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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Il Magreb

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 gennaio 2011

L’incontro è stato il primo di una serie dedicata alla “competizione nel mondo globale”. Relatori sono stati Sandro Costa, già responsabile dell’ICE di Algeri e Casablanca, Franco Rizzi, segretario dell’Unione delle università del Mediterraneo (UNIMED), e Armando Sanguini, già ambasciatore d’Italia a Tunisi. Ha presieduto Enrico Morbelli. I diversi “vissuti” e le diverse sensibilità dei relatori hanno dato del  Magreb un quadro complesso e a più dimensioni.
Franco Rizzi ha spiegato che la UNIMED – raggruppando 80 università del bacino mediterraneo – lavora per favorire la comprensione delle diverse realtà dei popoli del bacino contribuendo alla risoluzione di problemi che poi tratterà la politica.
L’ambasciatore Sanguini ha evidenziato i forti squilibri esistenti tra Magreb, inteso come insieme di Marocco, Algeria, Tunisia con aggiunta della Libia, e Italia ed Europa: la superficie dei quattro paesi è di 4.750.000 kmq a fronte dei 300.000 dell’Italia e dei 4.700.000 dell’Europa Unita, gli abitanti sono 84 milioni nel Magreb e 495 milioni in Europa mentre il PIL è rispettivamente di 371 Mdi e 14.000 Mdi di dollari. Lo squilibrio è evidente anche se in quello territoriale va considerata la presenza nel Magreb di uno sconfinato deserto, per il quale è stato calcolato che il calore di una sua piccola porzione potrebbe essere trasformato in elettricità sufficiente a riscaldare tutto il Vecchio continente. Ma il bacino del  Mediterraneo ha anche fattori che fanno sperare: esso sta diventando uno dei punti di massima concentrazione dei trasporti, un “hub” della competitività internazionale e dell’offerta asiatica verso occidente; il Magreb è inoltre un punto interessantissimo sotto il profilo energetico: un terzo del nostro fabbisogno energetico in termini di petrolio e gas è soddisfatto da Libia e Algeria, e per la Tunisia passa un vettore del gas algerino; da considerare inoltre, da un punto di vista globale, quella vera ricchezza che sono le grandi riserve di petrolio presenti in Libia e Algeria.
Per Sandro Costa: il grande mercato del Magreb è l’Algeria; essa ha un’economia centralizzata nelle mani del settore pubblico; ha solo idrocarburi che determinano oltre il 90% del suo PIL e il 98% delle sue esportazioni. Venti anni fa in quel paese avevamo quasi il monopolio dei grandi lavori, poi l’inerzia e la miopia della SACE e di tutto il sistema di assicurazione del credito all’esportazione ci fece rinunciare a molti grandi lavori legati alla realizzazione di gasdotti; è vero che allora l’Algeria era molto indebitata verso l’Italia ma la nostra forte importazione di petrolio era di per sé una garanzia di recupero dei debiti.
Dopo il primo “giro” di interventi è prevalso tra i relatori uno scambio diretto e immediato. Si è osservato che l’Algeria, con un’economia ancora “imbracata” e di stampo postsovietico, è adatta ai grandi lavori mentre Tunisia e Marocco non avendo petrolio hanno dovuto sviluppare una capacità di trasformazione dei prodotti ed hanno quindi una realtà economica adatta allo sbocco di piccole e medie imprese; i dati del nostro import-export con questi due paesi è falsato: i numeri sono “numeri interni” perché di fatto esportiamo materiale che poi reimportiamo trasformato, come per i tessuti che, esportati, reimportiamo poi sotto forma di abbigliamento”.
Franco Rizzi ha posto il problema del lascito della colonizzazione, che “non è quella dei romani” ma dell’Europa del secolo scorso, degli eserciti che andavano lì per imporre e dei “massacri perpetrati dagli italiani brava gente”: nei popoli, anche senza conoscere la storia, si hanno sempre processi di osmosi che si espandono nelle falde delle società lasciando il segno. Ha ricordato l’affermazione di Sarkozy che “è ora di voltare pagina”, aggiungendo che “prima di voltarle le pagine vanno lette e capite”. Si è parlato di una mancanza di metabolizzazione del passato provocando la domanda del perché alcuni paesi hanno metabolizzato ed altri no; si è affermato che il nodo della decolonizzazione non è ancora risolto, così come e aperto e bloccante il problema  israelo-plaestinese. È stata posta la domanda se per Gheddafi fare i conti col passato significa ricattare, farsi costruire autostrade e pretendere soldi per impedire le migrazioni verso l’Europa. Si è affermato e negato uno scontro di civiltà: “non sono le civiltà che si scontrano ma gli uomini con le loro ideologie”.  La domanda sul “cosa avverrà in futuro” è rimasta aperta e il dibattito si è concluso con più interrogativi che risposte, come è bene che sia. Un mondo aperto al futuro è un mondo di punti interrogativi, le affermazioni “chiudono” mentre sono i perché che lasciano aperti discorsi che sono e saranno lunghi e imprevedibili quanto la storia.

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