Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 106

A quell’uomo che si definisce ateo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2009

Editoriale fidest Qualche giorno fa ad un mio scritto sulla religione e sull’idea di Dio un lettore si dichiarò offeso in quanto come ateo non accettava un discorso di fede. Ateo perché? Mi sono chiesto. La parola mi fece sorridere. Riandai all’insegnamento religioso ricevuto a scuola dove l’ora di religione a volte, per merito del docente di turno, non ci distraeva da altri interessi. Tra i vari conversari per lo più fatti di domande e risposte “secche” vi era un approfondimento sulla parola e quella di “ateo” era tra le più ricorrenti. Volevamo essere trasgressivi più come sfida che come convincimento. Volevamo essere dei “senza-Dio” e inconsapevolmente ne riconoscevamo l’esistenza. Come si fa, infatti, a dire che non esiste senza attestare implicitamente che il solo parlarne implica un discorso di esistenza?  Nello stesso tempo cosa significa concepire l’idea che vi possa essere un creatore di tutte le cose e che questo signore finiamo, convenzionalmente, per indicarlo con la parola “Dio”? Sull’altro versante possiamo dare solo una risposta “arida”: siamo nati e viviamo in un certo ambiente solo per caso e per caso moriamo. E il caso diventa di fatto il nostro Dio. E allora perché affannarci tanto nel costruire un modello di convivenza civile, inventarsi un sistema lavorativo che permetta a ciascuno di noi di fare la nostra parte nella società e di aiutarla a crescere per noi e per i posteri? Potremmo stare seduti per anni sotto un pergolato e cibarci con l’acqua che sgorga spontanea da una fonte attigua e dal frutto che ti cade addosso. Potremmo ma non lo facciamo. In noi vi è l’ansia della ricerca, della conoscenza, della individuazione di un creatore perché siamo consapevoli che nulla si crea e nulla si distrugge in questa fabbrica della vita e che pure ad un destino dovremmo essere chiamati se abbiamo tanta voglia di vivere e di amare e accettiamo la sofferenza come un prezzo da pagare al Caronte di turno. Vi è semmai un nutrimento che viene dal profondo e che si chiama fede. Una fede che aspira a qualcosa di buono. Alla ricerca di una società di giusti per una giusta visione della vita fatta di solidarietà e vicinanza all’idea del bene e nel respingere le forze del male. Questa fede è dentro di noi sebbene molti la negano.  C’è chi dice d’averla avuta da Dio come simbolo della perfezione e dell’eterna felicità e chi dal caso. Ha una qualche importanza un termine in luogo di un altro? Non ci basta sapere che c’è e spetta a noi farla emergere, trasformarla in una regola di vita? Per dare persino una ragione a quella vita che va oltre la vita? E allora non ci chiudiamo in una campana di vetro sull’ateismo sino al punto di farne una religione di fanatici cosi come non devono esserlo chi crede in Dio ma cerchiamo, insieme, di guardare l’occhieggiare delle stelle in una notte serena per quelle che sono e di sentirci figli non solo della terra ma di tutto l’universo e a sorridere a quell’ebete vita che ci avviluppa come l’edera e ci fa sentire credenti. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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