Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 55

La produzione della Panda in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2010

La proposta della Fiat di riportare la produzione della Panda in Italia, e per di più a Pomigliano d’Arco, non può che avere un giudizio positivo, e non vi sono dubbi che la stragrande maggioranza degli Italiani la giudichi con favore Nel contesto dell’attualità di oggi, nel panorama generale del mondo globalizzato, non è facile trovare un produttore di auto disposto ad investire nel nostro Paese, in particolare in una delle regioni dove la produttività è ritenuta per un insieme di ragioni obiettive molto basse, e dove le normative sui diritti dei lavoratori superano in alcuni istituti di garanzia quello dei Paesi industrialmente più sviluppati. Chi scrive queste note ha avuto a suo tempo modo di toccare con mano i problemi a cui si trovarono di fronte i dirigenti del nascente stabilimento dell’Alfa Sud, e non credo che le cose siano poi cambiate di molto.  Ma ciò che intendo mettere in evidenza in questa circostanza è l’indubbia perdita di potere del Sindacato. Chi ha memoria storica dello sviluppo del sindacalismo in Italia non può fare a meno di rilevare nella proposta Fiat contenuti che trenta anni fa sarebbero stati considerati offensivi per l’intero movimento sindacale operaio, nonché improponibili sul piano politico. Una proposta come questa avrebbe scatenato un pandemonio, per non dire una guerra civile. In primo luogo il modo di porre l’alternativa: “o prendere o lasciare”. E poi lo scambio con garanzie che vanno ad intaccare il diritto di sciopero e altri diritti civili che ormai fanno parte del bagaglio da tempo considerato “inalienabile” Attenzione, non ne sto facendo una questione di merito, non intendo disquisire, una volta di più, se queste condizioni siano o no giuste sul piano di un corretto rapporto di lavoro, ma solo constatare che la proposta contiene obblighi della controparte che costituiscono una regressione rispetto a quanto ormai entrato storicamente nel novero delle conquiste sindacali degli anni passati.  E’ lecito allora chiedersi quali sia la causa che ha provocato tali cambiamenti, e la risposta non può che essere una: la causa determinante si identifica in una sola parola, globalizzazione, non solo delle vendite, ma di tutto il mondo produttivo. Mentre negli anni Sessanta e Settanta la Fiat produceva in Italia la maggior parte dei propri modelli, ed era perciò costretta a subire il ricatto contrattuale da parte del sindacato, ora le parti si sono invertite. La produzione della Fiat è diventata internazionale e solo una piccola parte è concentrata nel Paese di origine. Questa realtà permette non solo di confrontare i diversi stabilimenti sul piano dei costi e della qualità, ma di operare delle scelte strategiche in alternativa tra loro, e di creare condizioni contrattuali con il sindacato in una logica di mercato. Ad esso si è accompagnata nel nostro Paese, negli ultimi trent’anni, un’altra importante trasformazione industriale, un lungo ed inarrestabile processo che gradualmente ha finito per rinsecchire le grandi aziende a favore di una miriade di nuove piccole imprese, nella maggior parte dei casi fondate da fuoriusciti dalla casa madre. La polverizzazione delle imprese e del processo produttivo rende più difficoltoso il controllo delle masse lavoratrici, anche e soprattutto perché il comportamento dei lavoratori cambia radicalmente nel momento in cui, come è possibile in una piccola unità produttiva, essi possono in qualche modo partecipare da vicino alla vita dell’impresa. Tomaso Freddi, consulente d’impresa in sintesi da J Buon Giorno Impresa)

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