Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

La crisi del sistema politico italiano

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 agosto 2009

Non pochi oggi sono portati a chiedersi, tra coloro che più degli altri hanno a cuore la politica non solo come militanza ma anche dal punto di vista di una cultura della formazione di uno stato civile e democratico, quale è stato il momento che ha segnato una svolta tra i partiti e gli elettori e ne ha spezzato il rapporto. Si pensa alla fine del collateralismo cattolico, alla questione del divorzio, alle elezioni del 15 giugno del 1975, l’emergenza terroristica, i problemi di ordine pubblico, i governi di solidarietà nazionale fino a “mani pulite” che ha visto la magistratura scendere in campo e dare un colpo di grazia a taluni partiti attraverso i loro esponenti più rappresentativi. Ed ancora la scesa in campo, nell’agone politico, di un personaggio come Berlusconi, con i suoi tormentati aspetti giudiziari. Non vi è dubbio che in tutti questi passaggi aleggia il ruolo della Dc scossa fortemente dal clima post-conciliare che investì il mondo cattolico e aprì la strada alla contestazione giovanile e quel che ne seguì. Fin dagli anni sessanta assistemmo al progressivo scollamento e in molti casi alla rottura di quei tradizionali vincoli che legavano il partito della DC al vasto e articolato arcipelago del cattolicesimo italiano. Non solo. Seguirono anni in cui il processo degenerativo degli equilibri sociali e istituzionali sembrò toccare il fondo. Pensiamo alle deviazioni dei servizi segreti (stragi di piazza Fontana a Milano, dicembre 1969) la rivolta di Reggio Calabria (estate 1970), le stragi di piazza la Loggia a Brescia (maggio 1974) e nello stesso anno del treno Italicus ed ancora il terrorismo ed i delitti “eccellenti” e via di questo passo. Si sollevò un clima di violenza che coinvolse e sconvolse le strade e le piazze delle nostre città, le scuole, le università, attraverso una irrazionale e spietata ubriacatura ideologica di fronte alla quale lo Stato di diritto sembrava non avere armi per fronteggiare la situazione. E sembra una ironia della sorte che proprio quel partito, la Dc, che seppe reggere l’urto del clima aspro e confuso di quei giorni, garantendo al paese il rispetto del metodo democratico senza cedere alla tentazione di imboccare la strada del blocco d’ordine o dello Stato di Polizia, dovette pagare il prezzo più alto negli anni novanta scomparendo dalla scena politica dopo una decisione, pensiamo sofferta, dei suoi massimi dirigenti. Da allora, possiamo dirlo con franchezza, abbiamo, sotto l’aspetto partitico, raggiunto il più alto discredito politico da parte dell’elettorato nazionale. Ora stiamo cercando di rimboccarci le maniche per invertire la tendenza, ma continuiamo ad avere quel diabolico vizietto di non ascoltare ma di voler dettare le regole dall’alto e di pretendere che esse diventino un messaggio condiviso. E da qui parte un altro genere di riflessione che rende il ruolo dei partiti ancora una volta conflittuale con la volontà popolare e quel che ne segue.

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