Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Congresso American Diabetes Association

Posted by fidest press agency su martedì, 29 giugno 2010

Ingelheim, Germania, I risultati degli  Studi di fase III su Linagliptin, presentati per la prima volta in occasione della 70esima edizione del Congresso dell’American Diabetes Association (ADA), dimostrano che questo nuovo inibitore via sperimentale della dipeptidil peptidasi 4 (DPP-4) in sviluppo clinico, riduce la glicemia in maniera statisticamente significativa, clinicamente rilevante con il mantenimento di tali effetti nel tempo. Il controllo glicemico è stato valutato in termini di emoglobina glicata (HbA1c), di glicemia plasmatica a digiuno e di glicemia post-prandiale. Linagliptin è un farmaco sperimentale di Boehringer Ingelheim per la terapia del diabete mellito di tipo 2 in somministrazione giornaliera. In studi a scopo registrativo di fase III, Linagliptin ha dimostrato un profilo di sicurezza molto positivo, con una percentuale complessiva di eventi avversi paragonabile a placebo. Inoltre, linagliptin ha dimostrato di essere molto ben tollerato, di non avere ripercussioni sul peso corporeo, di non aumentare il rischio di interazioni con altri farmaci e, aspetto assai rilevante, di non aumentare il rischio di ipoglicemia, sia quando assunto da solo che in associazione a metformina o pioglitazone. Va notato che i livelli di glicemia plasmatica rilevati in pazienti diabetici con compromissione renale da lieve a moderata, sono stati paragonabili a quelli riscontrati in pazienti diabetici con normale funzionalità renale.1 Ciò suggerisce che linagliptin, che viene escreto per via prevalentemente non renale, può avere caratteristiche farmacologiche specifiche mai riscontrate prima in altri farmaci di questa stessa classe farmacologica innovativa.8 I dati suggeriscono che Linagliptin non richiederebbe aggiustamenti di dosaggio nei pazienti con diabete di tipo 2, indipendentemente dallo stadio di compromissione renale.  I risultati di quattro studi multi-centrici randomizzati in doppio cieco con gruppo di controllo, della durata di 24 settimane, dimostrano che Linagliptin, sia in monoterapia verso  placebo che in associazione ad altri antidiabetici orali d’uso comune, riduce significativamente la glicemia. Inoltre, tali riduzioni sono state accompagnate da miglioramenti significativi della funzionalità delle cellule beta pancreatiche. E’ noto che il deterioramento della funzionalità delle cellule beta è un fattore chiave nella progressione del diabete di tipo 2. I risultati di un ulteriore studio dimostrano, inoltre, che linagliptin in monoterapia è superiore in termini di riduzione della glicemia, sia rispetto a placebo, che a voglibose l’inibitore dell’alfa-glucosidasi più diffuso in Giappone. “Molti pazienti con diabete di tipo 2 in terapia con antidiabetici tradizionali non riescono a raggiungere il controllo glicemico e a mantenerlo nel tempo. A ciò si aggiunge l’aumento del rischio di ipoglicemia riscontrato con alcuni di questi farmaci tradizionali che a sua volta incrementa il pericolo di complicanze fra cui le nefropatie, che colpiscono la maggior parte dei diabetici. Benché la compromissione della funzionalità renale sia assai diffusa in questi pazienti, spesso non viene diagnosticata in fase precoce con il rischio di non poter somministrare da subito la migliore terapia”, ha commentato il Professor Julio Rosenstock, Direttore del Centro di Endocrinologia e Diabete di Dallas al Medical City ed anche Professore in Clinica Medica alla Medical School dell’Università del Texas Southwestern, Dallas, Texas, USA. “Con Linagliptin, gli studi ci confermano che solo il cinque percento di questo farmaco viene escreto per via renale. I dati disponibili ad oggi mostrano che con Linagliptin non sarebbero necessari aggiustamenti di dosaggio, e questo potrebbe rappresentare un grande vantaggio non solo per i pazienti diabetici di tipo 2, con diagnosi di compromissione renale, ma anche per quei pazienti a rischio di sviluppare tali complicanze, rendendo più semplice per i medici la scelta della terapia ottimale per questi casi”, ha aggiunto il Professor Julio Rosenstock.

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