 93% delle donne e l’86% degli uomini è arrivato a 60 anni e rispettivamente il 62 e il 39% agli 80. Nello stesso periodo la speranza di vita alla nascita è aumentata di 37 anni per gli uomini e di 31 anni per le donne. Oggi la speranza di vita media alla nascita ha superato gli 80 anni per le donne ed i 74 anni per i maschi.  Nel 2000 l’Italia aveva in assoluto, tra tutti i paesi del mondo, la percentuale maggiore di ultrasettantenni (22,3%) mentre, ad esempio, negli U.S.A. tale fascia di popolazione raggiungeva il 16,5%.  Dobbiamo dedurre che per la medicina contemporanea la sfida che si presenta è quella di comprendere in modo analitico le caratteristiche di questo fenomeno dell’invecchiamento prolungato rispetto all’aumento contestuale della polipatologia soprattutto nel sesso femminile a partire dagli ultrasessantacinquenni e con successive cadenze quinquennali. In tale assetto la polipatologia esprime di per sé una condizione di fragilità nell’anziano o richiede la concorrenza d’altri fattori (età molto elevata, ridotte funzioni cognitive, indici “biologici” alterati, ecc.). Per finire noi tendiamo a raggrinzire la pelle, a incanutirci, a reggerci sulle stampelle o a vivacchiare in carrozzella, ad avere lo sguardo assente, a imbottirci di medicine, ad avvertire dolori diffusi, ma viviamo, o meglio sopravviviamo. Vale la pena mi chiedo e vi chiedo? Mi riferisco, ovviamente, a quella popolazione d’anziani fragili, caratterizzati da un elevato numero di patologie croniche di diversa gravità. Essi sopravvivono solo grazie agli interventi terapeutici.  Qualcuno potrebbe obiettare che costoro sono dei grandi consumatori di risorse e che dovremmo, invece, impiegarle in modo diverso. Non dovremmo farne uso solo per garantirci il mantenimento di una condizione che non ci portasse in alcun caso verso un miglioramento, sia pure relativo. Potremmo dare loro torto? No di certo. Il discorso, tuttavia, apre la porta ad altre riflessioni. Pensiamo all’eutanasia. A questo punto mi chiedo se possiamo avere la percezione individuale del proprio stato da consentirci in piena coscienza di autorizzare un qualcuno a premere l’interruttore per spegnere la luce? E’ raro che ciò possa verificarsi. Nella generalità dei casi dovrebbero essere gli altri a giudicare il momento giusto per la dipartita. Ma chi sono gli altri? Che poteri hanno su di noi? Quale interesse hanno costoro nel farlo o nel non farlo? Quale arbitro può interporsi tra noi e la morte? Chi può conferirgli il mandato? E’ un interrogativo che aggiungo al racconto di una vita. Lo lasciamo pencolare nel buio dei nostri pensieri, lo immaginiamo ardente, provocatore, fomentatore d’altre sfide, dove albergano folletti e gnomi, dove il fantastico si nutre di morte, ma la rende permeabile, eroi-ca, magica e sublime. Dove tutto si distrugge per nulla distruggere. Dove ogni vita ritrova il suo posto, dove può vincere il dolore, il dramma del distacco e ritrovarvi la pace che chiamiamo eterna, spegnendosi.  Il nonno che oggi può anche essere tranquillamente un bisnonno e persino un bisavolo finirà i suoi racconti intorno ad un camino virtuale per nipoti e proni-poti meno giovani ma pur sempre affascinati da storie che appartengono al nostro bagaglio comune ma che abbiamo dimenticato o riposte nelle segrete dei nostri pensieri e attendono che altri le disvelino. Resterà anche nei nostri ricordi, fragile nelle ossa ma forte nel pensiero. E’ quello, dopo di tutto, che più conta.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: