Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Traffico di esseri umani nel Sinai

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 gennaio 2011

Rafah. Sono passati più di due mesi da quando il mondo ha saputo del calvario di 250 profughi africani che, dopo aver subito respingimenti dall’Unione europea e aver scontato un periodo di detenzione durissima nelle carceri libiche, hanno deciso di avventurarsi entro i confini dell’Egitto, con destinazione Israele. Dopo essersi affidati a trafficanti beduini, pagando una somma di 2000 dollari a persona per essere aiutati a rifugiarsi nello stato ebraico, il gruppo di migranti africani è rimasto vittima di una trappola. Nel deserto del Sinai egiziano, i predoni hanno preteso altri 8000 dollari pro capite. Condotti nella parte meridionale della città di Rafah, al confine fra Egitto e Territori palestinesi, vicinissima al confine con Israele, i migranti furono incatenati e segregati all’interno di grandi container metallici interrati. Potevano respirare grazie a bocche per l’aerazione e mangiavano una pagnotta al giorno, alternata raramente a mezza scatola di sardine. E cominciavano le violenze, le torture, gli stupri nei confronti delle donne. Azioni sadiche finalizzate a soddisfare la bestialità dei rapitori e a fiaccare la volontà dei loro prigionieri, costretti a chiedere ai loro parenti all’estero di pagare il riscatto. A tal fine, i trafficanti consentivano agli africani di tenere i telefonini e, anzi, provvedevano a ricaricarli quando occorreva. Grazie ai telefonini, alcuni profughi si mettevano in contatto con il mondo civile e, grazie all’impegno del sacerdote eritreo don Mussiè Zerai e del Gruppo EveryOne, seguiti presto da altre Ong, la voce delle vittime raggiungeva ogni parte del mondo e veniva raccolta dal Papa, dalle Nazioni Unite, dal Parlamento europeo, dai governi dei paesi democratici, che stigmatizzavano il fenomeno del traffico di esseri umani e chiedevano all’Egitto di intervenire con urgenza.  “I trafficanti sono armati con moderni kalashnikov, mentre le forze di polizia sono costrette a operare con armamento leggero,” prosegue la lettera di EveryOne. “E’ un problema che risale agli accordi di Camp David, sottoscritti fra Egitto e Israele nel 1978. Gli accordi, firmati dal presidente egiziano Anwar Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin, demilitarizzarono le zone del Sinai vicine al confine. Quando l’Egitto ha chiesto a Israele di ottenere una deroga agli accordi di Camp David e potenziare le proprie forze di sicurezza, integrando i contingenti e migliorando gli armamenti e i mezzi di trasporto, ha sempre ottenuto un secco rifiuto. Questa impotenza da parte delle guardia di frontiera contro i trafficanti è alla base della pratica disumana del tiro a segno contro i migranti. Grazie ai contatti con le Ong locali e rappresentanti della comunità beduina di Rafah, I capi-clan Sawarka dispongono di denaro e potere. Quando vengono intervistati dai media locali o stranieri, si dichiarano orgogliosi delle loro attività. “Le forze di polizia non possono effettuare operazioni all’interno delle proprietà beduine,” prosegue la lettera di EveryOne, “a meno che non siano invitate dai padroni di casa. Se Egitto e Israele non sottoscrivono con urgenza una deroga agli accordi di Camp David sul Sinai, la tratta di migranti, di schiavi, di bambini e di organi umani proseguirà anche in futuro, gonfiando le casse della Muslim Brotherhood, di Hamas e di Al Qaeda.  Anche Ramy Raouf, portavoce della Ong Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR) afferma che “la posizione dell’Egitto è imbarazzante e solo se il governo decide di compiere passi concreti, esprimendo la propria autorità di stato di diritto, sarà possibile liberare i migranti africani e impedire che il traffico continui”. (beduini)

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