Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 203

Il Dittatore ovvero un libro “fantasma”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 ottobre 2009

Vi sono state, di questo libro, tre edizioni a partire dal 1986 e tutte con i tipi della Fidest, agenzia giornalistica. L’autore è Riccardo Alfonso che trattando il suo libro scrive: “Mi riferisco, nello specifico, agli anni che vanno dal 1948 al 1990. Sono uno spaccato di una realtà italiana con la quale, checché si dica o si pensi, dobbiamo fare i conti. Ciò vale per i contemporanei di allora e per quelli di oggi.  A questi ultimi tocca, semmai, l’impegno di trasformare la cronaca in storia e trarne una spiegazione per i guasti che ci riportiamo in situazioni che hanno, per altro, aspetti che non possono essere valutati in misura più appropriata se non ci caliamo in quell’ottica e la viviamo dal dentro.  Preciso che sono stato costretto a omettere dei nomi per evitare guai giudiziari dato che costoro, pur essendo stati perseguiti per reati gravissimi, per la lentezza della giustizia italiana, con conseguente lunghissima fase dibattimentale nei diversi gradi di giudizio, o sono stati, alla fine, assolti o sono stati dichiarati non perseguibili per decorso dei termini di giudizio e, quindi, l’imputazione è andata in prescrizione. Restano i morti ammazzati. Di uno, in particolare, conservo lucido il ricordo ed è Mino Pecorelli. Mi sembra giusto, tra i tanti misteri italiani che hanno generato l’uccisione di personaggi eccellenti, si parli anche di Pecorelli.  Conosciamo il suo assassino ma non possiamo dire la stessa cosa per il mandante. Rimane il sospetto. Resta un dibattito giudiziario e un’assoluzione, nel secondo grado di giudizio, con formula piena. Sono personalmente rispettoso della giustizia e delle sue sentenze anche perché sono convinto, nella fattispecie, che non sarebbe stato possibile fare altrimenti. Lo ebbi già ad affermare allorché, con grande clamore dei media, si scelse la strada che ci portò alle aule giudiziarie e furono chiamati, sul banco degli imputati, nomi illustri. Sono mancate le prove, di là di ogni legittimo dubbio, che avrebbero potuto inchiodare, alle loro responsabilità, il mandante o gli ideatori. E le colpevolezze nelle aule giudiziarie non si riconoscono sulla base dei “si dice” o da indizi non suffragati da riscontri certi.  In effetti, quanto stava accadendo in Italia, dagli anni cinquanta in poi, non si poteva delegare esclusivamente alla magistratura sia essa inquirente e giudicante e per suo tramite agli investigatori, diciamo istituzionali il carico di un’indagine così complessa e per inquisiti resi praticamente degli “intoccabili”.  Molto di più hanno fatto, proprio perché erano più liberi di muoversi e senza l’assillo dei riscontri obiettivi, delizia e tormento di chi indagava ufficialmente, giornalisti, politici non corrotti, taluni funzionari dello Stato a volte irretiti da com’erano imposte d’autorità talune misure cautelari di natura amministrativa, e che denotavano poco rispetto per le leggi e i loro iter procedurali.  Dobbiamo poi aggiungervi, per dovere di cronaca, quella schiera d’informatori che vanno dalle spie ai doppiogiochisti e ai calunniatori, per vocazione, che lanciavano il sasso e nascondevano la mano, ma in qualche caso ebbero l’opportunità di evidenziare delle verità ben camuffate e a spingere le supposte vittime a fare dei passi falsi. Il fantasma di Yalta pesava un po’ su tutti. Stalin aveva trasformato, nell’immediato dopoguerra, le nazioni occupate militarmente in altrettanti Stati satelliti servendosi di capi di governo di fiducia e indottrinando le popolazioni nel credo comunista.  Ai confini Sud ovest dell’Europa due erano le nazioni che si trovavano nel mezzo del guado: l’Italia e la Grecia. Per entrambi i sovietici non potevano forzare, più del dovuto, la mano ma erano in grado di condizionarne gli assetti politici.  L’occidente non poteva permettersi di perdere questi due nazioni per cui si escogitarono a livello internazionale diversi espedienti. Taluni improntati al rispetto delle regole imposte dal gioco democratico altri agendo nel sottobosco per rispondere colpo dietro colpo alla manovre clandestine dei sovietici tese a sostenere il Partito comunista italiano, nello specifico, e a creare non pochi affanni soprattutto ad un partito di massa come la Democrazia Cristiana che, dopo la guida carismatica di Alcide De Gasperi, si mostrò sempre più debole al suo interno attraversata com’era dalla rivalità e dalle lotte intestine dei suoi “cavalli di razza”.  Alla luce degli eventi che in tali frangenti andavano a maturazione il livello di attenzione degli statunitensi per l’Italia, si trasformò, in talune circostanze, in una sorta di “protettorato” e tutto ciò che poteva, in qualche modo, minare un indiscusso rapporto di fiducia e di dipendenza era colto come un chiaro segnale ostile. Per contro i politici che volevano emergere tra le forze dell’alleanza di centro sinistra che andava dalla Dc al Pri, ai liberali, ai socialdemocratici e agli stessi socialisti, in seconda battuta, dopo che Nenni si sottrasse dall’abbraccio comunista, sapevano che dovevano passare una sorta di esame preliminare di fedeltà all’alleanza occidentale e, nello stesso tempo, avere un sufficiente carisma per calamitare consensi elettorali importanti nei loro collegi elettorali. Ciò spingeva taluni maggiorenti locali, a non farsi eccessivi scrupoli nello stabilire intese elettorali, voti di scambio e alleanze con elementi poco raccomandabili pur di contrastare con successo la “valanga comunista”.  Alla fine questo modo di coltivare rapporti indiscriminati si trasformava in una sorta di do ut des che in certi casi voleva anche dire subire minacce, ricatti e pretese di favori compro-mettenti come ottenere gli appalti di opere pubbliche, l’insabbiamento di alcune inchieste scottanti e persino il depistaggio di indagini volte all’individuazione di elementi mafiosi.  Altri danni vennero dall’assillante richiesta di amici di partito e di sottogoverno locale per chi era in cerca di un impie-go.  Si aggirarono, per favorirli, persino le procedure concorsuali per le assunzioni introducendo le quote per gli invalidi civili che divennero di colpo tanto numerosi da farci dubitare seriamente sulle condizioni di salute dei nostri giovani. E se i posti mancavano, s’inventavano di nuovi tanto che le poste, le ferrovie e persino le grosse imprese private divennero dei serbatoi senza fondo per accogliere una massa spropositata di nuove leve.  Così l’Italia risolse il problema della mancanza dei posti di lavoro con gli “ammortizzatori sociali” facendo bivaccare più a lungo i giovani nelle università, con il servizio militare obbligatorio e con l’introduzione di procedure amministrative macchinose che richiedevano la presenza di maggiori e varie figure professionali, ecc. Un altro problema irrisolto fu quello del Meridione d’Italia, dove si spesero migliaia di miliardi di vecchie lire solo per mettere in piedi un’illusione: la sua industrializzazione. Alla fine questi soldi servirono unicamente per favorire interessi e ricchezze private lasciando il Sud del Paese con le sue povertà e con un livello di crescita economica e imprenditoriale decisamente basso. In questo modo perdemmo la magica occasione offertaci negli anni della ricostruzione post bellica di gettare le basi per imprimere al Paese una svolta radicale e tale da conferirgli un ruolo più competitivo e moderno sullo scacchiere internazionale. Così l’Italia dalla forte tradizione agricola si apriva al mondo industriale. Così i poveri cercarono d’uscire dai loro ricettacoli. Così si combatté la battaglia anticomunista in nome di una fantomatica democrazia. Così si dischiuse la strada dei diritti, dopo aver attraversato quello dei doveri, sino al sacrificio estremo. Così la politica si appropriò della libertà in nome del potere fine a se stesso.” Questi sono accadimenti desunti dalla  cronaca e in parte recepiti dalla storia eppure una mano misteriosa ha voluto far “scomparire” questa testimonianza. Eppure è una delle tante. Forse vi ha percepito un qualcosa che è sfuggito persino all’autore.

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