Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

La cultura tra passato e presente

Posted by fidest press agency su domenica, 27 dicembre 2009

Esiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Ci riferiamo, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordiscono con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di genere. Cosa essi possono sapere della cultura moderna, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici? E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non si identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio ma semmai di eterno. Sono deformazioni che i giovani se le portano nel loro Dna non sapendo più distinguere un evento sportivo sano ad uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca sistematica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che si trasforma in un vicolo cieco al di là del quale non vi sono sbocchi possibili.

Una Risposta a “La cultura tra passato e presente”

  1. Rosario Amico Roxas said

    La globalizzazione culturale

    Lo stravolgimento dei valori insiti nell’uomo ha modificato tutta l’architettura dello sviluppo umano, confinandola dentro un mondo materiale, a senso unico, che ha inglobato nei suoi ingranaggi anche le coscienze.
    In questa nuova architettura c’è una frattura verticale che separa il mondo Occidentale, che dello sviluppo tecnologico ha fatto il fulcro della sua storia contemporanea, dal resto del mondo; dalla parte occidentale c’è una società massificata, dedita al capitalismo più sfrenato, in grado di condizionare l’autonomia dell’individuo; dall’altra parte il resto del mondo, che non riesce a percepire di essere diventato ostaggio della prima in una corsa insensata verso il progresso, identificato esclusivamente con il progresso della tecnologia.
    La società occidentale capitalistica ha ridotto ogni valore a merce di scambio, a bene di consumo, con le leggi dell’economia e del profitto che vengono privilegiate nei confronti delle leggi della natura, della pacifica convivenza e della solidarietà fra tutti i popoli.
    Le idee e, quindi, le ideologie, hanno perso il loro peso sulla coscienza, sostituite con l’anti-idea della modernità; una modernità che ha colpito al cuore le coscienze, iniettando una fede cieca in una tipologia di ragione che, pretendendo di rendere gli uomini padroni di sé e della natura, li ha precipitati in un baratro irrazionale. La conoscenza scientifica si è ridotta ad una mera ricerca quantitativa, molto attenta alla correttezza formale, ma non ai contenuti, diventando, così, uno strumento della società capitalistica, che ha incarcerato nei suoi ingranaggi le coscienze e con esse lo sviluppo della centralità dell’uomo.
    La frattura verticale della nuova architettura dello sviluppo si aggrava ulteriormente, in quanto inizia il percorso con l’esercitare il dominio dell’uomo sulla natura, ma sfocia, ineluttabilmente, nella volontà di dominio dell’uomo sull’uomo, della struttura sociale sulla struttura individuale. Anche la cultura ha smarrito la sua autonomia e si è trasformata in una “industria culturale”, che sfrutta ogni bene solo a fini commerciali e soffoca ogni libertà di scelta e di analisi individuale; prevale la dittatura del pragmatismo capitalistico, che dà valore solo a ciò che ha successo commerciale.
    L’alternativa all’ “industria culturale”, che stratifica ogni manifestazione culturale in una categoria omogenea e acritica, resta il Nuovo Umanesimo, testimone dell’esistenza, nel cuore degli uomini, di qualcosa che non si può piegare alla “volontà di potenza” del mondo capitalistico, di qualcosa che è sopravvissuto alla stratificazione massificante degli interessi materiali.

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