Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 316

Enciclica Deus caritas est

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 agosto 2010

Può essere interpretata secondo un principio metodologico rigoroso che presuppone due affermazioni essenziali: l’amore di Dio è accessibile solo attraverso la contemplazione del costato aperto di Cristo (DCE 12); la natura eucaristica dell’Amore divino offre (DCE 14) il fondamento cristologico e sacramentale a partire del quale deve essere correttamente inteso l’insegnamento di Gesù sull’amore. Lo scopo del testo magisteriale è mostrare quanto l’amore di Dio sia un amore che perdona. In altre parole, invita a contemplare la natura misericordiosa di questo amore divino e l’esercizio di questa misericordia. Sembra ovvia l’intenzione evangelizzatrice che vuole sottolineare che Dio, lungi dall’essere un principio trascendente minaccioso (mysterium tremendum) è Padre, che il Suo essere-Padre implica la tenerezza di un amore sempre alla ricerca dei Suoi figli dispersi e capace di salvarli, riportandoli all’amicizia con Lui. L’Autore mostra in una Prima Parte la logica dell’amore misericordioso di Dio, espresso dal Sacrificio del Figlio sulla Croce e manifestato dall’effusione di sangue e di acqua dal Cuore di Cristo. In questo primo approccio, è fondamentale, cinquanta anni dopo dell’enciclica di Pio XII Haurietis Aquas in Gaudio (1956), l’insistenza del Pontefice a concentrare l’attenzione sul significato teologico del Cuore di Gesù, luogo della realizzazione della salvezza, espressione simbolica e reale sia del dono della propria vita (sangue) che dell’introduzione dei discepoli (acqua) nella vita sacramentale (e teologale) attraverso l’immersione nelle acque del battesimo. Tale amore divino ha una natura eucaristica. A prima vista, quindi, l’enciclica sembra si accontenti di sviluppare la logica generosa dell’amore e del perdono; il Cuore di Cristo è insieme luogo esemplare e fonte di un tale amore trasmesso poi ai discepoli, il cui cuore diventa un cuore configurato, armonizzato al Cuore del divino Maestro: diventa allora il cuore dell’uomo un cuore capace di amare il prossimo fino al dono della propria vita; destinatario del perdono divino, diventa a suo turno capace di perdonare, testimoniando la presenza in lui dell’amore ai nemici. L’uomo perdonato è coinvolto nella dinamica dell’offerta di Cristo. Se l’enciclica sviluppa anche in modo nuovo (illustrato dall’audace applicazione a Dio della classica distinzione tra eros e agapé) una tematica classica, la giustizia di Dio vi è anche presente, pur con affermazioni brevi non sempre sviluppate nel testo. Uno si potrebbe chiedere se le esigenze normali, umane della giustizia, non costituirebbero dei limiti alla misericordia, come se dovesse incominciare la misericordia dove finisce la giustizia. L’Autore di queste righe vuole illustrare in una Seconda Parte quanto non sia possibile una misericordia senza giustizia. Nell’enciclica, giustizia e misericordia si compenetrano nell’atto salvifico di Cristo. La frase: Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore esprime in modo sintetico l’unione delle due dimensioni dell’agire divino, che, agli occhi della creatura umana, sembrano essere in contraddizione. La Giustizia di Dio è sempre fedele al Suo Amore. Non mancano nel testo del Papa i riferimenti alla giustizia di Dio e alla necessaria giustizia dell’uomo. In un certo modo, l’agire giusto della Chiesa illustrato nella II Parte dell’enciclica, è un necessario prolungamento del dono della misericordia ricevuto dai battezzati. A livello più fondamentale, tuttavia, in una prospettiva radicalmente teologica, la presenza della giustizia è come integrata nella misericordia. Integrazione, però, non significa dissoluzione. La giustizia di Dio riguarda necessariamente le relazioni di Dio con le Sue creature. Gli atti dell’uomo hanno una doppia dimensione, morale e teologale. Attraverso le sue espressioni di retribuzione, ricompensa, punizione, la giustizia onora la consistenza sia morale sia teologale degli atti umani: in altre parole, l’atto umano è pienamente manifestato nella sua verità d’atto morale e teologale. Dio onora la responsabilità che Egli ha affidato all’uomo nei confronti delle proprie azioni. In questo senso, la giustizia di Dio rispetta la condizione libera delle creature spirituali. La giustizia è una dimensione strutturale della misericordia, e per gli uomini, è come una forma di integrazione veridica di quest’ultima. In conclusione, il discepolo di Cristo rende più somigliante l’immagine di Dio inscritta in lui compiendo la giustizia e esercitando la misericordia.  La giustizia senza misericordia perde se stessa: non è più in grado di essere integrata nella gratuità della misericordia. Il rifiuto della misericordia di Dio, per gli altri come per se stesso, è un atto ingiusto, come lo illustra per esempio la figura in Luca del fratello maggiore nella parabola del Figlio Prodigo. Il suo atteggiamento rivela che la sua non è stata finora che una giustizia legalista. Quando rifiuta di accogliere il proprio fratello, si allontana dal volere del loro padre e non è più in grado di conservare neppure la giustizia apparente che era stata la sua. La giustizia suppone una apertura ad una gratuità che la sorpassi, una generosità verso la quale strutturalmente la giustizia tende. La giustizia di Dio, unita alla Sua misericordia, l’una e l’altra attributi divini comunicabili, hanno il poter specifico di rendere giusta la creatura. Nell’azione di Dio giusto e misericordioso, si compie la salvezza. Qui prende tutto il suo valore la categoria di merito nel senso teologico, e non filosofico, della parola. Attraverso i meriti di Cristo, Dio giustifica la Sua creatura per unirla a Sé nella pienezza del Suo Amore. (fonte Vaticano)

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