Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

I militari e l’appartenenza ai partiti

Posted by fidest press agency su sabato, 10 luglio 2010

Scrive il Direttore Antonella Manotti del Giornale dei militari: “L’esercizio dei diritti costituzionali da parte dei cittadini militari, mai completamente  realizzatosi e sottoposto in questi ultimi tempi ad una “forte pressione” involutiva,  registra oggi un nuovo fronte di intervento: quello dell’iscrizione ai partiti politici”.  E soggiunge: “E’ bene chiarire che non esiste, allo stato, una disposizione di legge che dia espressa e diretta applicazione all’ipotesi di regolamentare il divieto di iscrizione ai  partiti politici, previsto dall’art. 98 della Costituzione. In assenza di una legge specifica, nessuna “interpretazione” regolamentare può limitare un diritto garantito dalla Costituzione. Non è evidentemente di questa opinione il Comando Interregionale dei Carabinieri “Vittorio Veneto” che, in una lettera del 28 giugno 2010 inviata al COIR  CC., segnala una nota del Gabinetto del Ministro  della Difesa, riportando tra virgolette quella che viene  definita una precisazione degli uffici del Ministro La  Russa di questo tenore:“1) L’iscrizione ai partiti politici, ancorchè in sé non  vietata, è da intendersi assorbita dal divieto di  esercizio di attività politica”, anche nella  considerazione che verrebbe a determinare la  lesione del principio di estraneità delle Forze  Armate dalle competizioni politiche, sancito dal  primo comma dell’art. 6 della legge 382/78; 2) La sola presenza di un certo numero di militari tra  i tesserati di un partito potrebbe consentire di  argomentare  in ordine  all’espressione  di preferenza politica della compagine militare; 3) E’ dunque, comportamento suscettibile di  assumere rilievo sotto il profilo disciplinare, per  violazione, fra tutte della fattispecie regolata dal n.  9 dell’allegato “C” al dpr n. 545/86….”
Il tema è fortemente d’attualità poiché non pochi sono i militari delle forze armate e della sicurezza (carabinieri, poliziotti, guardia di finanza e altri corpi) che militano nei partiti e persino si candidano a cariche politiche di rilievo locale e nazionale. A questo punto l’uomo della strada si chiede: cosa c’è di male? Nulla, ovviamente, se non fosse che taluni non evocassero scenari da dittature militari da paesi del terzo mondo. Sta di fatto che se la politica porta gli eletti sin dentro il palazzo del potere e trasforma in legislatore chi è preposto ad obbedire alle leggi vigenti è facile, per una mente deviata, immaginare che potrebbero esserci delle forzature per emanare provvedimenti filo-militari o corporativi. In pratica, e lo sappiamo bene, questa ipotesi non va presa in considerazione nemmeno sul piano teorico. In un regime democratico il parlamento ha una composizione non solo legata alla storia e alle tradizioni di un movimento politico e alla sua ideologia di fondo ma è anche rappresentativo della società con tutte le sue componenti e i militari, come il potere giudiziario ne fanno parte ma non in maniera prevalente. Il malessere dell’Italia non sta qui ma si riverbera nella incapacità della politica di sciogliere il nodo gordiano degli interessi partigiani, dei clientelismo, dei comitati d’affari che non permettono un’equa ridistribuzione delle risorse e non consentono ai cittadini d’essere consapevoli che il proprio sacrificio economico è distribuito equamente e che in un momento in cui scarseggiano le risorse si debba pensare che chi più ha più deve dare per compensare il disagio di chi meno ha. Se non diventiamo più solidali, se non ci facciamo carico dei bisogni altrui la nostra società è condannata a diventare un corpo dove vige la legge della prevaricazione dell’homo homini lupus”. Non inventiamoci quindi derive autoritarie dove non esistono e andiamo, invece, diritti al cuore del problema. Questa è la vera ragione del nostro malessere e con il tempo il rischio di destabilizzare il sistema diventa reale perché non è possibile che milioni di cittadini restino alla mercè di una manciata di affaristi senza reagire. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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