Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Una questione di fede

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 febbraio 2011

Per anni mi è dato di osservare le vicende della vita e di confrontarli con i miei convincimenti, i miei dubbi e le controversie sollevate da pensatori illustri o dal buonsenso di uomini semplici. Ho anche imparato a distinguere la fede dall’appartenenza ad una chiesa. L’ho fatto, ad esempio, prima accettando la condanna senza appello della chiesa cattolica nei confronti degli ebrei, dei musulmani e di altre confessioni religiose, così, come ci veniva ammannita nell’insegnamento della catechesi, e poi nell’apprezzare le loro testimonianze di fede. Dalle letture mi sono reso conto che la spiegazione della vita e della morte di Gesù non era altro che un messaggio forte del come la fede non debba accettare compromessi e cedimenti se si toccano valori fondamentali come il rispetto per il prossimo, la dignità della persona e il distacco per le cose terrene se esse ci inducono a prediligere sentimenti come l’egoismo, l’avidità, la lussuria. E non si deve esitare ad essere severi, come la cacciata dei mercanti davanti al tempio, anche a costo di provocare una reazione negativa da parte delle stesse autorità religiose inclini alla tolleranza e al compromesso. Per questo motivo mi sono sentito più vicino al poverello di Assisi che alle gerarchie religiose del Vaticano. Il primo non ha esitato a buttare alle ortiche la sua nobiltà e le sue ricchezze per insegnarci la via della povertà come redenzione e i secondi hanno dimostrato di non riuscire a fare a meno dei loro privilegi terreni e delle ricchezze che ne derivavano. E se qualcuno mi viene a dire che un Papa, pur sapendo le crudeltà che si esercitavano nei confronti di un popolo per colpa della loro appartenenza religiosa, non lo ha denunciato apertamente io mi sento dalla parte dei critici che lo giudicano severamente anche se si sostiene che lo ha fatto per evitare ulteriori forme di persecuzione. La ritengo una giustificazione ridicola. Cristo non ha esitato a morire. Non hanno esitato a fare altrettanto i suoi discepoli e le centinaia di migliaia di cristiani, ma anche musulmani e di altre appartenenze religiose pur di restare coerenti con gli insegnamenti della loro Chiesa. Ma ben più grave e ingiustificabile diventa l’atteggiamento del Vaticano allorchè traendo a pretesto la necessità di mantenere buoni rapporti diplomatici, si esime dal condannare il comportamento immorale di un capo di governo che si dichiara, tra l’altro cattolico. Qui non parliamo di un peccato: scagli la prima pietra chi non ha peccato, ma dell’esempio che si da per la funzione che svolge, per l’esempio che offre. E se si continua a giustificarlo si crea, inevitabilmente, una crisi di identità lasciando intravedere una chiesa debole con i potenti e severa con i deboli. La fede non si baratta. La fede è qualcosa che si ha o non si ha, a prescindere dalle gerarchie che sono preposte ad indicarne l’osservanza. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

Una Risposta a “Una questione di fede”

  1. Cristo non ha esitato a morire,non per sostenere le sue ragioni,ma per aprire all’uomo le porte del Paradiso,precluse per la ribellione di Adamo. Poichè ormai il Paradiso è aperto a chi lo merita,non occorrono più inutili sacrifici.La Chiesa ha il dovere di usare saggiamente la prudenza,anche perchè chi vuol fare il male non la ascolterebbe.Chi però stà fuori dalla Chiesa,non se ne rende conto,trattandosi di argomento non di sua competenza.

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