Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 330

Guerra in Libia. Quali costi e conseguenze?

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 marzo 2011

di Carlo Ruta. In Libia è partita una guerra, che i governi dell’Occidente e gran parte dei mezzi d’informazione presentano ancora una volta come umanitaria. Di cosa si tratta realmente? Per comprendere quanto sia credibile tale motivo, è utile partire da un paio di dati storici recenti. Israele alcuni anni fa ha pianificato e attuato in Palestina una operazione che ha denominato con coerenza «piombo fuso». L’esito è stato di qualche migliaio di morti, quasi tutti civili. Ma nessuno ha minacciato una guerra «umanitaria». Nessuno si è guardato bene dal metterla in opera, come nessuno si era esposto a tanto già nella precedente operazione «Pace in Galilea», dagli esiti analoghi. Altro caso istruttivo è quello dello sterminio delle popolazioni cecene pianificato e attuato da circa venti anni dai governi della Russia, prima con Eltsin poi con Putin. Si tratta per certi versi di una guerra infinita, che ha provocato centinaia di migliaia di morti, in massima parte civili. Fino ad oggi nessuno Stato ha invocato però l’avvio di guerre «umanitarie». Nella Libia di Gheddafi tale tipo di azione, in difesa dei diritti delle popolazioni, è stata invece voluta risolutamente dalle nazioni forti dell’Occidente, su input degli Stati Uniti e con la convalida del consiglio di sicurezza dell’ONU. A quali costi, in termini di vite umane? In Libia è in atto una virulenta repressione di regime, che in un mese ha fatto centinaia di morti, forse qualche migliaio. Ma l’attacco «umanitario» promette di tradursi in una ecatombe, con numeri di vittime di molto superiori. Gli strateghi della Nato e del Pentagono sono troppo avvertiti per non mettere nel conto esiti di questo tipo, trattandosi di disarticolare una forza militare che, allo stato delle cose, non è di poco conto. Non solo. È prevedibile che occorra neutralizzare le reti militari non convenzionali, anche queste non indifferenti, costituite anzitutto dalle unità terroristiche e mercenarie del regime di Gheddafi. E, come testimoniano le casistiche belliche degli ultimi decenni, se si intende centrare quest’ultimo obiettivo, le stragi di civili, dette comunemente «effetti collaterali», tanto più difficilmente saranno evitabili. Nelle prime fasi della guerra preventiva in Iraq, per eliminare cellule del regime deposto, i comandi americani non hanno esitato a pianificare a Baghdad la distruzione di interi isolati in cui risultavano annidate, con l’uccisione di tutti i civili che li abitavano. E, come attestano numerose cronache, tale regola non scritta ha funzionato e vige ancora in Afghanistan.  Le guerre «umanitarie» hanno avuto fino ad oggi un decorso istruttivo. Se ne ricordano due recenti, per certi versi emblematiche: quella in Somalia, nel 1992-93, e quella in Kosovo del 1999. La prima, un po’ per convincimenti strategici errati, un po’ per imperizia dei comandi sul terreno, è degenerata presto in una carneficina «umanitaria» che ha raggiunto l’acme nella battaglia del Checkpoint del 2 luglio 1993, chiusasi, secondo fonti ufficiose, con centinaia di morti civili. Le folle somale, di cui si facevano scudo i miliziani di Aidid e di altre fazioni, hanno saldato poi il conto, con stragi dei «benefattori» occidentali. Infine questi ultimi, resisi conto della palude in cui erano sprofondati, con un nemico che finiva con il combaciare in tutto e per tutto con l’intera popolazione, hanno dovuto uscirne, lasciando una situazione tragica. L’Unione Africana, l’organizzazione sovranazionale cui fanno riferimento tutti i paesi africani ad esclusione del Marocco, ha assunto una posizione netta, contraria all’attacco militare degli Usa e di altri paesi forti dell’Occidente. Si candidava in questo modo a intervenire sulla vicenda, in modo autonomo, sul piano diplomatico e non solo. Ma, a dispetto della decolonizzazione, la parola del continente nero non ha contato praticamente nulla. Di primo acchito, la crisi del Maghreb, che ha fatto aumentare di molto il prezzo del greggio, ha generato apprensione nei governi europei che per decenni, in un quadro di stabilità strategica, avevano fatto affari con i regimi di Ben Ali, Mubarak e Gheddafi. Passata però la concitazione delle prime settimane, nei medesimi ambienti sono andate manifestandosi logiche di vario genere, incluse quelle di livello egemonico. I fatti del Nord Africa, da quel che è emerso dalle cronache, non sembrano invece aver colto di sorpresa la Casa Bianca e il Pentagono, che sin da subito hanno mostrato l’intenzione di intervenire sui processi in atto. Ma per quali scopi? A prescindere da tutto, l’arroccamento degli Stati Uniti in Libia, anche a costi di vite umane elevatissimi, come in Afghanistan e in Iraq, suggerisce un disegno strategico oltre che economico, di controllo dell’area, atto a impedire, verosimilmente, che nei paesi interessati dalla rivolta popolare, dal Maghreb al Medio Oriente, possano prevalere nel medio periodo politiche antiamericane. E tale linea, adottata in tutte le regioni del globo, appare compatibile con le mire degli Stati europei interventisti. La Francia governata da Sarcozy, finita negli ultimi anni zero dietro l’Italia per Prodotto interno lordo, tanto più attirata quindi dalle risorse energetiche del Nord Africa, e non solo, ha motivi per rinegoziare il proprio ruolo di potenza. L’Italia di Berlusconi, come ostentano le testate governative, ritiene che l’adesione al conflitto sia un passo necessario, per poter contare in Europa e far valere il settimo posto tra le potenze industriali del globo. L’Inghilterra di Cameron, che ha registrato nel biennio 2008-2009 un vero e proprio crollo del Pil, da cui non riemergerà facilmente, ha buoni motivi per ampliare i propri interessi economici nel Nord Africa e, soprattutto, in chiave geopolitica, per riprendere quota lungo la regione mediterranea, dopo oltre cinquanta anni dall’umiliazione di Suez. Ma forse, come è accaduto in Iraq e in Afghanistan, tali convitati, pur destinati a vincere in poco tempo la guerra convenzionale, hanno fatto male i conti. La presa di distanza della Germania di Angela Merkel appare al riguardo significativa, come in Italia la dissociazione della Lega di Bossi, che pure partecipa al governo. In definitiva, si vorrebbe stabilizzare l’area sotto l’egida delle potenze occidentali, ma l’esito potrebbe essere quello di un disordine lungo e tragico, alle porte dell’Europa, e, forse, dentro l’Europa.  (Carlo Ruta in sintesi. Portato alla nostra attenzione da Giovanna Corradini. Ruta è già autore di  “Guerre solo ingiuste” (Mimesis edizioni)

3 Risposte to “Guerra in Libia. Quali costi e conseguenze?”

  1. michaelangelus said

    L’articolo inquadra bene la situazione.La guerra in Libia però,è per aiutare i popoli minacciati da Gheddafi,che lui certamente distruggerebbe,solo perchè non lo vogliono più al potere.Si spera almeno di manterere i rapporti economici con chi lo succederà.Anche questa è questione di sopravvivenza.

  2. Rosario Amico Roxas said

    Le guerre sarebbero solo ingiuste, e mi pare anche corretto; non lo è per questo Vaticano che ha mostrato di apprezzare le “guerre giuste”, quelle che gli USA chiamano “guerre preventive” e Berlusconi chiama “missioni di pace”.
    Il tutto è sancito, addirittura nel Nuovo Catechismo, redatto dall’allora cardinale Ratzinger, basta avere la pazienza di leggerlo con attenzione.-
    ******************************
    Riporto un mio vecchio articolo, dove evidenziai le contraddizioni, documentandone la fonte.
    **************

    Sono le contraddizioni che avvelenano i rapporti più intimi che dovrebbero, invece, animare le coscienze in un comune itinerario di ricerca della pace, dell’amore, della solidarietà.
    Al centro di queste contraddizioni ritroviamo sempre lo stesso personaggio che ha scalato tutti i gradini della gerarchia vaticana: Joseph Ratizinger.
    Occorre saltare da un testo all’altro per evidenziare quelle contraddizioni che rappresentano la coerenza di una regressione dogmatica e teologica che si allontana sempre più dall’insegnamento genuino di Cristo.
    E’ doveroso iniziare con l’ultima edizione del Catechismo, in quella parte dove si parla appunto di guerre; è ben noto che fu lo stesso cardinale Ratzinger che mise a punto quel Catechismo nella sua qualità di estremo difensore della Dottrina e della Fede.
    Nel paragrafo specifico leggiamo:

    ***********************************
    2309 – Si devono considerare con rigore le strette condizioni che
    giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione,
    per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità
    morale. Occorre contemporaneamente:

    – Che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle
    nazioni sia durevole, grave e certo.

    – Che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili
    o inefficaci.

    – Che ci siano fondate condizioni di successo.

    – Che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male
    da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso
    la potenza dei moderni mezzi di distruzione.

    La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio
    prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune.
    ***************************************

    Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della «guerra giusta ».
    Ma l’ultima frase è sibillina, aperta ad ogni soluzione, permette di condannare o giustificare a piacimento, specie se andiamo a leggere il paragrafo 2266, che concede la legittimità morale di giudizio a coloro “che hanno la responsabilità del bene comune”.
    Qui scatta la trappola che consente la possibilità di onorare tutte le bandiere e i suoi portatori.
    La responsabilità del bene comune, cioè la condizione di comando di una nazione, di un popolo l’hanno avuta persone come Hitler, Pinochet, Mussolini, Stalin, Saddam, Bush, Blair Berlusconi,
    i quali, secondo queste considerazioni non proprio chiarissime, avrebbero gestito la responsabilità del bene comune attraverso le “guerre giuste”, in linguaggio confessionale, che, in linguaggio laico sono state chiamate “guerre preventive”, o in linguaggio ipocrita “missioni di pace”.

    Ma la giustificazione o l’accettazione delle guerre giuste emerge anche in altri interventi gestiti sempre da Ratzinger cardinale.
    Mi riferisco proprio alla lettera enciclica “Pacem in terris”, di Giovanni XXIII, di cui la traduzione in varie lingue fu di appannaggio della Congregazione per la Dottrina e la Fede.
    Bisogna rifarsi al testo latino per apprezzare la genuinità del ripudio della guerra e di tutte le guerre che era nell’animo di papa Roncalli.
    Nel testo latino si legge che in una età come la nostra…. quae vi atomica gloriatur, alienum est a ratione, bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda.

    La traduzione, uscita dalla Congregazione per la Dottrina e la Fede, ex sant’Uffuzio, ex Inquisizione, risulta abilmente e, direi, furbescamente modificata, diventando:
    …. riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia.
    Cos’è cambiato ? Apparentemente nulla, ma è stato aggiunto quel “quasi” che lascia aperte tutte le porte per indicare come giusta una qualsiasi guerra, esattamente l’opposto di quanto era nello spirito iniziale del pontefice.
    Attraverso la ricerca delle radici cristiane dell’Europa si potranno anche motivare, giustificare e accettare tutte le guerre che questo Occidente vorrà condurre per affermare il proprio primato sugli altri popoli e il Vaticano (Stato Città del Vaticano) il primato del cristianesimo sulle altre religioni, come se Cristo avesse predicato il Dio degli eserciti.

  3. michaelangelus said

    Nei responsabili di chi dovrebbe amministrare il bene comune ha dimenticato di aggiungere Gheddafi.Se le potenze mondiali avessero bloccato Hitler prima di iniziare la sua guerra razziale,la violenza sarebbe servita per un giusto motivo e avrebbe salvato milioni di ebrei.Naturalmente prevenire nel modo giusto è molto arduo.Secondo me, Gheddafi rischia di fare in Libia un’ecatombe di innocenti,al contrario di come è stato fatto in Tunisia ed in Egitto.Naturalmente anche nel peggiore dei mali troviamo un pò di bene,come nel migliore dei beni troviamo un pò di male.La certezza di prendere buone iniziative non esiste mai,ma bisogna confidare nella buona fede,anche questa spesso dubbia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: