Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

I radicali e la professione giornalistica

Posted by fidest press agency su domenica, 14 novembre 2010

Dopo due anni e dopo ben 12 solleciti, l’interrogazione dei deputati radicali al ministro della Giustizia sulla violazione della legge 69 del 1963 in materia di accesso alla professione giornalistica non ha ancora ottenuto risposta. Il Coordinamento nazionale giornalisti disoccupati e precari ha più volte stigmatizzato tale violazione che danneggia soprattutto le fasce più deboli della categoria. Nell’indifferenza generale, solo i radicali hanno avuto il coraggio portare all’attenzione del ministro della Giustizia quello che appare come un vero e proprio abuso di potere dell’Ordine dei giornalisti. “L’Ordine dei giornalisti infrange la legge sull’ordinamento della professione giornalistica consentendo l’ammissione all’esame d’abilitazione professionale a coloro che non ne hanno diritto, vale a dire agli allievi delle scuole e dei corsi universitari di giornalismo spuntati come funghi in tutta Italia negli ultimi anni”. E’ quanto sostiene la parlamentare radicale eletta alla Camera nelle liste del Pd Rita Bernardini la quale, con una circostanziata interrogazione presentata il 12 novembre 2008, sottoscritta anche dagli altri cinque parlamentari radicali del gruppo del Pd alla Camera, chiedeva conto al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, di quella che appare una vera e propria violazione della legge 69 del 1963. A infrangere le norme, secondo i parlamentari radicali, è proprio l’organismo che ne dovrebbe curare l’osservanza da parte di tutti, vale a dire l’Ordine dei giornalisti, per il quale la Bernardini chiede il commissariamento finalizzato alla revoca delle convenzioni con gli istituti di formazione al giornalismo autorizzati. Ciò premesso, gli interroganti chiedono al Ministro della Giustizia se “sia a conoscenza del fatto che sono ammessi all’esame di Stato per l’abilitazione alla professione giornalistica soggetti privi del requisito previsto dall’articolo 34 della legge stessa, vale a dire l’aver svolto un periodo di 18 mesi di praticantato in una redazione giornalistica autentica; quali provvedimenti intenda adottare il Ministro per ripristinare il rispetto di una legge approvata dal Parlamento repubblicano e violata dall’ordine dei giornalisti; se non intenda commissariare i consigli dell’Ordine responsabili di quanto segnalato in premessa; se il Ministro non ritenga opportuno porre in atto gli interventi necessari affinché siano revocate tutte le convenzioni stipulate tra Ordine dei giornalisti e istituti di formazione al giornalismo e università che autorizzano l’ammissione all’esame per l’abilitazione all’esercizio della professione giornalistica a chi è privo dei requisiti previsti dall’articolo 34 della legge n. 69 del 1963, ovvero gli allievi dei corsi di giornalismo riconosciuti”. Invece, “i corsi di giornalismo riconosciuti dall’Ordine sono in grado di consentire l’ammissione all’esame di Stato di 600 praticanti ogni biennio – si legge nell’interrogazione -, vale a dire che circa il 30 per cento dei nuovi professionisti teoricamente sono già in partenza inoccupati” e “la formula dello stage non retribuito, previsto per gli allievi delle scuole nei mesi estivi, vanifica strumenti per il riassorbimento dei giornalisti rimasti senza lavoro, come i contratti di sostituzione che, per contratto, «devono riguardare prioritariamente i giornalisti disoccupati» (articolo 3 del Contratto di lavoro giornalistico FIEG-FNSI), configurando così una sorta di concorrenza sleale tra lavoratori: i disoccupati sono poco desiderabili perché devono essere retribuiti, gli stagisti no”. E, secondo i parlamentari radicali, neppure si possono invocare presunte interpretazioni evolutive della legge sull’ordinamento della professione giornalistica. Infatti, durante i lavori preparatori in commissione Giustizia, sulle scuole di giornalismo si pronunciò soltanto il parlamentare democristiano Mariano Pintus, il quale affidò al resoconto stenografico della seduta del 12 maggio 1960 quella che oggi appare una profezia: “D’altra parte penso che anche una laurea in giornalismo non servirebbe ad altro che a creare dei disoccupati, tra questi aspiranti giornalisti”. Dunque, “il legislatore volle escludere l’obbligo di passare per l’università, attraverso percorsi di formazione giornalistica o per ottenere una qualsiasi laurea, per diventare giornalista”, sostengono gli interroganti, e “la legge certo non autorizza l’Ordine a prescrivere requisiti diversi per l’accesso, come il possesso della laurea o l’aver svolto uno pseudopraticantato presso testate all’uopo costituite dai corsi di giornalismo”.

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