Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Quando si parla di Vaticano

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 marzo 2010

II come inaccettabile e da ri-“gettare”, non si intende inglobare in tale constatazione di eterodossia oggettiva la colpevolezza soggettiva di chi lo ha accolto in buona fede pensando di obbedire, né tanto meno si vuole disprezzare nessuno. Così come, quando si constata la nocività oggettiva del Novus Ordo Missae e la sua abrogabilità, non si vuole minimamente offendere chi lo celebra in buona fede, per ignoranza incolpevole delle carenze dottrinali del Nuovo Rito. “Non sbraniamoci tra noi” (anti-modernisti), ma andiamo a ri-studiare con attenzione il “Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae” con la “Lettera di presentazione” dei cardinali Antonio BacciAlfredo Ottaviani: vi si trovano considerazioni severe sulla sua non ortodossia oggettiva e si chiede al Papa di abrogarlo.  Nel sofferto “non possumus” di fronte al “Nuovo Rito della Messa” non vi è alcun disprezzo per le persone e nessun giudizio sul “cuore e le reni” del singolo celebrante, che “solo Dio scruta”, ma unicamente la fedeltà alla “Fede pregata” di sempre. Bisogna quindi cercare di conformare il nostro intelletto alla realtà, anche se scomoda, e tentare di far fronte al problema, salva restando la riverenza alla legittima Autorità e la vera carità fraterna “non ficta” tra sacerdoti, la quale non esclude uno scambio di vedute diverse fatto però in maniera corretta. In coertis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas.  La protestantizzazione dell’ambiente cattolico è il fine prossimo della rivoluzione nella Chiesa; quello remoto è la giudaizzazione. Infatti, l’ermeneutica luterana porta ad una lettura a-cristiana e filo-giudaizzante della Torà (cfr. J. Neusner, Ebrei e cristiani. Il mito di una tradizione comune, [1991], tr. it., Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009). Perciò lungi dal cedere al dialogo in posizione di inferiorità o “minoranza-minorata” con i cosiddetti “fratelli maggiori”, dobbiamo rivendicare il valore assoluto, unico e autonomo dell’unico vero cristianesimo, che è quello petrino o romano. Un marinaio non può dire all’aviatore: Non ho bisogno di te; un carrista non può fare a meno dell’intelligence; così noi cattolici in questa lotta adversus mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritualia nequitiae, in coelestibus, non possiamo permetterci il lusso di ‘dividerci’, pur essendo ‘distinti’, ma dobbiamo lottare uniti. Perciò bisogna “distinguere per unire”. Le cinque dita dell’arto umano sono distinte tra loro, ma unite formano una mano; se fossero identiche, la mano sarebbe mostruosa, ma se fossero separate, sarebbero destinate alla cancrena ed alla morte. Ripensiamo all’apologo di Menenio Agrippa sempre attuale ed oggi come non mai. Quindi, né separati né identici o omologati, ma distinti ed uniti.  Vis unita fit fortior! (Don Curzio Nitoglia) (abstract) (San Michele)

Una Risposta to “Quando si parla di Vaticano”

  1. Rosario Amico Roxas said

    Fare la comunione o essere in Comunione ?

    Ho ricevuto una grande lezione di teologia dal prof. Hibraim Slimane, direttore dell’Istituto di filosofia islamica presso l’università di Al Hanneba (l’antica Ippona).
    Profugo di Sabra e Shatila, dove perse i suoi due figli maschi, lo conobbi in Tunisia, dove mi trovavo, ormai da anni, per lavoro. Era ospite del governo tunisino a Hammam Liff, in un villaggio messo a disposizione dal presidente Ben Alì.
    Quando venne trasferito ad Hanneba, lo incontravo periodicamente, andandolo a trovare, in quanto avevamo in programma di tradurre in italiano l’imponente Storia Universale di Ibn Kaldoun, lavoro interrotto all’introduzione per la morte del mio amico e maestro.
    Parlavamo spesso anche di religione e c’era un grande rispetto in lui per il cattolicesimo, anche se ne avvertiva molte incongruenze.
    Poiché si parla del rito della Messa, è doveroso puntualizzare che tutta la funzione non è altro che un “contorno” all’Eucarestia, alla transustansazione.
    Hibraim mi fece riflettere sull’uso e abuso che facciamo nel dire “fare la comunione”, e all’importanza che viene data a questo gesto.
    L’idea di “fare la comunione” si lega indissolubilmente alla scomunica che i pontefici hanno usato con molta leggerezza (citare i casi sarebbe lunghissimo). La scomunica è la proibizione di quel “fare la comunione” che trasforma in “diversi” i colpiti da tale provvedimento
    Abbiamo assistito anche a persone che della religione si servono per catturare consensi, i quali, benché divorziati, abortisti, con una vita dissipata, si chiedono “perché noi non possiamo fare la comunione, cioè essere come gli altri, per diventare migliori degli altri, almeno nella presunzione.
    La lezione di Hibraim mi fece riflettere; non “fare la comunione”, ma “essere in comunione” con Dio, e questo nessun pontefice potrebbe mai vietarlo, trattandosi di un rapporto verticale esclusivo, nel quale nessuno potrebbe avere il diritto di intervenire.
    L’ostia che si assume, è, e rimane, un imposto di farina e acqua che solo la fede trasforma in corpo e sangue di Cristo; il fare la comunione per esibizionismo corrisponde esattamente all’alternativa di consumare una tartina al salmone con una coppa di champagne.
    La religione musulmana invita alla comunione con Dio, chiamando cinque volte al giorno alla preghiera, anche per pochi, brevissimi minuti, giusto il tempo per rivolgere il pensiero all’Altissimo e misurare la dimensione di ciò che si sta facendo alla luce della dimensione divina… tutto diventa più semplice e meno articolato.
    Rivolgere un attimo di attenzione ad un bisognoso è comunione con Dio, elargire un sorriso ad un bambino è comunione con Dio, vivere la vita intera nella coerenza tra diritti e doveri è comunione con Dio e non c’è scomunica che tenga.

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