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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

I divorziati, i separati e la Chiesa cattolica

Posted by fidest press agency su martedì, 24 agosto 2010

L’indissolubilità del matrimonio, salvo poche eccezioni previste dal Codice canonico, è alla base della convivenza conviviale tra i fedeli. Eppure esiste un aspetto che ai giorni nostri tende a manifestarsi in misura così conclamata da non poter essere più ignorato. Ci riferiamo, ovviamente, ai tanti cattolici che pur da praticanti sono separati e divorziati e risposati civilmente. E a latere di questo fenomeno, ma non meno importante, è la posizione di chi preferisce convivere more uxorio forse nel timore che un rapporto nato con “passione” possa ad un certo punto spezzarsi e rendersi ancor più traumatico nei confronti della Chiesa cattolica. Taluni studiosi, psicologi e sociologi, tendono a rilevare nel rapporto di coppia una diffusa inclinazione alla poligamia. Per essi non è un aspetto di oggi ma ha avuto anche in passato una sua valenza per quanto, per ragioni culturali, ambientali e quanto altro, è stato ammantato di riserbo. Per quanto ci riguarda ed in base ad un nostro giro d’orizzonte fatto qualche anno fa ci siamo resi conto che una parte del fenomeno, se così vogliamo chiamarlo, è dipeso dal fatto che la donna oggi è più indipendente, cerca di trovare un lavoro ed è in carriera con le stesse ambizioni, se non di più, del maschio. Questa competizione tipica da qualche secolo a questa parte ha creato un conflitto nei rapporti domestici e l’uomo è stato costretto, nolente o volente, a sfaccendare in caso se non proprio alla pari della sua partner senza dubbio in misura maggiore che in passato. Ciò ha provocato in taluni un certo disamore per la famiglia intesa in senso tradizionale ed è cresciuta la voglia di non impegnarsi. Ma a nostro avviso il discorso più serio che va fatto è un altro. Noi partiamo dall’idea che la coppia si forma oltre all’attrazione fisica fissando alla base l’amore reciproco, la sua intensità emotiva, i sentimenti forti che suscita. Sta qui capire, se tale eventualità esiste, il perché ad un certo punto questo afflato così forte si attenua sino ad estinguersi e persino a riproporsi con un altro soggetto. Ed ancora se ciò accade, e non si tratta di una crisi passeggera, perché dobbiamo costringere due persone che non si amano più, a convivere? Se l’unione è amore e se esso scompare logica vorrebbe che anche l’unione dovrebbe cessare d’esistere. La Chiesa dovrebbe, quindi, vagliare meglio questo aspetto ed essere più consapevole di una situazione nuova, non tanto perché oggi esiste ed ieri no, per il suo modo di volersi esteriorizzare in atti concreti che in passato venivano celati come una vergogna e facevano, probabilmente, più vittime e miscredenti di oggi.

Una Risposta a “I divorziati, i separati e la Chiesa cattolica”

  1. Aldo Cannavò said

    Se si considera finito l’amore di coppia anche dopo tanti anni di unione,significa che non è mai cominciato.
    Può finire l’attrazione fisica,ma non l’amore,se non è vero.
    Può succedere che dopo tanti anni di convivenza gli sposi si rendono conto che la vita ha fatto cambiare i rispettivi caratteri (ed anche il fisico),da far pensare ad uno dei due,spesso ad entrambi,di non trovarsi vicino la stessa persona che si è sposata.In questo caso subentra il sentimento del “possesso”,che è sufficiente per mantenere una buona convivenza.Altro sentimento importante è la poesia di guardare il partner come era da giovane sia fisicamente,che con i suoi valori intrinsechi.
    Due sposi essenzialmente sono due compagni di percorso,che si aiutano reciprocamente nelle difficoltà della vita,che hanno interessi in comune,compresi i figli ed in seguito i nipoti.Si realizza così l’essenza della famiglia,che è il primo nucleo della società. Se l’istituzione della famiglia
    è malata,anche la società è malata.Il giovane cresciuto in una famiglia in crisi non può crescere (salvo rare eccezioni)con la psiche armonica ed avrà sempre una sofferenza,spesso inconscia.
    Le unioni di fatto sono prive del sentimento del “possesso”,perchè non sono garantite dal “contratto” civile o religioso.Così si vive con la sensazione del ricatto dell’uno dei due,che consiste nell’abbandono del partner appena finisce l’attrazione fisica o spirituale.
    La Chiesa considera valido il matrimonio se entrambi i contraenti sono coscienti delle sue regole da rispettare e ne hanno la capacità di viverle.Per incomprensioni che rendano impossibile la convivenza,ha l’istituzione della separazione,che non annulla però il matrimonio.Non lo riconosce però valido se contratto nell’ignoranza delle sue regole o per gravi motivi subentrati dopo.In questi casi concede l’annullamento.
    Se ci si sposa, ad esempio,pensando di potersi lasciare per il venir meno dell’amore (cosa che è diventata usuale con l’introduzione del divorzio),il matrimonio non è valido.
    Ho visto Parroci reticenti a consacrare certi matrimoni,sapendo quanto è difficile trovare giovani coscienti di questo Sacramento.

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