Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Business chiama guerra

Posted by fidest press agency su domenica, 27 marzo 2011

La guerra non è più un’occasione difensiva da una aggressione esterna, né una manovra aggirante per dilatare confini e procedere a conquiste; la guerra è suggerita dagli affari delle medesime persone che gestiscono i governi di nazioni che, per un motivo o un altro, trovano ragioni di contendere. L’Italia, così malamente governata  da un presidente del consiglio definibile come “un uomo per tutte le stagioni”, spazia tra una politica interventista e un’altra mediatrice, a seconda della maturazione di interessi personali del medesimo presidente del consiglio. Quando Bush decise unilateralmente la guerra in Iraq, mentendo sulla presenza di armi di distruzione di massa, Berlusconi impose l’adesione a quella guerra, che, con ipocrita fantasia, venne battezzata missione di pace; una missione di pace sotto l’egida del Codice militare di guerra e sotto comando inglese, dichiaratamente in guerra, che costò la vita a 19  soldati nell’attentato di Nassirija. Casualmente  si verificò una coincidenza che meriterebbe un’approfondita valutazione: finanziatori americani, dei quali non sono mai stati resi noti i nomi, non trovando in nessuna parte del pianeta dove investire i loro “risparmi”, si riversarono in Italia e, sempre casualmente, in modo particolare ed esclusivo nelle aziende di Berlusconi, sull’orlo di un fallimento storico, oberate da 4,5 miliardi di dollari di debiti; le aziende pagarono i debiti e avanzarono due miliardi dei quali non si è saputo più nulla, neanche nelle dichiarazioni dei redditi. Il turno adesso tocca a Gheddafi, sanguinario dittatore, già colpevole di attentati con centinaia di morti, ma detentore abusivo di enormi riserve di petrolio, peraltro di eccellente qualità. Questo governo ha chiuso entrambi gli occhi su tutto, ha accettato le stravaganze del folle di Tripoli,  le esibizioni delle valchirie guardie del suo augusto corpo; in nome di una pacificazione gli è stata promessa un’autostrada, 5 miliardi di dollari, in cambio petrolio e gas; questo almeno la parte del business che compare, perché l’autostrada deve costruirla Impregilo, unitamente ad una intera città satellite; dentro l’affare c’è anche l’ENI  e l’ENEL, nonché la fornitura di mezzi militari, armi e quanto altro. L’ombra di un conflitto di interessi da parte dei due sottoscrittori dell’accordo, si materializza sfacciatamente, specie conoscendo l’assoluta assenza di scrupoli in entrambi. In un circuito di denaro di tale dimensione, chi sta seduto al posto di comando determina scelte e opzioni estremamente remunerative. Ma il popolo libico si è ribellato a 42 anni di dittatura feroce e ne è venuta fuori una guerra civile, che il mondo è chiamato a neutralizzare per evitare una pulizia etnica dalle conseguenze gravissime. L’Italia è chiamata a fare la sua parte, ma il governo tentenna; prima non interviene per “!non disturbare il colonnello impegnato ad ammazzare quella parte dissidente del suo stesso popolo; quindi, costretto dalle alleanze fornisce basi e aerei, ma poi si pente; prova dolore per il carnefice del popolo libico e ne prova certamente di più dovendo considerare sfumati ricchissimi accordi. Questo governo, così servile con Gheddafi al punto di umiliarsi a chinarsi per baciare la mano, non è quello che ci vuole per gestire una crisi politica e diplomatica  che  pone l’Italia in una sponda opposta  al colonnello; troppi interessi comuni tra i due governanti determinano incertezze, tentennamenti, e difese d’ufficio, con la giustificazione secondo la quale Gheddafi si ostina a rimanere al potere per non esporsi al tribunale dell’Aja che vuole processarlo per crimini contro l’umanità. Accomunato in questa ostinazione allo stesso Berlusconi, che si ostina a rimanere al governo perché solo da quella poltrona può tentare una strenue difesa DAI  processi, visto che NEI processi non può vantare speranze assolutorie. (Rosario Amico Roxas)

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