Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

La storia d’Italia in controtendenza

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 aprile 2010

Editoriale fidest. Forse un giorno si scriverà una storia dell’Italia contemporanea sfrondata dalle passioni e dagli interessi e più rivolta alla ricerca obiettiva degli accadimenti sia pure andando a ricercarli con il lanternino o per bocca del testimone capace alla fine da riscattarsi dai silenzi imposti dai potentati di turno. In questo frangente dobbiamo, presumibilmente, dividere i tempi storici in più parti. La prima è quella che va dall’Unità d’Italia alla fine della prima guerra mondiale nel 1918. Anni in cui i nostri padri hanno cercato di dare un contenuto ideologico, culturale e sociale alla nascente nazione ma fallirono, in parte, per il sopravanzare di interessi partigiani e per una frenesia di arricchimento e di potere e che ebbe il suo momento clou con lo scandalo della Banca romana. Nel 1918 entriamo nella seconda fase, con le contraddizioni che in qualche modo si erano assopite sotto il rombo del cannone e che ripresero con il vento in poppa alimentato da chi aveva fatto lauti affari con la produzione bellica. Il ritornare alla normalità con decine di migliaia di reduci in cerca di lavoro e con i moti di piazza, stimolati dalle nuove sacche di povertà, non fu facile, tanto che i contrasti classisti finirono con lo sfociare nell’autoritarismo di taglio fascista. Avemmo in tal modo un ventennio che ci portò dritti verso una nuova stagione post-bellica degli anni quaranta. L’Italia diventò, quindi, una repubblica e nuove speranze si aprirono a quel popolo di reduci che a somiglianza dei loro padri e nonni cercavano uno sbocco lavorativo, ma con minori velleitarismi barricadieri. Ad interferire con la vita degli italiani vi fu la “guerra fredda” allorchè il mondo si divise in due blocchi e il nostro paese, nolenti o volenti, divenne “terra di confine” tra l’espansionismo europeo dell’Urss e i bacini di contenimento dell’occidente capitalista. Così l’Italia divenne “zona franca” dove fu permesso di dilatare oltre misura il regime dei diritti a scapito di quello dei doveri. Fu inventato l’ammortizzatore sociale per moltiplicare surrettiziamente i posti di lavoro e gli aggregati per allungare i tempi di attesa per l’accesso al lavoro dei giovani: università, servizio militare con ferma obbligatoria, ecc. Giunse alla fine un’altra stagione. Incominciò nel 1988 con la caduta del muro di Berlino, lo scossone delle inchieste giudiziarie di mani pulite e l’attenuarsi di quel protettorato internazionale, essendo venuta meno l’espansione imperialista del comunismo. Ma avemmo anche un altro segnale importante che ci portò ad una diversa stagione, quella nella quale stiamo tutt’oggi vivendo. Da quel momento sono già trascorsi 16 anni e per qualcuno è una vita. In quest’arco di tempo sono sopravvenuti eventi che hanno segnato un notevole cambiamento della nostra cultura, del rapporto politico con i cittadini-elettori, con i giovanissimi e il tutto avvolto nella nostra ansia di precorrere di tempi, di ricercare nuove esperienze ed interessi, di esorcizzare le ideologie. Così questi passaggi si sono riconosciuti con quelli dell’uomo: dall’era giolittiana alla mussoliniana, dalla degasperiana ad un breve interregno senza punti di riferimento chiari e ben definiti per poi passare la mano a colui che nella sua actio, come ne parla Michele Prospero nel suo libro “Il comico della politica” “ha annullato la specificità della comunicazione politica” e l’ha ridotta a chiacchiericcio. In questo modo è riuscito a cogliere al primo balzo il vuoto di una politica che aveva perso da poco la sua carica ideologica e stava affondando nella noia. Una politica con i suoi ritmi lenti, con le sue rappresentanze statiche, con le sue proposte sprovviste di verve, di aggressività, di provocazione. Bisognava avere un uomo che sapesse “sbeffeggiare la rappresentanza politica tradizionale, evocare l’aziendalismo di un imprenditore che si propone agli elettori come il supremo decisore monocratico infastidito dagli stanchi riti della separazione dei poteri”. Ma anche un uomo che sapesse rinnovarsi con “la costruzione dell’immagine di sé come uomo eccezionale, rapido, decisionista e, soprattutto, mai indifferente agli interessi della sua base sociale”. Da qui al passo della politica spettacolo, del dire senza fare, “la simulazione di scadenze rispettate con miracolosa tempestività”, ma mai indifferente agli interessi della sua base sociale. Egli diventa lo stimolo per i clamori altrui che lo trasformano in un “campione del populismo aggressivo”. Ora ci avviciniamo ad un’altra fase, quella dei posteri dove non vi saranno più le “comiche e gli atteggiamenti attoriali”, per il semplice fatto che manca il personaggio che li ha ben personificati e la svolta sarà significativa se riusciremo a riconoscerci nella sfera degli individui e non più in quella delle masse. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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