Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Ruolo e utilità sociale del carcere

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 dicembre 2009

Quante volte abbiamo scritto su quel perimetro deliberatamente dimenticato qual è il carcere, infinite volte ai silenzi assordanti sono seguiti sofismi e editti che sono rimasti lettera morta. Grosse fette della Società, delle Istituzioni, dei Governi, hanno speso parole e intenzioni, ma opere ben poche, se non quelle del redigere rapporti di morti sopravvenute e di utopie tutte a venire: nonostante le dimensioni di una disumanità ormai divenuta regola, di un moltiplicarsi tragico di suicidi, di autolesionismi, di miserie umane così profondamente deliranti. senza più una professione di fede, neppure quella della strada.  Il popolo della galera non ha più generazioni da consegnare alla storia, quelle che in essa si sono imbattute, sono ormai annientate e hanno portato con sé la rabbia, il furore, la follia. Dell’utilità della pena, del ruolo sociale del carcere si parla per scatti, per ripicche, se ne parla per non parlarne più, per levarci dalle scatole un fastidio, non per rendere giustizia a chi è stato offeso né a chi l’offesa l’ha recata. Se ne parla per rendere nebulosa e poco chiara ogni analisi, se ne parla per nascondere l’ingiustizia di una giustizia che tocca tutti.Il detenuto non è un numero, né un oggetto ingombrante… Lo dice il messaggio cristiano, dapprima, e quello di umanità ritrovata poi, e invece la realtà che deborda da una prigione è riconducibile all’umiliazione che produce il delitto, ogni delitto nella sua inaccettabilità.  Nei decenni trascorsi tra sbarre e filo spinato, ho avuto netta l’impressione che incapacitare fosse l’unica risposta da parte di una Società, e quindi uno Stato, di porsi a mezzo al dilagare della violenza. Sebbene tremendo nel suo effetto, non sorprende in quegli anni di rivolte e di ribellioni, l’intendimento di spersonalizzare e annullare l’identità del detenuto. Ma oggi che il carcere è per lo più un contenitore di numeri e di miserie, a che pro riproporre le armi della sola repressione, rifiutare una realtà infarcita di membra piegate e piagate?  Proprio ora, che il lamento non è più  un grido di guerra. E’ vero, il detenuto non è la vittima, le vittime sono senz’altro altri, feriti, offesi, scomparsi, ma il detenuto è persona che sconta la propria pena, che vorrebbe riparare, se posto nella condizione di poterlo fare. (Vincenzo Andraous)

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