Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

L’umanesimo del lavoro

Posted by fidest press agency su domenica, 17 ottobre 2010

Non credo proprio che una manifestazione come quella di ieri possa risultare producente per la classe operaia. E’ emerso il vetusto scontro tra capitale e lavoro, quindi, detta in soldoni, tra il più forte e il più debole; si conosce già l’esito, sancito ormai da secoli. Fin quando la classe operaia non prenderà coscienza di essere esclusiva proprietaria di se stessa e di possedere il proprio patrimonio nella potenzialità del lavoro, non potrà esserci sviluppo concreto nè potrà esserci progettazione futura.  Il capitale-denaro e il capitale-lavoro hanno un destino comune, serve solamente  equilibrare adeguatamente il rapporto, con conseguente reciprocità di dignità. L’uomo-capitalista e l’uomo-lavoratore hanno questo comune denominatore che li assimila, ma vengono tenuti separati da interessi corporativi che nulla hanno a che vedere con le reali esigenze delle parti. La finanza creativa inventata da questo governo, unitamente alla programmazione liberista, fatta per dividere e mai per unire, ha fornito tutti i mezzi possibili alla finanza improduttiva mortificando il lavoro con la precarietà. Ha generato una ignobile “asta pubblica” del lavoro, ma al ribasso, per sfruttare ulteriormente lo stato di necessità, che impone e obbliga di accettare le condizioni più vessatorie, pur di poter lavorare. La collaborazione tra le classi non deve restare nel limbo delle intenzioni o delle ipotesi astratte, ma deve diventare la meta da perseguire: l’umanesimo del lavoro. La Democrazia   trova  nella società civile e democratica la fonte della sua convinzione che il lavoro costituisce una fondamentale dimensione dell’esistenza umana sulla terra. Nel nostro tempo diventa sempre più rilevante il ruolo del lavoro umano, come fattore produttivo delle ricchezze immateriali e materiali; diventa, inoltre, evidente come il lavoro di un uomo si intrecci naturalmente con quello di altri uomini. Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo, quanto più l’uomo è capace di conoscere le potenzialità produttive della terra e di leggere in profondità i bisogni dell’altro uomo, per il quale il lavoro è fatto. Nel progetto della Democrazia ogni uomo è chiamato al suo sviluppo, e, coerentemente lo sviluppo umano di ciascun uomo costituisce e deve costituire il progresso, che resta così vincolato allo sviluppo.
Dotato d’intelligenza e di libertà, l’uomo è responsabile della sua crescita, così come del suo sviluppo. Aiutato, e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane, quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più, affermarsi sul suo essere, senza lasciarsi condizionare dalle parvenze dell’apparire. L’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde al disegno dell’uomo, alla sua storia, al suo destino.
L’uomo deve soggiogare i mezzi di produzione e non restarne soggiogato, la deve dominare il progresso, perché non arrivi a contrastare lo sviluppo.   Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità. L’uomo deve lavorare per riguardo agli altri uomini, specialmente per riguardo alla propria famiglia, ma anche alla società, alla quale appartiene, alla nazione, della quale è figlio, all’intera società umana, di cui è membro, essendo erede del lavoro di generazioni e insieme co-artefice del futuro di coloro che verranno dopo di lui nel succedersi della storia. Tutto ciò costituisce l’obbligo morale del lavoro, inteso nella sua ampia accezione. Quando occorrerà considerare i diritti morali di ogni uomo per riguardo al lavoro, corrispondenti a questo obbligo, si dovrà avere sempre davanti agli occhi l’intero vasto raggio di riferimenti, nei quali si manifesta il lavoro di ogni soggetto lavorante. (Rosario Amico Roxas)

2 Risposte a “L’umanesimo del lavoro”

  1. Maurizio said

    Sono sostanzialmente d’accordo con i concetti esposti ma, ahimè, non con le premesse. Riduciamo all’osso la questione conflitto: penso si possa convenire che, perchè ci sia un conflitto è necessario che ci siano due parti in contrasto.
    Ora, e mi si corregga se sbaglio, fra due parti in conflitto ci sarà inevitabilmente chi ha posto le premesse affinchè insorgesse un contrasto, o no ? Insomma, ci sarà una parte attiva e una controparte che dopo aver subito sino al massimo della sopportazione vede l’unica via di uscita nel conflitto vero e proprio.
    Questo vale sempre, a cominciare dalle guerre fra Stati.
    Mi si dirà, nel caso specifico, che fra uomo-lavoro e uomo-capitale c’è un interesse comune essendoci un comune destino. Bello, ma…per curiosità, a chi bisogna dirlo ? All’uomo-lavoro o all’uomo-capitale ? Can che abbaia non morde, si dice, ma, personalmente, se vedo un cane molto ringhioso, magari sciolto, magari carrozzato rottweiler, mica glielo vado a dire…giro alla larga.
    Se l’uomo-lavoro non si fosse organizzato in forme sindacali…ma davvero qualcuno crede che le conquiste di un secolo ci sarebbero state ? E, vorrei ricordare, si tratta di conquiste assolutamente ovvie (oggi), a cominciare dalle limitazioni di lavoro per i minori, all’orario, alla previdenza, alle ferie pagate. O vogliamo pensare che certe inumane, selvagge condizioni di sfruttamento fossero ricercate e coltivate dall’uomo-lavoro ?
    E, comunque, basta andare a spulciare anche la stampa a cominciare da fine Ottocento, per scoprire che ogni nuova conquista del mondo del lavoro era vista come una pietra tombale sulle capacità di progresso, l’uomo-capitale strillava a pieni polmoni sulla triste sorte che attendeva la società civile per l’ingordigia delle masse di lavoratori.
    Purtroppo, oggi, (e in questo il nostro governo – tanto anomalo rispetto agli standard di una grande democrazia – è invece pienamente in linea con una tendenza mondiale) stiamo assistendo ad un sempre più veloce arretramento delle posizioni avanzate che il mondo del lavoro aveva raggiunto. C’è una sorta di “vendetta” del capitale che si vede finalmente liberato dalla fottuta paura del comunismo che l’aveva indotto a cautela e una certa pelosa generosità verso il lavoro.
    Infatti, solo la definitiva scomparsa dell’antagonista (supportata da una credibile forza militare) ha dato il via libera a forme di neoliberismo che, siatene certi, a lasciar fare, riporteranno al “padrone delle ferriere”.
    In Italia, poi, le cose sono aggravate da una circostanza: il nostro capitalismo è stato sempre un capitalismo straccione, nato con l’impresa coloniale della conquista del Sud, cresciuto su un mercato interno così creato, incapace di competere sui mercati internazionali con ricerca e innovazione ma solo con periodiche svalutazioni della lira, ancor oggi vede solo nella riduzione costo del lavoro l’unica strada percorribile,anche se questo equivale – come si comincia a vedere – a segare il ramo su cui si sta appollaiati.
    Almeno, ci sarà questo vantaggio, che i nostri capitalisti scopriranno si essere sulla stessa barca, ecco il destino comune.

  2. Rosario Amico Roxas said

    Tutto dipende da cosa si intende per capitalismo liberista, cosa si intende per lotta di classe,e, infine cosa si intende per situazione conflittuale permanente.
    Abbiamo subito la grande offensiva del capitalismo-liberista, : esige la libertà del mercato e nel mercato; sostiene che il mercato si regolamenta da solo; impone le sue regole, le sue alleanze, impone i suoi cartelli per oscurare la concorrenza, provoca la svalutazione della moneta e la rivalutazione dei beni di consumo che vengono “spinti” da compiacenti campagne pubblicitarie, gode della depenalizzazione del falso in bilancio, evade il fisco senza nessun rischio di essere perseguito, quindi gode delle sanatorie, condoni e “dulcis in fundo” dello scudo fiscale…..poi arriva la crisi che il capitalismo stesso ha generato…allora si rivolge allo Stato, alle sovvenzioni, agli aiuti e aiutini, finanziamenti, utilizzando il più turpe dei ricatti: i posti di lavoro.
    O ci date i quattrini oppure licenziamo.
    Potrebbe fare lo stesso anche la mafia: “interrompete la lotta alla mafia oppure licenziamo gli esattori del pizzo, i killer, i capibastone, i picciotti”.
    Il paragone è provocatorio ma non blasfemo.
    Se una azienda come la FIAT, che distribuisce dividenti e, nello stesso tempo, si rivolge alla Cassa integrazione, venisse “socializzata” (non nazionalizzata) e affidata per reparti a cooperative degli stessi operai e impiegati, consorziati fra di loro, con una programmazione produttiva elaborata da tecnici con stipendi “normali”, con partecipazione a parte di utili e incremento di posti di lavoro con il resto, si raggiungerebbero gli scopi qualitativi che l’interesse parassitario degli investitori azionari non hanno.
    Si tratterebbe di un “capitalismo sociale” incomprensibile in questa italietta, che marcia rapidamente verso l’argentinizzazione dell’economia: grandi capitali in mano a pochissime persone, Stato autoritario, limitazioni delle garanzie costituzionali, mediocrità al governo (così non creano problemi).

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