Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

I tetti pensionistici significano ancora qualcosa?

Posted by fidest press agency su sabato, 1 gennaio 2011

Editoriale. Oggi in Italia si va in pensione dai 61 anni in poi. Gli ultimi anagraficamente ad usufruire della pensione di vecchiaia sono i professori universitari e i magistrati che possono restare in servizio sino a 70 anni. E’ uno sbarramento che segna una linea di confine tra il mondo del lavoro e la sua definitiva esclusione. Ma, in pratica, non lo è per tutti e per tutte le professioni. Il giornalista, ad esempio, può continuare a scrivere, sebbene gli sia più difficile guadagnarci, e i capitani d’industria possono scegliere soluzioni più comode nei consigli di amministrazione o la presidenza in società di comodo. Lo stesso capita ai politici che difficilmente dopo i 70 anni appendono lo “scarpino al chiodo”. Con i tempi che ci ritroviamo, con l’allungamento della vita e le migliori condizioni di salute c’è persino da chiedersi se questo istituto possa continuare ad avere una ragione per esistere. Ma un momento. Non pensiamo certo all’abolizione della rendita pensionistica, semmai a renderla “elastica” per adattarla alle proprie esigenze. Ci spieghiamo con un esempio. Un calciatore, si sa, a 35 anni, anno più anno meno, deve lasciare i campi da gioco e cercare di fare qualcosa d’altro. Non possiamo definirlo un pensionato ma semmai uno che non è più in grado di rendere al meglio nella sua professione e pensa bene di adoperarsi altrimenti. Lo stesso potremmo dire per un sessantacinquenne che lavora in fabbrica e che potrebbe trasformarsi in portiere di stabile, in usciere ministeriale, ecc. Ma anche nel corso di una determinata attività questi passaggi potrebbero essere utilizzati utilmente. Se, ad esempio, un poliziotto è assegnato alle volanti e giunto a 50 anni potrebbe non sentirsela più ma non per questo andrebbe pensionato. Potrebbe svolgere un lavoro interno meno usurante. Sarebbe una specie di turn over orizzontale con cambio di attività ma senza perdere il lavoro. A questo punto dovremmo anche mutare i contributi previdenziali e assistenziali che si versano per adeguarli alle diverse logiche lavorative e per renderli più elastici. Immaginiamo contributi che ogni dieci anni producono una rendita ma che potrebbero essere utilizzabili o riconvertiti per i successivi dieci anni e così via. Quale potrebbe essere il vantaggio? E’ che il tutto è volto ad assicurare che a fronte di condizioni particolari (disoccupazione, malattie, infortuni gravi, ecc.) si possa avere dopo i primi 10 anni la possibilità di percepire una sia pur modesta rendita dalla quale partire per ricercare con meno affanno nuove opportunità d’impiego. Per chi invece va tutto liscio può cumulare quattro rendite decennali e anche oltre con la sola variante di un cambiamento del lavoro. Faceva, ad esempio, il carabiniere e poi fare il dattilografo, l’usciere, ecc. Questa idea è stata concretizzata dai centri studi della Fidest e illustrata a degli esperti alcuni dei quali si sono fatta premura di aggiungere o togliere alcuni passaggi e tutti insieme hanno convenuto che è praticabile ma vi è un solo ostacolo: manca la volontà politica per realizzare questa piccola rivoluzione che andrebbe a mutare l’attuale andazzo perché il sistema non è fatto per risolvere i problemi ma per complicarli. Solo in questo modo generano dipendenza e dalla dipendenza la ragione d’esistere per i politicanti. E’ questo il solo vero e insolubile problema. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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